Il gioco delle seggiole parla anche il greco: installazione al Benaki Museum, Atene
Sempre in pantaloni al ginocchio, con l’aspetto del giovanotto sportivo, il designer Martino Gamper ha affrontato le serate ateniesi e l’inaugurazione della sua mostra al Benaki Museumdal titolo: Martino Gamper 100 καρέκλες σε 100 ημέρες Μια Πλατωνική ερμηνεία, ovvero Martino Gamper 100 chairs in 100 days: A Platonic interpretation.
L’ingresso della mostra
Gamper (Merano 1971) ha presentato il progetto 100 Chairs in 100 Days per la prima volta nell’ottobre del 2007 in una casa di epoca vittoriana a Londra. In 100 giorni ha riconfigurato il disegno di 100 sedie abbandonate e da lui recuperate in due anni. Le sedie sono il risultato di una sorta di “collage” tra pezzi di design storici e realizzazioni anonime. L’intento è trasformarne il carattere e la funzionalità per investigare le potenzialità progettuali che derivano dalla fusione di diversi elementi stilistici e strutturali a cavallo fra l’artigianato e la ricerca. Dietro ad ogni sedia c’è una storia e questo progetto mira a sottolineare l’importanza del contesto sociologico, personale, geografico e storico del design.
Martino Gamper e Nina Yashar, il giorno prima dell’inaugurazione ad Atene
Gamper con Alexia Antsakli-Vardinoyanni, curatrice della mostra
Le 100 sedie fanno parte della collezione Nilufar, alias Nina Yashar, gallerista milanese, che segue il lavoro di Martino Gamper dal 2007, quando con “If Gio Only Knew”, design performance a Design Miami/Basel, il designer smontò e riassemblò mobili originali disegnati da Gio Ponti nel 1960 per dare vita a nuovi oggetti.
Le 100 sedie hanno molto viaggiato: da Londra si erano spostate nel 2009 al Triennale Design Museum a Milano, e successivamente alla Englise Saint Pierre, Site Le Corbusier de Firminy in Francia nel 2010. Gamper le accompagna con dedizione, e nella capitale greca ha dimostrato non solo di essere un ottimo performer, ma il migliore ballerino della città. Rigorosamente in bermuda è stato l’anima delle danze alla festa in casa Ioannou, trascinando a ballare un parterre di signore molto internazionali che non hanno abbandonato la pista da ballo e Martino fino a notte fonda. Musical Chairs si potrebbe dire…
Noi di Leiweb avevamo già visitato la mostra di Gamper in tempi non sospetti: il post di Leiweb è del 2009.
Il gioco delle seggiole alla Triennale di Milano
Martino Gamper
100 καρέκλες σε 100 ημέρες Μια Πλατωνική ερμηνεία
(Martino Gamper 100 chairs in 100 days : A Platonic interpretation)
fino al 28 luglio 2013 Benaki Museum Pireos Street Annexe, Atene
In queste viuzze del centro di Milano con pochi negozi non succede quasi mai nulla. Sorpresa dunque nel vedere per terra mille bombolette di colore e un giovanotto in cima ad una scala. Coperto da una mascherina, lavora concentrato sulle saracinesche del negozio, che è stato un cantiere per qualche tempo. Ma non è un elettricista o un muratore, è un writer.
Attrezzi del mestiere
Legale, alla luce e sotto il sole… Laconico, dice che il suo nome è Riccardo, writer professionista e sta lavorando su commissione per Image Building, società che si trasferirà tra poco dietro le saracinesche dipinte. Non più solo vagoni di treni e tag illegali, il colore occupa il centro, anche senza far parte dell’operazione Cler…
Andare a Basilea passando per Atene. E’ quello che ha fatto un nutrito gruppo di addetti ai lavori ed appassionati subito dopo l’inaugurazione della Biennale di Venezia. La DESTE Foundation for Contemporary Art ha inaugurato domenica sera una nuova mostra The System of Objects, curata da Andreas Angelidakis e Maria Cristina Didero.
La terrazza della DESTE Foundation
Pochi in Italia conoscono Dakis Ioannou, uno dei più profondamente ‘collezionista’ tra i collezionisti. Non solo arte, ma design e moda… è dal 1983 che la Deste – ‘guardare’ in greco – istituzione non-profit fondata da Ioannou, promuove artisti emergenti e conosciuti con l’intento di ampliare il pubblico dell’arte contemporanea ed offrire nuove opportunità agli artisti.
I curatori Maria Cristina Didero e Andreas Angelidakis accolgono i visitatori all’entrata della Deste Foundation
Con ancora negli occhi il Canal Grande ci siamo trovati a rimirare l’Egeo, le immagini degli artisti della Biennale hanno lasciato il posto ai lavori di più di 200 artisti riorganizzati dai due curatori in maniera unica. Unica era anche l’occasione per ammirare la grande collezione di Radical Design che Ioannou non aveva mai fatto uscire da casa propria e che Maria Cristina Didero ha riallestito nella fondazione.
Design a noi familiare ma già storico
Angelidakis è partito da un testo di Baudrillard che dà anche il titolo alla mostra per riflettere sul nostro rapporto con gli oggetti. In mostra ne siamo stati sommersi: la lista degli artisti inizia con Achilleas Droungas e finisce con Wolfang Tillmans. In mezzo ci sono anche Guerriero, Mendini, Derossi, Del Pezzo, Patrizia Cavalli, Koons, Cattelan e tantissimi altri.
Chris Ofili
Peter Halley
Ascoltiamo il racconto della curatrice:
Il luogo è una vecchia fabbrica di calze dagli spazi ampi, irregolari, rivisitati per la mostra e impossibili da fotografare in un solo colpo d’occhio.
Oltre al nido anche un vestito di Louise Bourgeois
Passaggi inattesi con grandi massi, sbarre e buchi nel pavimento che offrono scorci su altre stanze…
Mendini in primo piano
Didero ci parlava da qui
Il parterre dei visitatori era di lusso come previsto; tra gli altri, sempre reduci da Venezia, Maurizio Cattelan e Massimiliano Gioni, oltre alla gallerista Barbara Gladstone, Vera Alemani per Green Naftali da New York, ecc ecc.
Una Bocca unica
La serata è proseguita a casa di Dakis Ioannou, gran anfitrione di una casa-museo dove gli ospiti i hanno dimostrato di trovarsi immediatamente a proprio agio.
Visitando il Padiglione della Germania, alla Biennale di Venezia del 2005, si veniva sorpresi dai custodi che all’improvviso si mettevano a cantare allegramente “This is so contemporary, contemporary, contemporary”. Quello era il lavoro di Tino Sehgal. Sculture viventi, o come le definisce lui, ‘situazioni costruite’ con cui spesso il visitatore interagisce. Rigorosamente vietate le riprese, pena la cancellazione dei video se postati su YouTube. Sehgal, nato nel 1976 in Inghilterra, rifiuta di aggiungere oggetti e immagini ad un mondo già saturo.
Un soddisfatto Tino Sehgal con Leone d’Oro
Nonostante ciò, con un poetico intervento che vede coppie di diverse età cantare una nenia nella prima sala del Padiglione Centrale, quest’anno Sehgal ha vinto il Leone d’Oro della Biennale. Forse un controsenso premiare un’opera che esiste solo per il tempo in cui viene eseguita, ma entrando di prima mattina nel salone vuoto, accolta dai suoni che rimbalzavano nello spazio, ho capito la sensazione di un rituale che si perpetra e si trasmette tra culture e generazioni. Così come alla Biennale di Berlino del 2006, e in altre occasioni, i ragazzi che si baciavano appassionatamente erano di un romanticismo senza fine… e le conversazioni economico-filosofiche con i custodi (attori) dei musei sempre una piccola sfida.
I lettori di Leiweb conoscono già il lavoro di Sehgal, da quando l’artista aveva ‘occupato’ la Villa Reale di Milano, leggete il post del 2008: l’arte contemporanea non è il mistero o il vuoto che sembra.
Gli artisti riservano sempre delle sorprese, e Venezia altrettanto. Si è premiati dalla scelta coraggiosa di Shirazeh Houshiary, che presenta un’installazione nel luogo sotto gli occhi di tutti, ma che pochi hanno visitato: la Torre di Porta Nuova, all’Arsenale Nord, avamposto all’ingresso dell’Arsenale. Nell’ottocento luogo per ‘inalberare’ le navi, la torre è stata restaurata dallo studio Magnani Pelzel e pare progettata per Breath (Respiro), il lavoro sonoro di Shirazeh.
Luogo sorprendente, suono ipnotico
Il cubo al centro ricorda la Mecca, ma i canti che emanano i quattro angoli sono canti di preghiere Buddiste, Cristiane, Ebraiche e Islamiche e accompagnano il visitatore nell’ascesa. I suoni si gonfiano e si disperdono in un coro che riempie le sale, oltrepassa le pareti, ispira le riflessioni e aumenta la consapevolezza del percorso che pare non aver fine. Una sala ci accoglie con due tele dell’artista, forse siamo arrivati in cima, e invece no, non si è nemmeno a metà, e il suono ci spinge a salire ancora mentre la mente vaga…
Shirazeh Houshiary: Beetween, 2010-11 e Rupture, 2013
La Torre è raggiungibile con un navetta dall’altra riva, le indicazioni sono discrete e bisogna camminare nei cantieri per essere premiati dal lavoro dell’artista, dal luogo e dalla vista una volta in cima.
Shirazeh e la sua scultura
Houshiary, è nata in Iran nel 1955, vive e lavora a Londra e fa parte della generazione di artisti che hanno lavorato in Gran Bretagna negli anni ’80 utilizzando vari media: pittura, scultura, disegno, video.
Bruise, 2013
I suoi dipinti minuziosi partono sempre da una base acrilica su cui la matita traccia diversi livelli di testo: catene intricate formate da due parole, un’affermazione contrapposta a una negazione, che poi si trasformano in velature trasparenti e vibranti…
Ancora Escher
Dall’altra riva
Breath Shirazeh Houshiary
Torre di Porta Nuova, Arsenale Nord
Biennale Arte 2013
1 giugno – 24 novembre
“La Biennaleè bella, c’è qualcosa che non va” mi ha detto ieri Vittorio Sgarbi “Mi piace nonostante tutto, quindi ci dev’essere qualcosa che non funziona se piace anche a me….” Invece questa Biennale trova per ora pareri concordi.
Maurizio Cattelan con un’amica
I Giardini sono eleganti, l’Arsenale è pieno di sorprese, gli occhi grondano stimoli e per chi è a Venezia pare non ci sia un altro luogo dove essere in questi giorni. Nemmeno il Padiglione Italiano, un classico della critica, suscita i canonici commenti infuocati.
Padiglione Germania – Gli sgabelli di Ai WeiWei
Forse ha ragione Sgarbi: ci dev’essere qualcosa che non va. Il Palazzo è così enciclopedico che ci si perde in mille mondi, diventa difficile decidere cosa si preferisce, si diventa bulimici e si vuole solo continuare a vedere, c’è tempo per assimilare e riflettere.
I piedi di Cindy Sherman. Peraltro in condizioni simili a quelli di molte di noi… ma nessuno ha il coraggio di accompagnarli ai sandali di Céline.
Una cosa è chiara: l’arte sta dimostrando che i tempi duri si affrontano con serietà e rigore di contenuti.
Il Palazzo del Palazzo Enciclopedico
55. Esposizione Internazionale d’Arte Il Palazzo Enciclopedico Biennale Arte 2013 Giardini – Arsenale
01.06 – 24.11.13
Con una transumanza che poco influisce sui destini del paese ma che coinvolge il mondo dell’arte in maniera totale, la Biennale delle Arti Visive sta per iniziare. Molto atteso è l’esordio di Massimiliano Gioni come il più giovane curatore da sempre – e italiano – per questa 55. Esposizione Internazionale d’Arte. La Biennale apre al pubblico sabato 1 giugno, ma nessuno di noi si perderebbe questi giorni di pre.inaugurazione.
Il Palazzo Enciclopedico è il titolo scelto da Gioni per la mostra che occuperà parte dei Giardini e dell’Arsenale. 111 artisti viventi più 44 defunti saranno i protagonisti del Palazzo, ai quali vanno aggiunti gli 88 paesi partecipanti con padiglioni nazionali.
Sembra che l’arte sia solo inaugurazioni e champagne, ma solo chi l’ha già fatto ha idea di quanto si cammini…
55. Esposizione Internazionale d’Arte Il Palazzo Enciclopedico Biennale Arte 2013 Giardini – Arsenale
01.06 – 24.11.13
Le vetrine della Galleria Loumi di via Sant’Orsola a Milano sono sempre di grande qualità e raffinatezza. Gli oggetti esposti sono oggetti del desiderio, indipendentemente dalla provenienza geografica: ti scopri a desiderare stipi giapponesi e qualche tempo dopo, con la stessa intensità, vorresti poterti permettere tappeti indiani e teste scolpite, come in questo caso.
Chissà se in casa entrano le boiseries…
In occasione di Milano Asian Art, David Sorgato, il gallerista dietro le vetrine dei desideri, ha unito le forze con madre e sorelle, e ha creato un mondo incantato. Milano Asian Art è una manifestazione capitanata dal Museo Poldi Pezzoli, che dal 15 al 25 maggio vede sei gallerie milanesi affrontare insieme temi orientali, e c’è solo l’imbarazzo della scelta, consiglio uno sguardo al sito e una passeggiatina in centro…
Inaugurazione meteorologicamente fortunata
La famiglia Sorgato è di gran tradizione antiquaria sull’arte orientale: il risultato è che, oltre al desiderio di possesso, si è stimolati a saperne di più sull’Arte Gandhara, dal nome della regione tra Afghanistan e Pakistan che già nel I° millennio A.C. era nota per i suoi manufatti, per la sovrapposizione di popolazioni diverse, per la religione buddista come elemento unificante e per la componente culturale ellenica. In particolare vogliamo sapere di più sugli oggetti in mostra, cominciamo da David.
Testa di Principe, bello anche coi baffi
Buddha
Il profumo di gelsomino avvolge le teste scolpite, che ci parlano di mondi lontani, misteriosi e spirituali:
Eccolo qui, nell’imperscrutabile eleganza:
Bodhisatva Maitreya, stucco che lascia di stucco, Afghanistan IV° secolo
Sempre Narghes ci fa scoprire dettagli di arredo sofisticati e inarrivabili, proprio da maraja:
INDIAN SOUL
Eleganza, spiritualità, sensualità e voluttà
fino al 25 maggio 2013 LOUMI
via Sant’Orsola 13, Milano
Stipiti chic
Famiglie di sculture
Gli altri protagonisti della Milano Asian Art: La Galliavola Arte Orientale, Illulian, Renzo Freschi, Giuseppe Piva, Dalton Somaré, Museo Poldi Pezzoli.
Stefano Guindaniha sempre gli occhi che ridono. Ridono, ma osservano con scrupolosa attenzione, e non può essere che così: è implicito nella professione del fotografo. Negli anni Guindani, sempre con gli occhi che ridono ha scrutato mille facce di celebrities vere e presunte, osservato processioni di invitati a feste, inaugurazioni e ad ogni tipo di evento, conoscendo anche chi non lo conosceva, scegliendo e scattando tra colli che si allungavano e bocche che sorridevano un po’ di più nella speranza di finire in qualche reportage.
Stefano Guindani
Poi Guindani è andato ad Haiti, e lì i suoi occhi si sono fatti molti seri. C’era e c’è moltissimo da guardare e soprattutto da raccontare, nell’isola così provata. Guindani, in viaggi ripetuti, ha scelto di documentare la vita di un popolo che, pur devastato da immani tragedie, mantiene dignità e speranza.
Vieni, o spirito delle acque…
Pellegrinaggio di speranza
Occhi seri ma pieni di energia, ha puntato questa volta l’obbiettivo su una delle tradizioni più antiche di Haiti: il bagno purificatore che ogni anno, in tre giorni di luglio gli haitiani, sia cattolici che animisti, compiono nelle cascate che sovrastano il villaggio di Sodò, termine creolo per Saut-D’Eau, “salto d’acqua”.
Fotografo fotografato mentre fotografa il fotografo
Luoghi sacri dove pare che 150 anni fa sia apparsa la Vergine Maria e dove i seguaci vudù sperano che Erzulie Dantor, spirito dell’acqua, della maternità e dell’amore, si manifesti e si impossessi del loro corpo concedendo sollievo e oblìo dalle difficoltà e dalle sofferenze.
Dettagli della mostra
Le foto di Guindani sono diventate una mostra e un libro, entrambi realizzati a favore della popolazione haitiana attraverso l’esperienza e le grandi capacità della Fondazione Francesca Rava, presente ad Haiti da 26 anni con ospedali, scuole di strada per bambini, centri per bambini disabili e case orfanotrofio.
Molti ospiti all’inaugurazione
Le foto corrispondono all’occhio del fotografo, che ha catturato lo spirito, la tradizione e la tragedia haitiana in un bianco e nero pieno di vitalità.
Acqua benedetta
Sodò di Stefano Guindani
Il rito cattolico-vudù di Saut d’Eau, Haiti
mostra a favore della Fondazione Francesca Rava – NPH Italia Onlus per l’Ospedale pediatrico Saint Damien.
Dal 15 maggio al 5 giugno
My-Loft Gallery,
via Ariberto 31, Milano
Mattia Barbieri ha il fisico di un giocatore di rugby e la pazienza di un vero pittore. Purtroppo la sua mostra da Federico Lugera Milano finisce oggi e, venerdì 17, è colpa mia se è rimasta indietro. Per fortuna continua a Trieste, allo Studio Tommaseo dal 25 maggio e si potrà visitare fino al 20 luglio.
Mattia Barbieri
Sono dipinti interessanti, così come le sculture. I soggetti provengono sia dall’iconografia della pittura antica che da giornali e riviste, tracce della cultura di massa. Mattia lavora sovrapponendo le immagini scelte in diversi strati di pittura che vengono poi consumati con la levigatrice in un gesto energico e semi distruttivo (che ben corrisponde all’artista) che rende fruibile solo una parte del lavoro svolto.
Contemporaneamente gli oggetti-scultura presenti in mostra, dall’aspetto vagamente primitivo ed esoterico, fungono da ‘strumenti di pittura’ ed agiscono come catalizzatori di idee e intuizioni. Mattia è nato a Brescia nel 1985, teniamolo d’occhio.
Senza titolo
Senza titolo
Trieste Contemporanea/Studio Tommaseo
Trieste, Via del Monte 2/1
fino al 20 luglio