| | Candida Morvillo
Testata
20.5.2013

Se la miss perdona il fidanzato che l’ha quasi uccisa

Scritto da in Senza categoria

Amina Tyler e Rosaria Aprea sono coetanee. Ma avere vent’anni a Tunisi o a Casal di Principe non è la stessa cosa. Ieri, davanti alla moschea Okba ibn Nafaa di Kairouan, Amina è stata arrestata perché sfilava a seno nudo per rivendicare i diritti delle donne, sostenuti con il gruppo femminista Femen. Su tutti i giornali italiani, invece, Rosaria sfila con quel bikini che le è valso a Pesaro diluvi applausi e il titolo di Miss Yacht Club. Rosaria, come Amina, è bellissima. Ha un volto speciale in quelle foto e ce l’ha anche adesso che non ha più la milza, spappollata a calci da un fidanzato padrone, malato di gelosia e di senso del possesso. «Non è vero che mi ha picchiata», ha detto al Corriere del mezzogiorno dal letto di ospedale nel quale le hanno dovuto asportare quel che restava della milza. Non è vero, e ha mostrato il volto bellissimo e privo di lividi, come se fosse una prova. Vuole tornare con lui. Lo ama, sostiene. Lo ama da morire. In metà del mondo, le donne combattono per avere una dignità e poter fare di sé quello che vogliono. Nell’altra metà del mondo, la nostra, il risultato di decenni di lotte portate avanti da quelle che oggi sono mamme e nonne non può ridursi al diritto di vincere una corona da Miss e al diritto di amare fino a farsi male. O amare da morire, fino a farsi uccidere, come è successo a 124 donne in Italia solo nel 2012. Ho letto che a Casal di Principe, undicimila abitanti, dove è facile conoscersi tutti, terra di camorra, patria dei casalesi e del best seller Gomorra, e dunque terra di silenzi ostinati, il silenzio è assordante anche su Rosaria. Tutti sembrano cadere dalle nuvole quando i giornalisti la nominano, aggirandosi per le strade coi loro taccuini. Cade dalle nuvole anche il parroco della chiesa di San Marcello, a poche decine di metri dalla della ragazza. Il prete, dopo aver glissato su tutto, incluso il suo nome, ha congedato i cronisti dicendo: «Quella ragazza non la conosco e di questa storia non so proprio niente».

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23.4.2013

Sciopero di primavera contro i flirtatori virtuali

Scritto da in Senza categoria

Un terzo dei divorzi in Inghilterra avverrebbe per colpa di Facebook e di amanti più o meno virtuali conosciuti online. Moltiplicando le “alternative percepite”, Internet mette in crisi i monogami più incalliti e, in definitiva, minaccia la fedeltà.

In questo, Facebook e gli altri social network – inclusi i siti destinati a cercare amicizie e relazioni – combinano quello che una volta combinava la primavera. Il clima si faceva più piacevole, si usciva di più, si indugiava su una panchina al parco, o a un tavolino all’aperto fuori da un bar, e le occasioni di far conoscenza si moltiplicavano. Non ho nostalgia di un tempo in cui l’infedeltà pure esisteva, ma ho nostalgia, quello sì, di un tempo in cui ci si affrontava a viso aperto anche in quelle schermaglie che preludevano, forse sì forse no, a qualcosa d’altro. Guardandomi intorno, noto che l’abitudine a parlarci via social network o sms ci sta rendendo refrattari a parlarci davvero. So di relazioni appassionatissime via messaggini e chat, che non si concretizzano mai in un incontro vis à vis. Succede moltissimo a tutte le età. I social network incentiveranno pure i tradimenti, ma nessuna ricerca ha ancora contato e analizzato quanto incentivano le conquiste virtuali fini a se stesse, quelle in cui non si mette in conto neanche la fatica di doversi a un certo punto sottrarre, sostenendo lo sguardo di chi magari ci è cascato e si è illuso d’essere oggetto di un grande amore, di una grande passione.

Quando si parla di sentimenti non vale il detto “verba volant, scripta manent”, le parole volano, gli scritti rimangono. Conosco donne che rileggono e declamano mesi di sms di fuoco di tizi che non le hanno invitate a cena nemmeno una volta. E non si spiegano che tipo di flirtare sia questo.

Scrivere è diventato meno impegnativo che parlare. Poi so di gente che dopo mesi di chat ossessive si incontrano e non riescono a spiaccicare parola. Non sanno più come si fa. E forse di colpo si ritrovano sopraffatti dalla quantità di menzogne gettate al vento per mesi con l’unico scopo di ricavarne un beep di risposta, un segnale che ne accarezzasse l’ego e suggerisse: lei “ci sta”, “ci starebbe”, gli piaci. Devo dirlo, dal campionario di esempi raccolti, emerge che i tampinatori a vuoto sono soprattutto maschi, evidentemente a caccia di facili conferme.

(Nella foto, Meg Ryan nel film “C’è posta per te”)

 

 


18.4.2013

Laura Chiatti, Corsicato e la chirurgia estetica come indicatore della felicità

Scritto da in Attualità

Io ho un sogno. Sogno che verrà una stagione in cui non avremo bisogno di film come quelli di Pappi Corsicato sulla chirurgia estetica. Nel “Volto di un’altra” brulica il mondo di una clinica di lusso in cui si entra con la propria faccia e si esce senza più sapere chi siamo. Laura Chiatti, che fa Bella – una conduttrice tv – ci entra per rifarsi i connottati dopo un’incidente stradale, ma la verità è che già prima del crash era terrorizzata di perdere il suo posto in Tv. Così come sono terrorizzate tante donne di perdere magari il marito per via di quella ruga che fino al giorno prima non c’era. Io ho un sogno, ed è che dalla crisi economica che sta avvilendo questi anni si esca tutti più centrati sulle cose che davvero contano. Sogno che alla fine di questa stagione che ha bruciato bolle immobiliari e bolle finanziare si bruci pure la convinzione che siamo ciò che appariamo. Sogno che labbroni, tette pneumatiche, zigomi da castoro e lineamenti stravolti dalle punturine finiscano archiviati nell’album dei ricordi di un tempo in cui eravamo convinti che tutto fosse possibile, sia che si trattasse di vivere in Paesi dal debito stellare, sia che si trattasse di dimostrare 20 anni avendone 40. Sogno un ritorno al sobrio, e al reale. Poi vedi che Nicole Kidman o Kyle Minogue si dicono pentite dal Botox e stanno riacquistando lentamente i loro connotati originari e speri che un primo segnale. Non è che essere più lisce basti a essere più felici. Se mai imploderà il boom della chirurgia estetica, significherà una solo cosa: che abbiamo imparato a essere più soddisfatti di quello che siamo, e che di fatto si è alzato il tasso della felicità media.

(nella foto, una scena di “Il volto di un’altra”)

 


28.3.2013

Quando le canzoni evocano amori da dimenticare (anche al critico musicale)

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Amici, poi X-Factor, oggi The Voice. I talent show spopolano. Li guardano tutti, anche se i più dicono di non averli mai visti, perché fa snob. A me ha divertito il libro del critico musicale del Corriere della Sera Mario Luzzatto Fegiz: “Io odio i talent show” (Guido Veneziani Editore), il quale con acuta autoironia ammette di odiarli “per ragioni di bottega”. Scrive: «Odio i talent show perché mi hanno derubato. Derubato del mio mestiere di critico, spalmato su migliaia di giudici popolari: sms, mail, televoti. Io li odio perché hanno posto fine alla dittatura della critica. La mia (…)». Nel libro, c’è spazio per gli incontri con “i figli del talent”, come Alessandra Amoroso di Amici, alla quale il nome di David Bowie non dice nulla, quello di Lou Reed nemmeno. Bob Dylan, invece, lo ha sentito nominare, ma il fatto è che si rifà “molto ai Karaoke”, ammette di “avere una conoscenza un po’ stretta. Perché io andavo lì, cantavo le mie canzoncine e poi tornavo a casa”. Inutile dire che gli incontri migliori sono quelli con i mostri sacri che Fegiz avvicina con la grazia di un folletto di pari statura. Tipo quello con il David Bowie ignoto alla Amoroso che racconta di passare il tempo a dipingere e ammette di aver rimpiazzato la vita reale con “una visione mistica parallela” a causa delle droghe o l’intervista con Madonna che fa apologia della masturbazione ma anche della fede e che, quando Fegiz le chiede perché ha scelto stadi e non teatri per lanciare messaggi così profondi, risponde: “Semplicemente per interessi squisitamente economici”. E nel primo capitolo sulla “solitudine dei critici primi” c’è un’osservazione che vi rilancio. La musica, a seconda della situazione, dell’umore, del momento in cui l’ascolti, può cambiare – scrive Fegiz – e una canzone che sembra bellissima in una giornata di sole non ti piace più se l’ascolti quando la tua ragazza ti ha lasciato per fuggire con un trombonista di colore e in futuro, quando la riascolterai alla radio, spegnerai. A me qualche brano da dimenticare è venuto in mente. Il primo: Love Song di Elton John. In quella notte di Natale mi era sembrata bellissima. Ma era un’illusione, appunto, da ultima notte. Chi non ne ha avute?

(Nella foto, Alessandra Amoroso da Alessandraamoroso.it)

 


21.3.2013

Lady Facebook divide le donne: meglio volere tutto (carriera e famiglia) o accontentarsi?

Scritto da in Attualità

Sta facendo discutere il libro di Sheryl Sandbergh, 44 anni, due figli, braccio destro di Mark Zuckerberg a Facebook. Pubblicato un po’ in tutto il mondo, in italiano il libro si intitola “Facciamoci avanti, le donne il lavoro e la voglia di riuscire” ed è considerato un manifesto del femminismo contemporaneo. In sintesi, Sheryl esorta le donne “a volere tutto”: una carriera brillante e una vita familiare soddisfacente. Tra l’altro, ha scatenato un dibattito nei forum internet dichiarando che esce dall’ufficio alle 17,30 perché le va di stare con i figli e perché la qualità del lavoro non dipende dalla quantità. Sheryl rifiuta quel certo linguaggio dei luoghi comuni per cui se una donna ha fatto carriera è “troppo aggressiva” o “molto prepotente”, mentre di un uomo al potere si dice che è bravo e in gamba; inoltre, osserva, di una donna che comanda si usa dire che “è prepotente”, mentre di un uomo che “è leader”. La manager di Facebook sostiene che fin da bambine le donne sono abituate a essere più modeste e nascondere i propri talenti, come dimostrerebbe una ricerca nella scuole medie americane, dove le ragazzine si attribuiscono voti più bassi di quelli reali e i maschi voti più alti. Il “manifesto” della Sandbergh arriva a conclusioni opposte rispetto all’analisi di un altro libro che negli ultimi quattro anni è stato best seller. Il messaggio principale di Womenomics, di Claire Shipman e Katty Kay, era che le donne dovevano “lavorare meno ed essere più felici”, puntando su forme di lavoro flessibili e scegliendo, se necessario, posizioni meno retribuite, ma che permettessero loro di potersi creare e godere la vita familiare. A parte che parliamo comunque di donne che un lavoro ce l’hanno e che se lo coltivano più per gratificazione personale che per necessità, le due scuole di pensiero sono agli antipodi. Il dibattito è aperto. Chi ha esperienze personali da condividere può commentare qui (per quanto mi riguarda, e ammesso che vi interessi, ho fatto famiglia nei periodi in cui ero più in carriera e sono invece stata sistematicamente single in quelli in cui ho scalato la marcia sul lavoro. In definitiva, non sono mica certa che le due cose siano così strettamente collegate…).

(nella foto, la Sandberg sulla copertina del settimanale Time)


19.3.2013

Lindsey Vonn si fidanza con Tiger Woods, che tradì la moglie con 121 amanti. Ottimista o masochista?

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Vi fidanzereste con un uomo che ha tradito la prima moglie con 121 donne? Io no, Lindsey Vonn sì. La sciatrice deve essere meno schizzinosa di me. O più masochista o più ottimista, dipende dai punti di vista. Il campione di golf Tiger Woods per anni è stato celebre soprattutto perché è lo sportivo più pagato del mondo. Solo nel 2011 ha incassato 75 milioni di dollari. Dal 2009 è invece il traditore seriale più famoso del mondo. Le scappatelle vennero fuori perché la moglie Elin Nordegren lo inseguì con una mazza da baseball distruggendogli il Suv. Poi dicono che le svedesi sono di temperamento freddo. Però bisogna capirla, lo aveva appena beccato con la vicina di villa, Raychel Coudriet, una che frequentava casa Woods da quando era bambina. Non era il primo tradimento, ovvio. Seguirono un’impressionante sequenza di confessioni di donne liete di fregiarsi del titolo di ex amanti del campione. “Ciarpame senza pudore” avrebbe detto la nostra Veronica Lario. Tre ex hanno poi girato insieme un film porno, questo tanto per dire che tipo di signorine piacessero a Mister Woods. Tiger divorziò a caro prezzo (a Elin sono andati 750 milioni di dollari, meno tuttavia che a Veronica Lario, che con i tre milioni di euro al mese che le passa Silvio Berlusconi può accumulare l’equivalente in circa 16 anni). Dopo, il campione se ne andò in terapia per curare la sex addiction. Sarebbe stato lì, sul lettino dell’analista, che venne fuori quel numero: 121. Lindsey Vonn, atleta di punta della nazionale statunitense di sci alpino, lo frequenta da qualche mese. Ora hanno annunciato il fidanzamento su Facebook (con tanto di foto, quella sopra), chiedendo il rispetto della privacy. Io, da parte mia, sarei felice per loro se non dovessi mai più occuparmene. Vorrebbe dire che “vissero felici e contenti”. Ma chi di voi si fiderebbe?


19.2.2013

Il mondo è delle orientali, tutte tigri. Povere loro

Scritto da in Attualità

Ho scaricato dal sito di McCann Erickson la ricerca “La verità sulle donne asiatiche”. Non prendetemi per stravagante, ma c’è chi dice che le orientali sarebbero ormai superiori alle occidentali. La cinese Priscilla Chan ha sposato Mister Facebook Mark Zuckerberg, la cinese Wendi Deng ha sposato Mister News Corporation Rupert Murdoch, che sono tra gli uomini più ricchi del mondo, e molte orientali sono entrate di prepotenza nelle classifiche delle donne più potenti e ricche del mondo. Per Forbes, 21 tra le prime 50 donne più influenti del mondo sono asiatiche, mentre nella top 50 di Fortune otto donne sono cinesi, cinque indiane. Dati impensabili fino a pochi anni fa. Da quando la cinese emigrata in America Amy Chua ha pubblicato “Il ruggito delle mamme tigri” l’occidente si interroga sulla superiorità del metodo educativo delle mamme cinesi, meno “figliocentriche” meno permissive, a dirla tutta, severissime: non si dorme dagli amichetti, non si perde tempo con le recite scolastiche, prendere il massimo dei voti è obbligatorio. Dunque, scordiamoci le geishe. Lo studio dell’agenzia di pubblicità sostiene che il 48 per cento delle orientali sono “carnivore”, ovvero pronte a sbranare i soggetti più passivi ed “erbivori” che si pongono sulla loro strada. «Diventare qualcuno» sarebbe una necessità per il 47 per cento delle giovani orientali (contro il 37 per cento dei maschi). In Cina, il 58 per cento delle donne vuole sembrare il più giovane possibile (solo il 21% nel resto del mondo). Nello stesso Paese, il 63 per cento sono disposte a modificare orari di lavoro e impegni per impegnarsi nella ricerca del corpo perfetto. Negli Stati Uniti lo fanno solo il 33 per cento, in Francia solo il 25. Il 56% delle giovanissime asiatiche rinuncerebbe all’olfatto piuttosto che ai loro device, IPad e tablet vari, tutto quello che serve per tenere relazioni sociali. La percentuale sale al 70% in India e in Cina. Ecco, va bene persino essere carnivore, tigri, ossessionate dall’eterna giovinezza, ma è quest’ultimo dato che mi dà la nausea. Rinunciare alla fragranza del pane appena sfornato, a quella dei fiori in primavera quando passi accanto a una siepe di gelsomini, al profumo dell’uomo che ami. Si può rinunciare a tutto, ma non alla poesia.


5.2.2013

Chi dice che se non sei madre, sei una donna a metà tralascia le ragioni dei figli

Scritto da in Attualità

Va in scena stasera a Milano al Teatro della Cooperativa il monologo “Se non sei madre, sei una donna a metà”, della sociologa e psicoterapeuta Paola Leonardi, già autrice con Ferdinanda Vigliani del libro “Perché non abbiamo avuto figli” in cui 13 donne celebri spiegano le motivazioni di una scelta ancora considerata scandalosa. Tra loro, la giornalista Natalia Aspesi, l’attrice Piera Degli Esposti, la saggista Lea Melandri, la teologa Adriana Zarri. Andrò a vederlo, essendo finita, anni fa, in un articolo del Corriere della sera dal titolo “Generazione No Kid”, in compagnia di signore più illustri di me che poi un figlio – a differenza mia – lo hanno avuto, come l’avvocato e deputato Giulia Bongiorno. Oggi di figli se ne fanno pochi perché i problemi economici sono tanti. Se ne fanno pochi perché le donne trovano una loro realizzazione nel lavoro, nelle amicizie, nei viaggi e in tante nuove passioni. Se ne fanno pochi perché temiamo il futuro che consegneremo ai nostri figli. Ma non sono solo la paura e l’egoismo a spiegare una scelta come questa. Sono mille le storie personali. Piera degli Esposti, per esempio, ha detto che è come se avesse voluto restare per sempre figlia dei propri genitori. Io che i genitori li ho persi presto, non sono stata figlia e non voglio essere madre ed è una scelta meditata, con la quale ho fatto i conti da tempo. Siamo donne a metà, noi donne senza figli? Siamo donne che non hanno raccolto una sfida? Rita Levi Montalcini (qui nella foto Olycom da Leiweb) non ha avuto bambini, ma ha lasciato un’eredità di pensiero enorme. Emma Bonino non ne avuti e si è dedicata alla politica e alle missioni umanitarie. La filosofa e saggista Ida Dominijanni non ne ha avuti e sostiene, nel libro, di aver fatto bene perché ha messo al mondo altro, “ha avuto tempo e testa per credere in una genealogia femminile di madri simboliche”. Sono, queste, tutte donne grandissime. Possiamo permetterci una scelta simile noi che siamo normali, che viviamo e combattiamo e ci arrangiamo come milioni di altre e che non vinceremo un Nobel? Consentitemi di mettere da parte i problemi di chi i figli li vuole ma non può permetterseli, una realtà che è la ferita più profonda possibile in un Paese Civile. Chiederci se noi che non siamo madri siamo donne dimezzate significa porre male la questione. Quando si parla di figli, bisogna pensare ai figli, mica a noi. I bambini sono una cosa seria, sono fragili, dipendono dalle nostre cure e dal nostro esempio. I figli vanno fatti non pensando a quanto ci rende felici averne, ma pensando a che adulti saranno. Siamo abbastanza stabili, equilibrati, generosi di tempo e di buoni esempi, per crescere dei figli che possiamo onestamente guardare dicendoci che abbiamo fatto tutto il meglio possibile per loro? Chi pensa che le donne senza figli siano donne a metà, tralascia un dettaglio: una donna che non vuole figli e poi diventa madre solo per adeguarsi al modello sociale imperante difficilmente sarà una buona madre.

 

 

 


31.1.2013

Riciclare i vestiti è diventato chic e anche riciclare gli avanzi di cucina, i libri, le scatole e…

Scritto da in Attualità

Kate Middleton ricicla i cappotti accorciandoli e nel suo primo anno a Buckingham Palace è stata pizzicata con lo stesso abito in cinque occasioni, avendo usato due volte ciascuno uno spolverino bluette M by Missoni (tra l’altro messo addirittura al Giubileo di Diamante della Regina , oltre che per una visita da Fortnum & Mason); un abito rosa di Emilia Wickstead; uno bianco di Reiss (quello qui a sinistra della ufficiale per il fidanzamento, scattata da Mario Testino, e riproposto poi in Canada); uno verde smeraldo di DF Maya; e addirittura quello blu di Rissa con cui ha posato per il debutto alla stampa con William e reindossato a Ottawa. È il minimo, considerato che l’appannaggio da duchessa lo paga il popolo inglese, ma non era scontato. Finora, l’etichetta della Real Casa consigliava un vestito per ogni occasione. Anche il principe Filippo d’Edimburgo, consorte della regina Elisabetta, ha fatto sapere di aver affidato alla sartoria Norton and Sons il compito di “ricondizionare” un paio di pantaloni.

In Italia, in tutte le città, stanno spuntando sartorie che “rinfrescano” abiti passati di moda e sfoggiare vestiti riattati sta diventando chic.

C’è la crisi e c’è febbre da riciclo e io mi sono molto divertita a leggere un libricino di Ludovica Manusardi Carlesi: “Riciclare. Idee anticrisi in cucina e in casa” (editore Mursia). Mi sono tornate in mente tante ricette dell’infanzia.

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23.1.2013

La Pascale e Berlusconi posano come Kate e William, ma il Photoshop non basta a farci sognare

Scritto da in Attualità

Non è per fare la solita moralista. Passo sopra a tutto. Passo sul fatto che Francesca Pascale prima di fidanzarsi con Silvio Berlusconi ballasse in bikini in una Tv chiamata Telecafone, dimenando il mandolino al ritmo di “se muovi il mandolino si alza l’Auditèl”. Passo sul fatto che sia stata da noi popolo pagata come Consigliere Provinciale a Napoli, carica meritata per meriti evidentemente acquisiti sul campo. Passo sul fatto che se ne sia stata zitta quando la Consigliera Regionale della Lombardia Nicole Minetti ha dichiarato agli atti di un processo denominato “delle Olgettine” che la vera fidanzata di Berlusconi era lei. Passo sul fatto che Francesca Pascale avesse passato con Berlusconi la notte più difficile della nostra Seconda Repubblica, quella del 7 novembre 2011, quando a Palazzo Grazioli precipitavano i destini dell’ultimo governo Berlusconi e dell’intera legislatura. Passo sul fatto che sia fatta convincere che il Bunga Bunga era una barzelletta. Passo pure sulle scarpe rosse che incongruentemente indossava sotto il tailleur bianco al pranzo di Natale 2012 ad Arcore. Passo sul fatto che Marina Berlusconi posi abbracciata a quella che potenzialmente è una sua futura matrigna, ma di 18 anni più giovane di lei, perché si sa che all’amor di figlia non si comanda. Posso sorvolare persino sui quasi 49 anni di differenza tra Francesca e il Cavaliere: ha 28 anni lei, 76 lui. Passo su tutto, ma non sulla foto del fidanzamento ufficiale. L’ha pubblicata in esclusiva il sito Dagospia, presumibilmente rubata a un servizio realizzato per uno dei settimanali della famiglia Berlusconi. Francesca e Silvio posano come se fossero Kate e William nelle celebre foto ufficiale in cui la borghese Middleton veniva presentata ai sudditi quale futura consorte del futuro re di Casa Windsor. Kate e William si abbracciavano stretti. Francesca e Silvio si abbracciano stretti stretti e hanno pure esagerato col Photoshop. Passo su tutto, ma non ho abbastanza gusto dell’orrido per apprezzare anche la foto preelettorale del fidanzamento.


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