OGGI.IT
| | Candida Morvillo
Testata
15.10.2013

Uomini che soffrono il successo delle donne

Scritto da in Attualità, coppia, psicologia

Gli uomini non amano avere fidanzate o mogli di successo. È quanto è emerso da una ricerca dell’Università della Florida, pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology. «L’uomo considera il successo della partner alla stregua di un suo fallimento», ha spiegato la dottoressa Kate Ratliff, a capo del team che ha condotto lo studio, sottoponendo a una serie di test 896 persone, tutte in coppia. In particolare, sono state misurate le reazioni di fronte all’ipotesi di una buona performance propria o del partner, e non necessariamente sul lavoro, ma anche in altri ambiti, dal ballo allo sport. Il risultato è che gli uomini si sentono peggio di fronte a un trionfo della propria compagna che a un proprio fallimento, mentre le donne risultano parimenti felici se a essere vincenti sono loro stesse o consorti e fidanzati. Io ho un’amica fortemente in carriera, il cui marito sembrava aver retto sorprendentemente bene la sfilza di promozioni che lei meritò in pochi anni. Lei è una quarantenne curata, che tiene al suo aspetto, è elegante, riscuote simpatia nella cerchia delle loro amicizie e gode della stima di molti boss del suo settore manageriale. Il marito, di qualche anno più grande, sembrava non avere più ambizioni e pareva anzi beato del ruolo di “principe consorte”, essendo lei quella più invitata a convegni, eventi e quant’altro.

Poi la mia amica ha scoperto che lui la tradiva da due anni con una donna sciatta, brutta, mediocre, disoccupata e in difficoltà economiche, una che lo tempestava di sms in cui gli diceva che era un uomo in gambissima, che si vedeva che era un manager di polso e via di piaggeria in piaggeria.

In più, l’improbabile amante lo assillava con richieste di aiuto per trovare lavoro. In sintesi, quella donna lo faceva sentire importante sia con i complimenti, sia dimostrando di avere bisogno di lui. La mia amica, lasciando il marito, concluse che lui per una qualche via dell’inconscio volesse punirla per il suo successo, umiliandola al punto da tradirla con una donna che sconfessava tutto quello che lei era. Pensò anche che lui aveva bisogno di compensare la sua frustrazione “da principe consorte” stando pure con una donna alla quale era indiscutibilmente superiore.Ne conosco altre di storie come questa. Ricordano l’amante dimessa del protagonista di Resistere non serve a niente, il libro che ha appena valso a Walter Siti il Premio Strega, o l’amante umilissima che fa innamorare il protagonista di Non ti muovere, il libro di Margaret Mazzantini da cui è stato tratto il film con Penelope Cruz. In entrambe le storie, i due uomini avrebbero compagne belle e in gamba, o più o meno, perché quella di Siti è in realtà un’ex escort. Però questi uomini si rifugiano altrove, in relazioni con donne con i quali si possono sentire importanti. Che storie come questa siano già in romanzi e film di successo fa pensare che la ricerca dell’Università della Florida non deve essere poi del tutto infondata.

(Nella foto, Penelope Cruz e Sergio Castellitto in una scena di “Non ti muovere”)

 


2.10.2013

A letto gli italiani sono tutti Speedy Gonzales

Scritto da in Attualità, sesso

108 rapporti all’anno non sono pochi. Ma due minuti a rapporto sono pochissimi. Se l’ultima indagine sugli italiani e il sesso non arrivasse da un’autorevole fonte sarebbe da liquidare come la boutade di uno di quei siti che promuovo incontri facili. Invece la ricerca è della Società Italiana di Urologia e dell’Associazione Ginecologi Ospedalieri Italiani ed è stata condotta con criteri scientifici dalla DoxaPharma. Sono stati intervistati tremila uomini e donne, tra i 18 e i 55 anni.

Il 70 per cento, nonostante i 108 amplessi l’anno, quasi uno ogni tre giorni, si sente insoddisfatto a letto. Nello specifico, una coppia su quattro non raggiunge il piacere, perché quattro milioni di uomini consumano la passione troppo in fretta, in due minuti, appunto.

La maggioranza degli uomini con problemi di eiaculazione precoce dichiara, bontà loro, di voler migliorare la situazione, ma solo uno su dieci si rivolge al medico. In compenso, una su cinque tra le donne insoddisfatte da codesti compagni si risolve a tradirli nel giro di un anno. In pratica, pur di non parlare dei problemi sotto le lenzuola, si preferisce tradire. Sull’orlo dell’infedeltà, mentre leggete queste righe, ci sarebbero più di 800 mila italiane. Suona paradossale in un’era in cui di sesso si parla ovunque e se ne vede anche troppo, negli spot, su Internet, al cinema, un’era in cui ogni eredità del Secolo Romantico è stata dilapidata in nome di un Secolo Sessuale che non ha niente di erotico. E forse è proprio questa retorica che sovrasta tutto il resto che scatena eccesso di aspettative, conseguenti ansie da prestazione e ammanta gli incontri di un che di robotico, appiattendoli nel diktat ossessivo e meccanico della quantità prima di tutto. Naomi Wolf, la scrittrice celebre per “Il mito della bellezza” sostiene da un po’ che la pornografia ha rovinato il sesso, convincendo gli uomini tra l’altro della fandonia che le donne debbano avere tutte il corpo da pornostar, senza sapere che le pornostar sono completamente rifatte.

Nel Regno Unito sta per andare in onda un programma, Sex Box, in cui tre coppie fanno sesso in diretta in una scatola insonorizzata e poi, a caldo, ne parlano davanti alle telecamere. Pare che parlarne subito dopo renda più disinibiti sull’argomento e faciliti il confronto. Evidentemente, anche gli inglesi non sono messi molto bene.

Comunque, se qualcuno ha consigli più ragionevoli che spiattellare in tv i propri tormenti di letto ha l’audience assicurata. Il 70 per cento degli italiani adulti gliene sarà grato.

 


17.9.2013

Ho spento un cassonetto incendiato e mi hanno scambiato per una ladra Piccola storia da una città diffidente

Scritto da in Attualità

Oggi stavo andando a prendere la metropolitana, di corsa come tutti nelle mattine di Milano. In via Statuto, sento puzza di bruciato. Vedo fumo in un cestino per le cartacce. Dentro, aveva preso fuoco un fazzolettino di carta. Compongo il 115, ma il mio telefonino aveva un vuoto di rete. Guardo il cestino che, in attesa della Tim e dei vigili del fuoco, avrebbe fatto in tempo a incendiarsi del tutto, e mi vedo già in fiamme anche la Citroen che gli stava parcheggiata a fianco. Entro nel negozio lì accanto.

Buongiorno mi scusi, c’è un cestino che sta per incendiarsi davanti al suo negozio, sto cercando i pompieri, ma se lei avesse una bottiglietta d’acqua riusciamo a spegnerlo prima che prenda fuoco.

La donna, all’apparenza mia coetanea, mi guarda e dice subito no, non abbiamo niente. Lo dice a prescindere, in automatico, come certi quando gli si avvicina un venditore di rose ambulante, o un vu’ comprà, non ho monete mi spiace.

Signora, mi scusi, basta un po’ d’acqua. Avrà un bagno? Magari ha un contenitore, un secchio…. Poi, sto provando a chiamare i vigili del fuoco o può provare lei, io non ho campo, ma intanto il cestino prende fuoco.

La donna si avvia verso il bagno guardandosi intorno e scrutando alle mie spalle. Si ferma mi chiede: ma lei è del Comune?

No, sono una passante. Ho sentito odore di bruciato eccetera, ricomincio da capo.

La signora, guardinga e preoccupata, finalmente mi allunga, cauta, una bottiglietta da mezzo litro riempita a metà.

Dico: me la riempirebbe tutta, per cortesia? E lei torna indietro, a passo di gambero, per non voltarmi le spalle. Eppure, non penso di avere l’aspetto di una delinquente o di un barbone. Ho avuto la percezione chiarissima che temesse una trappola, come se io potessi avere un complice pronto a ripulirle il negozio approfittando della sua distrazione. Ho spento, infine, il focolaio d’incendio e me ne sono andata, chiedendomi quando siamo diventati così diffidenti.

E ora mi direte, come quando? Non leggi dei furti e delle rapine? Ok. Ma ho la sensazione che ci sia di più, cioè che ci stiamo disabituando all’idea che sia normale preoccuparsi degli altri. Ho ripensato a un pomeriggio di inizio estate, sempre Milano, quartiere Isola. Due anziani curvi, ma proprio di quelli con la schiena piegata a 45 gradi. Arrancavano sul marciapiedi, spingendo due deambulatori a rotelle e si trascinavano due valigie, tentando di raggiungere un taxi dietro un muro di auto parcheggiate a bordo strada. L’unico passo carraio era occupato da una Panda carica di cassette di frutta. Raggiungere il taxi era un miraggio. Entro nella vicina gelateria, spiego la situazione, chiedo se il proprietario della Panda è lì, dico che ho pensato che forse stava consegnando della frutta. No. E poi nel negozio a fianco e in un altro e in un altro ancora e mi aspetto che qualcuno dei clienti in fila o dei commessi – almeno quelli non impegnati – si unisca alla ricerca del proprietario della Panda, ma non lo fa nessuno. E ogni volta che entro ed esco da un negozio, vedo i due anziani piegati in due che annaspano, un millimetro alla volta, diretti caparbi verso il niente, e vedo la folla che li schiva e mi domando come è possibile che io sia l’unica che si preoccupa di come quei due possano raggiungere il loro taxi. La Panda resta lì. Io e il tassista carichiamo i bagagli e, non so come, riusciamo a far salire i due anziani in macchina. Me ne vado,  chiedendomi, stavolta, quando siamo diventati così indiffferenti.

 


24.7.2013

Se a casa comandono le mogli, i maschi vanno nel pallone

Scritto da in Attualità

Gli uomini producono meno sperma e sono in crisi di fertilità, lo dicono le ricerche scientiche. E scienziati come Umberto Veronesi ritengono che tendiamo verso la parità ormonale, per colpa anche dell’adeguamento evolutivo alla parità dei generi, per cui gli uomini sono sempre più femminili e “mammi” e le donne sempre più “virago”. Dunque gli uomini sarebbero meno “machi” e in casa comanderebbero le donne. Sembra confermarlo il calcio mercato, stando a un’inchiesta del settimanale Oggi, che esamina le scelte di un campione di calciatori, che pure dovrebbero esssere tra i soggetti più testosteronici su piazza. E giù la carrellata: Il difensore della Roma Federico Balzaretti avrebbe detto no al Napoli su consiglio della moglie, l’étoile Eleonora Abbagnato; Ezequiel Lavezzi avrebbe accettato l’incarico al Paris Saint Germain perché la fidanzata Yanina Screpante non amava stare a Napoli, dover era stata derubata; Iker Casilass non andrebbe d’accordo con l’allenatore Mourinho, istigato dalla fidanzata Sarah Carbonero; Mario Gomez sarebbe approdato alla Fiorentina con la regia della sua Carina Wanzung; Edinson Cavani se ne sarebbe andato da Napoli per risparmiare alla neofidanzata Maria Rosaria gli incontri fortuiti con la ex moglie. E narrano le cronache rosa che il nuovo re del Belgio Filippo sia così timido che, in realtà, a comandare è sua moglie MathildeKate Middleton mamma ruba le copertine a William, seppure il futuro re sia lui. E la vulgata sulla loro storia favoleggia di una ragazza ambiziosa e determinata a prenderselo, irritendolo con stratagemmi vari, dalla sfilata in lingerie, al compagno di università usato e scaricato per farlo ingelosire. Vero? Falso? E, soprattutto, siamo sicure noi donne di guadagnarci sul serio?

 

 


9.7.2013

Nigella è tutte noi

Scritto da in Attualità

Prima l’ha quasi strangolata, ora vuole divorziare. Ma mica perché è pentito, figurarsi.
Il tycoon pubblicitario britannico Charles Saatchi ce l’ha con la moglie Nigella Lawson perché non gli parla più e perché non l’ha difeso dagli attacchi della stampa. Surreale. Nell’annunciare il divorzio “suo malgrado”, Saatchi, che pure è tra i più munifici collezionisti d’arte contemporanea del mondo il che lascerebbe supporre sia uomo colto e sensibile, ha detto di essere deluso «perché a Nigella è stato consigliato di tacere pubblicamente sul fatto che io aborro la violenza di qualunque genere sulle donne e che non ho mai usato violenza nei suoi confronti».
Come se non fosse già violenza negare l’evidenza. Il mondo intero si è indignato guardando le immagini pubblicate dal Daily Mirror  in cui il magnate prende la moglie per il collo. Lei, la superchef della tv inglese, ha un’espressione terrorizzata. Con gli occhi sembra dire “ti prego basta”.
Non dovremmo dimenticarci quegli occhi.

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20.5.2013

Se la miss perdona il fidanzato che l’ha quasi uccisa

Scritto da in Senza categoria

Amina Tyler e Rosaria Aprea sono coetanee. Ma avere vent’anni a Tunisi o a Casal di Principe non è la stessa cosa. Ieri, davanti alla moschea Okba ibn Nafaa di Kairouan, Amina è stata arrestata perché sfilava a seno nudo per rivendicare i diritti delle donne, sostenuti con il gruppo femminista Femen. Su tutti i giornali italiani, invece, Rosaria sfila con quel bikini che le è valso a Pesaro diluvi applausi e il titolo di Miss Yacht Club. Rosaria, come Amina, è bellissima. Ha un volto speciale in quelle foto e ce l’ha anche adesso che non ha più la milza, spappollata a calci da un fidanzato padrone, malato di gelosia e di senso del possesso. «Non è vero che mi ha picchiata», ha detto al Corriere del mezzogiorno dal letto di ospedale nel quale le hanno dovuto asportare quel che restava della milza. Non è vero, e ha mostrato il volto bellissimo e privo di lividi, come se fosse una prova. Vuole tornare con lui. Lo ama, sostiene. Lo ama da morire. In metà del mondo, le donne combattono per avere una dignità e poter fare di sé quello che vogliono. Nell’altra metà del mondo, la nostra, il risultato di decenni di lotte portate avanti da quelle che oggi sono mamme e nonne non può ridursi al diritto di vincere una corona da Miss e al diritto di amare fino a farsi male. O amare da morire, fino a farsi uccidere, come è successo a 124 donne in Italia solo nel 2012. Ho letto che a Casal di Principe, undicimila abitanti, dove è facile conoscersi tutti, terra di camorra, patria dei casalesi e del best seller Gomorra, e dunque terra di silenzi ostinati, il silenzio è assordante anche su Rosaria. Tutti sembrano cadere dalle nuvole quando i giornalisti la nominano, aggirandosi per le strade coi loro taccuini. Cade dalle nuvole anche il parroco della chiesa di San Marcello, a poche decine di metri dalla della ragazza. Il prete, dopo aver glissato su tutto, incluso il suo nome, ha congedato i cronisti dicendo: «Quella ragazza non la conosco e di questa storia non so proprio niente».

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23.4.2013

Sciopero di primavera contro i flirtatori virtuali

Scritto da in Senza categoria

Un terzo dei divorzi in Inghilterra avverrebbe per colpa di Facebook e di amanti più o meno virtuali conosciuti online. Moltiplicando le “alternative percepite”, Internet mette in crisi i monogami più incalliti e, in definitiva, minaccia la fedeltà.

In questo, Facebook e gli altri social network – inclusi i siti destinati a cercare amicizie e relazioni – combinano quello che una volta combinava la primavera. Il clima si faceva più piacevole, si usciva di più, si indugiava su una panchina al parco, o a un tavolino all’aperto fuori da un bar, e le occasioni di far conoscenza si moltiplicavano. Non ho nostalgia di un tempo in cui l’infedeltà pure esisteva, ma ho nostalgia, quello sì, di un tempo in cui ci si affrontava a viso aperto anche in quelle schermaglie che preludevano, forse sì forse no, a qualcosa d’altro. Guardandomi intorno, noto che l’abitudine a parlarci via social network o sms ci sta rendendo refrattari a parlarci davvero. So di relazioni appassionatissime via messaggini e chat, che non si concretizzano mai in un incontro vis à vis. Succede moltissimo a tutte le età. I social network incentiveranno pure i tradimenti, ma nessuna ricerca ha ancora contato e analizzato quanto incentivano le conquiste virtuali fini a se stesse, quelle in cui non si mette in conto neanche la fatica di doversi a un certo punto sottrarre, sostenendo lo sguardo di chi magari ci è cascato e si è illuso d’essere oggetto di un grande amore, di una grande passione.

Quando si parla di sentimenti non vale il detto “verba volant, scripta manent”, le parole volano, gli scritti rimangono. Conosco donne che rileggono e declamano mesi di sms di fuoco di tizi che non le hanno invitate a cena nemmeno una volta. E non si spiegano che tipo di flirtare sia questo.

Scrivere è diventato meno impegnativo che parlare. Poi so di gente che dopo mesi di chat ossessive si incontrano e non riescono a spiaccicare parola. Non sanno più come si fa. E forse di colpo si ritrovano sopraffatti dalla quantità di menzogne gettate al vento per mesi con l’unico scopo di ricavarne un beep di risposta, un segnale che ne accarezzasse l’ego e suggerisse: lei “ci sta”, “ci starebbe”, gli piaci. Devo dirlo, dal campionario di esempi raccolti, emerge che i tampinatori a vuoto sono soprattutto maschi, evidentemente a caccia di facili conferme.

(Nella foto, Meg Ryan nel film “C’è posta per te”)

 

 


18.4.2013

Laura Chiatti, Corsicato e la chirurgia estetica come indicatore della felicità

Scritto da in Attualità

Io ho un sogno. Sogno che verrà una stagione in cui non avremo bisogno di film come quelli di Pappi Corsicato sulla chirurgia estetica. Nel “Volto di un’altra” brulica il mondo di una clinica di lusso in cui si entra con la propria faccia e si esce senza più sapere chi siamo. Laura Chiatti, che fa Bella – una conduttrice tv – ci entra per rifarsi i connottati dopo un’incidente stradale, ma la verità è che già prima del crash era terrorizzata di perdere il suo posto in Tv. Così come sono terrorizzate tante donne di perdere magari il marito per via di quella ruga che fino al giorno prima non c’era. Io ho un sogno, ed è che dalla crisi economica che sta avvilendo questi anni si esca tutti più centrati sulle cose che davvero contano. Sogno che alla fine di questa stagione che ha bruciato bolle immobiliari e bolle finanziare si bruci pure la convinzione che siamo ciò che appariamo. Sogno che labbroni, tette pneumatiche, zigomi da castoro e lineamenti stravolti dalle punturine finiscano archiviati nell’album dei ricordi di un tempo in cui eravamo convinti che tutto fosse possibile, sia che si trattasse di vivere in Paesi dal debito stellare, sia che si trattasse di dimostrare 20 anni avendone 40. Sogno un ritorno al sobrio, e al reale. Poi vedi che Nicole Kidman o Kyle Minogue si dicono pentite dal Botox e stanno riacquistando lentamente i loro connotati originari e speri che un primo segnale. Non è che essere più lisce basti a essere più felici. Se mai imploderà il boom della chirurgia estetica, significherà una solo cosa: che abbiamo imparato a essere più soddisfatti di quello che siamo, e che di fatto si è alzato il tasso della felicità media.

(nella foto, una scena di “Il volto di un’altra”)

 


28.3.2013

Quando le canzoni evocano amori da dimenticare (anche al critico musicale)

Scritto da in Attualità

Amici, poi X-Factor, oggi The Voice. I talent show spopolano. Li guardano tutti, anche se i più dicono di non averli mai visti, perché fa snob. A me ha divertito il libro del critico musicale del Corriere della Sera Mario Luzzatto Fegiz: “Io odio i talent show” (Guido Veneziani Editore), il quale con acuta autoironia ammette di odiarli “per ragioni di bottega”. Scrive: «Odio i talent show perché mi hanno derubato. Derubato del mio mestiere di critico, spalmato su migliaia di giudici popolari: sms, mail, televoti. Io li odio perché hanno posto fine alla dittatura della critica. La mia (…)». Nel libro, c’è spazio per gli incontri con “i figli del talent”, come Alessandra Amoroso di Amici, alla quale il nome di David Bowie non dice nulla, quello di Lou Reed nemmeno. Bob Dylan, invece, lo ha sentito nominare, ma il fatto è che si rifà “molto ai Karaoke”, ammette di “avere una conoscenza un po’ stretta. Perché io andavo lì, cantavo le mie canzoncine e poi tornavo a casa”. Inutile dire che gli incontri migliori sono quelli con i mostri sacri che Fegiz avvicina con la grazia di un folletto di pari statura. Tipo quello con il David Bowie ignoto alla Amoroso che racconta di passare il tempo a dipingere e ammette di aver rimpiazzato la vita reale con “una visione mistica parallela” a causa delle droghe o l’intervista con Madonna che fa apologia della masturbazione ma anche della fede e che, quando Fegiz le chiede perché ha scelto stadi e non teatri per lanciare messaggi così profondi, risponde: “Semplicemente per interessi squisitamente economici”. E nel primo capitolo sulla “solitudine dei critici primi” c’è un’osservazione che vi rilancio. La musica, a seconda della situazione, dell’umore, del momento in cui l’ascolti, può cambiare – scrive Fegiz – e una canzone che sembra bellissima in una giornata di sole non ti piace più se l’ascolti quando la tua ragazza ti ha lasciato per fuggire con un trombonista di colore e in futuro, quando la riascolterai alla radio, spegnerai. A me qualche brano da dimenticare è venuto in mente. Il primo: Love Song di Elton John. In quella notte di Natale mi era sembrata bellissima. Ma era un’illusione, appunto, da ultima notte. Chi non ne ha avute?

(Nella foto, Alessandra Amoroso da Alessandraamoroso.it)

 


21.3.2013

Lady Facebook divide le donne: meglio volere tutto (carriera e famiglia) o accontentarsi?

Scritto da in Attualità

Sta facendo discutere il libro di Sheryl Sandbergh, 44 anni, due figli, braccio destro di Mark Zuckerberg a Facebook. Pubblicato un po’ in tutto il mondo, in italiano il libro si intitola “Facciamoci avanti, le donne il lavoro e la voglia di riuscire” ed è considerato un manifesto del femminismo contemporaneo. In sintesi, Sheryl esorta le donne “a volere tutto”: una carriera brillante e una vita familiare soddisfacente. Tra l’altro, ha scatenato un dibattito nei forum internet dichiarando che esce dall’ufficio alle 17,30 perché le va di stare con i figli e perché la qualità del lavoro non dipende dalla quantità. Sheryl rifiuta quel certo linguaggio dei luoghi comuni per cui se una donna ha fatto carriera è “troppo aggressiva” o “molto prepotente”, mentre di un uomo al potere si dice che è bravo e in gamba; inoltre, osserva, di una donna che comanda si usa dire che “è prepotente”, mentre di un uomo che “è leader”. La manager di Facebook sostiene che fin da bambine le donne sono abituate a essere più modeste e nascondere i propri talenti, come dimostrerebbe una ricerca nella scuole medie americane, dove le ragazzine si attribuiscono voti più bassi di quelli reali e i maschi voti più alti. Il “manifesto” della Sandbergh arriva a conclusioni opposte rispetto all’analisi di un altro libro che negli ultimi quattro anni è stato best seller. Il messaggio principale di Womenomics, di Claire Shipman e Katty Kay, era che le donne dovevano “lavorare meno ed essere più felici”, puntando su forme di lavoro flessibili e scegliendo, se necessario, posizioni meno retribuite, ma che permettessero loro di potersi creare e godere la vita familiare. A parte che parliamo comunque di donne che un lavoro ce l’hanno e che se lo coltivano più per gratificazione personale che per necessità, le due scuole di pensiero sono agli antipodi. Il dibattito è aperto. Chi ha esperienze personali da condividere può commentare qui (per quanto mi riguarda, e ammesso che vi interessi, ho fatto famiglia nei periodi in cui ero più in carriera e sono invece stata sistematicamente single in quelli in cui ho scalato la marcia sul lavoro. In definitiva, non sono mica certa che le due cose siano così strettamente collegate…).

(nella foto, la Sandberg sulla copertina del settimanale Time)


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