| | Candida Morvillo
Testata
21.1.2013

Siamo pieni di stronzamiche, quello che mancava era la parola per definirle

Scritto da in Attualità

Io di stronzamiche ne ho avute, solo che non mi era mai venuto in mente di battezzarle come meritano e come ha fatto Irene Vella in un libro che ho appena letto (“Credevo fosse un’amica e invece era una stronza” Laurana Editore). Ne ho avute di varie tipologie. Da bambina, c’era Lidia: se le chiedevi in prestito una biro, dovevi come minimo farle i compiti per una settimana. Mi sono sempre chiesta come riuscisse a imporre una simile sproporzione di scambio e me l’ha chiarito ora la Vella: stronze si nasce, buone e bonaccione pure (lei dice “un po’ coj…ne). Nel caso di Lidia non era solo questione di prestiti, c’erano le maldicenze, i pettegolezzi, i clan dai quali venivano escluse tutte le bambine che al momento non entravano nelle sue grazie. Ai tempi non si usava ancora la parole bullo (o bulla), ma di bullismo si trattava. Da adolescente, ho avuto Anna, il classico soggetto che ti ruba i fidanzati e, anzi, ti fa fidanzare apposta con qualcuno al solo fine di fregartelo. Anna apparteneva alla categoria delle stronzamiche mantidi. Chi non ne ha avute? Infine, mi è toccata la stronzamica vittima, la più insidiosa, perché all’apparenza è innocua e sfigata e tu ti adoperi per aiutarla in tutti i modi, ma intanto dentro di lei monta un odio incontenibile per te, che rappresenti l’incarnazione di ogni sua incapacità. Aiutavo Donatella a preparare gli esami all’università, o a trovare primi lavoretti, perché da sola era troppo timida. Poi ho scoperto che mi addebitava ogni suo fallimento. Diceva ai genitori che le fregavo i lavori e che le facevo studiare apposta i libri sbagliati o che le imponevo maratone di studio insostenibili al solo fine di sfiancarla e forse finanche ammazzarla. Provo affetto per ognuna delle mie stronza miche, in fondo, avevano tutte dei problemi. Lo so, perché qualche volta sono stata stronzamica anch’io e non è che mi sentissi molto bene. Le nostre vite sono piene di stronzamiche, e anche le cronache. Aveva delle stronzamiche Carolina, la quattordicenne di Novara che si è suicidata e che veniva derisa su Facebook da una combriccola di coetanei. Aveva una stronzacugina (altra sotto categoria contemplata nel manuale di sopravvivenza della Vella) la povera Sarah Scazzi di Avetrana, stando almeno a quanto sostengono i magistrati che per il suo omicidio accusano la cugina Sabrina Misseri. Sulle stronzamiche il cinema ha fatto fortuna. Nel Cigno nero, Natalie Portman e Mila Kunis si contendono il ruolo di prima ballerina del Black Swan fino a un finale tragico. Però, si può sopravvivere alla stronzamiche. Primo, imparando a riconoscerle (di solito sono appiccicose, morbose, malmostose); secondo, ricordandoci che chi ha qualcosa di sbagliato sono loro. Però bisogna essere magnanime, con loro: sono così perché sono più frustrate e infelici delle loro vittime.

(Nella foto, Natalie Portman nel Cigno Nero, in scena con una coroncina Swarovski)

 


9.1.2013

Malika Ayane, Cremonini e lo strano caso degli uomini che non vogliono fidanzarsi e scappano da se stessi

Scritto da in Attualità

«Bisogna prima sposarsi, poi fidanzarsi», lo ha detto Malika Ayane al settimanale Oggi appena uscito in edicola. Che poi è un altro modo per dire che non c’è amore possibile senza progetto. La cantante parla del suo matrimonio con il regista Federico Brugia, dice che è convinta che durerà. E invece definisce “un bambino” il suo ex Cesare Cremonini. Spiega: «Ho già una figlia di sette anni, non potevo permettermi un fidanzato bambino…». Quando ti guardi intorno, sembra che il mondo sia pieno di uomini che scappano dalle donne. Miriam Cominelli, 32 anni, che è la sorpresa delle Primarie Pd in quanto da sconosciuta precaria è risultata la più votata in Lombardia, ha appena detto in un’intervista che non parla di matrimonio perché, se lo fa, il suo fidanzato scappa in Messico o si suicida. Uomini bambini, uomini in fuga, uomini. Quanti ce ne sono, oggi, diversi da questi? Sto leggendo un libro appena uscito di Simone Perotti “Dove sono gli uomini” (Chiarelettere), dentro, c’è tutto un campionario di maschi che non vogliono fidanzarsi, non vogliono crescere, non vogliono confrontarsi, uomini che scappano, scompaiono, raccontano scuse. Ci sono storie vere.

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19.12.2012

Riciclare i regali di Natale non è più un tabù

Scritto da in Attualità

Uno studio pubblicato su Psycological Science e firmato da ricercatori delle università di Stanford, Harvard e della London Business School riapre un tema di bon ton quanto mai caldo a Natale. Riciclare i regali è lecito? Ebbene, pare che da questo studio condotto da eminenti psicologi emerga che chi dona si senta meno offeso se il suo regalo poco azzeccato viene passato a qualcun altro piuttosto che buttato nella spazzatura; solo una minoranza considererebbe il riciclo un’offesa imperdonabile. La questione è quanto mai attuale in tempi di crisi come questi. Da un’inchiesta del Centro Studi Ricerche Sociologiche Krls Network of Business Ethics per l’Associazione Contribuenti Italiani, è emerso che gli italiani quest’anno ricicleranno il 53% dei regali (l’anno scorso, “solo” il 41). In pratica, sarà riciclato più di un regalo su due. Modesta opinione: oggi riciclare non è grave, tutt’altro, almeno nel caso in cui il riciclatore versi in difficoltà economica, come capita a tanti di questi tempi in cui l’ultimo dato rileva che la tredicesima se ne va al 90 per cento in bollette e Imu e solo il restante dieci per cento viene investito in doni da mettere sotto l’albero. L’importante è che il regalo resti “pensato” e sia adatto a chi lo riceve, che sia qualcosa che si possa presumere gradito. Meglio ancora, per assolverci le coscienze, se è un regalo dal quale ci spiace separarci e che ci saremmo tenuti volentieri. L’importante è che la confezione sia integra e che ci accertiamo che non contenga indizi del riciclo, tipo un bigliettino a noi indirizzato nascosto dentro la scatole (succede, anzi a me successo di  ritrovarmi in mano degli auguri destinati a Piero, segno tra l’altro che si trattava di un riciclo di almeno terza mano). Diverso è il caso di chi può permettersi di spendere. In quel caso, riciclare è maleducato e basta. Peggio, spendere e far girare l’economia mi pare dovere morale di chi può permetterselo. E se poi costoro sono così fortunati da ricevere regali in abbondanza, sgraditi e no, o magari doppioni, li diano in beneficenza. Sarebbe un bel gesto. Voi che ne pensate? Avete mai riciclato o ricevuto regali riciclati? Vi siete offesi? Ne avete riso? Buon Natale a tutti.


27.11.2012

Rose rosse per te. Perché non dirlo ancora con i fiori?

Scritto da in Attualità

Mena Suvari in American Beauty, dove coperta di petali di rose rosse ammalia Kevin Spacey

Stamattina sono stata ospite di Tg2 Insieme. Si parlava della crisi della floricoltura. Si spende meno in fiori, è la crisi, ma non è solo questo. Ci sarebbe anche un mancato ricambio generazionale nell’acquisto di fiori a “fini sentimentali”. C’è  di mezzo, insomma, anche la fine del romanticismo. E la fine del corteggiamento. Un tempo, gli uomini sapevano che corteggiare significava conquistare, mettevano in conto qualche diniego “tattico”, oggi sono tendenzialmente terrorizzati dal rifiuto, si ritirano anche solo se non accetti un invito al primo colpo, figuriamoci se sono disposti a esporsi regalando fiori che possano ufficialmente qualificarli come spasimanti. Oggi, poi, i corteggiamenti si consumano via sms o via social network. Inviare l’icona di un mazzo di fiori via Facebook costa solo un click e non impegna. Quello che si sottovaluta è l’effetto positivo dei fiori veri. Ho scoperto che varie ricerche scientifiche dimostrano che le donne, sollecitate con un fiore, sono più inclini a cedere al corteggiamento. In Francia hanno mandato cinque attori per strada col compito di fermare 600 ragazze e proporre un appuntamento. Pare che ben 144 abbiano accettato. Di queste, la maggior parte erano state fermate davanti a un fioraio. In un altro esperimento, è stato mostrato il video di un uomo che parlava di sé a 46 donne, di cui la metà lo guardava in una stanza spoglia e l’altra metà in una stanza piena di fiori. Tra queste ultime, l’81 per cento ha poi detto che trovava l’uomo attraente e che sarebbe stata disposta a uscirci, dell’altro gruppo solo la metà ha giudicato positivamente l’uomo. Pare dunque che i fiori, con la loro bellezza, il loro profumo – che non si sente attraverso lo schermo di un computer o di un telefonino – mettano di buon umore e rendano più creativi, socievoli e predisposti a trovare gli altri piacevoli e sexy. Non è necessario che si tratti di cento rosse, come raccontano le cronache rosa a proposito di tante celebrità, tipo Tomaso Trussardi che a San Valentino ha inviato a Michelle Hunziker rose rosse che componevano le parole “I Love You”. Basta meno, anche un fiore solo. Lo segnalo a beneficio delle lettrici, nel caso ci legga anche qualche maschietto.


20.11.2012

Altea che tornava a casa in bici con gli scout e una legge per evitare nuove tragedie

Scritto da in Senza categoria

Altea Trini, la scout diciassettenne uccisa da un Suv

Non si può morire a 17 anni andando in bici con gli scout, non se a tagliarti la strada è un Suv che, da quanto si sta accertando, correva troppo, con un uomo alla guida che era ubriaco e ha impiegato trecento metri a fermare il suo bolide. Un uomo che, dopo aver ucciso Altea Trini, è rimasto a piede libero. Per lui, come prevede il Codice Penale, una denuncia in stato di libertà e il ritiro della patente. La storia di Altea che non c’è più, col suo sorriso, la sua bella pagella, un futuro davanti che partendo da Lodi poteva portarla ovunque, è solo una delle oltre millecinquecento che capitano in questo Paese – secondo le stime – e che per la maggior parte neanche diventano un titolo in Cronaca. Settimana scorsa, ho incontrato alla Vita in diretta, Walter Zara, il papà di Antonello, un trentenne ucciso da un ventiduenne di Monza alla guida di una Mercedes. Era l’8 agosto del 2008, Antonello stava rincasando col suo motorino. Antonello era stato un tronista di Maria De Filippi, ma era soprattutto un ragazzo dedito al volontariato e deciso a continuare il suo lavoro di informatore medico. Ho sentito suo padre Walter molte volte in questi anni. Un uomo perbene la cui vita si è fermata quella notte. Ha lasciato il lavoro, ha lasciato intatta la stanza di Antonello e da allora vive con l’unica missione di cambiare la legge che equipara l’omicidio stradale all’omicidio colposo. Oggi chi uccide in seguito a una violazione del Codice della Strada rischia da due a sette anni di galera. Se ubriaco o drogato, da tre a dieci anni. Poi succede che questi signori in carcere non ci vanno mai o ci vanno per poco. Il 24 marzo 2010, la Corte di Cassazione ha confermato la riduzione della pena da 10 a 5 anni all’uomo che, a Roma, uccise due turiste, guidando nonostante la patente sospesa. E oggi con 5 anni di condanna, tra attenuanti, buona condotta, semilibertà, te la cavi con meno che se avessi scippato cento euro dalla borsetta di un passante, nel qual caso, almeno, entri in carcere immediatamente e sei processato subito. Esattamente quello che ti accade se rubi una bicicletta (processo per direttissima e condanna a 1 anno e 6 mesi). Io, oggi ho aderito alla proposta di legge popolare sull’omicidio stradale (www.omicidiostradale.it). Prevede la creazione di una fattispecie specifica di omicidio, pena da 8 a 18 anni, arresto immediato se in flagranza di reato, “ergastolo della patente” invece che sospensione. Sono misure utili come deterrente e mi sembrano persino blande. Io prevederei delle pene anche per chi solo provocasse feriti. Ho avuto un’esperienza che non voglio assolutamente portare come esempio, perché gli esempi riguardano purtroppo persone che sono rimaste paralizzate, amputate, menomate o peggio ridotte a vegetali. Comunque, dieci anni fa, un tizio passando col rosso mi ha fatta volare dal motorino. Ho fatto quattro mesi di stampelle, mi è stata riconosciuta un’invalidità permanente del 10 per cento al ginocchio, ho tuttora sofferenze piccole ma permanenti e, per dire, da allora posso guidare solo auto col cambio automatico per non sollecitare troppo il ginocchio. Non sono una sportiva, se lo fossi, non potrei giocare a pallavolo o sciare. Niente al confronto di persone alle quali è capitato decisamente di peggio. E tuttavia, penso che quel tizio che è passato col rosso per distrazione e a tutta velocità non ha nemmeno coscienza del danno che ha provocato. Mi chiedo se si è mai reso conto che a ha causato mesi di ospedali, di terapie, di disagi, anni di conseguenze. Io, oltre all’omicidio colposo, prevederei un multone per il ferimento stradale, una mega multa da infliggere a chi  fa del male agli altri per disattenzione e per mancanza di cautela. Dovrebbe bastare il senso civico, per essere prudenti, ma in Italia i cinquemila incidenti mortali all’anno dicono che non basta.


6.11.2012

Che cosa può fare un video di Amnesty per fermare i femminicidi e che cosa possiamo fare noi

Scritto da in Attualità

Immagine anteprima YouTube Qui sopra, trovate un corto straziante e macabramente bello prodotto da Amnesty Francia sul tema della violenza coniugale. Sono due minuti e trenta girati da Olivier Dahan, il  regista di La Vie en rose, sulla vita di Edith Piaf. La campagna invita a testimoniare a favore delle donne vittime di compagni violenti. Fa venire i brividi che anche solo ce ne sia bisogno. Eppure, in Francia, l’anno scorso, sono state 122 le donne uccise dagli ex mariti e compagni, e da noi cento. Dall’inizio di quest’anno, invece, sono state 75 le italiane morte per femminicidio, un termine tristemente di moda. Il Corriere della Sera ha appena pubblicato un pezzo in cui Stefano Montefiori racconta la storia di Alexandra Lange, che nel giugno 2009 tagliò la gola al marito che tentava di strangolarla, mentre i quattro figli erano al piano di sopra. Alexandra è stata assolta, e ora ha pubblicato la sua storia in un libro: Acquittée. Decisive per la sua salvezza sono state le testimonianze dei familiari. Un fratello, Claude, ha raccontato che al momento della tragedia nessuno dei suoi cinque fratelli rivolgeva più la parola a Marcelo. La compagna precedente, Sylvie, ha spiegato che i quattro anni con lui sono stati un incubo di botte, alcol, pugni, insulti, capelli strappati. Testimoniare, dunque, è l’invito. Ma anche intervenire, quando a essere in balia dei mostri sono le persone a noi care. Le donne che si lasciano picchiare dai compagni, che provano a fuggire e poi tornano sempre e non hanno il coraggio di lasciare i loro carnefici sono vittime, prima di tutto, di amori malati. Persino la popstar Rihanna, pestata a sangue da Chris Brown,orribilmente esposta allo sguardo del mondo con la sua faccia contusa e gonfia, continua a girare intorno al suo ex e sono passati tre anni. Le donne maltrattate dai loro uomini sono fragili, vulnerabili, ce la possono fare solo col supporto, paziente e fermo, dei loro familiari e dei loro amici.

 


29.10.2012

Cordiale invito a praticare la gentilezza perduta (quella crollata con lo Spread)

Scritto da in Attualità

Audrey Tatou ne Il Favoloso mondo di Amélie, esempio di straordinaria gentilezza

Stamattina ho avuto un problema con un ente della pubblica amministrazione. Vi risparmio i dettagli, sappiate solo che volevo effettuare un pagamento, ma che il sito predisposto non funzionava. Ho telefonato, col massimo della gentilezza, e sono stata trattata come una specie di evasore, senza riuscire a ottenere le informazioni per risolvere il problema. Allora, mi sono ricordata di quando ho fatto quattro mesi con una stampella e, dovendo comunque lavorare e viaggiare in treno e in aereo, non ho mai trovato nessuno che mi aiutasse con la valigia e addirittura nessuno che si alzasse spontaneamente sull’autobus per cedermi il posto. Se ripenso anche solo agli ultimi mesi, potrei stilare un elenco lunghissimo di gentilezze mancate, che spazia dai rapporti per il recupero crediti all’accoglienza dei commessi nei negozi.

La consapevolezza che nel nostro Paese la gentilezza fosse crollata di colpo assieme allo Spread mi è venuta l’anno scorso, in America. Lì i commessi sono tutti straordinariamente gentili. Sarà perché prendono commissioni sugli acquisti, può essere, ma non credo sia per questo. Dovendo consegnare un pacchetto da parte di un’amica a una sconosciuta di Miami City, l’americana ha voluto invitarmi a tutti i costi a cena: le sembrava gentile, dato che avevo fatto un volo intercontinentale trasportando un oggetto per lei. Da noi, il pacco se lo sarebbero fatti lasciare in portineria. Lì, invece, ho trovato persone che si fermavano per strada anche se solo mi vedevano disorientata con la mappa in mano. Si fermavano e mi chiedevano se avevo bisogno di indicazioni. Uguale come da noi, dove la gente scappa, quando chiedi un’informazione. Siamo tutti di fretta, ma non è questo. Ci siamo incattiviti e ho la sensazione che la crisi ci abbia incattiviti ancora di più. Ci siamo chiusi in noi stessi, abbiamo tanti pensieri, vediamo tutto nero e tutto ci dà fastidio. Tutti ci danno fastidio. Tutti coloro che invadono il nostro spazio, tutti quelli che hanno bisogno di qualcosa, che sia qualcosa di dovuto o che sia solo cortesia.

Mi sembra che la fine della gentilezza sia la conseguenza peggiore della crisi che ci sta abbrutendo in questi anni. Il malumore diffuso sta facendo dilagare  maleducazione e aggressività. E quando qualcuno ti tratta male, ti senti male e spesso reagisci male. E allora è solo veleno quello che metti in circolo. La maleducazione e l’aggressività sono contagiose. Però anche la gentilezza è contagiosa. Quando incontri una persona gentile, ti riconcili col mondo e con gli altri. E diventi più gentile anche tu. E se tu sei gentile, diventano più gentili e si sentono più leggere anche le persone che incontri. Quando sei gentile, ti senti felice. Ho scoperto solo oggi che il 13 novembre si celebra la Giornata Mondiale della Gentilezza. Mancano due settimane. Sarebbe bellissimo se tutti voi che leggete questo blog vi “allenaste” a fare le prove per quel giorno. Sarebbe bello se mi confermaste che, praticando la gentilezza, il mondo intorno a voi è migliorato, che voi siete più felici e che non potete più fare a meno di essere gentili.


18.10.2012

Passino le camere separate, ma non toglieteci il bacio della buonanotte

Scritto da in Attualità

Enrico Mentana e la moglie Michela Rocco di Torrepadula

Otto coppie su dieci non si danno il bacio della buonanotte. Lo scopro da un sondaggio condotto su duemila coppie da una catena di alberghi inglese, la Travelodge. Non voglio crederci, che tristezza! Dicono, questi screanzati, che darsi un bacetto prima di mettersi a letto è una cosa che appartiene al passato, ma a me sembrano solo coppie senza futuro. A me, aveva fatto tenerezza persino Silvio Berlusconi, quando l’attrice Evelina Manna aveva raccontato al settimanale Oggi che, la sera, si addormentava abbracciato a lei succhiando una mentina. È chiaro: sono una sentimentale. Però il sonno è la resa ai travagli del giorno ed è un viaggio e può essere più periglioso della vita. Siamo indifesi, nel sonno. Siamo indifesi quando di notte arrivano sogni che possono essere incubi, quando i sogni al risveglio ti pongono domande che possono cambiarti, siamo indifesi quando il sonno non arriva e i pensieri ci tormentano. E ce ne sono di pensieri in periodi come questi, che non son certo allegri… Il sondaggio rileva anche che una coppia su quattro dorme in camere separate. Coppie tra i 35 e i 44 anni. Fin qui, ci arrivo, però. Capisco la stanchezza, capisco i ritmi che possono collidere (avendo lo spazio, ovvio. Se stai in un bilocale, non puoi mettere il marito in cucina sulla brandina. Ci stava Michele Misseri, quello del delitto di Avetrana, e s’è visto come è andato a finire, per dire). Qualche anno fa, ammettere di stare in stanze separate faceva scalpore. Ricordo quando lo confessarono Maurizio Costanzo e Maria De Filippi: si scatenò un dibattito. A me, in un’intervista lo raccontò Michela Rocco, la moglie di Enrico Mentana. Ma lui, ai tempi, dirigeva il Tg5, si svegliava alle quattro del mattino e già leggeva giornali e agenzie, e lei invece soffriva di insonnia cronica. Li capisco. In certi casi, in certi giorni, almeno, le camere separate uno se le sogna. Per non disturbare, se ti devi alzar presto. Per poter riposare, se è l’altro che arriva tardi o si alza all’alba e per una miriade di altri motivi. Però, il bacio della buona notte, no. Non potete dirci che “è antico”. O sono antica io?


8.10.2012

Perché scendono in piazza le mamme lasciate sole dai padri assenti

Scritto da in Attualità

Il 4 ottobre a Roma hanno manifestato davanti a Palazzo Montecitorio le mamme separate raccolte dall’associazione “Bigenitorialità assente”: donne che lottano e fanno sacrifici per crescere figli trascurati dai padri, padri che non pagano gli alimenti, magari occultando il reddito per dare poco o niente, e padri che si fanno vedere poco, talvolta arrivando a scomparire dalle vite dei figli. Problema trasversale che ha toccato o tocca anche i famosi. Poche settimane fa, anche l’attrice Margaret Madè ha raccontato di averlo subito: i suoi si separono quando aveva sei anni, il padre andò a vivere in America e “si faceva vedere solo per le feste comandate”. Anna Falchi ha invece accusato Denny Montesi, da cui ha avuto Alyssa, di essere un “padre assente”. Ornella Muti, per dire, ha tirato su da sola Naike (con lei nella foto), che del papà (il produttore spagnolo José Luis Bermudez de Castro) dice: «Non è stato e non è esattamente un modello: non ho mai conosciuto i miei fratellastri spagnoli, So di avere una sorella che ha un mese di differenza da me». Ilaria D’Amico ha raccontato che suo padre si “eclissò presto” e che lei è cresciuta “con mamma, nonna e zie”.Il 4 ottobre, invece, le mamme ferite d’Italia sono scese in piazza per un motivo. In questi giorni è in corso di esame presso il senato il Disegno di Legge 957 che prevede modifiche alla legge 155 del Codice Civile. La modifica contestata è il riconoscimento della sindrome di alienazione genitoriale (PAS) come una delle cause di esclusione dell’affidamento. Proposta da Richard Gardner, psicoanalista, nel 1985, la sindrome consisterebbe in un disagio mentale del figlio dovuto a una campagna denigratoria nei confronti di uno dei due genitori. Sappiamo tutti che a volte succede. Di solito è il genitore che si sente abbandonato a scaricare la sua rabbia sui figli inducendoli ad addossare la colpa alla mamma o al papà “che li ha abbandonati”.  Le mamme di “Bigenitorialità assente” temono che questa norma vada prevalentemente a loro danno, perché si presuppone che a istigare i bambini sia prevalentemente il genitore che vive di più con loro, la mamma, appunto.  Ne temono le conseguenze perché la legge di fronte a quella che giustamente definisce «un’inadempienza grave», arriva a prevedere l’esclusione dell’affidamento al genitore colpevole di maldicenza. Io sto ovviamente con le mamme che si fanno in quattro per crescere da sole, con coraggio e dedizione, i loro figli. Ma trovo giusto che la Legge pensi prima di tutto alla tutela dei minori. Il punto, semmai, sarà “come” la norma – ammesso sia approvata – sarà applicata. Mi auguro non ci siano processi inquisitori e che si riesca a tutelare al massimo i minori. Non sono figlia di separati, ma sono stata una bambina figlia di padre vedovo. Un padre di sicuro non presentissimo, però, personalmente, mi hanno fatto più male le lamentele e le accuse dei parenti sul suo conto che la sua condotta da padre assente o da padre a suo modo. I bambini hanno una consapevolezza ridotta, o forse commisurata alle loro capacità di comprensione. Nessuno dovrebbe permettersi di parlare male a un bambino della sua mamma o del suo papà. Che serva una legge come deterrente mi avvilisce, ma non me la sento di sottrarmi solo perché temo che un giorno – per via di quella legge – potrei trovarmi a rispondere della mia condotta davanti a un giudice o a degli assistenti sociali. È detto da una che non ha figli. Lo dichiaro. Ma non li ho, non a caso, anche perché metterne al mondo è prima di tutto una responsabilità individuale di cui si è chiamati a render conto al di là delle nostre aspettative.

 


1.10.2012

Aspettando Lady Gaga, i suoi 13 chili in più non sembrano di troppo

Scritto da in Attualità

Domani – 2 ottobre 2012 – si esibisce a Milano Lady Gaga ed è attesa alla prova dei fan italiani con i 13 chili in più che sta sfoggiando baldanzosamente da quando è cominciato il suo tour europeo. Sul palco, a Dublino, li ha messi in evidenza con dei collant volutamente arrotolati sui fianchi, così da sottolineare un bel giro di rotolini. Sul suo sito Internet, ha pubblicato le foto in cui posa provocatoriamente in mutande e reggiseno comprati al supermercato: il vitino da vespa non c’è più, lo stacco di coscia privo di cellulite nemmeno. Lady Gaga, Germanotta all’anagrafe in virtù delle origini italiane, ora ha grasso e cellulite come la maggior parte delle donne del mondo. Neanche troppi, in verità. Con 13 chili di meno, somigliava a uno scheletro. Vedo che in giro si apre un dibattito sull’opportunità o meno di mostrare i propri difetti fisici. Non ne capisco il senso. Benvengano le donne famose che non hanno paura di esibire le imperfezioni. È vero, in Tv, al cinema, nella pubblicità e sulle passerelle, siamo abituati a vedere dive perfette, magrissime, levigate. Modelli spesso irraggiungibili. Ma va bene solo finché ciò che passa è l’immagine della salute. Per il resto, passa soprattutto la frustrazione di chi guarda e pensa che non riuscirà mai a essere così. Tutte possiamo essere magre e toniche, ovviamente. Ma a patto di avere tempo e soldi per fare sport, e tempo e soldi per assicurarsi un’alimentazione sana e corretta. E magari soldi e tempo per batterie di trattamenti estetici in pacchetti da dieci. E la verità è che, per quanti sforzi e sacrifici si facciano, la maggior parte di noi non ritiene mai di aver raggiunto un risultato accettabile. E sta qui il punto, cos’è “accettabile”?  La perfezione è di pochissime. Forse di Giséle Bundchen e poche altre. La stessa Lady Gaga ha raccontato di soffrire, da quando ha 15 anni, di anoressia e di bulimia, due disturbi alimentari che hanno a che fare – tra le altre cose – con un rapporto complicato col proprio corpo e la propria autostima e con la depressione. Derive in cui non vale la pena scivolare solo per la frustrazione di non riuscire a raggiungere un modello irreale. A me la “” lanciata da Lady Gaga non dispiace affatto. Soprattutto quando dice “Quando mangio e sono sana, sono più felice”. Riflettiamoci.

 


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