Scritto da Claudio Castellacci in Cultura pop
Vorrei che finalmente succedesse qualcosa di bello. No, non sono parole mie o del Presidente Giorgio Napolitano in un messaggio (senza speranza) indirizzato ai partiti. Si tratta del titolo di un libro che apre questa lista di segnalazioni e suggerimenti di lettura per la stagione di calura che, teoricamente, si dovrebbe abbattere, prima o poi, sulla penisola. Vorrei che finalmente succedesse qualcosa di bello è il primo romanzo di Trixi von Bülow (editore Corbaccio, pagg. 294, euro 14,90). Le trame che seguono sono quelle dei risvolti di copertina dei libri stessi.

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La trama: Fritzi Berger è donna che è diventata forte per necessità, anzi, per legittima difesa; da 365 giorni è senza un marito e con almeno altrettanti dubbi su se stessa, e ha una figlia piccola che ogni notte emigra nel suo letto con il coniglietto di peluche. Sempre in lotta con il bancomat e le spese, lavora come editor presso la prestigiosa casa editrice Best & Seller senza trovare il coraggio di chiedere un meritato aumento, ha quindici anni di matrimonio alle spalle e il quarantesimo compleanno alle porte quando si lascia convincere da un’amica ad andare un paio di giorni al mare… E fra quotidiane delusioni, la sensazione costante che tutto stia andando a rotoli, equivoci talora tristi e talora spassosi, Fritzi continua tenacemente a sperare di tornare a essere nuovamente felice, finché qualcosa accade per davvero… «Ci sono persone che arretrano spaventate alla prima, minima difficoltà. E ci sono persone che non vedono neanche un muro alto ventidue metri nel bel mezzo della loro strada. Devono sbatterci contro per capire che non possono procedere. E ciononostante, cercano un varco, un mattone mancante, che magari gli permetta di infilarsi dall’altra parte. Ci sono persone che non accettano un «no». Io sono una di quella. Winston Churchill sarebbe stato orgoglioso di me.»

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Maurizio Bettini è un classicista, esperto di miti, filologo e antropologo, insegna all’Università di Siena dove, nel 1986, ha fondato il Centro interdipartimentale di studi antropologici sulla cultura antica. Da un signore così ti aspetteresti tomi serissimi come quelli della sua produzione universitaria: da Verso un’antropologia dell’intreccio (QuattroVenti, 1991) a Le orecchie di Hermes. Studi di antropologia e letterature classiche (Einaudi, 2000), a Je suis l’autre? Sur les traces du double dans la culture ancienne (Belin 2012). Poi scopri che nel 2002 ha scritto a quattro mani, con l’amico (indimenticato) Omar Calabrese, il libro BizzarraMente (Feltrinelli) e oggi se ne esce con un libro difficilmente catalogabile – se non forse nella tradizione dei pamphlet di satira alla Jonathan Swift (ricordate la Modesta proposta?) – dal titolo Con l’obbligo di Sanremo (Einaudi, pagg. 136, euro 16) che, non è un caso, è dedicato a Omar Calabrese («che sapeva serio ludere»).
La trama: In un mondo dominato dai telequiz e dai rotocalchi, l’anonimo funzionario protagonista di questa storia lavora alle dipendenze del Soprastante, il Responsabile Generale della Nostra Cultura. Dopo mesi di attesa ottiene una breve licenza, a condizione di tornare in tempo per l’inizio del Festival di Sanremo. Parte cosí per uno sgangherato pellegrinaggio nei luoghi della contemporaneità, salendo su treni ricoperti di graffiti, visitando località turistiche, piazze affollate, biblioteche deserte, festival letterari. Nel corso del viaggio incontra sindaci preoccupati di difendere l’identità culinaria del territorio, professori clandestini, astrologhi, personaggi televisivi incensati come intellettuali, giovani dottorandi che vendono pesce fritto.

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Kerstin Gier (1966), insegnante dal 1995 ha affiancato la cariera di scrittrice. Il successo lo ha raggiunto con romanzi femminili divertenti e ironici, come In verità è meglio mentire e L’uomo che vorrei, e soprattutto con i libri della trilogia fantasy Red, Blue e Green (Corbaccio). Il suo ultimo lavoro pubblcato in Italia è L’uomo che vorrei (Corbaccio, pagg. 256, euro 14,90)
La trama: Kati è serena con Felix, ma dopo cinque anni di matrimonio incomincia a subentrare quel trantran che ti fa chiedere: «Sarà veramente una bella idea, quella di invecchiare insieme?» E quando conosce Mathias e se ne invaghisce, al punto di pensare a una relazione extraconiugale, la sua vita diventa parecchio più complicata. In particolare, quando scivola in stazione e cade sui binari, finendo in ospedale in coma e risvegliandosi… cinque anni prima, esattamente il giorno in cui avrebbe dovuto conoscere il suo futuro marito. Kati a questo punto pensa di avere una seconda chance e decide di giocare il tutto per tutto per dare una nuova impronta alla sua vita. Questa volta farà la scelta giusta…

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Monica Cantieni (1965), lavora per la Radiotelevisione svizzera. Il suo romanzo Il cassetto delle parole nuove (Longanesi, pagg. 248, euro 14,90) è stato finalista allo Swiss Book Award 2011.
La trama: Lei non è una bambina come tante e non ha avuto molta fortuna nella vita. «Comprata» da un orfanotrofio per 365 franchi svizzeri, si ritrova catapultata nella periferia di una grande città del Nord Europa, un vivace caleidoscopio di gente di paesi e culture differenti, tra cui parecchi italiani, un mondo nuovo dove non tutto le è chiaro, e non solo perché non ci vede tanto bene. La bambina infatti ha qualche difficoltà a mettere insieme le parole, legarle al loro senso e al mondo che evocano. Sarà proprio la nuova famiglia adottiva a regalarle quel calore che finora le è mancato e che le permetterà di rimettere a fuoco le cose. In particolare, saranno il papà e il nonno ad aiutarla con un piccolo stratagemma: scatoline e cassetti dove mettere tutte le parole nuove in cui si imbatte ogni giorno. Nella geniale e tenerissima interpretazione del mondo che prende vita da questa fantasiosa classificazione di vocaboli, un giorno irromperanno un avvenimento e una parola tanto inattesa quanto cruciale…

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Viola Ardone (1974), ha lavorato per diversi anni nel campo dell’editoria ed è autrice di testi scolastici e di narrativa per ragazzi. Attualmente insegna italiano e latino nei licei. La ricetta del cuore in subbuglio (Editore Salani, pagg. 256, euro 14,90) è il suo primo romanzo.
La trama: Dafne è architetto, vive a Milano, è sicura di sé e indipendente, e cerca questa cura nelle leggi e nei simboli della matematica, provando a calcolare gli algoritmi delle emozioni. Ma la sua infanzia è rimasta nascosta da qualche parte. Non ha ricordi. Qualcosa si è incastrato in lei. La sua analista le suggerisce di voltarsi indietro per cercare quella bambina che si è perduta dentro di lei, di tenerla per mano e di provare ad ascoltare la sua voce. Attraverso il filo dei ricordi, la Dafne adulta ritrova la Dafne bambina, la sua città, Napoli, la sua famiglia. Non sarà facile questo incontro, perché quello che Dafne bambina ha da raccontare è ora commovente e tenero come il dolce della domenica, ora inquietante, come un incubo in una stanza buia, e sarà proprio laggiù, in un’infanzia che ha i colori, i sapori e i suoni del Sud, che Dafne scopre una ricetta, semplice ed efficace come quelle imparate dalle nonne. Una ricetta semplice e speciale per guarire dalla nostra inadeguatezza, per ascoltarsi, capirsi, affrontarsi e, ogni tanto, anche perdonarsi.

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Raffaello Mastrolonardo, pugliese, lavora in banca e scrive romanzi. Questo La scommessa (editore TEA, pagg. 320, euro 13) è il suo secondo romanzo (il primo era stato Lettera a Leontine).
La trama: Gian Lorenzo Manfredi, per gli amici Maestrale, è un uomo arrivato, orgoglioso e sicuro di sé. È un architetto di successo e sa godersi appieno le cose belle che la vita gli offre, comprese le molte distrazioni da una routine coniugale ormai troppo stretta. Si è fatto un nome nelle ristrutturazioni di prestigio, e grazie a ciò conosce i coniugi Vettori, ma soprattutto conosce lei: Miriam. L’incarico è restaurare una vecchia masseria, la Ginestra, e trasformarla in un luogo da sogno. Inaspettatamente le antiche mura di quella casa diventano la cornice di un amore che prima sboccia e poi divampa, nel quale Gian Lorenzo non crede e contro il quale è pronto a scommettere. Sullo sfondo di una Puglia autentica e assolata, presi per mano dai versi d’un grande poeta dimenticato, i due amanti metteranno in gioco se stessi e il loro mondo. Cambierà qualcosa?

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Darcie Chan, americana, è nata nel Wisconsin e cresciuta nelle piccole città di provincia di quello stato. Attualmente, vive a nord di New York City con il marito e il figlio. Cronache di piccoli miracoli (Editore Nord, pagg. 364, euro 16,90), il suo primo romanzo, è stato pubblicato – dopo che una decina di editori e più di 100 agenti letterari l’avevano rifiutato – con il meccanismo del self publishing, diventando un bestseller grazie al passaparola e un caso editoriale negli Stati Uniti come libro più venduto su Amazon nel 2011.
La trama: L’istante più bello della sua vita. Così Mary McAllister ricorda la prima volta in cui ha varcato la soglia della grande casa di marmo in cima alla collina di Mill River. Era il giorno del suo matrimonio e, tra le braccia di Patrick, il giovane più ricco e affascinante della città, Mary si era sentita al sicuro, protetta. Ancora non sapeva che l’animo di Patrick era nero come la notte e che quella casa sarebbe diventata la sua prigione… Sono passati sessant’anni dalla morte del marito, eppure Mary non riesce a dimenticarlo e ha ancora paura di lui, del suo carattere violento, dei suoi eccessi. In realtà, Mary ha paura di tutto e di tutti e vive come una reclusa, oggetto di chiacchiere e di congetture da parte degli abitanti di Mill River. L’unico suo contatto con l’esterno è padre Michael O’Brien, arrivato in quella tranquilla cittadina poco prima del matrimonio di Mary e vincolato a lei da una singolare promessa. Col tempo, padre O’Brien è diventato gli occhi e le orecchie di Mary; è l’unico a conoscere la vera storia della donna e, soprattutto, i numerosi segreti che la legano a ciascun abitante di Mill River. Segreti che adesso stanno per essere rivelati.

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Barbara Mutch, sudafricana, si divide fra la sua terra e Londra dove si occupa di consulenza aziendale e ha l’hobby di pilotare aerei oltre a scrivere. La sua prima fatica letteraria è questo La bambina dagli occhi di cielo (Corbaccio, pagg. 377, euro 16,40)
La trama: Cathleen Harrington lascia l’Irlanda nel 1919 e si trasferisce in Sudafrica per sposare l’uomo che ama, ma che non vede da cinque lunghi anni. Isolata e straniata in un ambiente così diverso da quello a cui era abituata, cerca conforto nella musica del suo pianoforte e nell’amicizia con la governante e con sua figlia Ada. In loro trova quell’amore e quella comprensione che la sua stessa famiglia non sembra poterle offrire. Sotto la guida di Cathleen, la piccola Ada, dotata di uno straordinario talento, diventa un’abile pianista e una lettrice vorace, anche di quel diario che Cathleen tiene gelosamente nascosto e in cui confida tutti i suoi segreti… E quando, passati gli anni, Ada suo malgrado tradirà la fiducia di Cathleen e sarà costretta ad abbandonarne la casa dove è stata allevata per scomparire nel nulla, Cathleen farà di tutto per ritrovarla nel nome di un’amicizia che oltrepassa il tempo, i rancori, lo status sociale.

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Richard Wiseman, psicologo, mago professionista, autore di numerose pubblicazioni accademiche e del recente saggio Cambio vita in 6 comode lezioni (Ponte alle Grazie, pagg. 354, euro 16,80) in cui spiega come sia ora di adottare un nuovo approccio al cambiamento, un approccio che abbia un fondamento scientifico, che rivoluzioni il pensiero convenzionale.
Di cosa parla il saggio: «Se volete una virtù, agite come se fosse già vostra»: questa la frase d’apertura del nuovo saggio di Richard Wiseman. Poche parole, pronunciate nell’Ottocento dal filosofo William James, che sintetizzano a meraviglia un approccio rivoluzionario alla vita. Riallacciandosi a questa visione, Richard Wiseman spiega che per modificare il proprio modo di essere e le relazioni con gli altri non basta nutrire pensieri positivi al riguardo: bisogna passare all’azione, agire “come se” si fosse già cambiati. Più che le idee, infatti, sono i gesti lo strumento più facile e potente per mutare il modo di pensare e di percepire il mondo circostante. Dalla felicità alla salute, dalla forza di volontà alla sicurezza in voi stessi, in sei “comode” lezioni con tanto di esercizi pratici imparerete semplici metodi da applicare quotidianamente per raggiungere i propri obiettivi.

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Alessandro Bartoletti, psicologo e psicoterapeuta, si è perfezionato in Neurobiologia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ricercatore associato e docente del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, è responsabile dello studio clinico affiliato e della sede didattica di Roma ed è autore di Lo studente strategico (Ponte alle Grazie, pagg. 196, euro 15), libro che in tempi di esami di maturità e affini è decisamente interessante
Di cosa parla il saggio: Chi non si è mai sentito terrorizzato il giorno prima di un’interrogazione o di un compito in classe, o non si è mai fatto prendere dal panico di fronte alle domande di un professore universitario particolarmente pignolo? E quante volte ci sarà capitato di leggere e rileggere un libro di testo senza riuscire a capirne o a ricordarne il contenuto? Tutti, o quasi, abbiamo sperimentato almeno in un’occasione il «blocco dello studente».Ma ci sono casi in cui una semplice difficoltà nello studio o in certe situazioni della vita scolastica si trasforma in un problema apparentemente insolubile, nonostante gli sforzi dei ragazzi, dei genitori e degli insegnanti. Questo libro propone l’applicazione della terapia breve strategica elaborata da Paul Watzlawick e Giorgio Nardone alle difficoltà degli studenti, spesso intrecciate in modo più o meno profondo allo spettro patologico che include le fobie e il disturbo ossessivo compulsivo. Dalle «tentate soluzioni» dei genitori di fronte ai deludenti risultati scolastici del figlio – fra cui gli intramontabili «Impegnati!», «Studia di più!» – alle strategie e agli stratagemmi terapeutici più raffinati, l’autore introduce fra i banchi di scuola un approccio paradossale e persino disarmante, ma proprio per questo in grado di aggirare i «blocchi» nell’apprendimento, dall’ansia di fronte a professori e commissioni d’esame alle trappole del perfezionismo «compulsivo», fino all’abbandono degli studi. Oltre a un resoconto teorico degli aspetti psicologici, sociologici e familiari di un ambito d’intervento così peculiare, viene dato ampio spazio alla casistica clinica, da sempre vero banco di prova della «tecnologia» strategica e della capacità del terapeuta di adattarsi al problema di ciascun paziente. In fondo, imparare a cavarsela a scuola è forse l’investimento più prezioso che possiamo fare: perché nella vita, si sa, gli esami non finiscono mai.
Scritto da Claudio Castellacci in Cultura pop

Aldo Cazzullo, giornalista e scrittore; inviato e editorialista del Corriere della Sera.
Via Po sta a Torino, come Broadway sta a New York. No, non in senso di show business, teatri e musical, ma in senso planimetrico. Sì, perché entrambe sono oblique rispetto alla griglia (più o meno) regolare delle strade che caratterizzano entrambe le città. Via Po, la strada dove si trova l’Università, è presa a simbolo della rinascita culturale di Torino, negli anni fra il 1950 e il 1961, da Aldo Cazzullo, inviato e editorialista del Corriere della Sera, in un libro dal titolo I ragazzi di via Po, appunto, uscito qualche anno fa e che oggi, l’editore Mondadori, ristampa nella meritoria collana Oscar (pagg. 304, euro 11).
Le città cambiano in fretta, scrive Cazzullo nella nuova introduzione, e Torino ancora di più. «La Torino di oggi è molto diversa non solo da quella degli anni Cinquanta, raccontata in questo libro, ma anche dalla Torino dei primi anni Novanta, quando cominciai a raccogliere le carte e le testimonianze da cui il libro è nato». Una ex capitale in divenire. Lo racconta anche Mimmo Fiorino, l’autista personale di Giulio Einaudi, nelle sue memorie (Alla guida dell’Einaudi, Oscar Mondadori, 2011) che partono dal 1979. Era bella anche allora, dice, ma molte piazze non erano ancora pedonalizzate, molti bei palazzi erano sporchi e malandati e c’era un’intera parte del centro storico in cui non andava mai nessuno da tanto era squallida, con le puttane sedute fuori dai portoni e gli spacciatori ovunque. In quel 1979, ricorda sempre Fiorino, sembrava essere soltanto la città della Fiat e della Juventus. Fabbrica e calcio.
Eppure aveva una grande storia alle spalle: prima capitale del Ducato di Savoia, del Regno di Sardegna, infine d’Italia; e dopo la guerra era stata la città dei “ragazzi di via Po”, il periodo in cui, racconta Cazzullo, Torino ritornò “capitale” grazie alla concentrazione di un gruppo di intellettuali come non si era mai vista che dettero vita a una stagione memorabile della cultura italiana. C’era ancora Norberto Bobbio, c’era ancora Carlo Fruttero («Le sue rughe si mimetizzavano con quelle del cuoio della poltrona su cui sedeva a fumare Gauloises e a raccontare di quando faceva il giostraio nelle Fiandre, girava per Parigi in triciclo a consegnare sidro»), c’era ancora Edgardo Sogno, Giorgio Bocca, Fred Buscaglione, Raf Vallone, Giovanni Arpino, Enzo Tortora, Edoardo Sanguineti, Elémire Zolla, Vittorio Foa, Luciano Foà, Rita Levi Montalcini, Vittorio Valletta, c’erano Gianni e Umberto Agnelli; e poi Umberto Eco, Claudio Magris, Furio Colombo, Gianni Vattimo, Piero Angela, Enza Sampò, Guido Ceronetti, Pietro Citati, Giampaolo Pansa. Praticamente il Gotha della cultura, dell’industria, del giornalismo.

Le vere serate mondane torinesi di anni Cinquanta sono quelle musicali. Fred (Ferdinando) Buscaglione (1921-1960) iniziò ad esibirsi, ancora adolescente, nei locali notturni della città come cantante jazz, diventando poi uno dei performer più in voga alla fine degli anni Cinquanta.
È una Torino sparita quella che Cazzullo racconta in questo libro, così come quella raccontata da Ernesto Ferrero in I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli, 2009). «È sparita la Torino dura e viva degli anni Cinquanta e Sessanta, dove si costruiva la modernità italiana: la tecnologia, il design, la pubblicità, la comnicazione, la cultura, l’arte povera; e tutto – il Politecnico, gli atelier di Pininfarina e Giugiaro, lo studio Testa, la Stampa, l’Einaudi, il Partito comunista, la Juventus, l’Università, le sperimentazioni artistiche – tutto era in qualche modo legato, per affinità o contrapposizione, alla grande fabbrica, alla Fiat».
La storia di questo libro ha anche un risvolto personale che coinvolge direttamente l’autore, a cui cambierà la vita. Gianni Agnelli lesse I ragazzi di via Po appena uscito, nel 1997, e ne parlò persino con Gad Lerner nel corso di un’intervista, definendolo «un bellissimo libro sulla Torino degli anni Cinquanta». Poi mandò a chiamare Cazzullo che ricorda: «Passammo due ore insieme in corso Matteotti. Alla fine mi chiese cosa volessi fare. Siccome alla Stampa, dove lavoravo, era vacante la sede di corrispondenza di Bruxelles, risposi – mentendo – che mi sarebbe piaciuto andare lì. Lui capì subito: “Ma no, un posto così noioso… perché non va alla nostra redazione romana?”. Un mese dopo il nuovo direttore, Marcello Sorgi, mi propose di trasferirmi a Roma». E da lì la sua carriera prende il volo.
In un’ultima osservazione, Cazzullo non si dice pessimista sull’avvenire di Torino e dell’Italia, ma, si chiede, se i ragazzi che oggi hanno vent’anni siano predisposti alla fatica e alla speranza come lo furono i loro coetanei del dopoguerra. La sua risposta è: «Non lo so». Forse, nelle loro scelte, può aiutarli la lettura di questo libro. Sempre che sappiano leggere.

Una storia di formazione nella città della Rai, della Fiat, dell’Einaudi.
Scritto da Claudio Castellacci in Cultura pop

Aurora boreale
Se piove, fa cattivo tempo o si scatenano le forze della natura, nella vulgata popolare le possibili cause sono due, una laica e una religiosa: il governo (ladro) o Dio. Del primo è conosciuto il proverbio. Del secondo sono note le molte esternazioni ammonitrici: dalle aurore boreali – ma anche le forti nevicate, le valanghe, le inondazioni e le relative conseguenze come carestie e malattie – all’uragano Katrina. Raccontano gli storici che una violenta collera di Dio si scatenò – una delle tante volte in cui si è innervosito – nel centro Europa il 28 dicembre 1560 alle cinque e tre quarti di mattina, quando nel cielo apparve una luce: dapprima bianca, poi rossiccia, infine bluastra. Dapprima si pensò a un vasto incendio, poi, visto che non bruciava niente, si pensò a un segno di Dio. E la gente pregò: «Voglia il Signore essere clemente e concederci la sua Grazia, in modo che, dopo questa visione terribile e spaventosa, noi possiamo migliorarci e convertirci, per sua Lode e Onore, e per il nostro bene. Amen».
Una recente collera di Dio si è manifestata, almeno secondo le teorie del predicatore fondamentalista Pat Robertson, star del Partito Repubblicano, con l’uragano Katrina (il 23 agosto 2005 si scatenò uno dei cinque più disastrosi uragani che abbiano colpito gli Stati Uniti) che ha distrutto gran parte della città di New Orleans, perché secondo Robertson e i suoi seguaci «gli uragani colpiscono soprattutto le città e le comunità che Dio vuole punire per i loro peccati». Siamo nel XXI secolo, ma la metafora della vendetta divina per i peccati commessi dagli uomini non è stata ancora dimenticata, scrive Wolfgang Behringer nel suo libro Storia culturale del clima (editore Bollati Boringhieri, pagg. 352, euro 26), da cui si evince, fra l’altro, che noi esistiamo proprio grazie all’odiato riscaldamento globale, caratteristica dell’epoca geologica in cui viviamo (Olocene, termine coniato nel 1885 al Congresso internazionale dei geologi) che ha preso il via circa 11mila anni fa.
Già, perché l’evoluzione dell’Homo sapiens, spiega Behringer, avvenne in una fase della storia climatica a cui non si può non pensare con terrore e cioè dopo l’«inverno vulcanico» prodottosi con l’esplosione del vulcano Toba (a nord di Sumatra) avvenuta circa 75mila anni fa, che spinse nella stratosfera una quantità di polveri tale da oscurare il cielo per diversi anni e pregiudicare la catena alimentare sia sulla terraferma che negli oceani. Il risultato fu che la specie umana fu falcidiata tano da rischiare l’estinzione. Col ripristino della vegetazione (e del riscaldamento planetario), scrive Behringer, i sopravvissuti godettero di un potenziale di sviluppo senza precedenti, poiché poterono ripopolare l’ambiente naturale senza che la concorrenza per la vita limitasse la loro propagazione. Fu proprio, quindi, il riscaldamento globale dell’Olocene a rendere possibili i «climi propizi alla civiltà. Fu in quest’epoca che l’uomo cominciò a intervenire in maniera massiccia sulla natura, trasformandola in un paesaggio culturale».
Il libro di Behringer è un pozzo di informazioni con cui comparare avvenimenti storici e mutamenti climatici. Prendi l’Alto Medioevo, epoca di estrema insicuezza climatica che portò alla decimazione della popolazione scesa al livello più basso mai registrato nella storia. Il motivo? Ondate di freddo, inondazioni, piogge, temporali, nevicate, gelate con conseguenti cattivi raccolti e carestie dovute alle ridotte capacità di stoccaggio dell’epoca. La minaccia delle carestie, della fame e delle epidemie era più grave di quella delle guerre. Racconta Behringer della minaccia costituita dai branchi di lupi che assalivano greggi e viandanti e cita l’episodio di un lupo che ormai allo stremo (si era nell’843, anno di fame nera) irruppe in una chiesa durante la messa domenicale. Tanto che l’imperatore Carlo Magno ordinò che in tutte le contee del suo impero fossero assoldati dei cacciatori di lupi. E uno si chiede, ma perché mai a scuola, oltre a far studiare battaglie e date senza senso non si inquadrano i periodi storici in un contesto più ampio, magari raccontando di Carlo Magno e della caccia al lupo? Mistero gaudioso.

Allagamento in Europa centrale, in una delle raffigurazioni del pittore Johann Jakob Wick (1522-1588)
Il clima ha persino condizionato la storia della moda. Le cronache ci dicono che nella prima parte del XVI secolo l’abbigliamento delle classi alte fosse più leggero che in seguito, basta verificare con i celebri ritratti dell’epoca per notare abiti confezionati in seta leggera, uomini con pantaloni stretti e dame dalle ampie scollature e maniche traforate, accusate – e ti pareva – di provocare «eccitazione erotica». Il fatto era che la moda rifletteva le condizioni climatiche del tempo. Tanto che nella seconda metà del secolo furono i tessuti pesanti a diventare di moda, così come i mutandoni di lana lavorati a maglia che aiutavano a preservare le parti intime nella battaglia contro il freddo pungente. Freddo che si ritroverà ben ritratto in una famosa opera di Brueghel – Il ritorno dei cacciatori – che Behringer definisce «il prototipo di tutti i paesaggi invernali» e che, non è un caso, usa per illustrare la copertina del suo libro (vedi sotto).

Pieter Brueghel il Vecchio (1525-1569) “Il ritorno dei cacciatori”.
Le ripercussioni di queste «piccole ere glaciali» si evidenzieranno anche in musica con sempre più frequenti composizioni di salmi penitenziali scritti per cercare di placere la collera di Dio di cui sopra, e in letteratura con un aumento di racconti raccapriccianti e scritti dedicati ai prodigi, come le aurore boreali che citavamo all’inizio. Annota Behringer: «Si cercavano segni della volontà divina negli aborti, nelle nascite prodigiose o “diaboliche”, nella scoperta di animali e piante sconosciuti, nei mostri in generale, in ogni sorta di malformazione della natura». Clima compreso.
Si riuscirà a uscire da questa «valle di lacrime» solo quando si comincia ad affrontare i mutamenti climatici in maniera razionale, finendola, o comunque arginando la ricerca di capri espiatori e peccatori vari (anche se mentre scrivo mi sorge un dubbio: che i rivolgimenti climatici degli ultimi tempi non siano dovuti ai peccati “eleganti” che il P.M. Ilda Bocassini va cercando nell’inchiesta che vede coinvolta la nipote di Mubarak?).
E oggi? Behringer cita il premio Nobel olandese Paul Crutzen – noto per le sue ricerche sulla chimica dell’atmosfera e sul buco dell’ozono – che sostiene che il clima attuale è talmente influenzato dalle attività dell’uomo da rendere impossibile parlare ancora di un periodo climatico “naturale”. L’Olocene sarebbe terminato e al suo posto sarebbe subentrata una nuova era: l’Antropocene in cui l’uomo avrebbe sfasato il ritmo della natura che prevedeva un periodo di raffreddamento del clima, mentre – purtroppo – stiamo vivendo una nuova età del riscaldamento. Per fortuna il libro di Behringer termina con una nota positiva.
Il clima cambia, è sempre cambiato, dice. «Come vi reagiamo è una questione di cultura. Non lasciamo l’interpretazione dei mutamenti climatici nelle mani di chi non sa nulla della storia della civiltà. Gli uomini non sono come gli animali che devono subire passivamente ogni trasformazione del loro mondo. Se farà più caldo ci prepareremo. I tempi cambiano, e noi con loro».

La storia non è fatta solo di re, imperatori e guerre, ma anche di clima e delle sue variazioni.
Scritto da Claudio Castellacci in Cultura pop

«Il pedone rimane il più grande ostacolo al libero fluire del traffico». La frase – geniale nella sua demenzialità – attribuita a consulenti per il traffico del sindaco di Los Angeles (ma mi sembrerebbe più appropriata in bocca agli incompetenti amministratori nostrani, visto il degrado di Milano, Roma, Napoli, tanto per citare sommi, anzi direi sublimi, esempi di inefficenza), è citata da Adriano Labbucci nel suo libro Camminare, una rivoluzione (Donzelli, 2011).
Camminare è, secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani, un «movimento ritmico e alterno degli arti mediante il quale si compie la traslazione del corpo in avanti (o indietro) sia nell’uomo sia negli animali. La distanza (circa 70 centometri) corrispondente a un’apertura di gambe nel camminare». Da dove si comincia a camminare?, si chiede Rebecca Solnit, autrice di una Storia del camminare (Bruno Mondadori, 2002) «I muscoli si tendono. Una gamba è il pilastro che sostiene il corpo eretto tra cielo e terra. L’altra, un pendolo che oscilla da dietro. Il tallone tocca terra. Tutto il peso del corpo rolla in avanti sull’avanpiede. L’alluce prende il largo, ed ecco, il peso del corpo, in delicato equilibrio, si sposta di nuovo. Le gambe si danno il cambio. Si parte con un passo, poi un altro e un altro ancora che, sommandosi come lievi colpi su un tamburo, formano un ritmo: il ritmo del camminare. La cosa più ovvia e più oscura del mondo è questo camminare, che si smarrisce così facilmente nella religione, la filosofia, il paesaggio, la politica urbana, l’anatomia, l’allegoria e il crepacuore».
Già, perché chi è religioso sembra cammini molto, basta dare un’occhiata a qualche titolo di libro sull’argomento: Camminare nella luce dell’amore, Camminare con Cristo, Camminare nella comunione, Camminare con gli ultimi, Credere è camminare e via di seguito. Anche i filosofi camminano molto, o almeno camminavano quelli della scuola peripatetica, e indulgevano molto in questa attività anche Thomas Hobbes (aveva un bastone da passeggio con calamaio incorporato per appuntare le idee mentre camminava), Immanuel Kant o Friedrich Nietzsche, grande camminatore, frequentatore delle montagne dell’Engadina, che affermava: «Per diletto io mi rivolgo a tre cose, e che meraviglioso svago mi procurano – il mio Schopenhauer, la musica di Schumann e, infine, le passeggiate solitarie».
E per non smentire quest’amore dei filosofi per l’arte di camminare ecco uscire un libro di Frédéric Gros, docente di filosofia all’Università di Parigi-XII e all’Istituto di Studi Politici della capitale francese, dal titolo Andare a piedi, sottotitolo: Filosofia del camminare (Garzanti, pagg. 232, euro 14,90) che si dice decisamente daccordo con Nietsche: «Per camminare bisogna essere soli». Essere in compagnia costringe a parlare, aspettarsi, creare combriccole, finendo col trasferire in montagna (già, perché le vere camminate si fanno in montagna) le nevrosi della città, le stesse chiacchiere. Essere immersi nella Natura, scrive Gros, è invece una sollecitazione permanente. «Tutto ci parla, ci saluta, richiama la nostra attenzione: le piante, i fiori, il colore dei sentieri, il soffio del vento, il ronzio degli insetti, la corsa dei ruscelli. Anche la pioggia». Insomma, non si è mai “soli” quando si cammina.
Un grande vantaggio del camminare è che non appena si parte, le notizie – le news 24 ore su 24, i telegiornali & Co. – non hanno più importanza. È incredibile, dice Gros, come camminando uno arrivi a domandarsi come poteva trovare interessanti certi fatti. «In confronto al lento respiro delle cose, l’ansimare quotidiano pare un’agitazione vana, morbosa». Camminando non si fa nient’altro che camminare. Quando si parte si lascia il proprio mestiere, i vicini, gli affari, le abitudini, le seccature. «Nulla delle nostre conoscenze, delle nostre letture, delle nostre relazioni può servirci: bastano due gambe e grandi occhi per vedere». Camminare non è un passatempo. «Non si cammina per ammazzare il tempo, ma per accoglierlo, sfogliarlo passo per passo».
E poi, se proprio la volete sapere tutta, se non vi interessano le elucubrazioni filosofiche e siete interessati a risultati concreti, camminare – dice uno studio condotto nell’arco di sei anni dal dottor Paul T. Williams del Lawrence Berkeley National Laboratory - aiuta a prevenire la pressione alta, il colesterole e il diabete. Cosa volete di più?

Scritto da Claudio Castellacci in Cultura pop

Foto © Laila Pozzo
«I computer sono macchine senza precedenti e vanno affrontati con uno spirito nuovo e diverso», scriveva Michael Crichton nel libro Electronic Life: How To Think about Computers (pubblicato in Italia da Garzanti, nel 1984, col titolo: La vita elettronica: chi ha paura del computer?). Siamo nel lontano 1982, anno in cui la rivista Time elegge il computer «l’uomo dell’anno». Siamo all’alba della rivoluzione tecnologica, quando la diffusione negli Stati Uniti dei cosiddetti “computer domestici” era di circa 5 milioni di unità, un aumento notevole rispetto alle 5000 macchine del 1978. Rileggere oggi il libro di Crichton è come fare un salto nella preistoria dell’elettronica, nelle radici di un dibattito che oggi vede i commentatori spostare la propria attenzione dalla macchina computer, l’hardware, alla Rete che in quel 1982, quando viene definito il protocollo TCP/IP, era ancora allo stato embrionale. Internet nascerà “ufficialmente” l’anno successivo, con la divisione della Rete (che allora si chiamava Arpanet) in una versione civile (quella che conosciamo oggi, appunto) e una militare: Milnet.
Una cosa è certa: i libri che parlano di tecnologia, di computer, di rete, di algoritmi e affini hanno la peculiarità di diventari obsoleti nel giro di uno sbadiglio. Per stare dietro alle novità vanno “consumati” velocemene per passare altrettanto velocemente al libro successivo. Sono pochi i titoli che possono vantare un respiro lungo. Fra questi c’è certamente il saggio di Jaron Lanier dal titolo Tu non sei un gadget uscito “ben” tre anni fa da Mondadori (alla cui lettura dovrebbe dedicarsi con estrema attenzione il comico ragioniere Giuseppe Piero Grillo, detto Beppe); c’è L’ingenuità della rete di Evgeny Morozov (Codice Edizioni, 2011) e ora esce da Einaudi il libro di Gianni Riotta, Il web ci rende liberi? (pagg 154, euro 20) che evita il pericolo di lanciarsi in analisi tecnologiche per restare in un ambito direi quasi di «storiografia contemporanea della rete», utilizzando la tecnica giornalista dell’inchiesta a più voci di cui Riotta è grande esperto. Alla domanda del titolo l’autore risponde che «è possibile che il web ci renda liberi solo nella misura in cui noi riusciremo a renderlo libero. Il web ci renderà ignoranti se noi lo rendiamo ignorante. Il web sarà Inferno o Paradiso se a programmarlo saranno Demoni o Angeli. Sarà invece solo umano se a costruirlo saremo noi esseri umani. Bene e Male del web siamo noi». Praticamente ciò che diceva trent’anni fa Michael Crichton: «Gli esseri umani sono più importanti dei computer. Usare un computer è facile. Non è altrettanto facile fare buon uso del computer».
Ma anche i geni talvolta non c’azzeccano. Già, perché nel suo libro, a proposito del futuro del computer portatile Crichton scriveva: «Non ho mai capito a chi dovrebbe servire un computer, munito di relativi programmi, così piccolo da poterselo portare appresso in auto o in aereo, se non a qualcuno che adora le novità. Secondo me il bello del computer è che svolge il lavoro così in fretta da permetterti di oziare durante il viaggio». Di rimando, quasi in un botta e risposta involontario, Riotta oggi scrive: «Come i contemporanei della scrittura e della stampa, noi, generazione che vive all’alba del web, ci dividiamo tra speranze smodate e apocalittiche profezie di disgrazia: e come i bisnonni davanti al grammofono non capiamo l’uso futuro delle meravigliose invenzioni che la tecnologia ci porta ogni giorno a casa e al lavoro». E ancora: «Restiamo affascinati dalla tecnica formidabile, ma è il mutamento dei contenuti, che arriva di solito dopo la prima generazione di esperimenti, a radicare nuove culture».
Sul web, per ora, fa notare ancora Riotta (meditate voi che vi occupate di digitale nelle grandi case editrici) «ci limitiamo a stampare Bibbie in latino e mandare Sos da navi in naufragio o stazioni ferroviarie isolate dalla bufera, come nelle intenzioni di Gutenberg nel Quattrocento e della Electric Telegraph Company nella Gran Bretagna dell’Ottocento. Travasiamo contenuti tradizionali nei nuovi media». E, per par condicio, meditate anche voi (ciechi seguaci del cyber-utopismo) che pensate che il web ci renda assolutamente liberi, perché, per dirla con Morozov «non è possibile mettere internet al centro di un progetto di sviluppo della democrazia senza mettere a repentaglio la buona riuscita del progetto stesso. In sé e per sè internet non fornisce niente di sicuro: troppe situazioni hanno dimostrato come rafforzi i forti e indebolisca i deboli». Ricordate che «la tecnologia cambia in continuazione, la natura umana quasi mai».

Foto © Laila Pozzo
Post Scriptum: Se vi interessa il dibattito digitale, vi segnalo anche due libri appena usciti dall’editore Laterza: il primo di Francesco Antinucci, direttore di ricerca al CNR, dal titolo L’algoritmo al potere, sottotitolo Vita quotidiana ai tempi di Google (pagg. 120, euro 8,50); il secondo è Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati, direttore di ricerca del CNRS all’Institut Nicod a Parigi (pagg. 142, euro 15), in cui l’autore si chiede se il libro di carta sia morto. Non è vero, risponde. È la lettura che è stata rubata. Dobbiamo ora capire quali conseguenze ci sono per chi legge in digitale, e come fare per riconquistarla. Casati afferma anche che i cosiddetti nativi digitali non esistono e che se veramente esistessero la scuola farebbe meglio ad aiutarli a guardare fuori degli schermi; che non c’è un sostituto elettronico dell’insegnante; e soprattutto che il libro di carta sarà pure a rischio commerciale a causa del suo cugino elettronico, ma è assolutamente insostituibile dal punto di vista cognitivo, perché protegge e non aggredisce la nostra risorsa mentale più preziosa: l’attenzione. Dunque, se potete scegliere fra un libro digitale e uno di carta non esitate: scegliete la carta. A meno che non siate un inguaribile snob o state volando non stop fra Milano e Sydney e per evitare il sovrappeso del bagaglio avete optato di leggere sull’iPad. Solo in questo caso siete giustificati.
Scegliete la carta soprattutto se il libro digitale è “protetto” dai DRM, una tecnologia apparentemente antipirateria che si sta dimostrando scoraggiante, commercialmente sbagliata e che crea solo frustrazione nei lettori (leggere a questo proposito un recentissimo articolo apparso su Publishers Weekly sui sette miti da sfatare a proposito dell’editoria digitale e dei DRM in particolare).

Scritto da Claudio Castellacci in Cultura pop

Una notte africana del 1943, mentre nel mondo infuria la guerra, tre italiani fuggono da un campo di prigionia e scalano il Monte Kenya con mezzi di fortuna. Diciassette giorni di libertà, incoscienza e fame per poi tronare a riconsegnarsi ai carcerieri inglesi.
E dunque, che razza di libro è questo Point Lenana che l’editore Einaudi (pagg. 604, euro 20) ha appena pubblicato? Lo si può definire in molti modi, a partire, da come spiegano gli stessi autori – Wu Ming 1 (pseudonimo dello scrittore e traduttore di Stephen King, Roberto Bui) e Roberto Santachiara (agente letterario) – «racconto di tanti racconti che parla di uomini che vagarono sui monti», in particolare del triestino Felice Benuzzi, funzionario coloniale a Addiss Abeba, catturato nel 1941 quando la città venne conquistata dagli Alleati (divenne il prigioniero di guerra n. 41033, internato dagli inglesi nel campo di Nanyuki, alle pendici del monte Kenya) e protagonista, insieme al medico genovese Giovanni Balletto (detto Giuàn) e al camaiorese Vincenzo Barsotti, di una clamorosa “evasione temporanea” di 17 giorni. Ma, badate bene, una storia senza retorica del tipo: «Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi, eccetera, eccetera», solo il resoconto (con molto di più) di un gesto “sportivo” di tre civili che, come tale, sarà (molto) apprezzato dagli stessi inglesi.
Il 29 gennaio 1943 i tre evadono lasciando un messaggio per il responsabile del campo, in cui lo rassicurano che sarebbero tornati entro un paio di settimane, per andare a scalare il monte Kenya, la seconda cima più alta dell’Africa dopo il Kilimagiaro. A metà percorso, un malore di Barsotti e una tempesta di neve spingono però i tre a soprassedere all’obiettivo che si erano dati, la vetta principale del monte, per tentare di scalare l’obiettivo secondario: la punta Lenana (prende il nome da un capo Masai, alta 4985 metri) che raggiungono con relativa facilità e su cui issano la bandiera italiana. Raggiunto lo scopo, rientrano al campo e si consegnano all’ufficiale responsabile che, da buon inglese, riconoscendo la sportività del gesto, li condanna a una sola settimana di prigionia. La bandiera piantata dagli italiani sulla punta Lenana fu recuperata una settimana più tardi dagli inglesi e per anni rimase a Nairobi nella sede del Club della Montagna del Kenya. Nel 1948 il reperto fu (sconsideratamente) donato al Cai di Milano. Da allora se ne sono perse le tracce.
La notizia del gesto verrà addirittura ripresa dal Times di Londra e, in seguito, Benuzzi racconterà l’impresa in un libro scritto prima in inglese (No Picnic on Mount Kenya) e poi autotradotto e riadattato in italiano (con molti agiustamenti) col titolo Fuga sul Kenya, recentemente ripubblicato da Corbaccio. Nel settembre del 2007, anche la rivista National Geographic pubblicherà un reportage del giornalista Matthew Powell e del fotografo, Bobby Model, che ripercorreranno lo stesso tragitto di Benuzzi, Balletto e Barsotti, dal titolo Escape to Mount Kenya.
Ma torniamo alla domanda iniziale – che razza di libro è questo Point Lenana? La risposta non è semplice. Apparentemente è, come dicevamo, la storia di un’evasione e di una scalata, ma c’è di più. C’è il metodo con cui è stato messo insieme il libro che nasce da un’idea di Roberto Santachiara che in veste di agente letterario, prima, lancia l’idea che, poi, realizza come co-autore e che, infine, gestisce di nuovo come agente letterario. E poi c’è la tecnica giornalistico-documentaristica del secondo (o primo a secondo della prospettiva) autore che “stravolge” il genere e conduce il lettore in una labirintica indagine ai limiti del poliziesco dove una serie di testimoni diretti e indiretti sono interrogati per ricreare un affresco che va al di là della storia stessa. Uno dei «lettori di prova», Filippo Sottile, invitato dagli autori a dare un giudizio preventivo al testo aveva commentato: «È come se aveste preso tessere da puzzle diverse e le aveste utilizzate per creare una nuova figura, abnorme, frankensteiniana, ma viva. [...] Con Point Lenana è come se osservassimo il lavoro delle componenti di un ascensore antico di cui molte parti sono visibili attraverso griglie metalliche, che salendo e scendendo dalla tromba delle scale gli si avvolgono intorno, accompagnati dai ricordi del portiere del palazzo: sì, una volta, la Stoppani, quella del terzo, è rimasta chiusa per tre ore…».
Ma questo libro è anche un po’ Tre uomini in barca, soprattutto nella prima parte, quella in cui il Roberto che si cela sotto lo pseudonimo Wu Ming 1 cerca di dissuadere l’altro Roberto dal coinvolgerlo nell’impresa («Mi verrà il mal di montagna. Non si rischia l’edema cerebrale? Uno che morì di edema cerebrale era Bruce Lee (o forse fu ucciso da sicari della mafia cinese). Io sono un padre di famiglia. Ma il Kenya non è uno dei luoghi a più alta concentrazione di riccastri italiani? Villoni rutilanti, cafonauti carichi di platino e gioielli, sottoboschi di amici di politici in Lamborghini?»). Tutto inutile. L’altro Roberto smonta, pezzo per pezzo, le obiezioni dell’amico. E in tre (alla spedizione parteciperà anche Cecilia, moglie di Santachiara), più le guide, partiranno per la spedizione, nonostante lo scetticismo iniziale di Claudia, la compagna di Wu Ming 1, il quale però ricevette l’inaspettato sostegno della figlia Matilde di quattro anni che gli dette il consiglio più saggio di tutti: «Vai su una montagna? Stai attento a non cadere giù».
«Sin dagli albori dell’alpinismo il resoconto è stato parte dell’impresa», scrive Wu Ming 1. «Senza il resoconto, non solo non esisterebbe l’alpinismo, ma non esisterebbe nemmeno la montagna, intesa come costruzione culturale, mito che sempre si nara e sempre affascina. Sono stati i racconti di esploratori e alpinisti a creare la montagna quale oggi la conosciamo e a trasformare l’atto di scalarla in un’impresa che si inserisce in una tradizione». E lo stesso Wu Ming 1, mentre arranca per il massiccio del Kenya si chiede come sarebbe stato il suo scrivere di montagna. Il risultato, se i due Roberti mi passano l’analisi, è che questo libro di montagna non è un libro di montagna, ma una gran bella inchiesta giornalistica (lo dico con un pizzico di invidia) come non se ne fanno spesso. Ma soprattuto è il risultato di un’intelligente operazione editoriale da cui molti direttori di giornali, molti responsabili di case editrici, molti (patetici) amministratori delegati di grandi case editrici dovrebbero imparare, invece di aspettare, seduti dietro la scrivania, che qualcuno scriva il Grande Romanzo e glielo scodelli già editato e magari impaginato (tanto per risparmiare) o, in alternativa, piangere su «c’è la crisi dell’editoria» e giù tagli. Il problema è la (mancanza di) fantasia, di creatività, in fondo, di professionalità di molti “addetti ai lavori”. E non è un caso che una simile operazione editoriale sia partita dal (forse) più “americano” degli agenti letterari italiani, Roberto Santachiara, appunto, che, per l’occasione si è anche trasformato in art director (già perché l’elaborazione grafica dell’immagine di copertina è sua, a partire da un’immagina di Ginger Rogers e Fred Astaire che ballano il tip tap nel film Follow the Fleet, con sullo sfondo il monte Kenya).
Già, perché è così che si fa. È così che un “libro di montagna” può diventare un case history da manuale. Anche se poi, il traduttore di Stephen King, tornato a Bologna, per giorni se ne sarebbe andato in giro vestito da alpinista della domenica: «Non riuscivo a staccarmi dai giorni del Kenya», confesserà. Fin quando la moglie Claudia gli farà presente che, in fondo, era stato in Africa solo otto giorni e che avrebbe fatto bene a farla finita «con ‘sto trip alla Hemingway». Sì, ma che giorni, fu la risposta.
Scritto da Claudio Castellacci in Cultura pop

Una caricatura di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo slogan recita: «Becchiamolo con i “panzer” calati!».
C’è chi dice che Adolf Hitler era un clown. Sia quel che sia, la storia insegna che bisogna sempre diffidare dei clown che si danno alla politica. Per lo scrittore e giornalista tedesco Timur Vermes, autore del libro Lui è tornato (Bompiani, pagg. 448, euro 18,50), Adolf Hitler (il «Lui» del romanzo) è infatti «un abilissimo personaggio capace di sedurre magari anche oggi, molto più di quanto non vogliamo immaginare». Il libro è schizzato in cima alle classifiche di vendita all’indomani della sua uscita e, al momento, nella sola Germania si parla di 600mila copie vendute. «Io speravo di venderne al massimo 70mila», confessa l’autore.

Romanzo d’esordio di Timur Vermes.
La trama è questa: è l’estate del 2011. Adolf Hitler si sveglia in uno di quei campi incolti e quasi abbandonati che ancora si possono incontrare nel centro di Berlino. Egli non può fare a meno di notare che la guerra sembra cessata; che intorno a lui non ci sono i suoi fedelissimi commilitoni; che non c’è traccia di Eva. Non può non sentire un forte odore di benzina esalare dalla sua divisa sudicia e logora; e non riesce a spiegarsi l’intorpidimento delle sue articolazioni e la difficoltà che prova nel muovere i primi passi in una città piuttosto diversa da come la ricordava. Regna infatti la pace; ci sono molti stranieri; e una donna (sì, proprio una donna, per giunta goffa), tale Angela Merkel, è alla guida del Reich. 66 anni dopo la sua fine nel Bunker, contro ogni previsione, Adolf inizia una nuova carriera, stavolta a partire dalla televisione. Questo nuovo Hitler non è, tuttavia, né un imitatore, né una controfigura. È proprio lui, e non fa né dice nulla per nasconderlo, anzi, è tremendamente reale. Eppure nessuno gli crede, nessuno lo prende sul serio: tutti lo prendono per uno straordinario comico, tutti lo cercano, tutti lo vogliono, tutti lo imitano, viene invitato in tv, nei salotti buoni, scala la politica. Il mondo che Hitler incontra 66 anni dopo, infatti, è cinico, spudorato, bramoso di successo e incapace di opporre qualsiasi resistenza al “nuovo” demagogo. Al massimo riesce ad apporre il compulsivo “mi piace” “non mi piace” dei social network.
In un’intervista rilasciata al Venerdi, Timur Vermes spiega i meccanismi di seduzione del suo Hitler (che poi è il simbolo di tutta una genìa di politici che purtroppo conosciamo molto bene). Dice: «È un ottimo oratore. Non offre soluzioni, ma intrattiene con efficacia. Prende posizione, posizioni aberranti ma con opinioni ferme. In una società in cui la gente cerca sicurezza, lui è attraente perché, a suo modo, parla chiaro. Abbiamo una democrazia, ma siamo attratti da persone che parlano come i dittatori». In Italia ne sappiamo qualcosa.

Charlie Chaplin in una scena di “Il grande dittatore” (1940), il primo film sonoro di Chaplin in cui fa la parodia di Adolf Hitler. La pellicola ottenne cinque nomination all’Oscar, ma nessuna statuetta.
La figura di Adolf Hitler (uno che, guarda caso, soffriva di complesso dell’altezza) è stata molto usata all’interno della cultura popolare, cinema e letteratura in particolare. Celebre la parodia che ne fece Charlie Chaplin nel film Il grande dittatore. Sul fronte letterario, ricordiamo, fra i tanti romanzi, La svastica sul sole di Philip K. Dick dove si immagina che le forze dell’Asse abbiano sconfitto gli Alleati e il nazismo si sia diffuso in tutto il mondo; o il celebre Fatherland di Robert Harris, da cui è stato tratto anche un film, in cui – anche in questo caso – la Germania nazista ha vinto la guerra e il mondo è diviso tra Stati Uniti e il Terzo Reich. Gerarchi tedeschi come Himmler e Göring sono morti, mentre lo stesso Hitler, insieme a Reinhard Heydrich e Joseph Göbbels sono ancora al potere.
Tutti questi romanzi – compreso, in un certo senso, il recente Lui è tornato – fanno parte di quel genere di narrativa fantastica che va sotto il nome di ucronìa che si basa sull’assunto che la storia del mondo abbia seguito un corso diverso rispetto a quello reale. Fra i più recenti ricordiamo Il complotto contro l’America di Philip Roth in cui si racconta della vittoria dell’aviatore Charles Lindbergh (di presunte simpatie nazionalsocialiste) alle elezioni presidenziali americane del 1940 che portano gli Stati Uniti a dichiarare la loro neutralità nel secondo conflitto mondiale, e alla firma di un patto di non aggressione sia con Hitler che con il Giappone.

Lo scrittore Timur Vermes.
Tornando al libro di Timur Vermes è interessante leggere anche la lunga serie di note finali, tutte introdotte da un «Forse può interessarvi anche sapere che…», ma soprattutto scoprire le parti in cui l’autore spiega come e perché è arrivato a scrivere questo romanzo, le interpretazioni del personaggio, le fonti a cui si è rifatto per tracciare il profilo del “suo” Hitler. Innanzitutto si è procurato l’Hitler-pensiero raccolto nel Mein Kampf (La mia battaglia), lettura che più di altre ha stupito Vermes. «Per chiunque cresca in Germania, Hitler è un tema che lo acompagna fin dall’infanzia. La prima e più semplice spiegazione che si ottiene da bambini è che Hitler fosse malvagio oppure pazzo. E come ogni vero folle, Hitler aveva metodo. La sua non era una forma qualsiasi di ridicola pazzia, aveva una sua logica: viveva in un mondo pazzesco completamente chiuso in se stesso. Peter Ustinov ha detto una volta: “Chi non ha dubbi, è pazzo”. E Hitler non aveva nessun dubbio». Sono invece i Monologhi dal quartier generale del Führer trascritti da Heinrich Heim, l’altra importante fonte di Vermes, in cui Hitler, tra carte geografiche e strategie, spiegava ai suoi generali Dio e il mondo. E per fortuna che quello vero (a differenza di quello raccontato da Vermes) non aveva a disposizione la Rete.
Post Scriptum: Se dopo aver letto questo Lui è tornato vi venisse voglia di approfondire l’argomento da un punto di vista storico e capire come sia stata possibile l’ascesa al potere di Hitler e della sua corte, potete leggere il documentatissimo Alla corte del Führer (Mondadori, 2006) del giornalista e storico Anthony Read. Un solo avvertimento, non è una lettura da spiaggia: si tratta di un tomo di mille e passa pagine. Ma merita lo sforzo.
Scritto da Claudio Castellacci in Cultura pop

In copertina del libro di Stefano Bartezzaghi, Brigitte Bardot alle prese con un cruciverba.
Preparatevi a un anno di festeggiamenti. Ai più sarà sfuggito, ma quest’anno le parole crociate compiono cento anni. Già, perché il 21 dicembre 1913 tale Arthur Wynne curatore dell’inserto giochi e fumetti Fun – supplemento domenicale del quotidiano New York World (rifondato e portato al successo da Joseph Pulitzer, il fondatore del prestigioso omonimo premio giornalistico) – pubblicava il primo schema di parole crociate (Word-cross puzzle, che sarebbe poi diventato Cross-word).
Per l’occasione, l’editore Einaudi manda in libreria una riedizione (aggiornata con una nuova prefazione) di L’orizzonte verticale (sottotitolo: Invenzione e storia del cruciverba, pagg. 424, euro 13,50) di Stefano Bartezzaghi, un nome di famiglia che è una garanzia nel mondo dell’enigmistica (il padre, Piero, è considerato il più famoso enigmista e cruciverbista italiano). Stefano è anche l’autore della voce “Enigmistica” dell’Enciclopedia Treccani.it.
«Negli Stati Uniti e poi in Europa», scrive Stefano Bartezzaghi «il cruciverba ha accompagnato l’alfabetizzazione e l’allargamento del ceto medio, la nascita di una cultura di massa». Un mondo abitato da una folla di persone «ognuna china sulle proprie caselle, per riempire le bianche, fermarsi alle nere». Ma cos’è un cruciverba? «Il cruciverba è un grafo che non combina pensieri, ma singole lettere. È solo un gioco, non svela verità universali, ma in compenso funziona perfettamente». Costruire cruciverba è una strana attività, continua l’autore, un’attività che viene svolta da persone che sfuggono alle categorie: fra coloro che hanno fatto questo singolare mestiere non ce n’è uno che assomigli all’altro. Per Adrian Bell, autore per decenni di giochi per il Times, «uno deve essere un po’ matto per passare la vita a compilare cruciverba».
Come si diventa autori di cruciverba? «Non ci sono risposte generali», spiega Stefano Bartezzaghi «ma solo case history. Una di queste è appunto quella di mio padre». Già, Piero Bartezzaghi, di professione perito chimico che di sera faceva i cruciverba. Un abbinamento quello della chimica-enigmistica che è ricorrente: ingegnere chimico era il fondatore della Settimana Enigmistica, dottore in chimica il suo braccio destro e successore, perito chimico l’autore di punta. Stefano ricorda che era chimico anche Primo Levi che avrebbe fatto molte osservazioni sull’analogia fra i lavori del chimico e dello scrittore che smonta il linguaggio nei suoi elementi. Il Sistema Periodico a cui Levi avrebbe intitolato uno dei suoi libri maggiori, è un cruciverba fatto dalla Natura.
Ma dall’altro lato, chi è il solutore-tipo dei problemi enigmistici? Per lo psicanalista Cesare Musatti è «un individuo che non si prefigge di raggiungere uno scopo utile, che prova soddisfazione nella soluzione dei problemi che lo ripaga della fatica che fa. L’enigmistica è infatti un tipo di lavoro non produttivo, una forma di sport intellettuale che consente, al di là di ogni agonismo, di saggiare le proprie capacità lottando con se stesso per superare certe difficoltà».
Quello che è certo è che il primato italiano in campo enigmistico (rispetto ad altri paesi, come ad esempio la Francia) è dovuto al fatto che l’italiano è, da sempre, una lingua scritta e non parlata. Una lingua morta che serve solo a scrivere e a giocare. Molti lo avranno notato che la lingua della Settimana Enigmistica è estremamente classica, spesso sradicata da ogni realtà. Mentre la lingua parlata si evolve (in meglio o in peggio questo è tutto da vedere), la Settimana Enigmistica conserva il nostro patrimonio lessicale, come i preti, una volta, conservavano il latino». Chi non si è mai scontrato con un «ana» (parità per ricette), un’«ara» (altare), un «ras» (capo abissino), scagli la prima pietra.
Da noi, in Italia, a parte alcune eccezioni, come Domenica Quiz o la N.E.T. Nuova Enigmistica Tascabile (il suo proprietario, Corrado Tedeschi, fondò nel 1951 persino un partito politico: il Partito Nettista Italiano fra i cui obiettivi c’era quello di fornire agli italiani 450 grammi di bistecca a testa al giorno) il mondo dei cruciverba (e affini) si identifica con la Settimana Enigmistica, «rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione», fondata il 23 gennaio 1932 dal Cavaliere del Lavoro, Grande Ufficiale, Dottor, Ingegnere Giorgio Sisini di Sorso, già Conte di Sant’Andrea. «In un mondo in cui tutti sono stati e sono alla ricerca di una formula del successo», scrive ancora Bartezzaghi «quella che si era affermata negli anni Venti come una moda effimera, aveva incrementato e perpetuato le proprie fortune sino all’epoca dell’hip-hop e dei videogiochi».

Schermata dell’app “Ruzzle” su un iPhone.
Da qualche tempo infatti i cruciverba hanno fatto, anche loro, il salto nell’iperspazio digitale – da Domenica Quiz a la Settimana Enigmistica – pur non riscuotendo, in questa versione, un successo pari a quello cartaceo, almeno finché i supporti high-tech non avranno la docilità, la sottilezza, l’adattabilità della carta. E l’impressione è che avremo un bel po’ da aspettare.
Nel frattempo però qualcosa nel mondo dei giochi di parole si muove e una società svedese (MAG Interactive fondata da Daniel Hasselberg con altri due amici) ha da qualche tempo messo sul mercato delle app per smartphone, un gioco che si chiama Ruzzle (disponibile per piattaforme IOS, Android e Windows), basato su un sistema di sfide online molto simile al buon vecchio Scarabeo. Le regole si possono leggere su Wikipedia da cui si apprende che: «ciascuna partita è divisa in tre round, e il punteggio finale è dato dalla somma dei punteggi ottenuti nei singoli round. In ciascun round il giocatore ha due minuti a disposizione per formare il maggior numero di parole di senso compiuto con le sedici lettere a disposizione nella griglia 4×4 sullo schermo. Le parole devono essere di almeno 2 lettere e devono essere formate unendo lettere adiacenti fra loro in orizzontale, verticale o diagonale. Non è possibile inserire la stessa casella-lettera più volte all’interno della stessa parola. Come nello Scarabeo a ciascuna lettera è assegnato un punteggio». Per la cronaca, il neo campione italiano di Ruzzle (ha battuto 70mila giocatori in cinque settimane) è uno studente di ingegneria meccanica, Antonio Cacopardi, palermitando di 20 anni (nickname«totyno93»).
Ma torniamo ai cruciverba e alla storia della Settimana Enigmistica di cui, all’epoca in cui collaboravo con L’Europeo, cercai ingenuamente di tracciare un ritratto “dall’interno”. Dico “ingenuamente” perché l’interno della macchina redazionale della Settimana Enigmistica è più protetto del Pentagono e della CIA messi insieme. Nessuno parla, tutt’intorno è silenzio. Lo stesso Stefano Bartezzaghi, nella prefazione al suo libro confessa che per ricostruire la semisconosciuta vicenda editoriale della Settimana Enigmistica, ha lavorato sommariamente sui pochi documenti che ha potuto trovare, e neanche i suoi legami di parentela e affettivi con autori e dirigenti di quel giornale gli hanno guadagnato alcuna notizia inedita o approfondimento dall’interno.
Ricordo che, all’epoca, io mi dovetti accontentare delle dritte passatemi da Giampaolo Dossena, giornalista, lui stesso enigmista, massimo esperto italiano di giochi. Ero curioso di sapere, fra le altre cose, se anche lui, dall’alto del suo curriculum enigmistico, faceva qualche volta le parole crociate. Sorrise e fu a quel punto che scoprii l’inarrivabile sublime snobismo, perverso e raffinato, di questo gruppo selezionato, rarefatto e invidiato di esperti. Giampaolo Dossena mi confessò infatti che lui, il venerdì mattina, si precipitava in edicola ad acquistare la Settimana Enigmistica. Non per risolvere i giochi o gli indovinelli, ma per leggere subito l’ultima pagina con le soluzioni e capire, dalla soluzione stessa, qual era la formulazione iniziale dell’indovinello.

Il primo schema di parole crociate pubblicato il 21 dicembre 1913 da Arthur Wynne sul “New York World”.
Scritto da Claudio Castellacci in Cultura pop

Il libro di esordio di una giallista straordinaria.
Firmarsi con le iniziali, per gli scrittori, in Inghilterra, è una tradizione: da J.K. (Joanne Kathleen) Rawling, la “mamma” di Harry Potter, a V.S. (Vidiadhar Surajprasad) Naipaul, considerato uno dei maggiori scrittori viventi, Nobel per la letteratura nel 2001. Oggi è il turno di V.M. (V sta per Valentina, M purtroppo non lo so) Giambanco, romana che vive a Londra da sempre, con un debole per Seattle (probabilmente perché entrambe le città sono note per le loro normali pessime condizioni atmosferiche e l’elevata percentuale di pioggia che vi cade). Gli addetti ai lavori del mondo del cinema conoscono Valentina Giambanco come una valente montatrice, avendo lavorato come “assistant editor” in film che vanno da Quattro matrimoni e un funerale a Donnie Brasco, da Fine di una storia (tratto da una storia di Graham Greene) a Enigma (dallo splendido romanzo di Robert Harris). Adesso è la volta del grande salto nel mondo della letteratura di genere, nel giallo o piuttosto nel noir, come va oggi di moda chiamarlo. Il romanzo d’esordio di V.M. Giambanco si intitola Il dono del buio (editore Nord, pagg. 478, euro 18,60), è stato scritto in inglese e tradotto in italiano da Giovanni Arduino con la supervisione della stessa Valentina e sarà disponibile in libreria a partire dal 30 maggio 2013. Chi volesse avere assaggi di anteprime varie può collegarsi qui.
La trama: il detective Alice Madison della squadra omicidi di Seattle trova i corpi di James Sinclair e del resto della sua famiglia, trucidati nella loro casa: gli occhi bendati, le mani legate e una croce sulla fronte tracciata col sangue. Apparentemente il colpevole sembra essere un amico di infanzia di James, tale John Cameron, una sorta d’inafferrabile giustiziere sospettato di numerosi altri delitti. Ma per Madison i conti non tornano: perché John Cameron avrebbe dovuto uccidere l’amico con cui ventotto anni prima aveva condiviso l’esperienza di un sequestro? C’è qualcosa di oscuro dietro quegli omicidi, qualcosa che affonda le radici nel buio della notte, di quella notte di ventotto anni prima, quando la polizia aveva salvato i due ragazzini, non riuscendo però ad arrestare i rapitori. E, se vuole smascherare il vero responsabile di entrambi i crimini, Madison dovrà tornare in quel bosco e seguire le tracce nascoste nell’oscurità. Dovrà imparare a guardare nel buio, appunto.

Una storia vera riscoperta e narrata dallo storico inglese Paul French: l’omicidio “rituale” della giovane figlia di un diplomatico britannico nella Pechino del 1937. A indagare una strana coppia di investigatori: un ex detective di Scotland Yard e un colonnello cinese.
Di giorno l’inglese Paul French («londinese al cento per cento»), che da quasi vent’anni vive a Shanghai, lavora come Chief China Strategist per una grande azienda di ricerche di mercato, come dice lui: «scrivendo emozionanti relazioni sulla vendita al dettaglio e il mercato dei consumatori cinesi». Di notte scrive libri storici sulla Cina, rigorosamente pre-1949. Il suo primo libro fu una biografia di un personaggio epico, l’americano Carl Crow, giornalista e avventuriero vissuto in Cina dal 1911 al 1937. Poi la sua attenzione si spostò sulla biografia di uno dei più celebri giornalisti americani, Edgar Snow, famoso per la sua relazione personale con il presidente Mao e per il libro La lunga rivoluzione (Einaudi) in cui raccontò la storia della rivoluzione cinese e del movimento comunista fin dalla sua formazione negli anni Trenta. French scoprì che Snow e la moglie, quando vivevano a Pechino, abitavano in un vicolo tradizionale (un hutong), accanto ad un vecchio inglese, Edward Werner, ex diplomatico inglese, professore, archeologo, linguista, uno studioso molto noto in città e nel Quartiere delle legazioni dove le grandi potenze europee avevano le loro ambasciate e consolati, e a sua figlia adolescente Pamela. Nel gennaio del 1937, pochi giorni dopo Natale, Pamela, viene assassinata: il volto del cadavere è sfigurato, i vestiti stracciati e dal petto sono stati prelevati alcuni organi, tra cui il cuore. La situazione politica in Cina è, in quel momento molto delicata: il Giappone ne ha invaso il territori e al suo interno i vari signori della guerra si scontrano quotidianamente. Le autorità britanniche, con una mossa senza precedenti, affiancano un ex commissario di Scotland Yard, Richard Dennis, di stanza in Cina, al colonnello cinese Han incaricato delle indagini ufficiali. Apparentemente il gesto è per dimostrare di voler risolvere il caso, ma il vero scopo è quello di insabbiarlo quando si scopre che, oltre all’oppio e a pratiche sessuali illecite, influenti personaggi occidentali potrebbero essere coinvolti nell’omicidio. La storia – realmente accaduta – è riportata alla luce da Paul French nel libro Mezzanotte a Pechino, sottotitolo: Il torbido omicidio della torre delle volpi (Einaudi, pagg. 266, euro 19,50)

Un thriller storico che prende il via dal mistero di un dipinto scomparso a Parigi nel 1941.
Il 9 aprile 1492 muore a Firenze Lorenzo de’ Medici, principe mecenate delle arti e delle scienze, erudito, esteta, appassionato di filosofia, poesia, musica e qualunque altra espressione artistica e intellettuale. Giorgio (che, nei libri di storia dell’arte, conosceremo col nome di Giorgione) è sconvolto. La sua preoccupazione è un dipinto non ancora terminato, una tela appena abbozzata. Già, perché «forse il segreto dei cilindri era costato la vita a Lorenzo de’ Medici. Forse tutti coloro che come lui conoscevano il segreto erano in pericolo. A Giorgione non restava altra scelta che caricarsi sulle spalle il dipinto e portare quel peso lungo un cammino costellato di ombre, fino alla fine dei suoi giorni». È a questo punto che comincia la storia del libro di Carla Montero dal titolo L’astrologo (editore Mondadori, pagg. 636, euro 20).
La trama: Madrid, 2010. Quando Ana, giovane esperta d’arte, si trova a investigare per conto del suo fidanzato, un ricco uomo d’affari e collezionista tedesco, su un misterioso quadro di Giorgione, L’astrologo , di cui nessuno studioso del pittore rinascimentale ha mai sentito parlare prima, accetta l’incarico senza grandi aspettative e va a Parigi per dare inizio alle sue ricerche. Ana ha come unico indizio una lettera scritta dal comandante nazista Georg von Bergheim nel 1941 alla moglie, in cui l’uomo fa riferimento al dipinto. Ma L’astrologo esiste davvero? E dove può essere nascosto? Ana viene aiutata nelle sue indagini da Alain Arnoux, un professore della Sorbona specializzato nella localizzazione di opere d’arte saccheggiate dai nazisti. Ma quando la ragazza inizia a ricevere inspiegabilmente minacce da von Bergheim, che si supponeva fosse morto da molti anni, la situazione si complica e quella che doveva essere solo una ricerca d’archivio si trasforma in un’avventura piena di pericoli ed eventi inspiegabili. Francia, 1941. Georg von Bergheim, comandante delle SS e storico dell’arte, ha un’importantissima missione da compiere: trovare L’astrologo di Giorgione e consegnarlo ad Adolf Hitler, appassionato dell’occulto e intenzionato a scoprire a ogni costo quale sia l’enigma che vi si nasconde da secoli. Il quadro è di proprietà di Alfred Bauer, un industriale ebreo che lo conserva nella sua casa in Alsazia e, durante la retata nazista per requisirlo, sua figlia Sarah riesce a fuggire e a portare il dipinto con sé a Parigi. Von Bergheim si mette sulle tracce di Sarah Bauer iniziando un inseguimento che avrà conseguenze impreviste per entrambi.

Cosa succede nei corridoi e nelle stanze di un ufficio della Procura? Come si avvia un’indagine? Chi c’è dietro ogni mossa?
Altro che “magistratura politicizzata”. Il problema vero della magistratura sono le fotocopie, il toner, la carta inceppata. Queste sono le vere riforme a cui sottoporre la macchina della giustizia. Se volete capire veramente come funziona la giustizia in Italia (se ne consiglia la lettura anche a coloro che in Parlamento dovrebbero occuparsene) vi suggeriamo caldamente la lettura dell’opera prima di un magistrato, Roberta Gallego, Sostituto Procuratore della Repubblica al tribunale di Belluno, Quota 33 (Tea, pagg. 360, euro 13), titolo simbolico che ricorda il sacrario militare sulla collina di El Elamein, eretto in onore dei paracadutisti che persero la vita in quella battaglia. L’eroe del romanzo, il primo di una serie che si annuncia molto interessante (il secondo è già scritto e l’autrice è impegnata nella stesura del terzo), è il sostituo procuratore Alvise Guarnieri, che lavora presso la procura («imperfetta») di Ardese. Imperfetta perché, badate bene, «smitizzare una certa immagine della magistratura, arroccata e distante, non significa svalutarne la credibilità ma umanizzarne l’operato». Anzi, spiega Roberta Gallego.
La trama: Oksana Leykova era bella, bella da morire. Sua nonna glielo diceva sempre: «La tua bellezza non ha prezzo, perciò la sconterai sempre e dovunque». Ma non avrebbe mai pensato di doverla pagare con la sua stessa vita, e proprio quando finalmente aveva incontrato l’amore, quello vero. Alvise Guarnieri, quarantenne e separato, è il sostituto procuratore di turno della cittadina di provincia di Ardese la sera in cui Oksana Leykova viene trovata morta. Il caso è suo. Ma appena inizia a indagare con l’aiuto del maresciallo Alfano, suo filosofico braccio destro, scopre dietro l’omicidio della ragazza un intreccio di rapporti economici e politici, tra poteri locali, mafie ed esponenti istituzionali. Le pressioni sul magistrato sono forti e contrastanti: chi vorrebbe l’insabbiamento dell’indagine, chi si gioverebbe del processo spettacolo. Nonostante le interferenze arrivino anche a minacciare la sua vita privata, però, Guarnieri andrà avanti, fin dove possibile, fino a quando i meccanismi della Giustizia glielo consentiranno.
Scritto da Claudio Castellacci in Cultura pop

Non accade a tutti gli scrittori viventi di essere onorati con l’emissione di un francobollo (nel nostro caso da parte delle poste australiane). È accaduto a Peter Carey, «leggenda australiana» che vive a New York da più di vent’anni, e che ha commentato: «Un tempismo perfetto ora che gli uffici postali stanno chiudendo e la gente scrive solo email». Carey è il solo, insieme a J. M. Coetzee, ad aver vinto per ben due volte il Booker Prize: la prima nel 1988 con «Oscar e Lucinda», romanzo che è stato portato anche sul grande schermo; la seconda nel 2001 con «La Ballata di Ned Kelly», autobiografia immaginaria del celebre bandito australiano di origine irlandese. Peter Carey – cresciuto in una cittadina dal nome improbabile di Bacchus Marsch, a 30 chilometri da Melbourne, dove i suoi gestivano una concessionaria di auto – è da anni candidato al Premio Nobel.
Il suo ultimo romanzo, The Chemistry of Tears, esce oggi in Italia col titolo La chimica delle lacrime (editore Bompiani, pagg. 312, euro 18). Probabilmente con questo libro Carey non vincerà un terzo Booker Prize solo perché due allori sono già un bel risultato, ma è certo che lo meriterebbe a pieno titolo. Non foss’altro che per l’idea di fondo della trama contemporanea (la vicenda si svolge a Londra nel 2010), che si intreccia con la storia (vera) dell’anatra meccanica costruita nell’Ottocento su progetto dell’inventore illuminista francese Jacques de Vaucanson. Anatra che, nella nostra storia, la conservatrice e sovrintendente al Museo Swinburne, Catherine Gehrig, si trova a ricomporne i pezzi, come se si trattasse di un restauro di alta orologeria antica.

Lo schema dell’anatra meccanica di Jacques de Vaucanson (1709-1782), inventore e meccanico francese. Questa anatra è considerata la sua più grande opera, un automa di tale versatilità da non essere ancora stato superato. L’anatra poteva bere acqua con il becco, mangiare semi di grano, replicare il processo di digestione in una camera speciale, visibile agli spettatori, e compiere complessivamente circa 400 movimenti differenti, che potevano simulare alla perfezione tutte le movenze di un’anatra vera.
Tutto prende le mosse dalla notizia dell’improvvisa morte di Matthew Tindall, curatore capo del reparto Metalli dello stesso museo, collega, e amante per tredici anni di Catherine – il primo meccanico orologiaio femmina che il museo avesse mai impiegato. Lei, di solito controllata e razionale, è ora sconvolta dal dolore e incapace di reagire. «Lui era il mio segreto e io ero il suo», dice. L’unica persona a conoscenza del suo segreto, il suo capo, fa in modo che le venga assegnato un progetto speciale lontano da sguardi indiscreti in un annesso del museo. Il restauro dell’anatra meccanica, appunto.
Man mano che procede nel ricomporre il puzzle di ingranaggi, Catherine trova una serie di quaderni scritti dal proprietario originario della creatura: un inglese del diciannovesimo secolo, Henry Brandling, che era andato in Germania per commissionare all’inventore illuminista l’ambizioso progetto, al fine di regalarlo al figlio malato. Ma sarà Catherine, duecento anni dopo, a trovare conforto e stupore di fronte alla storia di Henry. E sarà l’automa, nella sua meravigliosa, inspiegabile imitazione della vita, a unire due sconosciuti, lontani nel tempo e nello spazio, a tessere insieme due storie d’amore impossibili.
Post Scriptum: chi fosse interessato ad approfondire la storia dell’anatra meccanica di Jacques de Vaucanson (e conosce l’inglese) può leggere lo studio di Jessica Riskin, professore associato presso l’Univesità di Stanford in California, dal titolo significativo: The Defecating Duck, Or, The Ambiguous Origins Of Artificial Life.