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Il Premio Nobel per la letteratura, Hermann Hesse era un innamorato dell’Engadina. Dal 1909 viene regolarmente in villeggiatura, seguendo le tracce di Friedrich Nietzsche, soggiornando all’Hotel Waldhaus di Sils-Maria, poco sopra l’abitazione del filosofo tedesco.
Ecco alcuni stralci dal suo diario: «Anche questa estate sono tornato quassù, percorrendo però una nuova strada, perché nel giorno del nostro viaggio la strada di Val Bregaglia era interrotta, i ponti distrutti e dovemmo fare un giro vizioso che fino a quel momento non conoscevamo, atgtraverso Sondrio, Tirano, Poschiavo e il Passo del Bernina, un giro lungo e straordinariamente bello, le cui mille immagini si confusero ben presto nella mia memoria».
Di St. Moritz lo colpisce «Il vecchio, obliquo campanile che appariva già allora triste e senile al di sopra della fitta massa degli squallidi edifici funzionali, in attesa di una più proficua utilizzazione della sua superficie di base e pronto a crollare da un’ora all’altra, ormai privo, com’era, di ogni requisito di staticità. Però oggi se ne sta ancora lì, esattamente come un tempo e mantiene imperturbabilmente il proprio equilibrio, mentre alcune costruzioni sovradimensionali e brutali, sorte per speculazione intorno al 1900, sono già scomparse».
Ecco com’è oggi il “vecchio e obliquo campanile” di Hesse:

Sullo sfondo il vecchio campanile pendente di St. Moritz. In primo piano Chesa Futura, il condominio futuristico opera di Sir Norman Foster
Si è sciolta la neve. Ha retto lo spazio di mezza giornata. È uscito il sole e esco a fotografare cartoline che non hanno bisogno di commenti.

Il "Chesa Veglia", luogo di pellegrinaggio per i nostalgici delle notte brave del jet-set anni Sessanta
Continua (domani)…
Stanotte ha nevicato. Sopra i 1900 metri è tutto bianco. 50 metri più sotto siamo stati risparmiati. Tempo di letture. Su una rivista italiana di rango, di quelle che preparano i propri lettori alle prossime vacanze invernali leggo le solite banalità su St. Moritz, il solito name dropping, sfoglio le solite foto (l’avvocato Agnelli a bordo della sua 130 munita di cestino porta sci, Jackie Kennedy con John-John sullo slittino, lo scià di Persia con Farah Dibah, il principe Ranieri di Monaco con la figlia Caroline. Il playboy milionario Gunther Sachs in compagnia del barone von Thyssen), sopporto i soliti aggettivi (il preferito è “imperdibile”, ma vanno forte anche i participi passati come “gettonato”), tengo a bada l’allergia per le solite frasi fatte.
A futura memoria prendo nota di un grande pensiero filosofico di cui la rivista italiana di rango deve andare fiera: «St. Moritz…un luogo dove imprenditori, industriali e star dello showbiz si divertono senza limiti». Pensiero imperdibile, appunto.
E poi gli editori si lamentano di non vendere i giornali.
Se arrivate a St. Moritz direttamente da Shanghai o da Hong Kong non vi meraviglierete troppo – fatte le debite proporzioni – della selva di gru e di costruzioni che spuntano come funghi in questo paradisiaco sputo di territorio svizzero arroccato su una sola sponda del lago. Ogni centimetro quadrato di terra disponibile è buono per costruire qualcosa. Purché sia di cemento, purché sia rivendibile a cifre da capogiro.
E non c’è neanche da rimpiangere i “bei tempi andati”. A dar retta ai ricordi dello scrittore Premio Nobel per la Letteratura Hermann Hesse – l’autore di Siddharta – che sulle tracce di Friedrich Nietzsche soggiornò per molti anni qui in Engadina (all’Hotel Waldhaus di Sils Maria) a partire dal 1909, già allora scriveva: «All’interno del non grande territorio fra St. Moritz e Sils e fino a Val Fex la parcellizazione e lo sfruttamento delle aree, l’occupazione del suolo con grandi e piccoli complessi residenziali, l’inforiesteramento della popolazione procedono ogni anno con ritmo sempre più veloce. Moltissime case vengono abitate soltanto per pochi mesi, anzi spesso soltanto per alcune settimane, e i nuovi coabitanti delle comunità vallive, sempre più numerosi, rimangono per lo più estranei ai vecchi residenti di cui essi hanno comperato, in parte, la patria».
Esattamente quello che a un secolo di distanza accade ancora. A contendersi oggi la valle, le proprietà più esclusive, le suite sibaritiche degli alberghi a cinque stelle sono soprattutto italiani e russi, con il solito contorno di arabi. Per l’ambita e folta clientela russa l’Hotel Kempinski ha letteralmente costruito una cittadella autonoma proprio alle porte di St. Moritz (vedere per credere). Anche se poi è difficile sentir parlare russo per i sentieri di montagna che circondano la valle. Loro se ne stanno nel recinto dorato del Casinò, delle piscine, dei ristoranti, del night. Si accompagnano solo con giovanissime silfidi bionde, more, rosse allevate, chissà, all’ombra del Cremlino, si muovono solo con le Mercedes nere con autista fornite dall’albergo per salire su al Dorf a fare shopping e rientrare subito nel compound per organizzare gite in elicottero e spostamenti sponsorizzati dalla neo nata divisione jet privati di Lufthansa.
Le costruzioni, pur da milioni di franchi – a parte rarissime eccezioni, a parte le case storiche – sembrano disegnate da geometri diplomatisi all’Università del Lego: cupi parallelepipedi con reminescenze del periodo sovietico.
Unica grande e geniale eccezione è Chesa Futura opera dell’architetto sir Norman Foster, inaugurata nel 2003, che guarda lo scempio edilizio dalla collina alle spalle del Palace. La chiamano la “Casa zucca”, l’”Ufo”. Il team progettuale costituito da una trentina di studi professionali è arrivato da tutto il mondo: Inghilterra, Stati Uniti, stessa Svizzera.
Niente è stato lasciato al caso: dall’ingegneria allo smaltimento delle acque, dall’impermeabilizzazione ai serramenti, dall’illuminazione alla sicurezza. Certo è una costruzione insolita, un condominio di sei appartamenti, ipertecnologico e costosissimo, una scultura a forma d’uovo rivestita di scandole di legno, incastri senza giunti, curve sensuali e precise nate al computer, una struttura in cui sono state testate soluzioni di iperavanguardia che sfidano la forza di gravità: in pratica uno schiaffo per i geometri locali.

Le forme futuribili di "Chesa Futura" coabitano in armonia con le architetture tradizionali di St. Moritz.
E anche il tormentone dell’ultimo esodo d’agosto è finito. Se ne vanno gli ultimi turisti. A Sankt Moritz comincia la villeggiatura. Comincia anche il SAM 2010: il St. Moritz Art Masters 2010 (dal 28 agosto al 5 settembre) una manifestazione d’arte che vede coinvolte, gallerie, alberghi, negozi cittadini che ospitano artisti, fotografi, scultori, architetti e che ogni anno diventa sempre più grande e più importante.
Al Badrutt’s Palace, l’architetto Alessandro Mendini espone l’ultima sua collezione di mobili – Magico – ispirata alle opere dell’artista futurista Ferdinando Depero. Si tratta di 4 pezzi – un Buffet (Magico 1), un Controbuffet (Magico 2), una Credenza (Magico 3), un Tavolo (Magico 4) – disegnati da Mendini in esclusiva per la galleria Paolo Curti/Annamaria Gambuzzi di Milano che, dopo la trasferta engadinese, li esporrà nella sede di via Pontaccio, a partire da giovedi 16 settembre.

Alessandro Mendini: "Magico 3" (credenza), 2010. Multistrato con impiallacciatura a intarsio e inserimento di profili di rame: cm. 215 x 110 x 56
Alessandro Mendini è da poco tornato a dirigere la rivista di architettura Domus. Tornato, perché questa è la sua seconda direzione. Mendini è un signore delizioso, un architetto che, per dirla con le sue parole, non sa perché sia diventato architetto, lui che avrebbe fatto volentieri il cartoonist e magari il pittore. Scopre anche di essere interessato alla scrittura, frequenta le riviste di architettura e diventa direttore di tre prestigiose testate: Casabella, in cui teorizza il design radicale; Modo, in cui esprime la formula del design banale; Domus, in cui racconta la sua fase post-moderna, rivista che tornerà a dirigere proprio quest’anno rilanciandone la formula.
Per 15 anni Mendini ha dunque fatto, come dice lui «attività letteraria sul progetto» e gli ha anche fatto nascere la voglia di disegnare e progettare, nonostante la cosa che lo turba maggiormente «è vedere costruite le idee che penso». Prima si lancia nel Radical Deign con lo studio Alchimia che, insieme a Memphis ha sconvolto negli anni Ottanta il design funzionalista, poi con il suo Atelier, gestito con il fratello Francesco. «Sono una specie di progettista di una Via Lattea, di fiabe caleidoscopiche», dice lui. E a girare attorno ai suoi progetti mogici in mostra qui a St. Moritz c’è da dargli ragione.
Ray Bradbury, l’autore di capolavori come Cronache marziane e Fahrenheit 451, compie 90 anni il 22 agosto prossimo e il consiglio comunale di Los Angeles, la sua città adottiva, ha già proclamato quella settimana la “Ray Bradbury Week”.
Nel frattempo, dalle colonne del Los Angeles Times, Bradbury tuona: «Abbiamo troppi cellulari, abbiamo troppo Internet; dobbiamo sbarazzarci di questi aggeggi, ne abbiamo davvero troppi».
E dire che quando lo incontrai la prima volta – era il 1992, ero andato a casa sua a Los Angeles per un’intervista per il Corriere della Sera – mi fece un panegirico delle straordinarie e per certi versi fantascienfiche invenzioni tecnologiche degli ultimi anni. Disse: «Il muro di Berlino, l’impero sovietico sono crollati grazie all’invenzione della radio, della Tv, del fax, dei video. La fantascienza è la storia di queste invenzioni prima che venissero inventate».
Buffo che oggi sia proprio lui a volersi sbarazzare di “cellulari e internet”. Lui, il sognatore che, con i suoi romanzi, ha portato tutti noi a vagare per le dune rosse di Marte e che ancora oggi rimprovera all’amministrazione americana e al presidente in carica, chiunque esso sia, che «dovrebbe annunciare che torniamo sulla Luna. Non avremmo dovuto mai andarcene. Dovremmo tornare sulla Luna, preparare una base per lanciare un razzo per Marte, andare su Marte e colonizzare Marte. Quando saremo in grado di farlo, diventeremo eterni».
Marte è sempre stata, infatti la sua ossessione.

Per Ray Bradbury, Walt Disney è l'americano più importante del XX secolo (a sinistra nella foto, mentre taglia il nastro inaugurale della monorotaia di Disneyland, alla presenza dell'allora vice presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, a destra).
La prima volta che Ray Bradbury viaggiò da Waukegan, Illinois, al pianeta Marte fu nella primavera del 1949. La destinazione finale era New York, ma questo è secondario. Aveva ventinove anni e aveva lasciato a casa, ad aspettare l’esito della spedizione, una moglie incinta e un conto in banca di 40 dollari. Con sè aveva cinquanta racconti brevi e una macchina per scrivere portatile. Il direttore editoriale della casa editrice Doubleday lesse il malloppo dell’aspirante scrittore, ne rimase folgorato e gli mise in mano contratto e un assegno di 1500 dollari senza immaginare che quelle Cronache marziane sarebbero entrate nella storia della fantascienza.
All’epoca di quella mia prima intervista (eccola riprodotta qui di seguito), di Ray Bradbury era appena uscito negli Stati Uniti un nuovo libro: Yestermorrow, sottotitolo: “Risposte ovvie a impossibili futuri” (Joshua Odell edizioni), raccolta di saggi e articoli. “Yestermorrow” è un innesto di due parole: Yesterday (ieri) e Tomorrow (domani).
Perché questo titolo?
«Perché passato e futuro sono inscindibili. Prenda le biblioteche, io ne sono ossessionato. Forse perché non sono andato all’università e la mia educazione è avvenuta fra le pareti di uno di quei luoghi di culto con le pareti tappezzate di libri. In Yestermorrow c’è il passato che si trova in tutte le biblioteche del mondo e c’è il futuro che ci aspetta quando varchiamo la soglia del mondo».
Yestermorrow è dedicato a Walt Disney. Perché?
«Perché penso che sia l’americano più importante di questo secolo. Le sue radici affondano in Francia, durante la prima Guerra mondiale. Era stato mandato oltreoceano a guidare le ambulanze e si innamorò perdutamente di quel paese, dello stile di vita e delle architetture. Soprattutto di Viollet le Duc. E si ripromise, tornato a casa, di portare quei doni in regalo all’America. E questo è ciò che è Disneyland. Un posto dove ti senti a tuo agio, con una diversa visione delle cose, dove puoi sederti all’aperto e mangiare, bere e godere del paesaggio».
Come ha conosciuto Disney?
«L’ho conosciuto 27 anni fa. Era poco prima di Natale e stavo facendo spese quando all’altezza dei grandi magazzini I. Magnin di Beverly Hills vedo un uomo venire verso di me nascosto da una pila di pacchetti. Mi dissi: Dio mio quello è Walt Disney, il mio eroe. Non lo conoscevo e lui non mi conosceva. Mi diressi verso di lui e gli dissi d’un fiato: “Signor Disney, mi chiamo Ray Bradbury”. Non mi lasciò finire: “So tutto dei suoi libri”. E io: “Sia lodato il cielo”. “Perché ?”, chiese. “Perché una qualche volta vorrei invitarla a pranzo”. E lui: “Va bene domani”. Non è fantastico? Domani. Così ci incontrammo e parlammo a lungo. La sua segretaria mi aveva ammonito che avrei avuto a disposizione solo un’ora, da mezzogiorno all’una. All’una scattai come una molla e stavo per salutarlo quando lui disse: “Aspetta, ho delle cose da farti vedere”. Mi portò nel suo ufficio per mostrarmi i suoi nuovi giocattoli: un presidente Lincoln robotizzato, un ippopotamo meccanico. I personaggi della grotta dei pirati. Quando finimmo erano le tre».
Nei suoi saggi e nei suoi racconti c’è grande attenzione per l’architettura. Che cosa l’attira?
«Se non ci preoccupiamo dell’architettura, non avremmo delle città vivibili. Oggi le nostre città sono in rovina. Non sono più posti sicuri. Ci sono zone di Los Angeles, in periferia, dove nessuna persona sana di mente andrebbe di notte. Anche se poi si trovano delle oasi come Little Tokio, Chinatown, ma che non sono collegate e per andare da una all’altra rischi la pelle. Così, tempo fa, dopo essermi occupato, come consulente, della ristrutturazione della Horton Plaza di San Diego, una zona ritornata a nuova vita, avevo presentato per Los Angeles un progetto per integrare quelle zone. Il sindaco non ha neanche preso in considerazione la proposta».
Ha ancora senso scrivere di fantascienza?
«Più che mai. Tutti noi siamo il prodotto della fantascienza. La storia della tecnologia negli ultimi 80 anni non è fatta d’altro che di sogni diventati realtà . Questo è lo spirito della fantascienza. Il muro di Berlino, l’impero sovietico sono crollati grazie all’invenzione della radio, della Tv, del fax, dei video. La fantascienza è la storia di queste invenzioni prima che venissero inventate».
Nella postfazione a Yestermorrow l’architetto John Jerde, con cui lei ha lavorato come consulente per diversi progetti, scrive: “Ray Bradbury non è normale”. Cosa intende?
«Probabilmente si riferiva a quando andavo al suo studio, alle sette e mezzo di mattina, e lo coinvolgevo in certi esperimenti».
Quali?
«Lanciavamo per aria dei confetti e ci correvamo sotto per vedere quanti ne potevamo prendere prima che cadessero a terra».
Febbraio 1980. Trent’anni (e qualche mese) fa, la casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro Un uomo (uscito qualche mese prima nel 1979) che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio 1976. La storia di Alekos verrà appunto raccontata dalla scrittrice fiorentina nel romanzo Un uomo destinato a diventare un best seller.
A partire dal 15 settembre prossimo il Corriere della Sera ripubblicherà tutte le opere della Fallaci, a partire da Lettera a un bambino mai nato (in uscita il 15 settembre). Il secondo volume (in edicola con il quotidiano il 22 settembre) sarà proprio Un Uomo.
In quel febbraio del 1980 ero un fresco praticante assunto all’Editoriale del Corriere della Sera (si chiamava così allora). Nonostante la qualifica professionale di (apparente) neofita del mestiere (alle spalle avevo la pubblicazione di diversi libri e la partecipazine, nel 1975, alla nascita del primo quotidiano italiano in formato tabloid (prima di La Repubblica) stampato a Firenze, che purtroppo ebbe vita breve), ero stato nominato responsabile della pagina culturale del Corriere Medico, quotidiano nato da una costola del Corrierone. Si occupava del mondo della medicina e della scienza in generale (dai problemi sindacali, all’aggiornamento scientifico, alle scoperte). La pagina della cultura era un’oasi di pace e una fucina di idee solo perché non occupandosi di medicina non sottostava a pressioni politiche, pubblicitarie o semplicemente giornalistiche. C’erano, sì, i soliti medici scrittori che chiedevano di apparire sulle nostre colonne – che proprio in quei giorni passavano dal piombo alla fotocomposizione – ma venivano facilmente tenuti a bada.
Ogni uscita di un libro della Fallaci mandava in fibrillazione la casa editrice. Tutti i direttori venivano allertati per coprire l’evento al meglio. Alcuni venivano anche precettati per intervistare il “mostro sacro”. Compreso il mio direttore, Paolo Pietroni, con cui, negli anni a seguire, condividerò l’avventura della rinascita di Amica, della nascita di Max (per cui sarò spedito negli Stati Uniti, in California, come corrispondente), di Sette.
Quella mattina fatidica arrivo in redazione soddisfatto di aver parcheggiato in via Solferino (già, allora, si poteva persino trovare posto davanti al Corriere e nelle strade adiacenti) e subito mi chiama Pietroni che, con aria distratta, butta lì che quel pomeriggio aveva qualcosa di estremamente importante da fare e che alle 15 non poteva andare a incontrare Oriana, come già organizzato. «Vacci tu» disse. Glielo feci ripetere. Lui ripetè: «Vacci tu».
L’unica cosa che mi venne in mente di replicare fu se era proprio importante il suo appuntamento. Lui bofonchiò qualcosa che assomigliava a “dentista” o forse era “dietista”. Poi riprese a leggere le carte che aveva davanti facendo così capire che il colloquio era finito. Tentai un’ultima disperata difesa: «Non ho con me il registratore». «Prendi un taxi», disse «e vai a casa a prenderlo». Non faceva una piega.
L’incontro era fissato per le 15 in casa editrice, in via Rizzoli. Corro a casa a recuperare il registratore e cercare di fissarmi in testa delle domande. Cosa diavolo avrei chiesto alla regina delle interviste, a quella che aveva infinocchiato l’Ayatollah Khomenei, che aveva innervosito Henry Kissinger, che poteva incontrare indifferentemente Indira Ghandi o Neil Armstrong, Mohammed Reza Pahalavi o Deng Xiao Ping, solo alzando la cornetta del telefono (all’epoca i cellulari erano fantascienza)?
«Un’intervista medica», si era raccomandato il direttore prima di sgusciare velocemente al suo appuntamento dal dentista o dalla dietista. Sì, certo, un’intervista medica.
Alle 15 spaccate ero in Rizzoli e ecco l’Oriana spuntare da uno di quei corridoi chilometrici del vecchio palazzo, quello che adesso è stato venduto e stanno buttando giù per farci, dicono, un centro commerciale.
Lei fiorentina, io quasi fiorentino, riusciamo a sintonizzarci parlando male di un amico comune. Nel senso che lei, chinandosi verso di me con aria cospratrice e soffiandomi un faccia una zaffata di fumo, se ne uscì con: «Quello stronzo è un agente della Cia». Ah, davvero, credevo fosse un professore universitario. «Certo, ma la John Hopkins è una copertura». Davvero? «Davvero». Altra zaffata di fumo. «Allora, cominciamo?». Sì, cominciamo. Meglio che cominciamo.
Quello che segue è dunque il testo dell’intervista pubblicata il 28 febbraio 1980 nelle pagine della cultura del Corriere Medico. Il titolo: “Una donna”.
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Hiroshima

Hiroshima. Il mattino del 6 agosto 1945 alle 8.16, l'Aeronautica militare statunitense lanciò la bomba atomica "Little Boy" sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell'ordigno "Fat Man" su Nagasaki. Il numero di vittime "dirette" è stimato da 100.000 a 200.000, quasi esclusivamente civili. Per la gravità dei danni diretti ed indiretti causati dagli ordigni, e per il fatto che si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi, i due attacchi atomici vengono considerati fra gli episodi bellici più significativi dell'intera storia dell'umanità (da Wikipedia). Foto © Claudio Castellacci, 2010
Ho una collezione di Filofax. Grandi, medie, piccole, tascabili, da tavolo, da passeggio. Avevo persino un software per gestire gli indirizzi e i numero di telefono, ma girava solo su Pc con sistema operativo Ms-Dos, roba da archeologi. Aveva anche bisogno di una carta perforata speciale che si ordinava direttamente dal produttore americano. Il Pc l’ho buttato e da vent’anni sono passato al Mac. Le Filofax sono sempre operative, ma quella dedicata all’agenda telefonica langue in un cassetto con l’aria spettinata di chi ha combattuto mille battaglie. Sono andato a ripescarla stamani dopo aver rinvenuto in un diverso cassetto un’altra agenda telefonica Filofax di diverso formato nuova fiammante. Le ho guardate e sono stato preso da scoramento filofaxiale. Ora che ormai da qualche anno l’agenda cartacea è stata trasferita sul programma di gestione indirizzi del Mac e copiata sullo smartphone, sempre disponibile con un clic, chi glielo dice alla mia nuova Filofax che resterà per sempre vergine? E quante agendine telefoniche, nel mondo hanno fatto, fanno e faranno la stessa fine dei gettoni? Cosa sono i gettoni? Oh, diomio, non ditemi che non lo sapete.

Gettone telefonico in uso in Italia dal 1959 al 2001
Eppoi dicono che «i fumetti fanno male». Che sono meglio I Promessi Sposi di Superman. Provate a dirlo a Benedikt Taschen che nel 1980, a 18 anni, aprì un negozio di fumetti a Colonia, la città dove era nato, solo per poter smaltire la sua collezione di fumetti. L’anno successivo cominciò a pubblicare un catalogo per promuoverne la vendita e nel 1984 acquistò 40mila copie di un libro inglese su Magritte che altrimenti sarebbe finito al macero. Lui riuscì a rivenderle e a guadagnarci.

Benedikt Taschen. Photo © Thomas Rabsch, 2004
Fu l’inizio della sua fortuna, anche grazie all’intuizione che i libri d’arte o, comunque, i libri di immagine messi in vendita a prezzi abbordabili, avevano un pubblico vasto e vorace. A 30 anni di distanza la formula e la stessa, con la sola differenza che oggi Benedikt Taschen – che il regista Billy Wilder paragonò a «un tycoon della vecchia Hollywood» – è a capo di un impero multinazionale che si estende da Colonia a Hong Kong, da Los Angeles a Tokyo, ma continua a sfornare libri d’immagine di grande qualità e di grande interesse.
Ecco alcune delle più recenti uscite con cui la casa editrice festeggia l’anniversario:

Kate Moss fotografata da Mario Tesino

75 anni di DC Comics

Ritratto di New York

Omaggio a un mito della moda: Emilio Pucci
Un ampissimo assortimento di prodotti
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