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14.4.2012

«Schmucks with Underwoods»

Scritto da in Cultura pop | Permalink

Cary Grant e Rosalind Russell in "La signora del venerdì" (film tratto dalla commedia "The Front Page" di Ben Hecht). un film del 1940 diretto da Howard Hawks, sceneggiato dallo stesso Ben Hecht. Nel 1993 il film è stato scelto fra le pellicole da conservare nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

 

Nella Hollywood dell’epoca d’oro, gli sceneggiatori venivano considerati alla stregua degli zerbini. Jack Warner li chiamava «str..zi con la macchina per scrivere» («Schmucks with Underwoods», dove “schmuck” è un termine yiddish piuttosto offensivo e Underwood indica una vecchia marca di macchine per scrivere). Per il regista Joseph Mankiewicz erano invece «le segretarie più pagate al mondo», e l’elenco degli epiteti potrebbe continuare a lungo.

Il fatto era che quando il cinema prese a muovere le prime mosse (si era intorno al 1890) le parole non servivano: il grande schermo era muto. Il mondo del cinema era popolato da tecnici: cameramen, registi, montaggisti, elettricisti. Gli scrittori erano di là da venire. Non fecero la loro apparizioni almeno fino alla fine degli anni venti del Novecento. Arrivarono sulla costa del Pacifico, a Hollywood, da Broadway, dal mondo del teatro o della letteratura tout-court.

Erano nomi di tutto rispetto, si chiamavano Francis Scott Fitzgerald, William Faulkner, Dorothy Parker, Nathanael West, Christopher Isherwood, Bertolt Brecht, Thomas Mann. Presero anche a guadagnare bene. John Brady, l’autore di un libro sull’arte della sceneggiatura (The Craft of the Screenwriter, Simon & Schuster, 1981), ricorda che, nel 1932, a William Faulkner una storia fu pagata 6000 dollari, una cifra stellare per l’epoca, più di quando avesse mai guadagnato in vita sua e che quando, nel 1937, Francis Scott Fitzgerald cominciò a collaborare con la MGM era in completa bancarotta e sei mesi più tardi incassava 1250 dollari a settimana.

«In tutti gli Stati Uniti c’è una sola persona intelligente con la quale parlare: Ben Hecht», ebbe a dire lo scrittore Ezra Pound.

Certo non erano rose e fiori. Come faceva notare Brady, Hollywood negli anni trenta era una catena di montaggio: l’attenzione era sulla quantità non sulla qualità. Gli scrittori-sceneggiatori lavoravano nei peggiori locali degli studios dalle nove di mattina alle sei del pomeriggio; di sabato staccavano a mezzogiorno. Ogni giovedi erano tenuti a consegnare un minimo di undici cartelle di testo. Tanto per avere un’idea, alla fine della Seconda Guerra Mondiale a Hollywood si contavano 560 sceneggiatori sotto contratto, 175 alla sola MGM.

Fra costoro, un nome più brillante più di altri, ha attraversato i più svariati generi del mondo in celluloide – dalla commedia brillante al noir – contribuendo all’alone di leggenda che gira intorno alla mecca del cinema: il suo nome è Ben Hecht (1894-1964) un signore che, come fa notare Giaime Alonge, docente di storia del cinema all’Università di Torino, nel suo recente libro Scrivere per Hollywood, sottotitolo Ben Hecht e la sceneggiatura nel cinema americano classico (editore Marsilio, pagg 280, euro 26) si è misurato con l’arte della parola in ogni forma possibile nel suo tempo. È stato reporter, romanziere, commediografo, polemista, propagandista politico, ghostwriter (niente meno che di Marilyn Monroe), autore radiofonico, oltre che regista e produttore cinematografico indipendente, e conduttore televisivo.

A metà degli anni trenta Ben Hecht era uno dei più pagati, se non il più pagato, sceneggiatore di Hollywood. Il suo segreto fu che imparò da subito che il mestiere di sceneggiatore implica una collaborazione continua all’interno di un team (esattamente l’idea opposta che aveva Truffaut per il quale il cinema era fatto da un solo autore: il regista. Idea che, come è sotto gli occhi di tutti ha rovinato il cinema europeo riducendolo alla funzione di zerbino rispetto a quello americano). «La solitudine della creazione letteraria ha molto poco a che vedere con il lavoro che si fa per il cinema», ebbe a notare Ben Hecht «Di solito scrivi con il telefono che suona come un disperato, con il tuo capo che entra e esce dalla stanza dove tenti di lavorare, con il regista che inveisce e grugnisce nella sedia accanto a te. E poi ci sono le riunioni che interrompono il lavoro, gli agenti che arrivano con idee più o meno geniali, per non parlare degli amici che ti sottopongono storie senza senso. Il disastro incombe sulla tua scrittura. La star per cui stai scrivendo si ammala. Lo studio per cui stai lavorando cambia di mano e tutto cambia, per cui la scena che stavi descrivendo a Brooklyn, ora la devi spostare a Pechino».

A Ben Hecht, comunque, tutto quel caos non faceva né caldo, né freddo. Già perché  lui, negli anni venti, aveva lavorato come cronista di nera presso il tribunale della contea di Cook e lì non scherzavano di certo, lì aveva assistito a almeno venti impiccagioni: esperienza che trasferirà nella sceneggiatura del film His Gril Friday (“La signora del venerdi”), tratta dalla sua commedia The Front Page.

La velocità di scrittura di Hecht era leggendaria. Scrisse Scarface in sette giorni, Viva Villa in quindici e per questo fu pagato ben diecimila dollari più cinquemila per aver finito nel tempo previsto. A Ben Hecht non interessava poi neanche tanto vedere la sua firma nei titoli di coda di un film: talvolta quando aveva dei dubbi sul successo di una pellicola preferiva restare nell’anonimato, così se era un flop nessuno sapeva che c’era anche il suo zampio, se invece diventava un successo (come accadde con Via col vento, quando in sette giorni esatti riscrisse e mise a posto una sceneggiatura disgraziata, nata male, per cui David Selznick lo ricompensò con un assegno di quindicimila dollari) allora faceva in modo di far sapere in giro che era anche merito suo. Questo, spesso, rende difficile ricostruire tutte le fasi del lavoro di questo signore multiforme. E come se l’è cavata Alonge nell’affrontare, nel suo libro, «l’indeterminatezza della filmografia hechtiana»? In effetti il problema non è stato insormontabile «perché ciò che volevo scrivere», spiega «non era una biografia su Ben Hecht nel senso stretto del termine, bensì un libro sulla sceneggiatura nella Hollywood classica che utilizzasse la produzione hechtiana come caso esemplare». Dalla organizzazione produttiva alle modalità di lavoro, dalla concezione del cinema e del proprio ruolo al rapporto con la politica, le forme della scrittura e il problema della possibilità per uno sceneggiatore di sviluppare uno stile personale, riconoscibile come tale, in un’industria che per sua natura tendeva all’omologazione. Quello che è certo è che se Hecht non avesse scritto anche e soprattutto per il cinema, difficilmente si sarebbe ricavato uno spazio negli annali della cultura americana del XX secolo.

 

Tra le sue tante attività, Ben Hecht è stato lo sceneggiatore dell'età dell'oro di Hollywood, affiancando i registi e i produttori più importanti, da Sternberg a Hitchcock, da Hawks a Preminger, da Selznick a Zanuck, per i quali ha firmato una cinquantina di copioni (cui vanno aggiunte almeno altrettante collaborazioni non accreditate), tra cui alcuni capolavori assoluti, quali "Scarface" (1932) e "Notorious" (1946). Qui sopra, Cary Grant, Ingrid Bergman e Alfred Hitchcock sul set di "Notorious".


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