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29.5.2012

Marilyn, sempre Marilyn, fortissimamente Marilyn

Scritto da in Cultura pop | Permalink

Marilyn Monroe in una scena del film «Il principe e la ballerina». Photo courtesy © Allstar/Cinetext/Warner Bros.

L’anno è il 1956. L’Inghilterra è scossa dalla crisi di Suez. La musica rock invade i primi posti delle classifiche di vendita dei dischi. Il luogo dove si svolge la nostra storia è Iver Heath, 30 chilometri a ovest di Londra, nel Buckingamshire, sede dei celeberrimi Pinewood Studios che di lì a poco avrebbero ospitato le riprese dei film della serie 007 interpretati da un giovane scozzese, tale Sean Connery, tanto baldanzoso quanto sconosciuto.

Lei è Marilyn Monroe, svampita neo sposa (appena convolata a nozze con il quarantunenne commediografo Arthur Miller, lui al suo secondo «sì»; Marilyn, trentenne, è al terzo marito e non sarà neanche l’ultimo).

Lui è sir Laurence Olivier, mostro sacro del teatro britannico. Il duo, più che improbabile, faceva coppia sul set del film Il principe e la ballerina. Marilyn era accompagnata da Miller e dalla sua insegnante di recitazione Paula Strasberg, moglie di Paul Starsberg, guru dell’Actor’s Studio di New York. Sir Laurence era invece attorniato da una corte di fedelissimi e da tale Colin Clark, suo terzo assistente, praticamente ragazzo tuttofare, ma di grande famiglia: Colin era infatti figlio di Lord Kenneth Clark, storico dell’arte cresciuto all’ombra di Bernard Berenson, la cui casa, Saltwood Castle, era regolarmente frequentata da «creature esotiche: attori, artisti, ballerine e cantanti d’opera». Un ambiente dove i genitori erano «esseri lontani e meravigliosi che apparivano solo la sera tardi, in abiti eleganti».

Questa è la prima esperienza di lavoro di Colin, fresco di università e desideroso di farsi le ossa nel mondo dello show business. «Trovai quel lavoro solo perché i miei genitori erano amici di Olivier e di sua moglie, Vivien Leigh», scrive nel libro La mia settimana con Marilyn (appena uscito negli Oscar Mondadori, pagg. 168, euro 10, traduzione di Maria Grazia Bosetti e Raffaella Brignardello) da cui è tratto il film Marilyn (candidato a due premi Oscar), con Michelle Williams (la cui interpretazione della diva le è valsa un Golden Globe 2012), Kenneth Branagh (nella parte di sir Laurence Olivier), Emma Watson, l’ex maghetta di Hogwarts compagna di scorrerie di Harry Potter e Judi Dench.

Colin Clark, ventitreenne, sul set di «Il principe e la ballerina» si trovò a trascorrere un'inaspettata settimana "in fuga" con Marilyn attraverso la campagna inglese. In copertina l'attrice Michelle Williams.

Il libro è il diario di una settimana (ad essere esatti si tratta di nove giorni) nella vita di Marilyn Monroe, ma soprattutto di Colin Clark che, nella sua veste di ragazzo tuttofare si ritrova a fare da balia e a finire col flirtare con la diva all’indomani della partenza per Parigi, per motivi di lavoro, di Arthur Miller.

Il fatto era che girare quel film si rivelò una tragedia fin dall’inizio delle riprese. Annota Colin: «Olivier trattava la Monroe con sufficienza, come una stupida bionda. Marilyn ne era molto offesa perché era lo stereotipo da cui cercava di fuggire (…). Il nuovo marito di Marilyn la trattava come una bambina difficile, rendendola ancora più insicura (…). Lei era decisa a dimostrare di saper recitare nonostante il suo senso di inadeguatezza di fronte a Olivier e alla sua troupe di superprofessionisti britannici».

Le ostilità cominciarono praticamente da subito. «Dopo sole tre settimane di riprese», scrive Colin Clark «si era già formato un baratro tra le due grandi star e tutti avevano cominciato a schierarsi». Ad essere preoccupato, molto preoccpato, era Milton Greene, il socio, coproduttore e ex amante di Marilyn che si chiedeva perché mai Olivier non riusciva ad accettare Marilyn per quello che era. «Voi inglesi», era solito dire Greene «pensate che tutti debbano timbrare il cartellino, comprese le star. Olivier è deluso perché Marilyn non si comporta come una comparsa».

L’unica persona che sembrava assolutamente indifferente alle piccole-grandi tragedie personali che gli si svolgevano attorno era lui, il grande commediografo, il grande Arthur Miller che non riscuote le simpatie di Colin che si sfoga: «Nelle quattro occasioni in cui le nostre strade si sono incrociate – all’aeroporto, quando è sbarcato in Gran Bretagna con Marilyn, all’arrivo alla villa che avevo affittato per loro, una volta negli studi e una volta in compagnia degli Olivier – mi ha ignorato completamente. E così doveva essere. Io sono il più giovane componente della troupe, e il mio unico compito è quello di rendere la vita di Marilyn, e di conseguenza la sua, più facile.  Eppure non mi considero affatto un domestico. Sono un organizzatore, una persona che sistema le cose. Laurence Olivier si confida con me. E così Milton Greene. Ma Arthur Miller dà tutto questo per scontato: la sua casa, i suoi domestici, il suo autista, la guardia del corpo di sua moglie e persino, o almeno questa è la mia impressione, sua moglie. È questo che mi fa arrabbiare: come si fa a dare per scontata Marilyn Monroe? Lei lo guarda come se lo adorasse, ma è pur sempre un’attrice. Miller sembra sempre così maledettamente pieno di sé: sono certo che sia un grande scrittore, ma questo non giustifica la sua aria di superiorità. Forse è l’insieme degli occhiali con la montatura di corno, della fronte alta e della pipa. E a questo aggiungiamo anche uno sguardo che sembra dire “io vado a letto con Marilyn Monroe”».

Michelle Williams nel film «Marilyn».

Marilyn e Miller si erano sposati civilmente il 29 giugno 1956, ripetendo la cerimonia due giorni dopo davanti a un rabbino (Marilyn si era dovuta convertire all’ebraismo). Sulle fedi avevano fatto incidere: «Ora e per sempre». Scrive Miller dell’incontro con Marilyn nell’autobiografia Timebends: «l’occhio cercava, invano, di trovare il minimo difetto nell’esemplare architettura delle sue forme. Era una perfezione che ti faceva venire voglia di proteggere anche se immaginavo che doveva essere ben resistente per sopravvivere a Hollywood e avere successo. Comunque, a prima vista, sembrava una persona senza nessuno al mondo».

Neanche pochi giorni prima del matrimonio, Miller era stato convocato a Washington dal Comitato per le attività antiamericane (quello che si era inventato il bieco senatore Joseph McCarthy) perchè aveva chiesto il passaporto per recarsi in Europa dove, appunto, a Londra, Marilyn avrebbe iniziato le riprese di Il principe e la ballerina e, a Parigi, stavano allestendo il suo ultimo lavoro teatrale: Uno sguardo dal ponte. Gli fu chiesto, come a tutti quelli che venivano convocati, «di fare nomi», nomi di comunisti che lavoravano nel mondo dello show business che, secondo la visione di McCarthy dovevano essere estirpati dalla vita pubblica americana (la stessa ossessione, in salsa italiana, ereditata dal nostro ex presidente del consiglio). Miller rifiutò: «Voglio che comprendiate che non sto proteggendo i comunisti. Sto cercando e lo farò, di proteggere l’ idea che ho di me stesso», disse. Fu così processato nel febbraio dell’anno successivo, prima condannato, poi assolto in appello.

Ma il matrimonio Miller-Marilyn non durò a lungo. La separazione si consumò durante le riprese del film Gli spostati, del 1960, diretto da John Huston e sceneggiato dallo stesso Miller. Ogni giorno di più Miller veniva allontanato dalla vita di Marilyn, spinta fra l’altro dalla funesta influenza che esercitava su di lei l’onnipresente Paula Strasberg. Ricorda John Huston nella sua autobiografia: «Una sera stavo per andarmene dal posto dove giravamo – miglia e miglia all’interno del deserto – quando vidi Arthur tutto solo. Marilyn e i suoi amici non gli avevano offerto un passaggio per il ritorno: se ne erano andati lasciandolo sul set. Se per caso non lo avessi visto, avrebbe passato la notte lì, nel deserto. Le mie simpatie andavano sempre di più a lui».

 

«Marilyn postale», elaborazione in Polaroid di Maurizio Galimberti.

 


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