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	<title>Al coniglio agile &#187; Alfabeta</title>
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		<title>Omar Calabrese e Paolino Paperino</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 20:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Castellacci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vi dico subito, perché non vi aspettiate da me chissà quale rivelazione, che non vi dirò nulla di Omar Calabrese come semiologo, come uno dei massimi intellettuali e teorici al mondo della comunicazione, come storico della lingua, come studioso dei media e delle arti visive, come docente all’Università di Siena e visiting professor a Harvard, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4731" class="wp-caption aligncenter" style="width: 470px"><a href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2012/04/01/omar-calabrese-e-paolino-paperino/omar-calabrese/" rel="attachment wp-att-4731"><img class="size-medium wp-image-4731" title="OMAR CALABRESE" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2012/04/OMAR-CALABRESE-460x591.jpg" alt="" width="460" height="591" /></a><p class="wp-caption-text">Omar Calabrese ritratto da Paolo Castaldi per il numero uno del mensile «Max» (marzo 1985). All&#39;epoca Omar Calabrese aveva la cattedra di semiologia delle arti presso l&#39;Università di Bologna. Attualmente insegnava all&#39;Università di Siena. È scomparso sabato 31 marzo 2012.</p></div>
<p><strong>Vi dico subito, perché non vi aspettiate da me chissà quale rivelazione,</strong> che non vi dirò nulla di <span style="color: #993300;"><strong>Omar Calabrese</strong></span> come semiologo, come uno dei massimi intellettuali e teorici al mondo della comunicazione, come <span style="color: #993300;"><strong>storico della lingua</strong></span>, come studioso dei media e delle <span style="color: #993300;"><strong>arti visive</strong></span>, come docente all’<span style="color: #993300;"><strong>Università di Siena</strong></span> e <em>visiting professor</em> a <span style="color: #993300;"><strong>Harvard, Yale,</strong></span> Parigi, Buenos Aires (l’elenco completo assomiglia a una guida telefonica), come enfant prediletto di Umberto Eco, come condirettore della rivista <em>Alfabeta</em>, come saggista (fondamentale il suo <span style="color: #993300;"><strong><em>L’età nebarocca</em></strong></span>, Laterza 1987, e anche qui l’elenco delle sue opere è impressionante), come consigliere della Presidenza del Consiglio dei Ministri per l’editoria e la comunicazione, o come fondatore dell&#8217;Ulivo con Romano Prodi, perché per più di quarant&#8217;anni Omar è stato, per me, semplicemente un amico e compagno di scorribande massmediatiche.</p>
<p><strong>Una volta mi chiamò</strong> per dirmi che stava partendo per Parigi e che avrebbe dovuto vestirsi «per bene»: lo aspettavano all’Istituto di Francia perché aveva ricevuto il <span style="color: #993300;"><strong>Prix Bernier</strong></span> dall&#8217;<span style="color: #993300;"><strong>Académie des Beaux Arts</strong></span>, uno dei più prestigiosi premi letterari francesi (e, si sa, i francesi hanno un po’ la puzza al naso, per cui il premio valeva ancora di più) per il suo saggio <span style="color: #993300;"><strong><em>L’art du trompe l’oeil</em></strong></span> (in Italia pubblicato da Jaca Book). Gli dissi che forse doveva vestirsi da Accademico di Francia. Mi mandò al diavolo. Gli risposi che volevo una sua foto, magari con lo spadino e le crinoline. Lui rispose: Mai.</p>
<p><strong>Dunque, dicevo che non dovete aspettarvi niente da me su Omar Calabrese</strong> che ci ha lasciati sabato 31 marzo 2012 e ha lasciato la moglie Francesca. L&#8217;incipit della mia frase non è che una citazione tratta da un articolo che Omar aveva scritto, su mia richiesta, nell’aprile del 1985 e che era stato pubblicato sul secondo numero del neo-nato mensile <em>Max</em> di cui ero capo redattore. Il <em>Max </em>di allora (&#8220;Mensile di cultura dell&#8217;Editoriale del Corriere della Sera&#8221;) raccontava le biografie di Grandi Uomini e avevo chiesto a Omar un ritratto del Grande <span style="color: #993300;"><strong>Paolino Paperino</strong></span> che, nello stesso numero, era in compagnia, fra gli altri, di Umberto Eco, Mick Jagger, David Hockney, Robert Mapplethorpe, Gianfranco Ferré. Sì, perché Omar non disdegnava di analizzare la cultura bassa con gli strumenti della <span style="color: #993300;"><strong>cultura alta</strong></span> e devo dire che spesso, giocando con quella tecnica, ci siamo proprio divertiti. Basti pensare alla Grande Mostra fiorentina <strong><span style="color: #993300;"><em>La fortuna degli Etruschi</em></span></strong> (1985) di cui Calabrese era uno dei responsabili, e di cui curammo, insieme ad altri amici, la sezione <span style="color: #993300;"><strong>«L’etrusco immaginario»</strong></span>, dove accanto a pezzi rarissimi, usciti dai più importanti musei del mondo, esponevamo una apparentemente inimmaginabile &#8220;paccottiglia etrusca&#8221;: dall’insegna dell’autorimessa etrusca di Volterra alla confezione dei biscottini etruschi esposti sotto teca con gran cura dall&#8217;allestitore Giampaolo Di Cocco, architetto di professione, ma artista visivo nel cuore; dalla T-shirt <em>New York loves Etruscans</em> alle locandine del film <em>L’etrusco uccide ancora.</em> Ad essere entusiasta della nostra &#8220;lettura semiotica&#8221; fu il Presidente della Repubblica <span style="color: #993300;"><strong>Sandro Pertini</strong></span> arrivato a Firenze per l’inaugurazione. Prese sotto braccio Omar e gli disse sottovoce: «Certo siete proprio dei ragazzacci».</p>
<p><strong>Dunque, dicevo: </strong>l’articolo di Omar Calabrese su Paolino Paperino che compiva cinquant&#8217;anni. Il titolo lo presentava come «il più simpatico e disastrato personaggio del mondo a fumetti, protagonista di ghiotte letture adolescenziali, senza il quale non saremmo in grado di gustare <span style="color: #993300;"><strong>Borges</strong></span>, la Scuola di Francoforte e dintorni». <span style="color: #993300;"><strong>Un capolavoro.</strong></span> Ve ne faccio assaggiare una parte. Ecco qua:</p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="color: #003300;"><strong>«Vi dico subito, perché non vi aspettiate chissà che cosa da me, che non vi dirò nulla su Paperino.</strong> Mi spiego. Non ho la più piccola intenzione di raccontarvi la storia del personaggio di CarI Barks. La potete trovare dappertutto in italiano, basta che entriate in libreria e che la smettiate di usare i giornali per farvi fare i riassunti dei libri. Se siete proprio digiuni, vi informo che potete cominciare con un libro del 1974, una <em>Introduzione a Paperino</em> pubblicata da Sansoni per opera di Marovelli, Paolini e Saccomano che ancora regge bene la concorrenza. In quel saggio c&#8217;è un&#8217;ulteriore bibliografia, e potete diventare facilmente degli esperti senza annoiare me per risparmiare la fatica. E senza annoiare voi medesimi, perché se mi annoio io divento noioso con quel che segue. Inoltre non ho la più piccola voglia di dirvi che cosa significa Paperino. Per le medesime ragioni, basta che invece di vedere l&#8217;ultima puntata di <em>Dallas </em>vi sprofondiate in poltrona, accanto al caminetto, come si faceva una volta, e leggiate per esempio una buona <em>Sociologia del fumetto americano</em> di David Manning White e Robert Abel, tradotta da Bompiani, che vi dirà molto sugli aspetti sociali dei fumetti Usa senza costringere me a far finta di dire la mia. Mi sembra che così la questione di Paperino sia chiusa e non si debbano sprecare delle belle pagine di giornale per ridire il già detto, masticato e digerito. Tuttavia, se proprio di Paperino si deve parlare, mettiamola così: visto che mi sento rappresentativo di una generazione (diciamo dai venticinque ai quarant&#8217;anni) che con Paperino ha variamente convissuto, vi narrerò qualcosa della relazione con Donald Duck. Ovvero: qual è stato il mio rapporto con Paperino. È chiaro che, tuttavia, non disponendo qui di molto spazio, non posso fare una biografia completa e incrociata. Mi vedo dunque costretto a semplificare le cose raggruppando il tema in alcuni episodi chiave. E si vada a incominciare.</span></p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="color: #003300;"><strong>Paperino e la letteratura universale.</strong> Avevo esattamente dieci anni quando mio padre per il mio compleanno, invece di regalarmi trenini, automobili, fucili o soldatini, decise di comperarmi l&#8217;<em>Enciclopedia dei ragazzi</em>. Rimasi profondamente deluso. Tuttavia il regalo era grosso e pesante e cominciai a sfogliarlo. L&#8217;opera era divisa in sezioni, per ciascun volume. E una sezione portava i riassunti illustrati dei grandi capolavori di tutte le letterature del mondo. Cominciai a leggerne qualcuno. Erano bellissimi. Così imparai l&#8217;<em>Edda</em>, il <em>Kalevala</em>, il <em>Libro dei re</em>, l&#8217;<em>Odissea</em>, <em>I miserabili</em>, <em>I promessi sposi</em> e un sacco di altre belle trame sviluppate in circa dieci pagine. La fame di Grandi Letterature mi attanagliava. Ma ben presto i riassunti dell&#8217;enciclopedia finirono, e io non conoscevo l&#8217;esistenza del <em>Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi</em>. Che fare? Esitavo dubbioso, e nel dubbio sarei a lungo rimasto, se non che un giorno a scuola intravidi nella cartella di un compagno un bel numero di <em>Topolino</em>, rivista che allora snobisticamente non leggevo. Su quelle pagine intravidi quella che sarebbe stata una scoperta decisiva per la mia vita: una storia dal titolo <em>Paperino e il giro del mondo in 80 minuti</em>. Era il 1959. Iniziava una nuova era di approfondimento delle trame letterarie di popoli e paesi diversi che non mi avrebbe mai più abbandonato, e che a tutt&#8217;oggi sono portato a pensare essere stato uno scatto decisivo per le mie successive decisioni di iscrivermi al classico e poi a Lettere e Filosofia. In ogni caso: è stato (ed è tuttora) attraverso Paperino che ho conosciuto capolavori indimenticabili del sapere universale, come il <em>Dottor Faust, La Gerusalemme liberata, Il barbiere di Siviglia, Tartarin di Tarascona, I tre moschettieri,</em> eccetera. Non nego che assai spesso le trame paperinesche mi sembravano approssimative e un po&#8217; falsificate. Ma non era difficile tentare delle integrazioni; o risalire agli originali o capire dove il finale andava modificato. Sotto la superficie paperesca (i personaggi, le loro trame-tipo, ovvero i rapporti di denaro con Paperone e d’amore con Paperina e di cattiva sorte con Gastone) stavano sempre nelle strutture romanzesche in cui c&#8217;era del vero. Ancora non lo sapevo, ma avevo imparato i meccanismi della parodia e della citazione. Senza Paperino, forse, non sarei stato più tardi in grado di gustare Borges.</span></p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="color: #003300;"><strong>Paperino e i mass media.</strong> C’erano alcune storie di Paperino che ogni tanto non riuscivo proprio a capire bene. Parlavano di argomenti di cui vagamente sentivo qualcosa a tavola, come le tasse, la Vanoni (da intendersi sempre come tasse), i satelliti artificiali, le scoperte archeologiche, i concorsi di miss qualche cosa, eccetera. Ma non scoprivo la relazione fra i due campi. Fino a quando, guardando la televisione da poco acquistata in casa, cominciai a ritrovare alcuni argomenti del telegiornale dentro le storie di Paperino o Topolino. Perbacco, era chiaro! In Paperino c&#8217;era anche l&#8217;attualità, e perfino quella italiana (per anni ho ignorato che in Italia si producevano direttamente delle storie per gli Albi Mondadori). Potrà sembrarvi esagerato, ma giuro che ho cominciato a seguire le notizie, anche sui giornali, con un diverso interesse. Un interesse proiettato verso la costruzione di trame potenziali e che qualche volta ritrovavo puntualmente sui giornalini. Ma, del resto, certi grandi scrittori non fanno esattamente così anche oggi? L&#8217;attualità presente negli albi era inoltre totale, completa, generale. Comprendeva lo spettacolo, il teatro, la musica, l&#8217;arte, il cinema, lo sport. Paperino diventava una vera e propria summa enciclopedica dei media e richiedeva una competenza totale dei media stessi. Anni più tardi avrei coniugato i giornalini con la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_di_Francoforte" target="_blank">Scuola di Francoforte</a>, e ne avrei viste delle belle.<br />
</span></p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="color: #003300;"><strong>Paperino e il lavoro</strong>. Paperino non lavora. Non me ne accorsi subito. A dieci anni non c&#8217;è nessuna percezione del lavoro, se non che alla magica parola è associato il fatto che i genitori si allontanano di casa per alcune felici ore. Ci ripensai tuttavia dopo qualche anno. E ne conclusi che Paperino aveva ragione. Non c&#8217;è propno alcun motivo per spezzarsi la schiena da mattina a sera in modo routiniero e alienante per vivere schifosamente. Si vive schifosamente anche senza lavorare. Dunque i casi erano due: o non lavorare come Paperino o lavorare in un modo che ne producesse le <em>chance </em>di libertà del mio magnifico eroe. Scelsi la seconda strada, e non me ne sono pentito. Ma riesco a capire come mai migliaia di giovani negli anni attorno al Settantasette scelsero invece la prima, e inventarono slogan come il «rifiuto del lavoro» o preferirono il duro cammino della marginalità. Paperino aveva aperto qualche cervello con le sue illuminanti imprese di sopravvivenza all&#8217;insegna della felicità. Paperino aveva fatto capire, magari inconsciamente, che è meglio l&#8217;indipendenza che il dominio altrui su noi stessi. Non dubito affatto che l&#8217;ideologia disneyana sia stata immensamente differente. Ma il problema sta nel risultato: spesso particolari apparentemente insignificanti possono esserci maestri fin dove neppure gli autori delle nostre letture potevano giungere a pensare».</span></p>
<p><strong>Una lettura &#8220;laterale&#8221; di cui Omar Calabrese era maestro.</strong> Non sappiamo se Paolino Paperino, nel tempo, sia stato orgoglioso delle <span style="color: #993300;"><strong>vette accademiche</strong></span> raggiunte dal suo biografo. Noi, i suoi amici, sì, lo siamo stati. E lo siamo tuttora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’America sotto attacco</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 17:20:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Castellacci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura pop]]></category>
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		<description><![CDATA[«La scomparsa dell’America», titola il mensile (di intervento culturale) Alfabeta nel numero dello scorso novembre, in cui Furio Colombo, Chu Zhaogen, Danilo Zolo, Luigi Ballerini discutono da diverse angolazioni se il Sogno Americano esiste ancora. «Come si è ristretta l’America», scrive su “D”, il supplemento di La Repubblica (11 dicembre 2010), Benedetta Marietti prendendo atto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #993300;"><strong>«La scomparsa dell’America»</strong></span>, titola il mensile (di intervento culturale) <strong><em>Alfabeta</em></strong> nel numero dello scorso novembre, in cui Furio Colombo, Chu Zhaogen, Danilo Zolo, Luigi Ballerini discutono da diverse angolazioni se il Sogno Americano esiste ancora.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-1679" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/01/07/l%e2%80%99america-sotto-attacco/copertina_alfabeta2_04-415/"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1679" title="Copertina_alfabeta2_04-415" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2011/01/Copertina_alfabeta2_04-415.jpg" alt="" width="415" height="575" /></a></p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>«Come si è ristretta l’America»</strong></span>, scrive su <em>“<strong>D</strong>”, </em>il supplemento di <em>La Repubblica </em>(11 dicembre 2010), Benedetta Marietti prendendo atto che «la fine anno dei bestseller mostra una insolita frenata – in termini di classifica, non di offerta – dei tradizionali campioni d’incasso angloamericani. Perfino Lacaduta dei giganti di Ken Follett (&#8230;) è stato superato, via via che si avvicina la fine d’anno, da Eco, Faletti, Ammanniti».</p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>«Addio New York»</strong></span> spara in copertina <strong><em>L’Europeo</em></strong> di dicembre notando che «il mercato dell’arte contemporanea perde i confini: dall’India alla Cina arriva la carica dei nuovi collezionisti e degli artisti emergenti». «È la globalizzazione, bellezza: milioni di artisti si aggirano su questo pianeta», scrive Francesca Pini, aggiungendo che L’Europa e gli Stati Uniti, da sempre detentori delle “chiavi” dell’arte, hanno visto affacciarsi altri mondi: dalla Cina alla Corea, dalle Filippine all’Australia. «Per New York, pluridecennale centro internazionale del business dell’arte, è un sorpasso in piena regola e, per favore, nessuno carichi su Barack Obama anche questa sconfitta», sottolinea il direttore Daniele Protti.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-1680" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/01/07/l%e2%80%99america-sotto-attacco/cover-arte-sito1/"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1680" title="cover-arte-sito1" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2011/01/cover-arte-sito1-460x544.jpg" alt="" width="460" height="544" /></a></p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>Ma è proprio vero che l’America sta perdendo il suo primato culturale?</strong> </span>Certo, durante gli otto anni di presidenza di George W. Bush, l’America ha eroso, e di molto, il capitale di primato morale che ora, grazie agli sforzi di Barack Obama (nonostante gente come Sarah Palin e il movimento Tea Party cerchino di peggiorarla persino rispetto a Bush junior), sta tentando di riconquistare.</p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>Un Paese-dittatura come la Cina può sostituire il pur incrinato Sogno Americano</strong></span> mettendo sul piatto una manciata di artisti d’avanguardia, aziende manufatturiere di prodotti taroccati, una censura da far invidia alla Santa Inquisizione e una mancanza di libertà tale da impedire a un suo cittadino di andare ritirare il Premio Nobel per la Pace?</p>
<p><strong><span style="color: #993300;">A voi che ve ne pare? Ne vogliamo parlare?</span></strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ritorna «Alfabeta», voce molto dispettosa per intellettuali disorganici</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 08:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Castellacci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dintorni del pop]]></category>
		<category><![CDATA[Alfabeta]]></category>

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		<description><![CDATA[Capita così. Da un po’ cercavo di acquistare Alfabeta2, il primo numero del ri-nato storico mensile che le cronache annunciavano essere ri-uscito il 7 luglio scorso, ma sembrava che nessuna edicola o libreria del centro di Milano o di Firenze, dove ero andato a prendere una bordata di caldo, ne avessero avvistata una copia. Ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Capita così. Da un po’ cercavo di acquistare <em>Alfabeta2</em></strong>, il primo numero del ri-nato storico mensile che le cronache annunciavano essere ri-uscito il 7 luglio scorso, ma sembrava che nessuna edicola o libreria del centro di Milano o di Firenze, dove ero andato a prendere una bordata di caldo, ne avessero avvistata una copia. Ci avevo rinunciato. Poi sabato si abbassa la temperatura e metto il naso fuori di casa per andare a comprare i giornali e scopro che la microscopica edicola sotto casa ne ha una copia solitaria appollaiata sullo scaffale, arrivata lì probabilmente per sbaglio.</p>
<p><strong>E così dopo vent’anni ri-ecco <em>Alfabeta</em></strong>. Apparentemente simile nel formato tabloid (ma poi scopri che gli manca un centimetro); apparentemente simile nella testata (ma se guardi attentamente i caratteri è un po’ come le borse simil-Louis-Vuitton: tutto sembra uguale, ma niente lo è); apparentemente simile nella  grafica, che allora era quella rivoluzionariamente rigorosa di Gianni Sassi e che oggi è soggetta a re-styling: dalle cinque colonne siamo passati a quattro, è aumentata l’interlinea, sulla copertina ci sono forse troppi numeri (lo 01 e il 2) e i titoli interni sono color violetto come la testata (ma perché mai?). Tutte scelte che fanno parte dell&#8217;opinabilità e delle diverse personalità. La carta, invece, è infastidente: oltre a essere fondamentalmente diversa dall&#8217;originale, più ruvida e calda, è elettricamente bianca, scintillante come un intervento di chiurgia estetica, liscia come un’iniezione di botox, inutilmente inamidata. In una parola: <em>unfriendly</em>. Ce ne dovremo fare una ragione.</p>
<p style="text-align: center">
<div id="attachment_527" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-527 " src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/07/Alfabeta-2-300x214.jpg" alt="Il primo numero della seconda serie della rivista culturale mensile &quot;Alfabeta&quot;" width="300" height="214" /><p class="wp-caption-text">Il primo numero della seconda serie della rivista culturale mensile &quot;Alfabeta&quot; (dettaglio)</p></div>
<p><strong>Una cosa è però rimasta uguale all’<em>Alfabeta</em> originale</strong>: a pagina 3, oggi come allora, si trova un testo di Umberto Eco. Quello attuale si intitola «Alfabeto per intellettuali disorganici» e introduce una riflessione sul ruolo dell’intellettuale,  <span style="color: #993300"><em>fil rouge</em></span> del numero. Nel maggio 1979 – con l’obiettivo di seguire la linea editorile che prevedeva di creare «discorsi itineranti attraverso libri diversi» – Eco si era invece occupato di «La lingua, il potere, la forza», prendendo spunto non solo da una lezione di Roland Barthes, ma anche da «Il potere e la parola» di Foucault, da un testo sul feudalismo di George Duby e da un libro sulla guerra e l’uso delle armi in Europa di Michael Howard.</p>
<div id="attachment_528" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-528" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/07/Alfabeta-1-300x211.jpg" alt="Il primo numero della rivista culturale &quot;Alfabeta&quot; uscito nel maggio 1979 (dettaglio)" width="300" height="211" /><p class="wp-caption-text">Il primo numero della rivista culturale &quot;Alfabeta&quot; uscito nel maggio 1979 (dettaglio)</p></div>
<p>Come l&#8217;<em>Alfabeta</em> delle origini, poi, l&#8217;apparato iconografico è &#8220;fuori testo&#8221;. Le immagini di questo primo numero seguono il lavoro di Jannis Kounellis dal 1967 ad oggi.</p>
<p>A garantire la continuità “genetica” della rivista è stato, comunque, insediato un solido “comitato storico” formato da Omar Calabrese, Umberto Eco, Maurizio Ferraris, Carlo Formenti, Pier Aldo Rovatti. Accompagna la versione cartacea un <a href="http://www.alfabeta2.it/" target="_blank">sito web</a>.</p>
<p><strong>In redazione spicca, oggi come allora, il nome di <a href="http://www.nannibalestrini.it/" target="_blank">Nanni Balestrini</a></strong>, l’anima editoriale dietro alla nascita stessa della rivista, in quel lontano 1979, e che avrebbe dovuto esserne il coordinatore. Ruolo che non poté mai svolgere perché un mese prima dell’uscita di <em>Alfabeta</em>, il 7 aprile di quell’anno, Balestrini, assieme a numerosi esponenti di Autonomia Operaia, venne incriminato per associazione sovversiva, banda armata e partecipazione a 19 omicidi, tra cui quello di Aldo Moro. Per non farsi qualche inutile anno di galera preventiva, Balestrini si rifugiò a Parigi. Nell’84 gli inquirenti si accorsero finalmente di aver preso un abbaglio e che con l’uccisione di Moro e di tutti gli altri, così come con le trame eversive, Nanni non c’entrava niente.</p>
<div id="attachment_529" class="wp-caption aligncenter" style="width: 247px"><img class="size-medium wp-image-529" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/07/biografia-237x300.jpg" alt="Nanni Balestrini" width="237" height="300" /><p class="wp-caption-text">Nanni Balestrini</p></div>
<p><strong>Prima dell’esito dell’indagine, Balestrini aveva comunque spiegato ai lettori </strong>di <em>Alfabeta</em> (numero 13, maggio 1980) di essere stato costretto a lasciare l’Italia e la direzione del giornale nonostante «nel corso di 12 mesi mai nessuna, non dico prova, ma neppure indizio o accenno di indizio è stato formulato o fatto trapelare intorno alle mie responsabilità per una serie di fatti ben precisi come una ventina di omicidi (fra cui Moro), ferimenti, attentati vari».</p>
<p>Balestrini condannava non solo l&#8217;ottusità investigativa, ma anche l’atteggiamento dei &#8220;fiancheggiatori&#8221; di quelle tesi: nella fattispecie gran parte dei giornalisti e buona parte degli intellettuali italiani. «Tempo verrà», scriveva «per un’accurata analisi e discorso sulla stampa. E per un giudizio sulla categoria. Saranno sufficienti a limitare la sua condanna l’onesta intellettuale e il coraggio morale di una Rossanda e di un Bocca, di fronte all’impegno ardente con cui, a gara, i giornalisti d’Italia si sono battuti per rendere accettabili e convincenti le veline del potere, in una campagna senza precedenti per i mass-media?». E finiva chiedendosi quale fosse stato l’atteggiamento, il ruolo degli stessi intellettuali «nei confronti di un’inchiesta che vedeva non solo incriminati degli intellettuali, ma soprattutto la possibilità di esercitare un’attività di pensiero non conforme al potere vigente?». Il titolo di quell’articolo era «<span style="color: #993300">Intellettuali senza</span>». Lo stesso che oggi svetta sulla copertina di <em>Alfabeta 2</em>.</p>
<p><strong>Per chi fosse interessato a capire cosa sia stata Alfabeta</strong> nel decennio &#8217;79-&#8217;88, suggeriamo di andare a cercarsi la mini antologia della rivista (<em>Alfabeta: 1979-1988</em>) pubblicata nei saggi tascabili Bompiani nel 1996. Per chi, poi, volesse approfondire il tema, sappia che il <a href="http://www-3.unipv.it/fondomanoscritti/" target="_blank">Fondo Manoscritti </a>dell’Università di Pavia conserva l’Archivio di <em>Alfabeta</em>, con tanto di verbali delle sedute del comitato di redazione, la posta, gli articoli rimasti inediti.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-532" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/07/alfabeta-libro-191x300.jpg" alt="alfabeta libro" width="191" height="300" /></p>
<p><strong>Ma cos’era esattamente <em>Alfabeta</em>?</strong> Carlo Formenti, nell’introduzione all’antologia Bompiani, scrive: «<em>Alfabeta</em> è stata una rivista irritata e irritante, caustica, indignata, cattiva, provocatoria fino alla petulanza. Una rivista molto amata ma anche molto odiata, soprattutto dagli intellettuali che non vi collaboravano (&#8230;). Rileggerne le pagine in questi piatti anni Novanta aiuta a capire quanto oggi manchi quella voce dispettosa».</p>
<p>E quella voce dispettosa è (apparentemente) tornata.</p>
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			<wfw:commentRss>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/07/26/ritorna-%c2%abalfabeta%c2%bb-voce-molto-dispettosa-per-intellettuali-disorganici/feed/</wfw:commentRss>
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