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	<title>Al coniglio agile &#187; Pierangelo Garzia</title>
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		<title>La nuova medicina integrata e i cacciatori di piante</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2013 16:31:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Castellacci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Metti insieme un medico specialista in Anatomia patologica, Pneumologia e Oncologia clinica e che, per di più, si occupa di neuroscienze (Enzo Soresi); uno scrittore esperto proprio di tematiche inerenti alle neuroscienze (Pierangelo Garzia); un giornalista e scrittore medico-scientifico (Edoardo Rosati) e il risultato è un intelligente libro di divulgazione dal titolo Guarire con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6090" class="wp-caption alignleft" style="width: 230px"><a href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2013/01/30/la-nuova-medicina-integrata-e-i-cacciatori-di-piante/attachment/9788820052621/" rel="attachment wp-att-6090"><img class="size-medium wp-image-6090 " src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2013/01/9788820052621.jpg" alt="" width="220" height="339" /></a><p class="wp-caption-text">La medicina integrata comprende le cure tradizionali e in più quelle alternative, naturali, complementari.</p></div>
<p><strong>Metti insieme un medico</strong> specialista in Anatomia patologica, Pneumologia e Oncologia clinica e che, per di più, si occupa di neuroscienze (<span style="color: #993300;"><strong>Enzo Soresi</strong></span>); uno scrittore <em></em>esperto proprio di tematiche inerenti alle neuroscienze (<span style="color: #993300;"><strong>Pierangelo Garzia</strong></span>); un giornalista e scrittore medico-scientifico (<span style="color: #993300;"><strong>Edoardo Rosati</strong></span>) e il risultato è un intelligente libro di divulgazione dal titolo <span style="color: #993300;"><em><a href="http://www.facebook.com/pages/La-nuova-medicina-integrata/348053755271792" target="_blank"><span style="color: #993300;"><strong>Guarire con la nuova medicina integrata</strong></span></a></em></span> (Sperling &amp; Kupfer, pagg. 226, euro 17), su un tema di grande attualità scientifica, la cosiddetta medicina complementare, o naturale, o «alternativa» (anche se di alternativo non ha nulla, anzi).</p>
<p><strong>«La medicina integrata è un approccio innovativo alla medicina</strong> e alla formazione medica, anche se ha radici antiche», scrive nella prefazione <span style="color: #993300;"><strong>Antonella Ciaramella</strong></span>, psichiatra, psicoterapeuta e docente di Medicina Psicosomatica all&#8217;Università di Pisa. «È orientata alla comprensione dell&#8217;interazione di <span style="color: #993300;"><strong>mente, corpo e spirito</strong></span> e alla relazione tra stato di salute e malattia. La medicina integrata sposta l&#8217;orientamento della pratica medica da un approccio basato sulla malattia a uno fondato sul benessere. <span style="color: #993300;"><strong>Non rifiuta la medicina convenzionale</strong></span> così come non accetta acriticamente le pratiche non convenzionali».</p>
<p><strong>Il fatto è che oggi i ricercatori dispongono di nuove scoperte</strong> con cui confrontarsi e di nuovi strumenti per spiegare la realtà. I medici hanno sperimentato che <span style="color: #993300;"><strong>non esiste una sola medicina</strong></span>. I pazienti hanno accesso a molte più informazioni come, appunto, opere divulgative come questa o anche a pubblicazioni scientifiche rintracciabili in Rete (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/PubMed" target="_blank">PubMed</a>), e manifestano una nuova consapevolezza. Dunque la medicina integrata si prefigge di associare la medicina tradizionale con le <a href="http://nccam.nih.gov/health/whatiscam" target="_blank">medicine complementari e alternative.</a></p>
<p><strong>«Compito di questo libro»,</strong> dice Soresi «è spiegare perché le medicine non convenzionali non debbano essere considerate come ataviche superstizioni sopravvissute all&#8217;avanzare del progresso scientifico, bensì come <span style="color: #993300;"><strong>preziose opportunità</strong></span> per migliorare la qualità e l&#8217;efficenza delle opzioni terapeutiche della medicina moderna» che, non dimentichiamo, per una buona percentuale non fa altro che affidarsi agli stessi elementi vegetali usati da millenni da stregoni e sciamani: le piante delle foreste, appunto.</p>
<p><strong>Non bisogna infatti tralasciare il fatto</strong> che il 25 per cento dei farmaci che usiamo abitualmente deriva dalle piante. «Il grande bagaglio delle <span style="color: #993300;"><strong>piante medicinali</strong></span> è sfruttato da secoli nelle savane africane, nelle foreste latinoamericane e nelle steppe asiatiche. Alcune delle più recenti scoperte della moderna farmacologia derivano dal <span style="color: #993300;"><strong>mondo vegetale</strong> </span>innestate poi sulla medicina tradizionale».  Soresi fa l&#8217;esempio dell&#8217;<span style="color: #993300;"><strong>artemisia</strong> </span>che in Cina è utilizzata da oltre duemila anni come pianta medicinale e oggi è tornata attuale per la cura della malaria e fa anche l&#8217;esempio del <em><span style="color: #993300;"><strong>Calophyllum lanigerum</strong></span></em>, un albero malese da cui è stato isolata una molecola che si è rivelata un rimedio a basso costo per la cura dell&#8217;Aids. E la storia di come fu scoperta questa pianta è interessante e istruttiva.</p>
<p><strong>Facciamo un piccolo passo indietro</strong> ricordando come siano centinaia le medicine che derivano da principi attivi vegetali, comprese le più comuni, come la penicillina, che si ricava da un fungo, e l’aspirina, che si ricava dal salice bianco. Ultimamente le piante da cui si possano ricavare principi attivi sono sempre più ricercate. Un bel salto dal 1983, quando quasi si contavano sulle dita di una mano le aziende farmaceutiche, soprattutto americane, coinvolte nella produzione di medicinali derivati da piante. Oggi sono qualche centinaio le società, comprese istituzioni pubbliche come il <span style="color: #993300;"><strong>National Cancer Institute</strong></span>, coinvolte nella caccia e nello studio di piante medicinali per la cura di virus, infezioni, cancro e Aids, appunto.</p>
<p><strong>Immaginati quindi di essere un botanico.</strong> Immagina di imbatterti in un albero le cui proprietà potrebbero portare alla scoperta della cura per l’Aids. Immagina di tornare dove l’avevi scovato e di non trovarlo più. Che l’abbiano abbattuto? Immagina di scatenare una caccia disperata persino in un giardino botanico, quello di Singapore, dove magari qualcuno avrebbe potuto aver messo a dimora proprio quel particolare albero. Insomma, immagina una storia ad alto tasso di suspense con finale, comunque, da «vissero tutti felici e contenti».</p>
<p><strong>Innanzitutto, come lo vedi questo ricercatore botanico?</strong> Un po’ miope, magari con la pancetta, il cui ufficio è una serra, le cui &#8220;pratiche&#8221; sono piante e fiori? Ecco, dimenticatelo. Pensa piuttosto a uno capace di scalare scogliere inaccessibili, risalire le rapide, calarsi in spelonche abissali, vagare per i deserti. Ecco, pensa a <span style="color: #993300;"><strong>Indiana Jones</strong></span>. Pensa a un vero e proprio esploratore rompicollo. Già nel 1700 lo svedese Carlo Linneo, padre della botanica moderna, ammoniva: «Quale lavoro è più arduo, quale scienza è più faticosa della botanica?».</p>
<p><strong>Già, perché i cacciatori di piante,</strong> soprattutto i cosiddetti cercatori istituzionali, che ogni anno partono per i quattro angoli del mondo al seguito delle dieci più importanti spedizioni botaniche, quelle finanziate dal bilancio federale americano, sono – devono essere – dei veri e propri Indiana Jones. Il loro compito, oltre alla ricerca e alla catalogazione di specie vegetali medicinali, è <span style="color: #993300;"><strong>mappare i codici genetici delle piante</strong></span> per poter conservare traccia della diversità bio-botanica del pianeta, arrivando così a creare una <span style="color: #993300;"><strong>banca dati genetica mondiale</strong></span> accessibile alla comunità scientifica internazionale. E, visto il pericolo di estinzione di molte specie vegetali, dovuto da una parte alle necessità sempre più pressanti dell’agricoltura moderna e, dall’altra, a una deforestazione sistematica e distruttiva, il loro compito è tanto importante, quanto pressante. Non solo per la perdita irrimediabile delle piante, ma anche per la scomparsa delle popolazioni indigene e di tutto il loro inestimabile bagaglio di conoscenze.</p>
<p><strong>Cinque secoli fa, nella foresta amazzonica</strong> vivevano dieci milioni di indiani, oggi sono meno di 200mila. Nel solo Brasile, dagli inizi del Novecento, sono scomparse 90 tribù e con loro se ne è andata una fetta di cultura relativa alle specie medicinali della foresta. <span style="color: #993300;"><strong>Gli ultimi sciamani</strong></span> rimasti a vivere oggi nelle foreste tropicali hanno tutti 70 e più anni. Ogni volta che uno di loro muore senza passare il testimone alla generazione successiva è proprio come, prova a figurartelo, se un’intera <span style="color: #993300;"><strong>biblioteca di irripetibile conoscenza</strong></span> se ne andasse con lui. Per sempre.</p>
<p><strong>Insomma, la nostra storia comincia nel settembre del 1987</strong>, quando una spedizione diretta dal dottor <span style="color: #993300;"><strong>John Burley</strong></span>, ricercatore associato dell’<span style="color: #993300;"><strong><a href="http://www.arboretum.harvard.edu/" target="_blank"><span style="color: #993300;">Arnold Arboretum</span></a> </strong></span>– una delle istituzioni botaniche più prestigiose al mondo, legata all’<span style="color: #993300;"><strong>Università di Harvard</strong> </span>– parte alla volta di Sarawak, il più grande Stato della Malesia, sulla costa nordoccidentale del Borneo, terra sinonimo di mistero e avventura, laddove Emilio Salgari aveva ambientato le gesta di Sandokan e dei suoi tigrotti.</p>
<p><strong>All’epoca, l’Arnold Arboretum</strong> era sotto contratto con l’Università dell’Illinois che, a sua volta, aveva ricevuto un finanziamento dal National Cancer Institute per la ricerca di campioni di piante nella foresta tropicale asiatica, al fine di identificare <span style="color: #993300;"><strong>specie botaniche con proprietà antitumorali</strong></span>. Burley seleziona e riporta a casa 476 campioni di 131 specie diverse. Tutti furono testati, ma nessuno dette risultati di rilievo. La sorpresa arrivò quattro anni più tardi, quando al National Cancer Institute si scoprì (era la fine del 1991) che il campione <span style="color: #993300;"><strong>Burley 351</strong></span>, ovvero il <em>Calophyllum lanigerum var. austrocoriaceum</em>, aveva una qualità portentosa. Un brivido percorse la comunità scientifica: il principio attivo della pianta, identificato come <span style="color: #993300;"><strong>Calanolide A</strong></span>, reagiva positivamente contro il virus Hiv.</p>
<p><strong>Nel marzo del 1992 una spedizione</strong> diretta dal dottor Soejarto, dell’Istituto di farmacia dell’Università dell’Illinois, tornò in Borneo, ma si trovò davanti a un’amara quanto devastante sorpresa: <span style="color: #993300;"><strong>l’albero in questione non c’era più</strong></span>. Ancora oggi non sono chiare le circostanze della scomparsa. Fatto sta che dopo momenti di nervosismo, di ricerche affannose, persino, come dicevamo, all’interno del giardino botanico di Singapore, nella foresta vennero rinvenuti altri sei campioni della stessa specie botanica. Solo uno però, <span style="color: #993300;"><strong>una variante di Calophyllum</strong> </span>(la <em>Teysmannii inophylloide</em>), conteneva un elemento, il <em>Costatolide</em>, che reagiva bene contro il virus Hiv, seppure con alcune diversità rispetto a quello precedentemente scoperto da Burley. Una <span style="color: #993300;"><strong>storia a lieto fine</strong></span>, ma quante altre storie non si sono potute raccontare perché le fonti, ovvero le piante, sono scomparse senza essere neanche mai state scoperte?</p>
<p><strong>Le specie in pericolo di estinzione sono oltre 34mila</strong>, anche se, a volte, non è solo la deforestazione dissennata a creare danni irreparabili, ma anche l’introduzione di <span style="color: #993300;"><strong>piante non native</strong></span> e non compatibili con l’habitat, o addirittura di animali, come, per esempio, i <span style="color: #993300;"><strong>maiali selvatici</strong></span>, che alle isole Hawaii si sono rivelati prolifici come conigli e più distruttivi dei caterpillar che stanno disboscando la foresta amazzonica.</p>
<p><strong>Ma il nemico peggiore è l’uomo, e il suo appetito.</strong> Non metaforico, bensì reale: l’appetito per l’<span style="color: #993300;"><strong>hamburger</strong></span>. I soli Stati Uniti importano il 33 per cento di tutta la carne di manzo del mercato mondiale. Gran parte, a basso costo, proviene dall’America centrale. E sono proprio questi Paesi che, per procurare pascolo ai bovini che diventeranno carne macinata, devastano le foreste tropicali e i loro inestimabili tesori medicinali. Un <span style="color: #993300;"><strong>disastro ecologico</strong></span>, ambientale e sociale irreparabile. Ecco perché i cacciatori di piante devono fare presto a scoprire l’ultima pianta perduta. Prima che finisca condita col <span style="color: #993300;"><strong>ketchup</strong></span>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cartoline dagli anni Sessanta: buon compleanno &#8220;Love Me Do&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Oct 2012 15:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Castellacci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Più su, passati i giardini di Kensington, accanto alla fermata di metropolitana di Bayswater, c’era il grande negozio di dischi. In quell’agosto del 1966 era la cattedrale della musica di una delle zone più multietniche della Londra anni Sessanta, ma era soprattutto uno dei punti di ritrovo alternativi dei Mods, il cui quartier generale era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_5444" class="wp-caption aligncenter" style="width: 470px"><a href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2012/10/05/cartoline-dagli-anni-sessanta-buon-compleanno-love-me-do/beatles_1962_photo/" rel="attachment wp-att-5444"><img class="size-medium wp-image-5444" title="" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2012/10/beatles_1962_photo-460x354.jpg" alt="" width="460" height="354" /></a><p class="wp-caption-text">La prima formazione dei Beatles, versione 1962: da sinistra, George Harrison, Pete Best alla batteria, Paul McCartney, John Lennon.</p></div>
<p><strong>Più su, passati i giardini di Kensington</strong>, accanto alla fermata di metropolitana di <span style="color: #993300;"><strong>Bayswater</strong></span>, c’era il grande negozio di dischi. In quell’agosto del 1966 era la cattedrale della musica di una delle zone più multietniche della Londra anni Sessanta, ma era soprattutto uno dei punti di ritrovo alternativi dei <span style="color: #993300;"><strong>Mods</strong></span>, il cui quartier generale era a Wardour Street, a Soho, una traversa di Oxford Street, dove imperavano locali divenuti mitici come il Flamingo e il Marquee.</p>
<p><strong>I Mods erano giovani del proletariato inglese</strong> che facevano parte del movimento dei cosiddetti «Modernisti», che si contrapponevano e si distinguevano dagli odiati <span style="color: #993300;"><strong>Rocker</strong></span> (gli eredi dei <em>Teddy Boys</em> anni Cinquanta) per il loro modo elegantemente edoardiano di vestirsi e per l’uso esclusivo di scooter come la Lambretta GT 200 e la Vespa GS 160.</p>
<p><strong>L’oggetto del desiderio</strong> e del pellegrinaggio, mio e di una massa imprecisata di coetanei in età oscillante fra i 16 e i 20 anni, al negozio di Bayswater – a parte le giovani commesse in minigonna d’avanguardia lanciata proprio quell’anno da Mary Quant – era<span style="color: #993300;"><strong><em> Revolver</em></strong></span>, l’album dei Beatles che avrebbe cambiato la storia della musica pop-rock, diventato di culto l’istante stesso in cui atterrò sui banchi di vendita, venerdi 5 agosto 1966.</p>
<p><strong>Quel venerdi mattina</strong> nelle edicole era anche uscito il nuovo numero di <span style="color: #993300;"><strong><em>Nova</em></strong></span>, la rivista più «cool» dell’epoca, che nel giro di poche ore andò esaurita. <em>Nova</em> era l’unica rivista che aveva avuto il privilegio di un assaggio in anteprima di <em>Revolver</em>. Per illustrare i testi di alcune delle canzoni incluse nell’album (<em>Dr. Robert, Taxman, Eleanor Rigby</em> e <em>Yellow Submarine</em>) Dennis Hackett, il direttore di <em>Nova</em>, aveva chiamato un allora oscuro grafico, <span style="color: #993300;"><strong>Alan Aldridge</strong> </span>che, da quel momento, diverrà l’illustratore più amato e ricercato dalle rock band di mezzo mondo fino a diventare, anni più tardi, l’art director della Apple, la casa discografica degli stessi Beatles.</p>
<p><strong>Neanche dirlo, il numero di <em>Nova</em> in questione è oggi introvabile</strong>; come la mia storica copia, inghiottita in quell’affollato e variopinto universo parallelo dove finiscono gli oggetti che non vogliono farsi trovare. Quello che mi turba è che non sia neanche nella «Scatola delle Meraviglie degli Anni Sessanta», una capiente scatola di cartone da trasloco dove sono parcheggiati, in stratificazioni annose, in attesa di una decisione da sempre rimandata, tutti quegli oggetti del purgatorio della coscienza: li butto o li tengo? E se li tengo perché non dò loro una sistemazione definitiva?</p>
<p><strong>E così nella «Scatola delle Meraviglie»</strong> riposa il primo numero di <span style="color: #993300;"><strong><em>Linus</em></strong></span> con la sua assurda copertina verde: aprile 1965; il primo fascicolo di <span style="color: #993300;"><strong><em>Diabolik</em></strong></span>: 1 novembre 1962; i manifesti del primo <strong><span style="color: #993300;"><em>agente 007, Licenza di uccidere</em></span></strong>: 6 ottobre 1962 e del primo spaghetti western, <span style="color: #993300;"><strong><em>Per un pugno di dollari</em></strong></span>: 1964; il modellino Mebetoys della <span style="color: #993300;"><strong>Lamborghini Miura P400</strong></span>: quella vera, nata dalla collaborazione di Nuccio Bertone e Ferruccio Lamborghini, era stata presentata al salone di Ginevra del 1966; una macchina fotografica <span style="color: #993300;"><strong>Kodak Instamatic</strong></span>, la prima con il sistema di inserimento della pellicola a cartuccia, commercializzata il 28 febbraio 1963; un rarissimo 33 giri Cetra, fuori commercio, omaggio a <span style="color: #993300;"><strong>Fred Buscaglione</strong></span> il cantante e jazzista scomparso la notte del 3 febbraio 1960 in seguito a un banale incidente d’auto a bordo della sua Thunderbird rosa lilla, per non parlare di uno dei primissimi telefoni a tastiera introdotti in America dalla AT&amp;T nel 1963.</p>
<p><strong>Ogni tanto, come dicevo, mi chiedo: ma tutta questa roba, la butto o la tengo?</strong> Poi, capita come oggi, che sulla scia dei festeggiamenti per il 50esimo annivesario, vada a frugare sul fondo della scatola ed ecco spuntare la copertina di <span style="color: #993300;"><strong><em>Love me do</em></strong></span>, il primo 45 giri dei Beatles uscito il 5 ottobre 1962 che, all’epoca, avevo comprato (600 lire) e religiosamente conservato. Sapevo che era lì, ma da quando i CD avevano sostituito il vinile e da quando gli MP3 hanno sostituito i CD, non ero più andato a fargli visita.</p>
<p><strong>Per fortuna ho sempre (felicemente) deciso di non decidere</strong> (di buttare il contenuto della «Scatola delle Meraviglie», naturalmente).</p>
<div id="attachment_5445" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2012/10/05/cartoline-dagli-anni-sessanta-buon-compleanno-love-me-do/beatles-62-leather-2/" rel="attachment wp-att-5445"><img class="size-medium wp-image-5445" title="" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2012/10/beatles-62-leather-2.jpg" alt="" width="400" height="310" /></a><p class="wp-caption-text">I Beatles (con Pete Best alla batteria) durante il celebre provino registrato presso gli studi Decca di Londra il primo gennaio 1962. La Decca, come già prima la Columbia, Pye Records, Philips e Oriole Records, bocciò i quattro di Liverpool che finirono a contratto con la EMI. Per la cronaca, il giudizio dei dirigenti della Decca fu che «i Beatles sono un gruppo che non ha futuro nel mondo dello spettacolo». Il gruppo con Pete Best, registrò &#8220;Love Me Do&#8221; negli studi EMI di Londra il 6 giugno 1962. Il produttore George Martin non fu entusiasta di Pete Best e lo sostituì con Ringo Starr, ma neanche lui passò l&#8217;esame e Martin si rivolse a un terzo batterista, Andy White che però, alla fine, anche lui fu bocciato perché  alla EMI, decisero di scegliere Ringo. Ed è la versione con Ringo Starr alla batteria quella che uscì il 5 ottobre 1962 sul cui retro si trova &#8220;P.S. I love you&#8221;.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qui sotto la versione di <span style="color: #993300;">Love Me Do</span> con <span style="color: #993300;">Pete Best</span> alla batteria:</strong></p>
<p><object width="420" height="315" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/OwzY0XYVyTk?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="420" height="315" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/OwzY0XYVyTk?version=3&amp;hl=it_IT" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" /></object></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>P.S.</strong></span></p>
<p><strong>Mentre sto scrivendo</strong> <strong>ricevo un <a href="https://twitter.com/britishmuseum/status/254135514284838912/photo/1" target="_blank">tweet</a> </strong>dal <span style="color: #993300;"><strong>British Museum</strong></span> (ritwittatomi dall&#8217;amico <a href="http://bioneuroblog.wordpress.com/" target="_blank">Pierangelo Garzia</a>) che pubbica in rete un rarissimo <span style="color: #993300;"><strong>ritratto d&#8217;epoca</strong></span> dei quattro di Liverpool. Eccolo:</p>
<div id="attachment_5451" class="wp-caption aligncenter" style="width: 470px"><a href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2012/10/05/cartoline-dagli-anni-sessanta-buon-compleanno-love-me-do/a4be515cuaak_1h-jpg_large/" rel="attachment wp-att-5451"><img class="size-medium wp-image-5451" title="" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2012/10/A4be515CUAAk_1H.jpg_large-460x330.jpeg" alt="" width="460" height="330" /></a><p class="wp-caption-text">Un raro disegno dei Beatles datato 2 ottobre 1963. Courtesy The British Museum / Adrian Henri</p></div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Chi aspetta l&#8217;apocalisse?</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 17:23:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Castellacci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura pop]]></category>
		<category><![CDATA[Apocalypse]]></category>
		<category><![CDATA[Età dell'Acquario]]></category>
		<category><![CDATA[età dell'oro]]></category>
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		<description><![CDATA[Roberto Giacobbo lo va dicendo (anzi scrivendo) da tempo, anche se con un punto interrogativo: 2012, la fine del mondo? (Mondadori). Già, perché quest&#8217;anno, prendete nota, anzi non prendete impegni per il 21 dicembre 2012 perché tanto ci sarà la fine del mondo. Almeno stando a una profezia Maya secondo cui in quella data si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p title="Spiritualità"><strong>Roberto Giacobbo lo va dicendo (anzi scrivendo) da tempo</strong>, anche se con un punto interrogativo: <em><span style="color: #993300;"><strong>2012, la fine del mondo?</strong></span></em> (Mondadori). Già, perché quest&#8217;anno, prendete nota, anzi non prendete impegni per il <span style="color: #993300;"><strong>21 dicembre 2012</strong></span> perché tanto ci sarà la fine del mondo. Almeno stando a una profezia Maya secondo cui in quella data si dovrebbe verificare, come si legge persino su <em>Wikipedia</em>: «un evento, di natura imprecisata e di proporzioni planetarie, capace di produrre una significativa discontinuità storica con il passato: una qualche radicale trasformazione dell&#8217;umanità in senso spirituale, oppure la fine del mondo». Il conduttore del programma televisivo <em>Voyager </em>ricorda come i seguaci della <em>New Age</em> segnano per quella data l&#8217;inizio della cosiddetta «<span style="color: #993300;"><strong>Età dell&#8217;Acquario</strong></span>»; come le profezie sui papi di Malachia si fermano al pontefice attuale; come proprio per quel giorno c&#8217;è chi prevede un&#8217;invasione extraterrestre, senza dimenticare le leggende cambogiane, la profezia dei teschi di cristallo, fino alla profezia di Nostradamus – l&#8217;unica non catastrofica, almeno dal punto di vista geologico-astronomico –  che parla di una grande rivelazione religiosa che porrà fine al mondo come lo abbiamo conosciuto finora.</p>
<div id="attachment_3840" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2012/01/01/chi-aspetta-lapocalisse/topolino/" rel="attachment wp-att-3840"><img class="size-medium wp-image-3840   " title="Topolino" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2012/01/Topolino.jpg" alt="" width="300" height="408" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;Tutta la verità sulla profezia Maya&quot; annuncia il numero di Topolino (2927) in edicola dal 28 dicembre 2011. La storia è disegnata da Giorgio Cavazzano, sceneggiata da Fausto Vitaliano con escursioni nei temi dell&#39;ecologia del &quot;marketing dell&#39;apocalisse&quot;, delle teorie cospirazioniste.</p></div>
<p title="Spiritualità"><strong>Adesso ad occuparsi della profezia Maya</strong>, annunciandone «tutta la verità», è persino <span style="color: #993300;"><em><strong>Topolino</strong></em></span>, nel senso del settimanale disneyano, che nel numero in edicola pubblica una dissacrante storia dal titolo <strong><span style="color: #993300;"><em>Zio Paperone e la profezia a ritroso</em></span></strong>. Tutto questo mentre a Londra, alla <a href="http://www.tate.org.uk/britain/exhibitions/johnmartin/default.shtm" target="_blank">Tate Gallery</a> è in corso la mostra <span style="color: #993300;"><em><strong>Apocalypse</strong></em></span> (fino al 15 gennaio 2012) dell&#8217;eccentrico e visionario John Martin.</p>
<p title="Spiritualità"><strong>Ma com&#8217;è che l&#8217;idea di apocalisse seduce così tanto l&#8217;immaginario collettivo?</strong> A rispondere alla domanda è <span style="color: #993300;"><strong>Pierangelo Garzia</strong></span>, giornalista, scrittore, esperto di neuroscienze, autore, insieme al neurobiologo Enzo Soresi, di un <a href="http://bioneuroblog.wordpress.com/" target="_blank">blog</a> nel cui ultimo post riassume un suo esauriente saggio (con interviste a antropologi, psicologici, filosofi, psichiatri, storici delle idee e delle religioni) apparso nell&#8217;ultimo numero di <em>Mente &amp; Cervello</em>.</p>
<p title="Spiritualità"><strong>Garzia innanzitutto nota che la sindrome dell&#8217;apocalisse</strong> è motivo ricorrente nella storia del pensiero umano. Almeno dai primi secoli della cristianità fino ad oggi. La novità è che oggi l’apocalisse si è fatta laica e mercantile. Dice Garzia: «Nell’apocalisse c’è <span style="color: #993300;"><strong>la fascinazione della distruzione totale</strong></span>. “Muoia Sansone con tutti i filistei”. C’è la medesima spinta che avvertiamo quando vorremmo fare piazza pulita di tutto. Azzerare le lancette dell’orologio della storia, per ricominciare daccapo. C’è, dicono gli studiosi del pensiero apocalittico, un senso di rivalsa, misto a valenze di tipo paranoide, verso tutto ciò che avvertiamo di sbagliato, corrotto ed ingiusto a questo mondo».</p>
<p title="Spiritualità"><strong>Ma cosa dicono, a loro volta, gli intervistati? <span style="color: #993300;">Gualtiero Harrison</span></strong>, professore di antropologia culturale all’Università di Modena: «La corsa al disastro è accelerata, ai nostri giorni, dallo sfruttamento industriale, dalla cupidigia capitalistica, dall’<span style="color: #993300;"><strong>esplosione demografica</strong></span>, e da chissà che altro ancora. Siamo al momento in cui la valanga arriva nella valle, ma essa si è formata assai prima: quando l’uomo ha addomesticato gli animali e ha dato fuoco ad una foresta, per trasformarla in un campo coltivato: insomma, proprio perché ha potuto creare cultura, l’uomo ha sempre inventato una nuova natura, avendo distrutta quella precedente».</p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>Marco Zanasi</strong></span>, neurologo, psichiatra, psicologo analista, docente di Psicoterapia all’Università Tor Vergata di Roma: «L’idea percorre la storia dell’umanità da sempre; in quasi tutte le mitologie e cosmogonie vi è sempre il tema di un evento apocalittico che segna la fine del mondo: la cacciata dall’Eden, il Kali Yuga Indù, il Ragnarok della mitologia scandinava, l’Apocalisse, il Giudizio Universale. In realtà questi eventi apocalittici non rappresentano semplicemente una fine<em></em>, ma preludono piuttosto a un cambiamento, a una cesura nella storia, ad una trasformazione del mondo e allo stabilirsi di un’<span style="color: #993300;"><strong>età dell’oro</strong></span>. Si tratta quindi non di un termine, una fine, ma di un rinnovamento»<em></em>.</p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>Insomma, diamoci appuntamento per venerdi (quest&#8217;apocalisse annunciata cade anche di venerdi) 21 dicembre 2012. O meglio, anche se non ci crediamo, facciamo per sabato 22, non si sa mai.</strong></span></p>
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