<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Al coniglio agile &#187; Pivano</title>
	<atom:link href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/tag/pivano/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci</link>
	<description>Solo un altro blog targato LeiWeb</description>
	<lastBuildDate>Wed, 22 May 2013 15:51:21 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.4.1</generator>
<xhtml:meta xmlns:xhtml="http://www.w3.org/1999/xhtml" name="robots" content="noindex" />
		<item>
		<title>Ernest Hemingway chi? Il cacciatore? Ah, no, già, lo scrittore</title>
		<link>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/07/15/ernest-hemingway-chi-il-cacciatore-ah-no-gia-lo-scrittore/</link>
		<comments>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/07/15/ernest-hemingway-chi-il-cacciatore-ah-no-gia-lo-scrittore/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 15 Jul 2011 08:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Castellacci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura pop]]></category>
		<category><![CDATA[Gary Cooper]]></category>
		<category><![CDATA[Hemingway]]></category>
		<category><![CDATA[Ketchum]]></category>
		<category><![CDATA[Pivano]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Capa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/?p=2558</guid>
		<description><![CDATA[Chissà cosa avrebbe detto Fernanda Pivano del (quasi) silenzio sotto cui è passato il cinquantesimo anniversario della morte di Ernest Hemingway avvenuta il 2 luglio 1961. Sì, certo la Ernest Hemingway Foundation di Oak Park ha organizzato una serata per festeggiare il centododicesimo compleanno dello scrittore premio Nobel (ricorre il prossimo 21 luglio), con una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Chissà cosa avrebbe detto Fernanda Pivano </strong>del (quasi) silenzio sotto cui è passato il cinquantesimo anniversario della morte di Ernest Hemingway avvenuta il 2 luglio 1961. Sì, certo la <a href="http://www.ehfop.org/">Ernest Hemingway Foundation</a> di Oak Park ha organizzato una serata per festeggiare il centododicesimo compleanno dello scrittore premio Nobel (ricorre il prossimo 21 luglio), con una conferenza di Steve Paul, direttore del Kansas City Star, il primo giornale per cui Hemingway aveva scritto. Mentre dal canto suo la <a href="http://www.hemingwaysociety.org/">Hemingway Society</a>, che riunisce ogni due anni i suoi soci, il prossimo appuntamento lo ha da tempo fissato per il 17 giugno 2012 a Boyne Mountain, nel Michigan, per cui quest&#8217;anno è andato.</p>
<p><strong>È come se, un po&#8217; dappertutto, il mito machista </strong>dell&#8217;autore di «Il vecchio e il mare», di «Addio alle armi», di «Per chi suona la campana» si stia appannando. Più si sa di lui, più si affievolisce l&#8217;alone di leggenda che lo ha da sempre accompagnato. Era stato proprio per questo, per capire più da vicino l&#8217;uomo Hemingway che, in occasione della settima conferenza internazionale della <em>Hemingway Society</em> che si teneva proprio a Ketchum, Idaho, avevo deciso di andare a curiosare [<em>NdA</em>: parte del testo qui sotto fa parte di un articolo scritto in quell'occasione per il «Corriere della Sera»] nella località dove Hemingway si era tolto la vita e dove era sbarcato molti anni prima, il 20 settembre 1939. Ci era andato accompagnato dalla futura terza moglie, Marta Gellhorn, mentre era ancora sposato alla seconda, Pauline Pfeiffer. A partire dal 1947, ritornerà a Ketchum più volte con Mary Welsh, la quarta moglie, con cui, nel 1959, comprera la casa sulla collina, ai confini nord del paese, che allora era una zona pressoché deserta e oggi è un brulicare di ville, villette.</p>
<p><strong>A Ketchum l&#8217;attività preferita dallo scrittore</strong> era uccidere tutto quello che era possibile uccidere: anatre, fagiani, cervi. Questo, appunto, fino alle 7,30 del mattino di domenica 2 luglio 1961, quando, ancora in vestaglia e pigiama, si appoggiò alla testa la canna di una doppietta da caccia calibro 12 e premette il grilletto svegliando Mary Welsh di soprassalto.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-2562" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/07/15/ernest-hemingway-chi-il-cacciatore-ah-no-gia-lo-scrittore/hemingway-16a/"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2562" title="hemingway" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2011/07/hemingway.16a.jpg" alt="" width="300" height="205" /></a></p>
<p><strong>Da allora, Ketchum, dove lo scrittore riposa nel locale cimitero campestre</strong>, era stata &#8220;dimenticata&#8221; nell&#8217;atlante delle località hemingwayane in cui Parigi, Cuba, Key West e Madrid fanno da sempre la parte del leone. Fino a quel 1996, appunto, quando la <em>Hemingway Society</em> decise di tenere lì la settima conferenza biennale (fra l&#8217;altro era la prima volta che si riuniva negli Stati Uniti) a cui parteciparono una settantina di studiosi provenienti da nove Paesi che erano stati chiamati a discutere sui rapporti fra Hemingway e la natura, sull&#8217;impatto che la natura incontaminata di queste terre nel Nord ovest americano aveva avuto sull&#8217; opera del romanziere.</p>
<p><strong>Un posto sereno, Ketchum. </strong>Un buon posto per appartarsi dagli impicci del mondo, per ricaricarsi e rientrare nella mischia più forti di prima. Un posto da evitare come la peste se sei depresso, se hai difficoltà a scrivere, se pensi che il mondo ti crolli addosso, ovvero quello che stava succedendo allora ad Hemingway. A Ketchum lo scrittore era solo con se stesso e non c&#8217;era il barman del Ritz a consolarlo, ma solo fantasmi di anatre e fagiani a cui lui aveva sparato in quantità industriale.</p>
<div id="attachment_2565" class="wp-caption aligncenter" style="width: 470px"><a rel="attachment wp-att-2565" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/07/15/ernest-hemingway-chi-il-cacciatore-ah-no-gia-lo-scrittore/ae-hotchner-left-after-duck-hunting-with-ernest-hemingway-in-ketchum-idaho-in-1958-photograph-mary-hemingway/"><img class="size-medium wp-image-2565" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2011/07/ae-hotchner-left-after-duck-hunting-with-ernest-hemingway-in-ketchum-idaho-in-1958-photograph-mary-hemingway.jpg" alt="" width="460" height="276" /></a><p class="wp-caption-text">Ernest Hemingway a Ketchum, Idaho, con l&#39;amico A.E. Hotchner dopo una partita di caccia alle anatre. Foto courtesy Mary Hemingway</p></div>
<p><strong>Ernest Hemingway era capitato in questo posto sperduto </strong>sulla scia della Union Pacific, la compagnia ferroviaria che aveva deciso di sfruttare la bellezza selvaggia della valle per costruire un centro di villeggiatura invernale i cui ospiti, oltre allo sci, potessero dedicarsi a caccia, pesca, o qualsiasi altro sport all&#8217;aria aperta. Messa giù l&#8217;ultima traversina e terminato l&#8217;albergo, alla Union Paficic presero a chiedersi come attirare villeggianti. Gene Van Guilder, direttore delle pubbliche relazioni, se ne venne fuori con un: «Ci vorrebbe qualcuno come Ernest Hemingway». Cominciò così il corteggiamento e le telefonate a Key West dove allora lo scrittore viveva.</p>
<p><strong>Sulle prime, alla proposta di diventare uomo immagine della Union Pacific</strong>, lo scrittore nicchiò. In fondo, cosa gli offrivano se non un soggiorno gratuito? E lui già frequentava Cook City, nel vicino Montana, e più o meno i due posti si equivalevano. Se non per un piccolo particolare: a Cook City la cacciagione era scarsa, a Ketchum era un paradiso. Quando infatti gli fecero visitare un vicino specchio d&#8217;acqua, il Silver Creek, abitato da migliaia di anatre, Hemingway si sciolse. Accettò il contratto di due anni per pubblicizzare Sun Valley.</p>
<p><strong>I dettagli del soggiorno a Ketchum di Hemingway </strong>sono narrati da Tillie Arnold, moglie dell&#8217;allora fotografo ufficiale della Union Pacific, in un&#8217;intervista i cui nastri sono conservati presso il Dipartimento di Storia Orale della locale biblioteca civica. Tillie ricorda che Ernest andava spesso con Martha a cavallo, ma quella era l&#8217;unica occasione in cui non voleva essere fotografato. Perché? «Perché cavalcava come un sacco di patate».</p>
<p><strong>E, per la cronaca, era una schiappa anche a tennis:</strong> di preferenza giocava in doppio con Gary Cooper che, dal settembre del 1940, insieme alla famiglia, prenderà a frequentare il complesso turistico e dare anche lui lustro pubblicitario a Sun Valley.</p>
<div id="attachment_2566" class="wp-caption aligncenter" style="width: 470px"><a rel="attachment wp-att-2566" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/07/15/ernest-hemingway-chi-il-cacciatore-ah-no-gia-lo-scrittore/capa_hemingway1941/"><img class="size-medium wp-image-2566" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2011/07/capa_hemingway1941-460x365.jpg" alt="" width="460" height="365" /></a><p class="wp-caption-text">Ernest Hemingway con Gary Cooper e sua moglie Veronica in una foto di © Robert Capa. Courtesy Robert Capa estate</p></div>
<p><strong>La prima foto &#8220;ufficiale&#8221; di Hemingway a Ketchum </strong>fu presa sul Big Wood River dove lo scrittore tirò su una trota di discrete dimensioni. Ma quella fu anche l&#8217;unica volta in cui si dedicò alla pesca in Idaho. Per il resto sarà sempre e solo caccia. E intanto scriveva «Per chi suona la campana».</p>
<p><strong>Ma qual era il vero rapporto fra Hemingway e Ketchum? </strong>Dai segnali esterni, si direbbe totalmente inesistente. Solo poco fuori Sun Valley, nei pressi di un ruscello solitario, c&#8217;è un suo busto con lapide. Ma nemmeno una cartolina, almeno fino ad allora, ricordava il legame fra lo scrittore e la città. Solo, nell&#8217;edicola del locale supermercato, scovai un librettino amatoriale dal titolo «Hemingway in Idaho». È un po&#8217; come se la gente di qua &#8211; montanari, pescatori, cacciatori, sciatori, pattinatori &#8211; non sappia come gestirne il ricordo. Sì, c&#8217;è la scuola elementare che si chiama con il suo nome, ma per il resto è silenzio.</p>
<p><strong>Forse sarà perché, come dice il figlio Patrick in un&#8217;intervista</strong> &#8211; anche questa conservata presso la locale biblioteca &#8211; Ketchum non ha avuto alcuna influenza artistica sul padre: «Le sue radici erano altrove: Cuba, Spagna, Key West, Parigi».</p>
<p><strong>Anche se, poi, questo è il posto che Hemingway sceglie per ritirarsi </strong>negli ultimi anni della sua vita, tormentati dal demone dell&#8217;impotenza creativa, dall&#8217;ossessione di essere perennemente spiato dalla polizia federale che lo sospettava di simpatie comuniste (le sue frequentazioni con Fidel Castro non convincevano l&#8217;FBI), dall&#8217;incubo di inesistenti problemi finanziari che lo spingevano persino a fare un uso parsimonioso del telefono «perché costa troppo».</p>
<p><strong>Di quel periodo in Idaho esistono alcune interessanti foto inedite dello scrittore</strong>. Anche queste sono depositate presso la biblioteca di Ketchum e ne è vietata la duplicazione o pubblicazione su specifica richiesta dei proprietari dei diritti. Tra questi, c&#8217;è perfino un&#8217;anziana signora che nega il permesso perché, dice, ha paura che con le diavolerie della tecnica moderna qualcuno possa sostituirsi a lei, nell&#8217;immagine, con un fotomontaggio, e andare in giro a dire di aver conosciuto Hemingway. Stravagante, ma è così.</p>
<p><strong>Certo le immagini non sono della stessa qualità di quelle che Robert Capa </strong>scattò a Hemingway a Ketchum, per un servizio poi pubblicato su «Life», ma rendono abbastanza l&#8217;idea di quella che era la sua vita quotidiana. Eccolo a tavola con gli amici, elegantissimo in completo da cacciatore, tovaglia a quadretti, bicchieri, bottiglie. Eccolo col figlio Patrick che misurano con grande soddisfazione l&#8217;apertura delle corna di un capriolo abbattuto. E poi a caccia con Gary Cooper, o in un pic nic con tanto di thermos e fiasco, e lui intento a fissare una salsiccia infilata in uno stecco.</p>
<p><strong>Se si dovesse dedurre la professione del personaggio </strong>da queste immagini si direbbe che siamo di fronte a un guardiacaccia, un boscaiolo o forse un oste. Da nessuna parte mai l&#8217;ombra di un libro, tantomeno di una macchina per scrivere. L&#8217;unica traccia sostanziosa del passaggio di Hemingway a Ketchum sta nell&#8217;articolo pubblicato su «The Haley Times», un settimanale locale, giorni dopo il suicidio dello scrittore. Da quella cronaca è comunque difficilissimo capire cosa era successo.</p>
<p><strong>Guardando i microfilm di quelle pagine </strong>si apprendono soprattutto dettagli dimenticati: che il servizio funebre fu officiato dal reverendo Robert J. Waldamann o che uno dei chierichetti svenne durante la cerimonia. Solo verso la metà dell&#8217;articolo si comincia a intuire che un certo signor Hemingway doveva essere morto, già, perché si legge che lo stavano per seppellire accanto a una famosa guida locale, Taylor Williams, e dev&#8217;essere un funerale importante perché il Papa, Radio Mosca e il presidente Kennedy, tutti, hanno pronunciato una qualche frase famosa su di lui.</p>
<p><strong>Si racconta pure di Mary Welsh</strong> che, prima di essere trascinata all&#8217;ospedale di Sun Valley in stato di choc, detta una dichiarazione per la stampa in cui informa che «Mister Hemingway si è accidentalmente ucciso pulendo un fucile da caccia». Sceriffo, coroner e marshall furono pietosamente d&#8217;accordo nel rinunciare a qualsiasi indagine. Anche perché quel 2 luglio del 1961, come riporta il giornale, faceva più caldo del solito e con il caldo, si sa, la gente perde la testa. E magari si spara.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/07/15/ernest-hemingway-chi-il-cacciatore-ah-no-gia-lo-scrittore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fernanda Pivano in mostra con i suoi viaggi, le sue cose, le sue persone</title>
		<link>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/04/14/fernanda-pivano-in-mostra-con-i-suoi-viaggi-le-sue-cose-le-sue-persone/</link>
		<comments>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/04/14/fernanda-pivano-in-mostra-con-i-suoi-viaggi-le-sue-cose-le-sue-persone/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 15:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Castellacci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura pop]]></category>
		<category><![CDATA[Hemingway]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[Pivano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/?p=2163</guid>
		<description><![CDATA[Ho conosciuto Fernanda Pivano via posta. Quella di una volta, quella fatta di carta, buste e francobolli. Era il 1970. Forse il 1971. Facevo un corso su Pavese. Mi ero letto i due volumi di lettere pubblicati da Einaudi, la biografia di Lajolo, ero rimasto affascinato dai suoi saggi sulla letteratura americana e dal Mestiere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ho conosciuto Fernanda Pivano via posta. </strong>Quella di una volta, quella fatta di carta, buste e francobolli. Era il 1970. Forse il 1971. Facevo un corso su Pavese. Mi ero letto i due volumi di lettere pubblicati da Einaudi, la biografia di Lajolo, ero rimasto affascinato dai suoi saggi sulla letteratura americana e dal <em>Mestiere di vivere</em>. Volevo però capire di più, avere qualche notizia da dietro le quinte, così scrissi a Fernanda Pivano. Non ricordo a quale indirizzo e neanche come riuscii a recuperarlo, fatto sta che riuscii a contattarla con la mia bella lista di domande e a stretto giro di posta, come si diceva allora, lei mi rispose inviandomi in regalo, fra l’altro, un “quaderno” curato dall’Istituto Nuovi Incontri in cui la stessa Pivano raccontava della scelta americana di Pavese come ricerca di una cultura alternativa.</p>
<p><strong>Ero senza parole. </strong>Conservo ancora gelosamente quel “quaderno”. Glielo ricordai quando, anni più tardi, la incontrai per motivi professionali (ne ho già parlato in un post precedente: <a href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/05/12/i-filmettini-di-fernanda-pivano/" target="_blank"><span style="color: #993300;"><strong>I filmettini di Fernanda Pivano</strong></span></a>).</p>
<div id="attachment_2165" class="wp-caption aligncenter" style="width: 350px"><a rel="attachment wp-att-2165" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/04/14/fernanda-pivano-in-mostra-con-i-suoi-viaggi-le-sue-cose-le-sue-persone/fernanda-pivano2/"><img class="size-medium wp-image-2165" title="fernanda-pivano" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2011/04/fernanda-pivano2.jpg" alt="" width="340" height="262" /></a><p class="wp-caption-text">Fernanda Pivano con Ernest Hemingway</p></div>
<p><strong>Mi ha fatto uno strano effetto g</strong><strong>irare per la mostra che il Credito Valtellinese ha organizzato al Refettorio delle Stelline a Milano</strong> (6 aprile-18 luglio 2011; da martedì a domenica dalle 11.00 alle 19.30; esposizione a cura di Ida Castiglioni con Francesca Carabelli e la consulenza di Enrico Rotelli, già assistente di Fernanda Pivano e curatore dei “<em>Diari</em>” pubblicati dalla Pivano per Bompiani) e vedere le sue cose in mostra in bacheche ordinate, ordinatissime (l’allestimento è firmato da Leo Guerra e si compone di un lungo piano orizzontale di circa 50 metri che contiene i reperti, le testimonianze, i souvenir di viaggio, i gioielli etnici e pop della collezione di Fernanda) e non nella confusione della sua vita e soprattutto della sua scrivania.</p>
<div id="attachment_2167" class="wp-caption aligncenter" style="width: 470px"><a rel="attachment wp-att-2167" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/04/14/fernanda-pivano-in-mostra-con-i-suoi-viaggi-le-sue-cose-le-sue-persone/pivano2/"><img class="size-medium wp-image-2167" title="pivano2" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2011/04/pivano2-460x291.jpg" alt="" width="460" height="291" /></a><p class="wp-caption-text">Fernanda Pivano nel suo disordine creativo</p></div>
<p style="text-align: center;">
<p><strong>Così come mi ha fatto uno strano effetto vedere il documentario del suo viaggio americano </strong>(<em>A farewell to beat</em> di Luca Facchini, affiancato dal corto <em>Pivano blues</em> di Teresa Marchesi che viene proiettato in una saletta della mostra), in cui Fernanda rende omaggio alla tomba di Hemingway, a Ketchum, Idaho, percorrendo lo stesso itinerario che avevo seguito anch’io anni prima per un reportage per il <em>Corriere della Sera</em> dove scoprii che a parte un librettino amatoriale sui luoghi hemingwayani in Idaho che si vende all’edicola del supermercato locale, il rapporto fra Hemingway e Ketchum sembra essere inesistente. È un po’ come se la gente di là, montanari, pescatori, cacciatori, sciatori, pattinatori non sappia come gestire il personaggio Hemingway. Compresa la locale biblioteca pubblica, in possesso di una collezione di immagini inedite dello scrittore che i proprietari dei diritti si rifiutano ostinatamente di autorizzarne la pubblicazione. Uno fra i tanti motivi? Evitare che con quelle diavolerie della tecnica moderna (leggi: computer) qualcuno possa fare dei fotomontaggi, sostituire la testa di questo con quello e annunciare al mondo: «Io conoscevo Hemingway». Imbarazzante, ma e’ cosi’.</p>
<p><strong>Chissà se quando c’è passata Fernanda</strong> anche lei ci sia rimasta un po’ male. Purtroppo non ho avuto il tempo di chiederglielo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2011/04/14/fernanda-pivano-in-mostra-con-i-suoi-viaggi-le-sue-cose-le-sue-persone/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>A proposito di invasioni aliene in televisione (oggi) e alla radio (ieri)</title>
		<link>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/11/24/a-proposito-di-invasioni-aliene-in-televisione-oggi-e-alla-radio-ieri/</link>
		<comments>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/11/24/a-proposito-di-invasioni-aliene-in-televisione-oggi-e-alla-radio-ieri/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 13:46:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Castellacci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura pop]]></category>
		<category><![CDATA[Ballarò]]></category>
		<category><![CDATA[Baskerville]]></category>
		<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Floris]]></category>
		<category><![CDATA[H.G. Wells]]></category>
		<category><![CDATA[La guerra dei mondi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Orson Welles]]></category>
		<category><![CDATA[Pivano]]></category>
		<category><![CDATA[Ufo]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/?p=1430</guid>
		<description><![CDATA[Ci sono trasmissioni che spaventano. Spaventano sul serio. Trasmissioni televisive oggi. Trasmissioni radiofoniche ieri. La trasmissione televisiva in questione è la puntata di Ballarò di martedi 23 novembre in cui il Presidente del Consiglio è intervenuto a gamba tesa svelando, se mai ce ne fosse stato bisogno, qual è l’anima vera che nasconde sotto il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ci sono trasmissioni che spaventano. Spaventano sul serio. </strong>Trasmissioni televisive oggi. Trasmissioni radiofoniche ieri. La trasmissione televisiva in questione è <a href=" http://www.corriere.it/politica/10_novembre_23/berlusconi-ballaro-telefonata_d6c23dea-f747-11df-ba4f-00144f02aabc.shtml" target="_blank"><span style="color: #993300;"><strong>la puntata di <em>Ballarò</em> di martedi 23 novembre</strong></span></a> in cui il Presidente del Consiglio è intervenuto a gamba tesa svelando, se mai ce ne fosse stato bisogno, qual è l’anima vera che nasconde sotto il monopetto scuro d’ordinanza. La trasmissione radiofonica che spaventò (sul serio) gli Stati Uniti è la riduzione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/La_guerra_dei_mondi_%28romanzo%29" target="_blank"><span style="color: #993300;"><strong><em>La guerra dei mondi</em><span style="color: #993300;"> </span></strong></span><strong><span style="color: #993300;">di H.G. Wells</span></strong></a>, mandata in onda dalla CBS il 30 ottobre 1938, la vigilia di Halloween, dal quasi omonimo Orson Welles. Un’emissione pop avanti lettera.</p>
<p>Perché ne parlo? Perché sfogliando nel catalogo online della casa editrice <a href="http://www.baskerville.it/ " target="_blank"><strong><span style="color: #993300;">Baskerville</span></strong></a> di Bologna l’occhio è caduto sul pregevole <span style="color: #993300;"><strong><em>La guerra dei mondi</em> di Orson Welles</strong></span>, ovvero il volume che raccoglie la trascrizione e traduzione (di Alessandra Gasparotti) della trasmissione del ’38 con testo a fronte. A completare il volume una prefazione di Fernanda Pivano e una nota di Mauro Wolf.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-1431" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/11/24/a-proposito-di-invasioni-aliene-in-televisione-oggi-e-alla-radio-ieri/sc00035cc4/"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1431" title="sc00035cc4" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/11/sc00035cc4-460x742.jpg" alt="" width="247" height="400" /></a></p>
<p><strong>«Quella trasmissione sui marziani? Adesso va un po’ meglio», ricordava lo stesso Orson Welles </strong>nel trentesimo anniversario della messa in onda, ospite del <em>Dean Martin Show</em> «ma c’è stato un periodo in cui una persona su due, incontrandomi per strada, mi diceva: “Ehi, Orson, come sta l’uomo di Marte”. A quel tempo la radio era qualcosa, un po’ quello che oggi è la televisione, era un&#8217;espressione del potere».</p>
<p><strong>Niente lasciava prevedere il peggio.</strong> Welles aveva cominciato la trasmissione col presentare l&#8217;orchestra di Ramon Ramirez (inventata per l’occasione) e dei suoi Rythm Boys quando, interrompendo la musica, lesse il falso comunicato speciale: «Un oggetto volante non identificato è atterrato in una fattoria nei pressi di Grovers Mills nel New Jersey. La polizia e le forze armate di questo Stato si stanno dirigendo sul luogo dell’avvenimento. Restate in ascolto su questa stazione per ulteriori notizie&#8230;».</p>
<p><a rel="attachment wp-att-1432" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/11/24/a-proposito-di-invasioni-aliene-in-televisione-oggi-e-alla-radio-ieri/attachment/0009/"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1432" title="0009" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/11/0009.jpg" alt="" width="247" height="400" /></a></p>
<p><a rel="attachment wp-att-1433" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/11/24/a-proposito-di-invasioni-aliene-in-televisione-oggi-e-alla-radio-ieri/attachment/0012/"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1433" title="0012" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/11/0012.jpg" alt="" width="247" height="400" /></a></p>
<p><strong>Andando avanti con la trasmissione Welles informò i radioascoltatori </strong>che un cronista era riuscito ad avvicinarsi al fantomatico disco volante e aveva preso a trasmettere la sua corrispondenza. Ebbe poi a commentare: «Nessun giornalista, in occasione di una catastrofe vera, fu mai più convincente dei nostri attori. Ce n’era uno che sapeva imitare così bene il presidente degli Stati Uniti Franklin Roosevelt da trarre in inganno chiunque. E quando si mise a parlare per chiedere alla nazione di restare unita&#8230; allora tutti si riversarono nelle strade».</p>
<p><a rel="attachment wp-att-1434" href="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/11/24/a-proposito-di-invasioni-aliene-in-televisione-oggi-e-alla-radio-ieri/nation-is-swept-by-hysteria-over-martian-invasion-the-daily-times-news-heading-10-31-08/"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1434" title="Nation is Swept By Hysteria Over Martian Invasion - The Daily Times News (Heading) 10-31-08" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/11/Nation-is-Swept-By-Hysteria-Over-Martian-Invasion-The-Daily-Times-News-Heading-10-31-08.jpg" alt="" width="400" height="256" /></a></p>
<p><strong>Una scena da teatro dell’assurdo prese a svolgersi sulle strade intorno a New York.</strong> Racconta sempre Orson Welles: «Il tempo era bello quella sera, tutti erano usciti in macchina e tutti avevano le radio accese. Ma non i poliziotti motociclisti. Immaginatevi allora la scena: sotto lo sguardo allibito di tutta la polizia del New Jersey, tutte le automobili in autostrada cominciarono improvvisamente a correre a centocinquanta all’ora e nessuno accettava di accostare, nessuno dava retta ai polziotti, tutti correvano verso le colline». Alcuni rientrarono solo dopo sei settimane convinti da volontari della Croce Rossa.</p>
<p>A San Francisco, rivela ancora Welles, «una signora con i vestiti a  brandelli entrò titubante in un commissariato di polizia e disse  ansimante: “Non posso raccontare quello che è successo&#8230;è troppo  orribile”. E si avvelenò piuttosto che affrontare la vergogna della  cosa. Per fortuna sopravvisse».</p>
<p><strong>«A salvare Welles dalle conseguenze legali di questo incredibile panico», scrive Fernanda Pivano </strong>«fu un avvocato che impugnò il conratto dell’attore-regista con la CBS in base al quale Welles era libero da qualsiasi responsabilità di quanto fosse accaduto in seguito alle sue trasmissioni; così fu la CBS a dover fronteggiare le centinaia di azioni legali intraprese dalle vittime della mistificazione, resa drammatica in America dall’ansietà suscitata dalla guerra imminente».</p>
<p>Il bello di tutto questo è, ricorda sempre Fernanda Pivano<strong>,</strong> che «mentre gli Stati Uniti erano in preda al panico, Welles, ignaro, continuava la sua trasmissione: scoprì il disastro soltanto l&#8217;indomani mattina». Ecco come l&#8217;attore e regista ricorderà quel giorno in un&#8217;intervista rilasciata il giorno dopo ai cinegiornali dell&#8217;epoca:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ho_9XTnlJKM?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/ho_9XTnlJKM?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>Ed ecco la registrazione dell&#8217;incontro avvenuto il 28 ottobre 1940 </strong>nella sede della stazione radio KTSA di San Antonio, Texas, fra Orson Welles e l&#8217;autore di <em>La guerra dei mondi</em>, H.G. Wells che ammise la sua sorpresa quando, all&#8217;epoca, venne a sapere dell&#8217;ondata di panico che era stata scatenata dalla versione radiofonica del suo racconto che portò a una insperata impennata di vendite di uno dei suoi «titoli più oscuri» (la definizione è di Wells).</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/nUdghSMTXsU?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/nUdghSMTXsU?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>Come sarebbe stato bello che anche alla fine di <em>Ballarò</em></strong>, il conduttore Giovanni Floris avesse letto lo stesso annuncio che fu letto alla fine del radiodramma di Welles: «Quell’invasore sferico luminoso che sogghigna nel vostro salotto è un abitante del campo di zucche e se il vostro campanello suona e non risponde nessuno, non è un marziano&#8230;è Halloween». <em>Musica. Titoli di coda.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/11/24/a-proposito-di-invasioni-aliene-in-televisione-oggi-e-alla-radio-ieri/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I &#8220;filmettini&#8221; di Fernanda Pivano</title>
		<link>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/05/12/i-filmettini-di-fernanda-pivano/</link>
		<comments>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/05/12/i-filmettini-di-fernanda-pivano/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 12 May 2010 08:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Castellacci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura pop]]></category>
		<category><![CDATA[Pivano]]></category>
		<category><![CDATA[Telefilm]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/?p=41</guid>
		<description><![CDATA[È uscito da Bompiani il secondo volume dei Diari di Fernanda Pivano (1974-2009) a cura di Enrico Rotelli, con Mariarosa Bricchi. I nomi famosi (da Gore Vidal a Kurt Vonnegut, passando per Bret Easton Ellis e Jay Mclnerney) non mancano, così come ovviamente i grandi temi della letteratura americana. L’avvenimento mi ha fatto venire voglia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È uscito da Bompiani il secondo volume dei <a href="http://bompiani.rcslibri.corriere.it/bompiani/libro/5971_diari_vol_2_pivano.html" target="_blank"><em>Diari</em></a> di Fernanda Pivano</strong> (1974-2009) a cura di Enrico Rotelli, con Mariarosa Bricchi. I nomi famosi (da Gore Vidal a Kurt Vonnegut, passando per Bret Easton Ellis e Jay Mclnerney) non mancano, così come ovviamente i grandi temi della letteratura americana. L’avvenimento mi ha fatto venire voglia di andare a ripescare un testo di Fernanda Pivano su un tema, sì, sempre americano, ma meno letterario: un analisi dei telefilm a stelle e strisce che le chiesi di scrivere e fu pubblicato nel marzo del 1981 in un dossier speciale del quotidiano <em>Corriere Medico.</em></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_38" class="wp-caption aligncenter" style="width: 218px"><em><em><img class="size-medium wp-image-38" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/05/corriere-medico-208x300.jpg" alt="Fernanda Pivano analizza i telefilm a stelle e strisce" width="208" height="300" /></em></em><p class="wp-caption-text">Fernanda Pivano analizza i telefilm a stelle e strisce</p></div>
<p><em> </em><strong>Ora prima di parlare di Pivano e telefilm è bene spiegare un attimo l’anomalia (“pop”) del <em>Corriere Medico</em></strong>, quotidiano nato da una costola del <em>Corriere della Sera</em> – concepito da quel geniale inventore di giornali che risponde al nome di Paolo Pietroni – che trattava, neanche dirlo, di medicina e scienza in generale. Ma anche di cultura e varia umanità. Io ero il responsabile di quella sezione che, non occupandosi dell’argomento principale del giornale, cioè la medicina, era un ghetto felice. C’erano, sì, i soliti medici scrittori che chiedevano di apparire sulle nostre colonne – che proprio in quei giorni passavano dalla pesantezza del piombo alla leggerezza della fotocomposizione – ma venivano facilmente tenuti a bada.</p>
<p>Questo permetteva alla redazione (in pratica a me) di sbizzarrirsi nei più improbabili temi quotidiani, ma soprattutto nella sezione speciale, monografica, che usciva il sabato. Si spaziava dal Jazz a Edgar Allan Poe, dall’omicidio Althusser alla psicanalisi – raccontata attraverso tavole illustrate che Guido Crepax disegnava per noi – per atterrare nel territorio dei telefilm americani, appunto, che all’epoca volevano dire <em>Kojak, Colombo, Stursky &amp; Hutch, il dottor Kildare, Bonanza, Star Trek, Happy Days</em>. In pratica quasi tutto quello che il canale Fox Retro trasmette oggi sulla piattaforma Sky.</p>
<p>Avevo così pensato di chiedere il testo di apertura dell’inchiesta all’americanista per eccellenza anche se, a dire la verità, mi aspettavo che mi mandasse al diavolo. E invece.</p>
<p><span id="more-41"></span><strong>E invece Nanda disse che sarebbe stata entusiasta.</strong> Il testo venne pubblicato con il titolo: “Indovina chi viene dopocena”. La sua fu un analisi del fenomeno telefilm, senza entrare nel merito di questa o quella serie. I telefilm lei li chiamava “filmettini”, «microcosmi che ci bombardano con regolarità partendo sempre dagli stessi presupposti, da meccanismi che sono sempre variazioni sullo stesso tema, come suoni di tam-tam che mettono in trance e creano un’immagine della vita familiare di un americano medio dove i buoni sono sempre premiati e i cattivi sempre puniti». Cosa che, a dire la verità, annotava la Pivano, «sembra proprio che succeda di rado nella società contemporanea».</p>
<p><strong>I “filmettini”, ricordava Fernanda Pivano</strong>, avevano soppiantato i «lunghi film a puntate che trattavano argomenti della vita e della società quotidiana americana, dal problema razziale ai rapporti interfamiliari di un nucleo della media borghesia». Si riferiva a film seriali come quelli che raccontavano <a href="http://www.andyhardyfilms.com/" target="_blank">le storie della famiglia del giudice Hardy</a> e soprattutto del figlio Andy, interpretato da un imberbe Mickey Rooney che diventerà il protagonista della serie e avrà al suo fianco una Judy Garland altrettanto adolescente.</p>
<div id="attachment_40" class="wp-caption aligncenter" style="width: 209px"><img class="size-medium wp-image-40" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/05/love-finds-andy-hardy-199x300.jpg" alt="Locandina di uno dei sedici film della serie &quot;Andy Hardy&quot;, l'antenato del telefilm" width="199" height="300" /><p class="wp-caption-text">Locandina di uno dei sedici film della serie &quot;Andy Hardy&quot;, l&#39;antenato del telefilm</p></div>
<p>Per la cronaca, i film iniziarono a uscire nel 1937 e terminarono sedici pellicole più tardi nel 1958, soppiantati dalla nuova “moda” dei telefilm: da <em>Rin Tin Tin</em> a <em>Zorro</em> arrivando a <em>Ivanhoe</em> interpretato dal futuro James Bond, sir Roger Moore.</p>
<div id="attachment_39" class="wp-caption aligncenter" style="width: 208px"><img class="size-medium wp-image-39" src="http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/files/2010/05/ivanhoe2.jpg" alt="Roger Moore, futuro agente 007, nei panni di Ivanhoe, telefilm delle origini" width="198" height="258" /><p class="wp-caption-text">Roger Moore, futuro agente 007, nei panni di Ivanhoe, telefilm delle origini</p></div>
<p>Per chi volesse approfondire il tema segnaliamo la recente uscita di <a href="http://libri.sagoma.com/catalogo/libri/5/serialmania" target="_blank"><em>Serialmania</em></a>, opera in cofanetto di quattro volumi pubblicata da Sagoma editore, a cura di Carlo Amatetti. Qui siamo sui contemporanei: si va da <em>Lost</em> a <em>Sex in the City</em>, a <em>La famiglia Addams</em>. Qual è il vostro telefilm del cuore?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.leiweb.it/claudio-castellacci/2010/05/12/i-filmettini-di-fernanda-pivano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
