| | Maria Latella
Testata
19.9.2012

L’intimo della Minetti

Scritto da in attualità, detto tra noi, donne

 

Ho letto che Nicole Minetti, irriducibile consigliere regionale, avrebbe in programma di farci compagnia dai maxi cartelloni. Uno si aspetterebbe che voglia investire qualche soldino (le passiamo graziosamente dodicimila euro al mese), in una campagna sociale. Vuoi vedere che ha deciso di trasmettere un messaggio più impegnativo della scritta sulla t-shirt “Senza sono ancora meglio”? In fondo, ha scelto di fare politica.

Apprendiamo invece che, nel solco già fieramente tracciato da Manuela Arcuri e Belén, per citare altre signorine apprezzate da Silvio Berlusconi, anche Nicole Minetti ci sorriderà dai maxi cartelloni in quanto testimonial di premiata ditta di lingerie.

Esiste dunque un fil rouge, una connessione, tra Minetti, Arcuri e Belén? Esiste.

A parte Berlusconi e la comune passione per le labbra siliconate? Pare di sì. Teoricamente di fil rouge non dovrebbero essercene perché la Minetti è in politica e le altre due nello show biz, ma in questa marmellata che è diventata l’Italia, è possibile sedere in consiglio regionale ed essere contattata da un’azienda interessata a promuovere mutande. Sempre che sui maxi-cartelloni non compaiano altre pregevoli porzioni del Minetti body, per esempio quelle a suo tempo segnalate dalla già citata t-shirt.

C’è una morale da trarre dalla notizia (sempre che sia vera e confermata)? A occhio, questa: se sei stata amica di Berlusconi e mantieni, diciamo, una figura tonica, prima o poi qualcuno si ricorderà di te e, zac, ti proporrà un provvidenziale contratto da modella, comparto lingerie.

Eppure soltanto due mesi fa l’Italia tutta partecipava all’appassionante game “Minetti dimettiti”. Eppure solo due mesi fa il segretario del Pdl, Angelino Alfano, rispondeva con un “sì” secco e risoluto alla domanda che gli ponevo a L’Intervista su Skytg24:”Si deve dimettere?”. “Sì”.

Qualche settimana dopo, sempre via stampa, si seppe invece che l’iter sarebbe stato lungo e complesso. Nicole Minetti, si diceva, si dimetterà dalla Regione Lombardia ma solo se potrà aprire un centro estetico a Los Angeles. Del centro estetico negli States non si è saputo più niente, e neppure delle dimissioni dal Pirellone ma forse ora possiamo tornare a sperare. Ora che spunta una campagna pubblicitaria. Lingerie, d’accordo, ma in fondo è un esordio e la strada verso il successo è lastricata di maxi cartelloni. Noi tutti, comunque, tifiamo perché accada.
Ci toccherà rinunciare a un talento politico, è vero, ma quando il made in Italy chiama, la patriota Minetti non potrà che rispondere “sì”.

 


12.9.2012

Perché solo in Italia “school” non fa rima con “cool”

Scritto da in detto tra noi, giovani, tempi moderni

L’altro giorno, in corso Vittorio Emanuele, l’area pedonale dello shopping milanese, ho incrociato un trentenne che aveva addosso la t-shirt con la scritta più cretina mai letta su una maglietta. L’idea geniale esibita sulla t-shirt era questa: due montature di occhiali, una a lenti chiare (e sotto c’era scritto “School”), una a lenti scure (e sotto c’era scritto “Cool”).

Accorgermi che qualcuno considera ancora spiritoso contrapporre il sostantivo “school”, scuola, all’aggettivo “cool”, figo, mi ha prima depresso e poi irritato. Possibile? Possibile in un Paese con la disoccupazione giovanile al 36 per cento? Un lavoro decorosamente pagato oggi si trova solo se ne sai più di tutti, sia che tu faccia il programmatore di computer che l’ingegnere. Perciò, che senso ha giochicchiare col vecchio assunto che quelli bravi a scuola sono noiosi? È antico, antistorico, soprattutto in un Paese ancora pieno di ragazzi che mollano a metà la scuola, di laureandi che non si laureano mai (mentre India, Cina e Germania sfornano tecnici a ritmo ossessivo). Continuiamo così? Benissimo, fatevi del male.

Ogni tanto parlo con i ragazzi che tornano dopo aver fatto l’Erasmus in Cina o in Australia. Mi raccontano che là il più “secchione”, quello bravo a scuola, è considerato ipercool, corteggiato dalle ragazze e invidiato dai coetanei. “In Italia se studi passi per sfigato. Devi fare in modo che non se ne accorgano” mi dicono i ragazzi dell’Erasmus, piuttosto impressionati dal contrasto. Eh già. School o cool, questo è il problema.

A proposito di scuola. Tra poco torno sui banchi per imparare cose che non so a Intheboardroom, l’iniziativa promossa da Egon Zehnder e Valore D con il sostegno di General Electric per formare competenze femminili per futuri consigli di amministrazione. Vi terrò informati.

 

Ps: Per qualcosa che comincia, qualcosa che finisce: il mio blog su Leiweb. Le risorse di tempo sono poche e il mio rapporto con i social network si concentrerà su twitter: grazie agli oltre ventunomila followers. E grazie, naturamente, a chi ha seguito il mio blog. Ci ritroviamo su twitter, se volete, @MariaLatella.


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5.9.2012

Il cardinal Martini, l’esempio e il ritorno di A4job

Scritto da in A4job, attualità, giovani, le campagne di "A"

La partecipazione alla scomparsa del cardinal Martini ha emozionato Milano, e non solo Milano. Anche i non credenti riconoscono al cardinale qualcosa che è diventata merce rara: la coerenza. E quel che i nostri nonni definivano, senza ipocrisia, “il buon esempio”.

Lunghissima la coda per dare l’ultimo saluto al cardinale Carlo Maria Martini

I buoni esempi latitano in Italia e anzi negli ultimi decenni quelli incoraggiati erano i cattivi. Gli evasori, per dire, sempre vezzosamente inseriti nel girone dei “furbi” e perciò subliminalmente additati alla pubblica ammirazione. Bene ha fatto Monti a sollevare il caso del Tg1 che, parlando di evasione, citava “i soliti furbi” invece di definirli “i soliti ladri”.

Quando leggo le lamentationes di quanti sostengono che il governo in carica ha parlato tanto e fatto poco, mi viene da dire che certo, si poteva e si potrebbe fare di più, ma almeno sul fronte dell’esempio un cambiamento c’è stato. Per fare il ministro c’è chi ha rinunciato a emolumenti o proventi di studi professionali (milioni di euro, in qualche caso): nell’Italia dei furbi questa è una novità. Come una novità è l’attenzione a non abusare delle scorte (ci sono ministri che al ristorante pagano di tasca loro anche per gli agenti) o degli aerei di Stato. So che arriccerete il naso, ma a me Angela Merkel non sta antipatica e penso che un po’ di ragione ce l’abbia quando chiede all’Italia coerenza tra il dire e il fare, riforme e non solo annunci di riforme. La Merkel però dovrebbe capire che la riforma delle riforme è aggiornare la mentalità italiana. Non è un’impresa impossibile: serve la coerenza nei comportamenti (l’esempio, dicevano i nonni) e far seguire i fatti alle parole. Così come pare vogliano fare in Rai il presidente Annamaria Tarantola e il direttore generale Luigi Gubitosi.

 

PS: a proposito di parole e fatti. Proprio perché sul tema dell’occupazione giovanile siamo impegnati da più di un anno – primo giornale italiano a creare, con l’aiuto di Trovolavoro, un link tra neolaureati e aziende – pensiamo di non dover lasciare il lavoro a metà. Ce lo chiedono in molti, aziende e giovani. Eccoci qua, siamo tornati.

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14.8.2012

A Berlino focosi, a Roma lagnosi? La verità, vi prego, sui maschi italiani

Scritto da in attualità, detto tra noi, donne, giovani

Ad agosto, di solito, questa rubrica si prende una pausa. Doveva andare così anche quest’anno e così sarà dal prossimo numero, ma adesso urge condividere con voi un dubbio, un dilemma, un tarlo spuntato mentre leggevo il reportage di Giovanni Teodori (lo trovate a pag.18), e poi, a pag.58, l’articolo di Cristina Bianchi. È che mi sono imbattuta nell’ennesima contraddizione di questa nostra fase schizzata e perciò chiedo a voi, acuti lettori di “A”: qual è il vero volto del (giovane) maschio italiano? È quello che emerge dal reportage di Giovanni Teodori a Berlino? Dall’inchiesta che l’ha portato a intervistare decine di “ciovani donne di Cermania” affiorano giudizi più che lusinghieri per il prodotto made in Italy.

«Il tedesco (qui sta parlando Gudrun, 23 anni) non ci prova, ha sempre il terrore di fare un passo di troppo, di risultare molesto. L’italiano, invece, se ne infischia. L’italiano ti guarda e ti fa sentire bella».

E giù dichiarazioni di altre fraulein (ma c’è anche qualche frau) che dettagliano come e per quale ragione siamo passati da “italians do it better” a “italiener machen es besser”.

Buone notizie almeno in questo settore, direte voi. La conferma che il glorioso spirito di Rimini, la bandiera tenuta per tanti anni alta dai bagnini della costiera romagnola torna a sventolare, impennandosi almeno quanto lo spread. Buone notizie per i nostri amici, figli, colleghi e (ci mancava pure questa) buone notizie anche per i nostri mariti. Poi, però, i conti non tornano.

Perché se i trentenni italiani in trasferta a Berlino sono così popolari, le trentenni italiane di Padova, di Milano, di Viterbo o di Palermo si lamentano tanto? La leggete o no la posta di Barbara Alberti? Cristina Bianchi ha scandagliato il lato italiano della faccenda, indagando tra quelli che “con le donne si può essere amico”. Come lascia intendere il trentenne stanziale e romano Giulio Somazzi, “una donna per amico” è più riposante di una fidanzata. Sostiene e non impegna. Comprensibile che qualche italiana aspiri a qualcosa di più.

E allora? Ammetto la mia personale confusione. Attendo che qualcuno faccia luce. Per citare W.H. Auden: “La verità, vi prego, sull’amore”. Fateci sapere. Anche in tedesco

Ps. Un’amica, frequent guest dei più diversi ristoranti tedeschi, suggerisce un indizio per venire a capo del dilemma. Ha notato che tra le giovani (e anche meno giovani) coppie tedesche, al termine della cena usa avviare un misterioso rito simile alla minuziosa analisi del conto. Pare che l’indagine punti a risalire a quale insalata abbia consumato lei e quanti bratwürste lui. Il rito si conclude con una pacifica ma accurata suddivisione del conto. Insinua, la nostra frequent guest, che forse le tedesche apprezzano tanto gli italiani perché questi a cena saldano il conto e via. Secondo me è pura malignità, frutto del crescente, direbbe Monti, sentimento anti-tedesco. Secondo voi?

 Leggi la prima puntata dell’inchiesta

Leggi la seconda puntata dell’inchiesta


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7.8.2012

Compiti per le vacanze

Scritto da in attualità, detto tra noi, tempi moderni

È un’estate “strana”, proprio come l’aggettivo più ricorrente di questi mesi. Ci avete fatto caso? “Strana” è la maggioranza di governo (Mario Monti stesso l’ha definita così) e strane sono certe piccole e grandi novità che costellano la vita di tutti i giorni. Chi è in vacanza scopre che, “stranamente”, in un sabato di metà agosto la spiaggia di Puntaldia, Sardegna assai ben frequentata, è più vuota di quanto non fosse un mese fa. Che è successo? Il gestore di un tratto della medesima spiaggia fornisce un’analisi che forse convincerebbe anche il professor Giavazzi o il politologo Ilvio Diamanti: «Succede che a luglio le case costavano meno, e allora chi ha potuto ha anticipato la vacanza. Ad agosto gli affitti sono cari e la gente torna a casa o sfrutta l’invito di parenti, di amici».

Anche i ristoranti si prenotano con facilità, mentre un noto imprenditore del design, pure lui in vacanza sulla costa sarda, confronta la situazione porti: «Due giorni fa, in Corsica, non si trovava da attraccare. Qui in Sardegna son più vuoti che pieni». Il leit-motiv è sempre lo stesso: chi ha i soldi, in Italia, preferisce non spendere, per timore dell’occhiuta Guardia di Finanza. E allora, tutti in Costa Azzurra, in Corsica, in Croazia. Gli altri i soldi non ce li hanno e hanno risolto il problema.

Estate strana, in cui Lele Mora si appella non più al passato prossimo, che pure l’ha reso ricco e famoso, ma al passato remoto, agli anni in cui la mamma, donna semplice, lo chiamava Gabriele. Vedrete, lo state già vedendo: anche i giornali che per decenni hanno campato sulle celebrità inesistenti, gonfiate ad arte dall’astutissimo Mora, ora si daranno, si danno, un tono adeguato ai tempi. La tv degli ultimi vent’anni ha offerto agli italiani tanto varietà e anche una grande varietà di metaforiche umiliazioni femminili, compresa una giovanissima Flavia Vento, che se ne stava accoccolata dentro un cubo di plexiglas, sotto il tavolo di Teo Mammuccari. Chissà che fine avrà fatto, ci siamo chiesti, non vedendola da un po’ in tv. L’abbiamo trovata a Sabaudia e abbiamo constatato che, anche lei, intervistata dalla nostra Cristiana di San Marzano, lamenta la mancanza di meritocrazia in tv. La meritocrazia ci salverà? Magari. Per ora non sembra che chi è sempre ricorso agli aiutini abbia intenzione di cambiare sistema.

Ci obbligheranno a farlo? Per ora in Europa ci ricordano che di sacrifici ne abbiamo fatti ma ancora ne dovremo fare. Di conseguenza, in questa “strana” estate andiamo in vacanza ma come gli studenti “col debito”, e mai espressione fu più appropriata. Quest’estate noi italiani siamo un po’ nella condizione dei rimandati: chi in greco, chi in matematica. Studieremo, vale a dire pagheremo gli acconti di tasse che sembrano non finire mai, risparmieremo, ci accolleremo pesi a volte nostri ma molto spesso frutto di corruzione e scelte non meritocratiche fatte in passato. Chi più chi meno, in cuor nostro pensando: “Io speriamo che me la cavo”. Stavolta però o ce la caviamo collettivamente o non ce la caviamo proprio.

Buone vacanze


31.7.2012

Donne e premi: a Giulia, ventenne di “A”, e alle italiane delle Olimpiadi

Scritto da in A4job, donne, giovani

Alle Olimpiadi di Londra Federica Pellegrini ha perso ma Rosalba Forciniti ha vinto, medaglia di bronzo nel judo, prima donna calabrese sul podio nella storia dei Giochi. Con Rosalba hanno vinto le fiorettiste azzurre e, insomma, consideriamolo un segnale incoraggiante per le donne dello sport e per noi italiane tutte.

Un riconoscimento, in tutt’altro settore, è toccato anche a Giulia Dedionigi, una delle giovani collaboratrici del nostro “Diario dei ventenni”. Ha vinto il Premio giornalistico intitolato a Gaspare Barbiellini Amidei, un grande giornalista, a lungo al vertice del Corriere della Sera. Uno di quei direttori attento ai più giovani colleghi, generoso nel considerarne il lavoro. Poco prima della sua scomparsa, ci eravamo sentiti per un documentario che stava realizzando per la Rai e conservo con piacere il ricordo della nostra ultima conversazione nella quale, inevitabilmente, di giornalismo si era parlato. Anche per queste circostanze sono contenta del premio assegnato a Giulia Dedionigi per un articolo pubblicato su “A”. Piacere doppio, naturalmente, perché questo giornale ha fatto del sostegno al talento, e al talento dei ventenni in particolare, una campagna permanente. Dal “Diario dei Ventenni”, che da sei anni ogni settimana ospita il punto di vista di una generazione, fino al successo dell’iniziativa di A4job, “A” è il giornale che per primo e con più costanza ha intuito come l’Italia stesse consegnando all’irrilevanza una (e forse due) generazioni. Una cancellazione condotta con chirurgica precisione e altrettanta incoscienza dai più diversi governi. Una cancellazione nutrita di verità non dette: per esempio che certe facoltà universitarie e certe università dei piccoli centri a nulla servono se non a rinviare il confronto con la realtà. O, altra verità taciuta per anni, che un Paese deve pianificare per tempo il numero dei suoi laureati e i settori per i quali si prevede ci sarà occupazione. Altrimenti si prepara alla cronicizzazione della disoccupazione. O, ancora, che certi modelli imposti dalla tv e da molti giornali hanno venduto (a genitori e figli) un’idea di successo facile e cinico. La crisi economica in corso si è incaricata di rivelare brutalmente il lato patetico del velinismo e ora è tutta una corsa a cancellare le Minetti e le altre spedite in politica con lo stesso criterio col quale sarebbero finite a Colorado Cafè, Anche il Secolo d’Italia, adesso, pubblicamente annuncia “Basta Veline”. Meglio tardi che mai.

 

PS: nella sua ultima rubrica sul Financial Times, Mrs Moneypenny parla dell’Italia, di Valore D e di un evento romano di cui i lettori del nostro giornale hanno letto un paio di settimane fa.  È sempre bene sapere con quali occhi ci guardano da fuori e così chi vuole può leggere la column qui di seguito:

(…) I Had my own “good Italy, bad Italy” experience when I went to Rome for the day to talk about the book (“Good Italy, Bad Italy”, di Bill Emmott, ndr). The “bad” was my train experience. Italy has some great trains, as my fellow columnist Tyler Brûlé will tell you, but not between Cortona and Rome. A combination of the parking at the station (not clearly signposted) and my dire Italian meant tha I returned to a parking ticket.

The “good Italy” part, though, made up for it. I Had lunch with a group of women, all of whom work for companies that are members of the Valore D organisation. Chaired by the dynamic Alessandra Perrazzelli, the organisation’s mission is to support and increase the representation of female leaders at the top of large Italian companies.

I was then interviewed by the equally energetic Maria Latella, editor of A magazine. There were 50 hig-achieving Italian women in the room and every one of them spoke English well enough to cross examine me on everything from my business to my family and much in between. I came away shamed by my own lack of linguistic skills, but also bowled over by the talent and potential of Italian women (…).

 

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24.7.2012

Per una volta, parliamo di “A”

Scritto da in detto tra noi, informazione

Non potrei scrivere ogni settimana quel che sto scrivendo ora, ma, come diciamo a sud di Roma “quanno ce vo’, ce vo’”. Capita di rado di leggere (uno di seguito all’altro) articoli belli, ben scritti, con notizie nuove e dettagli divertenti. Capita di rado, tanto più se, come me, si è esigenti e un po’ rompiscatole, come sanno bene i colleghi di “A”.

Eppure, questa settimana, il miracolo è riuscito: la mia sensazione, man mano che procedevo nella lettura dei testi e nella visione dei servizi di moda, delle rubriche, degli articoli dedicati al beauty, è che sì, questa settimana, per uno di quei miracolosi casi della vita dei giornali, “A” le ha proprio azzeccate, se non tutte, quasi.

Leggete la bella, intensa intervista di Giovanna Grassi all’attrice Naomi Watts, peraltro sorella di uno dei nostri fotografi di moda, il bravissimo Ben Watts. Non è la solita intervista copia e incolla, è un colloquio vero, in cui Naomi fa capire chi è e come è diventata la donna che è. Quando parla di Heath Ledger, l’attore tragicamente scomparso alla vigilia dell’uscita del film dove recitava nel  ruolo di Joker, Naomi Watts ricorre a un’autenticità molto lontana dalle risposte standard in uso tra le star.

E, nelle pagine che precedono Naomi Watts, leggete del dramma familiare di Sylvester Stallone. Di come, in un’intervista rilasciata con pochi giorni di anticipo sulla morte del figlio Sage, si esprimesse a proposito della sua nuova famiglia, la terza. Poi, per cambiare stato d’animo, divertitevi con Selvaggia Lucarelli, col sesso e la polenta di Nicoletta Melone, con il giornalista Oscar Giannino e sua moglie Margherita: per la prima volta l’ex single, oggi popolare conduttore di Radio 24 (qualcuno  dice che voglia darsi alla politica) ci fa conoscere il suo lato privato.

Quello pubblico, invece, lo approfondiamo col primo cittadino di Torino, Piero Fassino. Come se la cava, oggi, un sindaco che deve tagliare, tagliare, e poi incontrare per strada i suoi elettori? E, dall’altra parte delle Alpi, come se la cava il presidente dei francesi, François Hollande, anche lui alle prese con i tagli alla Peugeot? Sul numero di “A” che avete in mano o sull’iPad troverete poi tante pagine ispirate alle Olimpiadi. Dalla moda alla bellezza alle ricette da provare guardando in tv l’inaugurazione londinese. Che dirvi? Noi ci siamo divertiti, speriamo succeda anche a voi.

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17.7.2012

Perché a settembre torno a scuola e altre storie (Minetti inclusa)

Scritto da in attualità, detto tra noi, donne

Il logo dell’iniziativa In the Boardroom

Negli ultimi sette giorni si sono susseguiti ben tre diversi eventi promossi da donne interessate a fare networking, vale a dire a conoscersi e scambiare esperienze a livello nazionale e internazionale. Mercoledì, a Roma, davanti a un ristretto gruppo di manager e professioniste, nella sede della società di consulenza McKinsey e grazie all’inesausta attività di Valore D, ho rivisto una signora che i lettori di “A” hanno già avuto modo di conoscere, la cacciatrice di teste Heather McGregor, meglio nota come Mrs Moneypenny e autrice del libro Donne e Carriera. Consigli smart per lavoratrici ambiziose. Dopo un rapido buffet (qui la gallery on line) di cui troverete traccia anche su questo giornale (non è vero che le donne sono sempre a dieta, io per esempio e purtroppo no. Si capirà dal gigantesco piatto che sostengo con una mano mentre agito l’altra sotto il naso della signora McGregor), Mrs Moneypenny è stata sottoposta a una raffica di domande, mie e delle ospiti.

Giovedì sera, a Milano, c’è stata invece l’inaugurazione di In the Boardroom, che è poi la ragione per cui a settembre tornerò sui banchi di scuola. Come leggerete a pagina 122 nell’articolo di Silvia Ferraris, la legge Golfo-Mosca ora impone una presenza femminile nei consigli d’amministrazione e perciò nasce la prima scuola che insegnerà “come si sta” in un cda. Le prime trentacinque selezionate cominceranno il corso a settembre ed io sarò tra loro, curiosa di confrontarmi con materie nuove e certamente interessanti (qui la gallery on line dell’evento)

La settimana del networking nel mondo delle donne che amano il loro lavoro e vogliono farlo al meglio è infine atterrata sull’evento di domenica sera. Promossa dall’energica e competente sottosegretario agli Esteri Marta Dassù e alla presenza del premier Mario Monti e del ministro degli Esteri Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, a Roma si è tenuta una due giorni dedicata a Women in Diplomacy (qui le videointerviste), con video interventi di Hillary Clinton da Washington e di Elsa Fornero da Pechino, mentre era a Roma la francese Najat Vallaud-Belkacem, ministro del nuovo corso di Hollande. I lettori di “A” la conoscono già perché l’abbiamo intervistata durante le elezioni francesi.

Domenica sera, mentre mi avviavo verso il pranzo offerto a Villa Madama alle ospiti di Women in Diplomacy,  due interrogativi si sono presentati in rapida successione. Il primo: da lì a poco avrei avuto un altro piatto in mano e perciò, quest’estate, costume intero certo, ma basterà? Il secondo: siamo davvero di fronte a un cambiamento? Il “sì” secco e perentorio col quale, poche ore prima, il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ospite de L’Intervista su Skytg24, aveva risposto alla mia domanda: ”Nicole Minetti si deve dimettere?” induce riflessioni e, forse, speranze. Pensavo al modello di donna che Nicole Minetti ha offerto in tutti questi anni. Pensavo a quanto ne abbiamo discusso su “A” (anche di Nicole Minetti e proprio da questa pagina) e mi chiedevo se questo rincorrersi di eventi che puntano a mettere in contatto donne preparate e curate (guardate nelle foto da pag. 122) ma anche tenacemente convinte che prima o poi il merito andrà riconosciuto, segni una svolta, anche per l’Italia. Ci credete?

 

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10.7.2012

Parto o non parto? La “spending review” della redazione di “A”. Qual è la vostra?

Scritto da in attualità, detto tra noi

Il commissario alla spending review Enrico Bondi accanto al presidente Monti. Anche qui, ad “A” si cerca di risparmiare. Ecco le nostre stategie

Caro direttore,
il governo Monti ha annunciato la sua spending review dell’estate, e via di sforbiciate a province, impieghi pubblici, scuola e sanità. Gli italiani la loro personale lista della spesa la stanno rivedendo da tempo. Anche noi della redazione di “A” studiamo strategie di contenimento. Ecco una breve cronaca dell’ultima riunione.
C’è Francesca, caposervizio, che farà «un viaggio breve, di quattro giorni soltanto ma in un posto che mi ispira molto: in Algarve. Ci vado con mia figlia, ho prenotato su Internet, spendiamo circa 500 euro in due». La fidanzata di Silvano, saggiamente risparmia: «Fa il pieno alla Cinquecento solo al self service, il sabato o la domenica, approfittando degli sconti del weekend» racconta il grafico di “A”. In casa di Antonio, grafico anche lui, «la lavatrice va solo di sera, perché costa meno».
Antonella, la nostra guru di cinema, fino a ieri giurava: «Quest’anno, niente saldi». Sabato, però, non ha resistito, si è presa un paio di sandali di Marc Jacobs, a metà prezzo («risparmierò sui massaggi…»). Voi credeteci, se vi piace. Gabriella, l’esperta di beauty, non si lascia incantare: «Vado ancora con la famiglia a Vulcano: c’è la grande casa di mia sorella, si fa cassa comune, la spesa per tanti, figli e cugini». Pochi ristoranti: «Mio cognato è un grande chef». Invidiatela.
In segreteria, Giulia, che ha una bambina di tre anni, fa i conti con le settimane di aspettativa non retribuita che si potrà permettere: «Solo una, non due». Vicky, più che partire, torna: «In Calabria, dai miei. Tutti in macchina, in quattro si risparmia». Loredana, redazione bellezza, va a Pescara: «Sono una habituée, mi danno la palma in spiaggia allo stesso prezzo dell’anno scorso».
Costi da contenere per Cristina, attualità, e Simona, photo editor: i loro figli ormai superano l’età del “bimbo gratis” o del “volo scontato”. «Quest’anno niente villaggio-vacanza, ho scelto la montagna», racconta Simona, «il Trentino offre qualità altissima al miglior prezzo». Cristina è veterana dei viaggi aerei per quattro. «I portali che promettono voli superscontati non mi fregano più. Partono da cifre ridicole, ma se aggiungi tasse, bagagli, commissioni on line, ti ritrovi un prezzo alto. Meglio acquistare direttamente sui siti delle compagnie aeree» suggerisce. Andrea, caporedattore, si finge avveduto: «Se oggi puoi tagliare vuol dire che prima sprecavi». Silvia, cronista creativa, inorridisce ai costi degli happy hour milanesi: «Ho letto un libro sui cocktail, sto diventando un’esperta e l’aperitivo con gli amici lo organizzo io».

L’argomento in redazione appassiona. Per chi parte e per chi resta. Ci si scambia indirizzi e suggerimenti. Ne parleremo ancora su “A”, dal prossimo numero. Ma vogliamo conoscere i vostri suggerimenti. Qual è la vostra “spending review” dell’estate? A cosa rinunciate? Quali sono le strategie per risparmiare? Scrivete al direttore, seguiteci su twitter e sul blog di Maria Latella. Ne riparleremo dal prossimo numero.

La redazione di “A”

 

 

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3.7.2012

L’arma segreta? Una buona reputazione

Scritto da in attualità, detto tra noi, informazione

“La reputazione è tutto. Per questo quando mi chiedono se sono paranoico rispetto alla reputazione dell’Economist, rispondo “sì”. Sono costretto a esserlo. La credibilità rispetto ai lettori è essenziale per la vita di un giornale”.
Qualche giorno fa ho avuto l’occasione di parlare con John Micklethwait, direttore dell’Economist, una testata che in controtendenza è cresciuta sino a vendere un milione e mezzo di copie (cartacee) in tutto il mondo, poco più della metà in America. Di che cosa volete che parlino due giornalisti? Di giornalismo, ovviamente, e di come stanno cambiando settimanali e lettori. Uomo con le idee chiare e con un’eccellente conoscenza della situazione italiana, (anche perché gli capita di parlarne di tanto in tanto con John Elkann, membro del board dell’Economist), John Micklethwait espone la sua tesi con cristallina efficacia: «Ai lettori devi dare contenuti. Sono convinto che la gente oggi abbia voglia di tornare a leggere. E che abbia voglia di media affidabili».

Un punto di vista che sembra condiviso anche dai lettori di “A”: stando a una recente ricerca, proprio l’alta credibilità del nostro giornale è considerata una ragione per comprarlo.

«La gente ha voglia di leggere perché di questi tempi ha bisogno di capire. Si sono accorti che capisci di più con un articolo di due pagine che con un video di un’ora» ribadisce John Micklethwait.

Certo, mai dimenticare che i media, nelle loro diverse declinazioni, vivono di lettori ma anche di pubblicità. «Dai ai lettori dei contenuti, dai loro una ragione per leggerti e anche la gente della pubblicità vorrà stare su quel media. Perché il capital reputation, il capitale costruito negli anni su una buona reputazione, è un valore che interessa tutti, lettori e investitori della pubblcità» risponde il giornalista inglese.

Reputation, reputation, reputation, questo il mantra del direttore dell’Economist. Vale per i giornali, come per i formaggini. E vale, più che mai in questi mesi, per chi ha responsabilità politiche. Guardate cosa è successo a Bruxelles nella lunga trattativa che ha impegnato il presidente del consiglio Mario Monti, insieme allo spagnolo Mariano Rajoy e col supporto del francese Hollande. Se Monti non avesse la reputazione che ha, Francia e Spagna si sarebbero fidate? L’avrebbero sostenuto nello sfiancante confronto con Angela Merkel? Probabilmente no. E, come ha scritto il giorno dopo La Stampa riferendosi al metodo Monti e al suo ruolo nel consiglio europeo di Bruxelles: “Oggi si capisce che la credibilità è la prima pietra su cui costruire. La credibilità non dà lustro soltanto a chi rappresenta un Paese pro tempore, ma serve al Paese stesso. Perché consente di ottenere risultati”.

 

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