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Ci ho ripensato, sono di nuovo su Facebook. Ma non è del tutto colpa mia
scritto da: Maria Latellain detto tra noi

Qualche settimana fa avevo, non senza solennità, annunciato il mio addio a Facebook. Righe struggenti, il rapporto tra me e il social network presentato quasi come una relazione d’amore intempestivamente interrotta, io che salutavo amici e parenti con uno slancio simile a quello degli immigrati del primo Novecento che sventolavano fazzoletti imbarcandosi sul piroscafo destinato alle Americhe…
Righe e metafore buttate al vento. Sono passate alcune settimane e rieccomi su Facebook. Proprio come succede alle coppie che, rivedendosi dopo una breve separazione, decidono di tornare insieme. Magari perché, approfittando di un momento di reciproca incertezza, un amico comune li acchiappa e li convince a rivedersi: “Solo un aperitivo, e che sarà mai?”.
Tra me e FB è più o meno successa la stessa cosa. Una sera Francesca, la collega di “A” che veglia anche sulla mia evoluzione tecnologica, entra nel mio ufficio brandendo dati. Sostiene, nell’ordine: 1) sul web c’è un gruppo di stravaganti soggetti, intenzionati a farmi tornare sui miei passi e dunque su Facebook; 2) che non sarebbe sbagliato ripensarci e, a questo punto, pensare addirittura a un Fan club.
Fan di che? dico io. “Vedrai” assicura lei misteriosa. Risultato: da qualche giorno, tra la riprovazione di alcuni stretti familiari (mia figlia, per esempio: “Ma chi ti credi di essere? Madonna?”) esiste un mio fan club.
Vediamo quanto dura e come si sviluppa questa mia tormentata relazione con Facebook. A questo punto sono curiosa anch’io.
Al cinema di mattina
scritto da: Maria Latellain detto tra noi

L’ultima volta che ho comprato un biglietto per andare al cinema di mattina andavo al liceo: con l’insegnante di filosofia entrammo in un cinema di Latina per una proiezione di Jesus Christ Superstar, organizzata per le scolaresche.
Alcune decine di anni dopo ho sperimentato quanto sia comodo godersi un film tra le 11 e le 13 di un sabato mattina. Chi, come me, va al cinema quasi solo nel week end non puo’che apprezzare la sala già aperta in tarda mattinata. Ti godi il film e poi ti rimane tutto il tempo per fare altre cose. Incluso, volendo, tornare al cinema di sera.
E a voi è mai capitato, dopo i 18 anni, di andare al cinema di mattina? Che ne pensate?
Sabato ore 22: che figura faccio se mando una mail di lavoro?
scritto da: Maria Latellain donne, tempi moderni

È possibile per una donna inviare una mail di lavoro alle dieci di un sabato sera senza passare per una asociale che, poveretta, non ha di meglio da fare? E laddove la meschina sia provvista di famiglia, un compagno, bambini, chi di sabato sera riceve una sua mail di lavoro la considererà una così ossessionata dalla carriera da trascurare, (perfino di sabato sera), gli affetti più cari?
Anche di questi dubbi è lastricata la strada ancora molto ma molto in salita delle donne che lavorano, amano, con una mano scrivono sul computer cercando di risolvere un problema d’ufficio e con l’altra accarezzano il figlio piccolo o (ma la vedo più complicata) un marito paziente. Mi ci ha fatto pensare mrs Moneypenny, titolare dell’omonima rubrica sull’edizione domenicale del Financial Times. Trovandosi, come me, nella necessità di riflettere sulla tutt’altro che simbolica data dell’8 marzo, ha cominciato il suo articolo citando i dubbi del sabato precedente.
Era a casa, il marito guardava il golf in tv, i figli grandi erano usciti e quello piccolo già dormiva. Le è venuto in mente di scrivere una mail a una banchiera (in Inghilterra qualcuna c’è), a proposito di una questione di lavoro.
Ma, ecco, nel momento in cui le dita correvano ai tasti del computer, il dubbio le ha come paralizzate. «Penserà che sono cosi sola da non aver altro da fare di sabato sera? O penserà che sono talmente carrierista da sottrarre tempo alla famiglia anche e perfino nel week end?». Da qui, spiega la columnist del FT, la necessità di far precedere la mail da dettagliate spiegazioni sul perché e il percome stesse scrivendo di sabato sera. Roba che a un uomo non verrebbe mai in mente.
Sorpresa: la banchiera le risponde subito. Anche lei, di sabato sera, è a casa con i figli, piccoli e già a letto (alle 22. Si coglie qui la superiorità dell’educazione anglosassone). Il marito? Non c’è, è a sciare con gli amici. Pure la banchiera, dunque, trova perfettamente conveniente portarsi avanti col lavoro. Anche se è sabato sera e anche se, essendo donna, si affretta a giustificare e spiegare come mai ha il tempo di scrivere mail di notte e nel week end.
Leggevo e pensavo a quella volta in cui mia figlia, ventenne, mi ha messo in guardia dallo scrivere mail di sabato notte: «Penserebbero che sei un po’ sfigata, una che non ha altro da fare» mi ha affettuosamente avvisato. Perciò: la nostra strada, di ventenni, o trentenni o settantenni fa lo stesso, è ancora lastricata di buone intenzioni e di paralizzanti dubbi.
Roba con cui, 8 marzo o meno, non si finirà mai all’inferno con le vincenti cattive ragazze. Ci si complicherà solo e inutilmente la vita.
Allenatori, criminali e scienziati: è solo questa l’Italia da esportare?
scritto da: Maria Latellain attualità, tempi moderni

Non è vero che siamo privi di classe dirigente. Anzi: la esportiamo. Una delle più fiorenti imprese britanniche, per esempio, è guidata ai massimi livelli da manager italiani. Parlo di calcio, naturalmente. E di Fabio Capello allenatore della nazionale inglese, molto amato e molto stimato nonostante quello che per decenni, subito dopo la guerra, gli inglesi hanno pensato e detto degli italiani. Gianfranco Zola è l’allenatore del West Ham, la popolare squadra londinese che tra i suoi calciatori annoverò il capitano capace di assicurare all’Inghilterra la prima e sola coppa del Mondo (nell’ormai lontano ’66). Carlo Ancelotti guida il Chelsea, e poi ci sono Roberto Mancini al Manchester City, la squadra più ricca del mondo, e Bruno De Michelis, vice di Ancelotti. In Inghilterra s’è trasferito Marco Cesarini (al vertice della squadra medica del West Ham) e pure Gianluca Vialli che fu allenatore del Chelsea negli anni 90.
È chiaro, insomma: nel calcio l’Italia è capace di creare leader che, direbbero in tv, il mondo ci invidia.
Non basta. Mio ospite a L’Intervista su Skytg24, domenica scorsa, Beppe Grillo ha ricordato che stiamo esportando con successo anche un altro genere di leadership: quella legata a camorra e ’ndrangheta. Della mafia non saprei dire, in questo momento sembra più che mai intenzionata a non farsi notare, ma ’ndrangheta e camorra si muovono con sicura determinazione e franco successo. A questo proposito, osservava Grillo, non è per nulla sorprendente che un’inchiesta della magistratura colleghi la Fastweb di Silvio Scaglia al riciclaggio e alla criminalità calabrese. “Sono anni che esportiamo il know how criminale ai massimi livelli e in tutto il mondo” ha ripetuto il guru dei grillini ai microfoni di Skytg24.
Ho citato due estremi, la leadership italiana nel calcio europeo e l’intraprendenza internazionale del crimine calabro-campano, perché, al di là del paradosso, in queste settimane, se si parla d’Italia sui giornali stranieri, se ne parla per beatificare Capello (dopo la decisione di togliere la fascia da capitano della Nazionale britannica al dongiovanni John Terry, gran parte della stampa popolare britannica lo adora) o per segnalare che un ex enfant prodige della new economy italiana è ora in carcere per riciclaggio (Silvio Scaglia, sulla prima pagina del Financial Times).
Assodato che abbiamo pure molti italiani al vertice di ospedali americani e ricercatori apprezzati nelle più severe università, mi sembra a questo punto inevitabile chiedersi come mai siamo messi così male nelle vicende domestiche e locali. Come mai abbiamo politici maneggioni e inefficienti, imprenditori che trafficano col potere romano perché incapaci di reggere la competizione, attori che all’estero non sono granché richiesti. Come mai, infine, il nostro made in Italy non ha avuto la forza di imporre una settimana di sfilate a Milano mentre il made in France, a Parigi, ce l’ha.
Non sarà che all’estero, in futuro, esporteremo solo tre categorie di successo: allenatori, criminali e scienziati?
Bellezza & Psiche
scritto da: Maria Latellain donne

C’è tanta di quella squilibrata confusione, in giro, che viene voglia di mettere ordine almeno nel ristretto novero delle cose possibili.
Occuparsi di noi. Io per esempio sono convinta che equilibrio interiore ed equilibrio esteriore siano strettamente connessi. Per dire: se specchiandoti trovi di avere una faccia che ti piace, con le sue cose al punto giusto, ne’ troppo tirata ne’ troppo scavata, ne’ gonfia ne’ patita, secondo me finisci col sentirti, almeno in quel momento li’, una donna risolta. E’ la scoperta dell’acqua calda, lo so: è noto che quando si sta bene dentro (nella testa e nel cuore) pure i muscoli facciali si distendono, e se sei innamorato tutti ti dicono “sei diventata più bella” mentre se ti hanno appena scaricato al massimo ti dicono “sei più magra” (ma se per consolazione si annega il dolore nei baba’ alla crema si può perfino ingrassare per delusione d’amore).
Comunque: è giusto, son cose note. Meno dibattuta, pero’, è l’altra faccia della medaglia: quanto fa bene al nostro equilibrio interiore avere un viso (e un corpo) esteticamente in equilibrio?
Di bellezza e psiche parleremo lunedì 8 marzo a Milano nella sala Buzzati della Fondazione del Corriere della Sera, via Balzan 3. Ci saranno anche le nostre firme di “A”, Barbara Alberti e la fashion editor Sciascia Gambaccini
Se capitate da quelle parti, vi aspetto
È l’Italia delle intercettazioni, ma sembra un film dei Vanzina
scritto da: Maria Latellain attualità

L’Italia delle intercettazioni telefoniche non è né meglio né peggio di quella dei film di Vanzina, nè meglio né peggio di quella dei cinepanettoni. È quella roba lì, un’Italia da barzelletta, ed essendo il nostro l’unico Paese in cui vengono spalmate sui quotidiani lunghe conversazioni tra moglie e marito, è su queste che mi soffermerò. Nel Bertolaso gate, infatti, fanno modesta figura non solo i cosiddetti imprenditori e i cosiddetti servitori dello Stato, ma anche le mogli.
Signore mai contente: hanno un marito intraprendente che porta a casa librerie “aggratis” (paga l’amico costruttore) e loro si innervosiscono perché gliele hanno mandate bianche invece che di noce. “È un dramma” si dispera una signora, al telefono col pover’uomo a lei coniugato. Se la trascrizione dell’intercettazione non inganna, il meschino tace intimidito.
Un’altra moglie, mi pare la signora Balducci, lamenta la mancanza di servitù adeguata al giardino di casa. L’imprenditore amico del marito provvede con prontezza a farla contenta, gliene manda due, di giardinieri, e si capisce che quelle delle mogli son telefonate temutissime. Appena arrivano, si scatta sull’attenti.
Anche i figli telefonano. Quelli del coordinatore di Forza Italia Denis Verdini chiedono all’imprenditore Fusi stanze di hotel a Milano e a Venezia, Lorenzo Balducci, invece, il figlio del numero uno dei lavori pubblici, gradisce la carriera di attore e sempre grazie agli amici di papà trova anche il ruolo giusto nelle fiction tv.
Sono famiglie in cui si sa bene come le cose arrivano: chiedete e vi sarà dato. Quanto a quel che va reso in cambio, chi se ne frega, ci pensa papà. Saprà lui come sdebitarsi.
È un’Italia senza soprassalti di coscienza: mogli ciniche come i loro cinicissimi mariti, figli che a vent’anni ragionano come i loro padri corrotti. L’importante è soddisfare i bisogni: diventare attore, avere la coppia di giardinieri rumeni, la libreria in noce, l’albergo a Venezia dove portare gli amici.
Al cinema, quando raccontano un’Italia così, uno può anche alzarsi, lasciare la sala, andarsene a respirare una boccata d’aria, cambiare film. Per noia, per disgusto. Ma nella vera vita, che si fa?
P.S. Vorrei utilizzare ancora qualche riga per salutare la nostra Simona Tedesco, nominata nuovo direttore di Leiweb. A Simona, che ha condiviso il progetto di “A” sin dall’inizio, il mio più affettuoso grazie per il prezioso, intelligente e costante contributo. Le auguro di divertirsi nella nuova sfida come in questi quattro anni ci siamo divertite inventando “A”, settimana dopo settimana.
A Manuela Campari, che entra a far parte della squadra, il nostro altrettanto affettuoso benvenuto.
Care candidate lasciate ai politici maschi l’illusione che fottere sia l’altra faccia del comandare
scritto da: Maria Latellain attualità, donne, politica
Care Emme Bonino, Renate Polverini, Mercedes Bresso e care altre candidate a ruoli più o meno di rilievo nella politica italiana, fate una cortesia: almeno voi, tenete sigillata la cerniera.
Se andate a farvi massaggiare, vero massaggio sia. Tanto lo stress da superlavoro passa pure con un linfodrenaggio, non è indispensabile farsi, per così dire, drenare in altro modo.
Ve lo chiediamo con fiducia: sul fronte dell’impazzimento erotico mantenete, almeno voi, un profilo non dico alto ma, ecco, diciamo a prova di tronista. Se ormai a molti colleghi uomini la tangente in denaro non basta più, se a quella va aggiunta una speciale donna-tangente (ma per carità, sempre “di classe”, non sia mai somigli a una vera battona), a voi, donne che vi state affacciando al grande banchetto del potere, siano di qualche utilità i precedenti dei colleghi, italiani e non solo.
Vero è che sul fronte della tangente, dei soldi insomma, le donne non si stanno dimostrando particolarmente più virtuose degli uomini.
Agli occhi dei giudici di Bari, per dire, la potente lady Asl amica di Tarantini appare non meno spregiudicata degli assessori Tedesco o Frisullo. Però, ecco, ancora non si è appreso di escort maschi recapitati qua e la’ come grazioso cadeaux per rilassare le donne di potere. Ci arriveremo? Chissà, magari ci siamo già arrivati, ma poiché di questi tempi a qualcosa bisogna pur aggrapparsi, ecco, care Emme, Renate, Mercedes, Letizie, ci appenderemmo alla vostra chiusura lampo. Trent’anni fa le scopate senza cerniera saranno pure state trasgressive, ma oggi?. Lasciate ai politici maschi e giocherelloni l’illusione che fottere sia obbligatoriamente l’altra faccia del comandare .
Abbiamo un sacco di cose serie da risolvere, almeno voi datevi da fare.
Avvocati sì, ma con il rito abbreviato
scritto da: Maria Latellain attualità, giovani

Foto Flickr\ qorun
Leggo sulla prima pagina di un noto quotidiano milanese (milanese) la seguente manchette pubblicitaria: “Consegui l’abilitazione in Spagna. Diventa Avvocato”. Poi sotto, in carattere lievemente più piccolo: “Affrettati, perché dal 2011 in Spagna sarà introdotto l’esame per l’accesso alla professione di avvocato”.
E certo. Affrettatevi ragazzini ignoranti. Per diventare ignoranti avvocati restano ancora meno di due anni.
Che ne pensate?
Ps – il tutto è promosso da una nota istituzione che favorisce l’apprendimento universitario diciamo facilitato.
Ciao Facebook, non ce la faccio a dividerti con gli altri (400 milioni)
scritto da: Maria Latellain detto tra noi, tempi moderni

Facebook compie sei anni e forse è ora che la relazione tra noi, fondamentalmente mai cominciata, si chiuda ufficialmente e senza rimpianti.
Sono lì, ferma con la mia fotina da un sacco di tempo (due, forse addirittura tre anni), cristallizzata dall’inerzia più che dalla convinzione. Apparentemente Facebook e io abbiamo ancora rapporti, ma è una relazione di facciata, di homepage diciamo, in realtà non ci parliamo da mesi, forse da un anno.
All’inizio è stata, come sempre, l’emozione della conoscenza allo stato nascente. Ci scrivevamo in pochi, e spesso senza dirci niente perché – più che altro per motivi di lavoro – c’eravamo magari incontrati a cena la sera prima.
L’abitudine, come nelle storie d’amore non proprio profonde, è subentrata molto più rapidamente del previsto. I primi tempi, almeno alla sera, una visita su Facebook incuriosiva. Poi è stata solo una volta alla settimana, e poi ancora una volta al mese. Infine, è arrivata la disaffezione senza che mai fosse comparsa l’assuefazione.
Nel frattempo, attraverso Facebook mia figlia ritrovava i compagni delle elementari, e un mio amico – recuperando antichi contatti americani – cambiava lavoro e città. A Facebook aderiva praticamente in blocco la mia famiglia allargata, non c’era giorno in cui, aprendo il quotidiano, non si trovasse una storia legata a Facebook, c’erano conoscenti che allacciavano storie d’amore e o succulenti adulteri. Ma più cresceva la sua popolarità, più cresceva in me una certa indifferenza.
Così, per non prendere subito decisioni irrevocabili, ho scelto la pausa di riflessione. Genere: “Stiamo lontani per qualche settimana e vediamo l’effetto che fa”. Di solito, l’anticamera della rottura.
È andata cosi anche tra noi, tra me e Facebook. So che un giorno potremmo tornare insieme ma per ora no, il sentimento s’è spento e con esso la voglia di fare clic. La verità è che non ce l’ho fatta: sono una maledetta possessiva. Proprio non posso dividerlo con altri quattrocento milioni.
La sostenibilità ambientale non è più soltanto una moda
scritto da: Maria Latellain attualità

Le buste per la raccolta differenziata che troverete allegate al n. 7 di "A"
Sto partecipando a un interessante convegno promosso da Enel per raccontare come il tema dell’ambiente non vada più considerato un argomento alla moda per far fare bella figura alle azienda ma, al contrario la prospettiva di una grande e futura possibilità di business e lavoro per le nuove generazioni.
Nell’ ultimo anno in tutte le aziende è cresciuta la consapevolezza dell’importanza di tener conto delle questioni ambientali.
Secondo una ricerca condotta dal settimanale inglese The Economist per Enel, il nuovo business delle strategie per la sostenibilità ambientale è interessante per il 60 per cento dei manager intervistati in tutto il mondo sul tema.
Da Philips a Siemens, per dire, si stanno diffondendo le “green sales”, le vendite verdi che vanno di pari passo con la crescita della consapevolezza ambientalista tra i consumatori. Cosi spiega Aviva Friedmann, la direttrice delle ricerche per l’Economist, che ora sta parlando dal palco.
Il 50 per cento dei manager intervistati riferisce che le aziende per cui lavorano mantengono una costante comunicazione sui progressi raggiunti sul terreno della sostenibilita’ ambientale. Il 18 per cento delle aziende utilizza incentivi finanziari per sensibilizzare i propri dipendenti sui temi ambientalisti,
E’ vero che le aziende interessate alla sostenibilità ambientale ottengono migliori risultati economici, in una parola fanno più’ soldi? I manager intervistati rispondono di si, benchè, secondo loro, sia necessario prevedere tempi lunghi. Il 69 per cento dei sondati la pensa cosi.
Vorrei raccontarvi ancora delle molte e interessanti novità che Aviva Friedmann ci sta raccontando qui all’auditorium dell’Enel (per esempio quanto sia difficile oggi per le aziende predicare bene e razzolare male, magari nelle loro sedi distaccate del quarto mondo: i blog vigilano e le aziende sono, per dirla con Aviva, sotto osservazione come pesci nell’acquario). Ma ma è bene che torni ad ascoltarla con attenzione.
Non senza prima avervi segnalato che con il prossimo numero “A” cerchera’ di inserirsi nel filone virtuoso dell’attenzione ambientalista. Troverete allegate al nostro giornale tre deliziose sacche destinate alla raccolta differenziata dei rifiuti di casa. Finalmente belle da vedere e pratiche da usare. Come dice l’amministratore delegato di Timberland, citato da Aviva Friedmann, ”Bright lights kill microbes” sotto i riflettori i microbi muoiono.



