| | | Il Mito dei primi anni ’60
Testata
14.3.2009

Il Mito dei primi anni ’60

Scritto da in detto tra noi, ventesimo secolo | Permalink

Il commento di Ornella mi consente di tornare su uno dei miei argomenti preferiti: perché abbiamo cosi tanta nostalgia degli anni ’60.

Ovviamente, il confronto tra anni ’60 e oggi può riguardare diversi terreni. Se ci si riferisce alla tutela sindacale, ha ragione  Ornella: negli anni ’60, nei primi anni ’60, di tutela ce n’era  meno di quanto poi si riuscì a ottenere nel successivo decennio. Ma un precario, e anche un interinale, oggi, non si sentono molto più tutelati di un operaio di 45 anni fa.
Se poi si confrontano gli stati d’animo collettivi, lo spirito del tempo, le aspettative e la fiducia nel futuro, l’inizio del decennio ’60 e questa fine del primo decennio 2000 non possono che indurre nostalgia. Nel senso che gli anni ’60 battono gli anni 2000 5 a 0.

E infatti: gran successo di serial TV come Madmen o American Dream, mirabilmente ambientati nei primi anni ’60, con attrici vestite e pettinate come le nostre mamme e maschi  subliminalmente incaricati di evocare nelle spettatrici cinquantenni la figura di papà, cosi com’era allora, quarantacinque anni fa.
Serial TV ambientati negli anni ’60, film italiani (Due partite) e hollywoodiani (Revolutionary Road, l’ultimo con Kate Winslet e Leonardo Di Caprio) legati allo stesso periodo.  In assenza di idee nuove – si dice – la fabbrica della tele o cine-finzione non può che ispirarsi al nostro più recente passato.

Può darsi. Anzi, sarà certamente vero. Ma forse c’entra anche il fatto che i primi anni ’60 sono stati il primo periodo di collettiva serenita’ (volevo scrivere felicita’, ma per pudore gioco al ribasso). Il primo dopo la guerra e l’ultimo prima delle guerriglie che, dopo il 68, incendiarono qua e la’ Stati Uniti e Francia, Italia e Germania.


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    Commenti dell'articolo (17)
    • Ornella | 15 marzo 2009 alle 00:18

      Condivido l’analisi di Maria: a parità di situazioni (precariato, mancanza di tutele sindacali,ecc.) gli anni ’60 erano meno inquietanti di quelli attuali, i giovani coltivavano speranze, si sposavano, mettevano al mondo figli, ecc. Quando affermo di non avere nostalgia, però, intendo dire che il ripiegamento sul passato non è un esercizio utile per affrontare meglio il futuro. Personalmente ritengo che si debba smettere di alimentare una mitologia degli anni del “boom” e usarla come alibi per giustificare un atteggiamento passivo di resa dinnanzi a un modello sociale che non ci piace.

    • Alessandro | 15 marzo 2009 alle 09:36

      Io credo che l’elemento di differenza principale fra la situazione attuale e quella degli anni ’60 sia la tendenza. Negli anni ’60 la situazione tendeva decisamente al meglio; oggi, decisamente al peggio. Sto parlando di tutele, di stato sociale, di consapevolezza dei diritti civili, ecc. Ora stiamo regredendo velocemente alla situazione degli anni ’20.

    • jerome | 15 marzo 2009 alle 14:09

      weel said. simple $ clear. and that’s the rason why it’s revolutionary. it’s the truth that disturbs.

    • zubial | 15 marzo 2009 alle 15:01

      Gli anni ‘60 e la loro spensieratezza sono sempre immutevoli nella memoria di chi l’ha vissuti. Le gonnellone dai colori pastello, le gite in Vespa fuori porta, la spensieratezza del domani, quella semplicità della gente, che dopo alcuni anni dalla fine della guerra, si riaffacciava alla vita con speranza e programmi per il futuro. La situazione da allora è profondamente mutata. Forse anche perché l’evoluzione culturale ed economica dagli anni ’60 in poi ha introdotto nel mondo nuovi scenari industriali, lavorativi e di conseguenza anche sociali e politici. Oggi ci troviamo di fronte ad interrogativi nuovi che inducono alla riflessione anche economisti affermati, i quali sono essi stessi costretti a mettere in discussione le loro ipotesi, fin qui aderenti alla realtà. Occorre proseguire il nostro percorso, non con l’induttivismo del tacchino popperiano, pensando che domani sarà come oggi e il giorno dopo ancora uguale. Occorre adattarsi alla nuova realtà sociale, magari prendendo spunto da quella gaiezza e quella fiducia per il futuro, icone degli anni ’60, che oggi è davvero difficile riscontrare tra noi.

    • Gloria | 15 marzo 2009 alle 15:38

      Anch’io ho il mito degli anni Sessanta, forse perchè ero piccola e spensierata, e vedevo in giro ottimismo e voglia di vivere. Ricordo Studio Uno, Canzonissima, Carosello, il cinema con l’indimenticabile commedia all’italiana con Sordi e Mastroianni e Tognazzi e Totò e De Sica e Sofia Loren e Gina Lollobrigida e Claudia Cardinale …. Ricordo le Vespe sfrecciare, i capelloni, i maxicappotti, le musiche dei Beatles e dei Rolling Stones, il mio mangiadischi con i dischi di vinile. Pochi giorni fa ho rivisto con immenso piacere il film “Io la conoscevo bene” Di Antonio Pitrangeli, finalmente uscito in dvd, con una Sandrelli insuperabile. Altri tempi, davvero.

    • graziano | 15 marzo 2009 alle 17:12

      Tranquilli, non siamo soli a rimpiangere un certo tipo di passato.
      Zygmunt Bauman, grande autore di Vita liquida.
      … erano anni in cui esistevano pochi detersivi, cosmetici e poche automobili per le strade, ma anche pochi rifouti, disparità, pinei di energia e di silenzio. Anni in cui l’aria era più pulita, con meno case e più prati…
      E il futuro?
      Sempre Bauman (che fa suo l’approccio di Mark Furlong, professore all’Università di Melbourne).
      “Occorre fare l’opposto di ciò che siamo abituati a fare: ribaltare il modo in cui organizziamo i nostri pensieri, passando da un modo incentrato sulla individualità a uno che si basa, invece, su un’esperienza estetica ed etica di privilegiare i rapporti umani e il contesto.”
      ……………………………………………………………………………
      Ci proviamo?

    • Ornella | 15 marzo 2009 alle 18:04

      So di essere prosaica e noiosa, perdonatemi se potete, ma sono stata recentemente in Germania (non in Cina o in India) e mi ha colpita il grandissimo numero di coppie giovani con figli, ragazzi sotto i trent’anni ,con due o tre bambini a seguito, in giro per musei, magazzini, ecc. Insomma proprio come accadeva qui da noi negli anni che stiamo tanto rimpiangendo (mio fratello, sposatosi a ventiquattro anni nel ’67, nel ’70 aveva già due figli). Perchè lì sì e da noi no? Perchè in Francia pure e da noi no? Sono tutti più ottimisti o ,forse, le misure dei loro governi a sostegno della famiglia sono più efficaci degli estemporanei provvedimenti varati dai nostri recenti governi?

    • giacomo | 15 marzo 2009 alle 18:23

      Qui da noi no, cara Ornella, perchè noi siamo italiani, e mi spiace essere tranchant, ma il problema siamo noi.
      Siamo un popolo, mediamente, molto ignorante che crede, volta per volta, ai diversi pifferai in circolazione.
      Piifferai e ingannatori, non persone interessate al nostro benessere.
      A loro, di noi, non interessa una beata mazza.
      E noi non siamo, in genere, capaci di imparare la lezione dalle cose che succedono.
      Che il capo del governo nel nostro paese sia un bandito del quale quasi tutto il mondo ride sotto i baffi pare che non ci interessi per niente e, infatti, gli diamo percentuali di consenso imbarazzanti.
      Per noi.

    • Alessandro | 15 marzo 2009 alle 18:46

      Sono d’accordo con Ornella, quando dice che i governi di alcuni Paesi europei hanno spauto tutelare meglio i loro cittadini, che quindi sono più fiduciosi, e mettono al mondo figli anche già quando hanno fra i 20 ed i 30 anni. Qui da noi, un sacco di gente fra i 20 ed i 30 anni ancora non ha un reddito. E per una persona mediamente responsabile mettere al mondo un figlio è la prova più grande di avere fioducia nel futuro, credo io.

      Poi sono anche d’accordo con Giacomo circa la avvilente, tragica, disperata, imbarazzante situazione che c’è in Italia. Qui c’è bisogno di massicci investimenti nell’istruzione, nell’educazione civica, nel senso della collettività, per fare i cittadini delle prossime generazioni migliori di quelli che li precedono. Ma un investimento del genere nuocerebbe agli interessi di quelli che traggono vantaggi dallo stato attuale delle cose. Siamo senza speranza, temo.

      P.S. Qui uno può dire che teme di essere senza speranza, o viene allontanato da questo forum?

    • Un amico | 16 marzo 2009 alle 10:59

      Tranquillo, Ale.
      Mi pare che M.L. sia più “normale” e con meno “patturnie” (speriamo si possa dire e di non essere cazziati…) di M.T.

    • Alessandro | 16 marzo 2009 alle 12:49

      Nel mio post precedente ho dimenticato di aggiungere che quelle persone che oggi traggono vantaggio dalla situazione attuale sono le stesse che avrebbero il potere di provare a modificarla. Per questo è sensato pensare che non proveranno a fare alcunchè per investire sui cittadini delle prossime generazioni. Per questo io credo che non ci sia speranza.

    • graziano | 16 marzo 2009 alle 13:08

      Berlusconi ha detto:
      ”Voi credete che imbarbariamo o cementifichiamo il Paese concedendo di aumentare la superficie abitativa del 30%? Io credo di no”.
      E ha aggiunto: “Ho molta fiducia nel senso estetico degli italiani e nel senso di responsabilità dei professionisti che elaboreranno i progetti”.
      ……………………………………………………………………………………….
      Fantastico!
      Io cambio “definitivamente” idea: noi non meritiamo quest’uomo geniale.

    • Alessandro | 16 marzo 2009 alle 13:28

      Run for your life! The Berluscones are coming!

    • Question | 19 marzo 2009 alle 14:02

      Still alive and kicking?

    • Alessandro | 19 marzo 2009 alle 16:04

      Whom are you inquiring about?

    • giuseppe | 22 marzo 2009 alle 12:56

      Sono d’accordo anch’io: nella storia non esistono “età dell’oro”; ognuna ha i suoi dolori, i suoi limiti, ma anche la sua grandezza. Gli anni ’60 furono l’età della mia adolescenza, l’epoca liceale, direi dell’imprinting e delle prime esperienze post-infantili. Se giudico con l’intelletto, razionalmente, mi accorgo che nei 70 ho poi svolto la fase più concreta e costitutiva, l’università, il lavoro, la famiglia. Però, se vado indietro con la fantasia, mi tornano i ricordi degli anni 60 pur con tutte le loro contraddizioni. Penso che l’uomo sia anche questo, al di là di lucidi raziocinii, e la ragione sia l’insieme di intelletto e cuore, di intuizione e di predicato. Ripensando all’epoca con senso “storico” mi sembra però che allora ci fossero una ben più robusta vitalità e quindi creatività. Si parlava di Beatles e simili; anche nella cultura e nel costume c’era ben altro fervore, sicché a nessuno a quel tempo sarebbe venuto in mente di fare i revivial delle canzoni degli anni 30-40 anche se ce ne sono di assai belle e classiche. Perché? Perché si stava “facendo”, creando. Oggi si trovano giovani ( ne ho in casa uno: mio figlio di ventiquattro anni) che stravedono per i Beatles, ossia per autori che finirono la loro epoca di gruppo, ben trentanove anni fa. E’ come se noi a metà dei 60, ci fossimo accesi d’entusiasmo per “Vipera” e per “Balocchi e profumi” o per “Stormy weather”. Impensabile. Poi, è vero: all’epoca certe garanzie sociali erano ancora inferiori, ma non tutto è migliore nel ritorno di questi tempi. Ricordo che io feci la tesi di laurea proprio sullo “statuto dei lavoratori” la legge 300 del 1970 che allora era un punto d’arrivo importante non solo in Italia ( perché noi abbiamo molti difetti ma anche gli altri non scherzano e non farei tanta esterofilia). Io non sono un laudator temporis acti, quindi, a me pare che la nostra epoca presente sia comunque, anch’essa, pure per chi ha la mia età, “la nostra epoca” non meno dei 60, perché la viviamo e vi operiamo anche con le maggiori consapevolezza ed energia della maturità. Però, è innegabile che quella ebbe una forza propulsiva di entusiasmo, cultura, costume e miti che questa non ha (nella storia capita). E inoltre, per chi la visse da adolescente, per la prima volta anche “protagonista” del costume, rimane quell’imprinting a cui accennavo.

    • francj | 21 aprile 2009 alle 15:57

      capisco chi era felice negli anni sessanta, io ci sono nata ma non potevamo permetterci la vespa,la gita fuori porta anche perchè vivevo in campagna come tanta altra gente non avevo tanti vestiti,educazione rigida,problemi di ogni genere. adesso sto molto meglio. pensare troppo al passato mette solo tristezza e non aiuta i ragazzi, il futuro in parte dipende anche da noi,il passato dovrebbe servire solo a non ripetere gli errori,o anche per le rimpatriate tra amici, per il resto c’è il futuro!

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