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8.3.2012

Sorpresa, anche Assolombarda riflette sull’8 marzo

Scritto da in A4job, attualità, donne, Senza categoria | Permalink

Ginger Lew al convegno di Assolombarda (8 marzo 2012)

Ginger Lew, ex consigliera economica di Barack Obama, in primo piano e, a seguire, Susanna Stefani, Maria Latella, Adriana Mavellia e il console americano Kyle R. Scott.

Se c’è un mondo nel quale l’espressione “quote rosa” provoca immediate allergie questo è il mondo delle imprese. E delle imprenditrici. Non parlate di quote rosa a Emma Marcegaglia, o men che meno a Marina Berlusconi. L’idea di assegnare “posti” sulla base del genere appare una evidente contraddizione con gli animal spirits che muovono e ispirano un imprenditore. Uomo o donna che sia.

Eppure qualcosa sta cambiando anche tra le imprenditrici se è vero che questa mattina, nella sede di Assolombarda, ce n’erano moltissime, e di grande qualità. Quasi tutte hanno ammesso di aver cambiato idea rispetto alle quote e alla legge fortemente voluta da Lella Golfo, per la quale in Italia i cda dovranno obbligatoriamente contare su consiglieri donna.

L’occasione per scambiare opinioni è stata l’iniziativa promossa  dall’Assolombarda presieduta da Alberto Meomartini e da Kyle R. Scott, console generale degli Stati Uniti, che hanno organizzato  un incontro a porte semichiuse: per ascoltare gli interventi della cinoamericana Ginger Lew, imprenditrice e già consigliere del National Economic Council della Casa Bianca di Obama e dell’imprenditrice Susanna Stefani di Governance consulting.

Tra le presenti,  Donatella Treu, a.d del Sole 24 Ore, Maria Giovanna Caccia di Società Prodotti Antibiotici, Sonia Malaspina di Mellin ed Emilia Rio di A2A spa, più tante altre donne che hanno scelto il rischio dell’impresa anche quotando al Nasdaq la loro creatura, come Iris Ferro. C’erano degli uomini? Certo che c’erano, a cominciare dal presidente Meomartini, da Giorgio Basile, presidente di Isagro e da Stefano Venturi, ad di Hewlett Packard, oltre al già citato console americano.

Ginger Lew e Susanna Stefani hanno consentito di mettere a confronto i rispettivi soffitti di cristallo. In apparenza la situazione americana e quella italiana sono simili. Gli amministratori delegati donna sono il 3.6% negli USA e il 3.3% in Italia. L’occupazione femminile al al 46,7% negli USA e al 46,1% in Italia.

La differenza (oltre che nelle quantità, si capisce) sta nell’attenzione che la questione lavoro femminile riceve negli Usa e anche nella qualità e nella quantità dei modelli femminili offerti alle donne americane. Gli USA hanno Michelle Obama, Hillary Clinton, la presidente dei Democratici. Nei media, ci sono Barbara Walters, Oprah Winfrey,  Arianna Huffington, il New York Times ha un direttore donna e Tina Brown dirige Newsweek e il sito web The Daily Beast. Il punto di vista delle donne, insomma, e’ben rappresentato. Cosi come è presente ai vertici delle multinazionali.

A proposito delle quali, vale la pena di citare l’ad di Hewlett Packard Italiana, Stefano Venturi: “Nelle multinazionali siamo abituati a lavorare con le donne e la loro presenza ha contribuito a migliorare molte cose, compresa la qualità delle nostre riunioni. A cominciare dal lessico – sostiene Venturi – Quando nel meeting c’è una donna e ad un uomo scappa una parolaccia, di solito si rivolge a lei, scusandosi. “Scusati anche con me”, gli dico. Ho notato che, dopo un po’, il livello dei nostri dibattiti è sensibilmente migliorato”.

Venturi ha anche raccontato le conclusioni di un seminario condotto da HP qualche tempo fa: “Nel 2030 all’Europa mancheranno venticinque milioni di lavoratori. Indispensabili se vorremo mantenere un livello di Welfare prossimo a quello che abbiamo oggi. Abbiamo calcolato che se per allora riusciremo a coinvolgere nel mondo del lavoro le donne, potremo contare su ventuno milioni di lavoratori in più. In grado di coprire il gap e di mantenere un equilibrio senza che l’Europa sia obbligata a ricorrere a un’immigrazione massiccia, dai costi imprevedibili”.


    Commenti dell'articolo (9)
    • fouillouze | 12 marzo 2012 alle 13:03

      Sono Ornella Fouillouze, Sysline, una delle manager presenti all’incontro dell’8 marzo in Confindustria. Alla sua intervista diretta, ho ribadito di credere poco alle quote rosa e che il processo che porta le donne nella stanza dei bottoni è lento ma inarrestabile. Per completare il mio pensiero, vorrei aggiungere che la componente culturale è essenziale e mi piacerebbe che la stampa riprendesse più spesso casi positivi di donne che sono riuscite a scalare posizioni aziendali. Così facendo suggeriremmo alle giovani donne anche modelli diversi da quello imperante delle veline. Ornella

    • graziano52 | 12 marzo 2012 alle 14:54

      Io sostengo, invece, nel pubblico (non nel privato perchè, per me, ogni imprenditore è libero, rispettando le regole, di fare ciò che vuole…), le quote rosa, soprattutto, anzi, principalmente, in politica. Sull’”essenza” del discorso sono, però, d’accordo con Ornella (welcome, la nostra che già avevamo, di Ornelle, cominciava a mostrare la corda… :-) ) ma, si sa, della normalità si è persa la traccia, in questo Paese…

    • m.a.r.a. | 12 marzo 2012 alle 20:28

      Penso che l’obiettivo sarà raggiunto quando non si parlerà più di quote rosa, ma di persone capaci a svolgere il loro lavoro, indipendentemente dal sesso. Giustamente, come dice, Ornella F., se si parlasse di più delle donne che sono arrivate ad avere certi incarichi, le giovani riceverebbero più stimoli, capirebbero che è giusto essere determinate e non si scoraggerebberto al primo ostacolo.

    • pensiero | 13 marzo 2012 alle 21:14

      Parlare di quote rosa o di qualsiasi altro discorso di genere, mi ricorda tanto le riserve indiane: portano all’estinzione o quasi.
      Le donne sono quelle che in Italia si laureano di più.
      Il cammino è lungo, ma piano piano ci arriveremo alla parità lavorativa, e poi (mi piace pensarlo) al sorpasso.
      Uno dei problemi è che la cultura femminile non fa notizia, non si nota.
      Fino a quando l’immagine femminile sarà legata ad una farfallina, faremo poca strada.
      Le donne “che si vedono” sono pochissime e anche quando arrivano a posti di responsabilità o di potere, hanno uno stile sobrio, elegante, Low, che non si nota.
      Qusto sprona poco le nuove generazioni.
      Molto più facile sgambettare per diventar ricche e famose.

    • graziano52 | 14 marzo 2012 alle 12:50

      Maria scrive: Non parlate di quote rosa a Emma Marcegaglia, o men che meno a Marina Berlusconi.
      Beh, è abbastanza ovvio, sono tutte due figlie…
      Non è che hanno fatto la gavetta, hanno lottato contro uomini, hanno vinto la loro battaglia… ripeto, sono figlie!

    • ornella54 | 14 marzo 2012 alle 18:25

      @Graziano: Sono d’accordo con te per quanto riguarda la carriera delle figlie ( e tanto per dire ci aggiungerei pure le figlie di noti politici, noti giornalisti televisivi e noti rettori universitari), ma non sono mai stata forcaiola! (Non vado in giro a mostrare la corda e neppure il sapone ;-) )@Ornella Fouillouze: benvenuta! Condivido la tua idea sull’importanza della componente culturale ma sulle quote rosa ho un’altra opinione, più che altro per quel che riguarda la politica. Ieri,dopo il voto del parlamento europeo sull’argomento, abbiamo appreso che la percentuale di donne che siede in Parlamento è più alta in Pakistan che non da noi e siccome (con l’attuale legge “porcellum”) a designare le candidate e le rispettive posizioni in lista sono i partiti, è evidente che i vertici degli stessi non hanno alcuna intenzione di recedere da una gestione maschile del potere.

    • pensiero | 14 marzo 2012 alle 20:12

      I maschi non rinunceranno facilmente alla gestione del potere, ma sta alle donne farli rinunciare.
      Fino a quando le primarie dei partiti si faranno sotto le lenzuola e ci sarà che sotto le lenzuola ci va, non credo andremo lontano.
      Le donne devono imporsi con l’intelligenza, le capacità, la grinta e la tenacia.
      Non diamo sempre la colpa agli uomini.
      Non mi pare che tra quelle che siedono in Parlamento o altrove ci siano solo sigorine disponibili, ma anche donne che con la loro preparazione sono arrivate a quel punto.
      L’Ordine dei Medici di Napoli premia per i 50 anni di attività (laurea nel 1962) oltre 80 medici. Ci sono solo 4 donne.
      Da allora se ne è fatta di strada.
      Con lo studio, la preparazione, il lavoro, l’impegno.
      Sarò ottimista, come al solito, ma con l’impegno si può riuscire.
      Uomini o non uomini.
      Altro che riserve indiane…

    • ornella54 | 14 marzo 2012 alle 21:34

      Non è questione di riserve indiane, ma di una legge che(di fatto)delega alle segreterie dei partiti il compito di stilare le liste elettorali e… guarda caso… da quando è entrata in vigore il numero delle donne che siedono in Parlamento è sensibilmente diminuito. E mi limito a fare considerazioni sulla quantità della rappresentanza femminile, perché il discorso sulla qualità rischia di spingermi verso il turpiloquio. Comunque sia il voto di ieri al Parlamento europeo credo chiuda definitivamente l’argomento quote rosa anche se, personalmente, sono contraria alla loro imposizione per legge nei consigli di amministrazione, mentre ritengo essenziali le in politica perché lì è in gioco, appunto, la “rappresentanza”.

    • graziano52 | 15 marzo 2012 alle 10:13

      Il commento di Ornella, con l’opportuna distinzione (sufficientemente dirimente come esempio di tanti altri che si possono fare)tra il concetto di “rappresentanza” e i CDA delle aziende private, chiude ogni discussione.
      E non si capisce come si possa continuarla parlando di altro (riserve indiane, capacità delle donne e degli uomini, e così via) e confondendo i termini dela questione.

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