Marilyn e Mrs Moneypenny
Scritto da Maria Latella in attualità, donne, tempi moderni | Permalink
In una settimana in cui, a dire la verità, sono successe molte altre cose, mi è capitato nell’ordine di leggere La donna perfetta, un romanzo di Ira Levin ambientato nei primi anni 70, di andare al cinema per vedere My week with Marilyn con una strepitosa Michelle Williams e di commentare su Skytg24 con il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo la nomina a presidente della Rai di Anna Maria Tarantola, un’economista che sembra rompere la tradizione secondo cui a viale Mazzini puoi mettere piede solo se gradita ai leader maximi di Pd e Pdl. Nell’Intervista di domenica su Skytg24 il ministro sottolineava come proprio i requisiti di indipendenza ed esperienza avessero portato alla nomina di Tarantola.
Indipendenza, già. Magico sostantivo che fino a poco, pochissimo tempo fa spaventava genitori e mariti e che anche oggi, diciamo la verità, crea in famiglia e in ufficio non poca insofferenza. Nel divertente e inquietante romanzo di Ira Levin, ogni refolo di indipendenza si smorza e scompare nella pace di Stepford, un sobborgo del Connecticut primi anni 70 dove le mogli arrivano brandendo La mistica della femminilità di Betty Friedan e dopo un po’ si ritrovano a dibattere solo di detersivi e reggiseni. Perché, si scopre alla fine, agli uomini di Stepford, va meglio così.
Anche la Marilyn del film diretto da Simon Curtis è tutt’altro che indipendente. Dipendentissima, invece, dalle pillole e dalla piccola corte che prospera sulla sua cronica fragilità. A Marilyn Monroe è consentito di essere capricciosa, viziata, infantile ma non indipendente. Quello no.
Che cos’è il modello soffice e sexy della moglie perfetta di Ira Levin se non la formula casalinga e più rassicurante della Marilyn icona maschile? Marilyn ne estremizza i contenuti, certo, e infatti nessun marito, nemmeno il colto e raffinato Arthur Miller alla fine regge, ma c’è un po’ della femmina sexy e dipendente nelle mogli di Stepford e un po’ di quelle mogli nella frase con la quale nel film l’attrice congeda il ventitreenne Colin Clark, flirt di una settimana: “Torno da Arthur, voglio essere una buona moglie per lui”.
Insomma, sabato mi ero dolcemente immersa nella profonda remissività anni 60, ma domenica sono riatterrata nella realtà. Con la nomina di Anna Maria Tarantola, signora che difficilmente potrà essere considerata remissiva, e con la lettura dei suggerimenti che Heather McGregor, la cacciatrice di teste che le lettrici di “A” conoscono come Mrs Moneypenny, dal nome della sua rubrica sul Financial Times che di tanto in tanto citiamo.
Mrs Moneypenny ha scritto un libro dal titolo Donne e carriera, consigli smart per lavoratrici ambiziose. Ambiziose e, si immagina, non proprio remissive.
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Un tempo educavano le bambine alla remissività totale e ne facevano donne adulte del tutto dipendenti dagli uomini. Oggi, fortunatamente, si può essere remissive per scelta. Molte magari fingono, per un certo periodo, di esserlo per raggiungere uno scopo. Ammettiamo anche che qualcuna scelga di esserlo perchè le va bene così.
Quel che è certo è che la maggior parte degli uomini è disorientata e, specialmente quelli meno giovani, faticano ad accettare l’indipendenza della donna attuale.
Quanto alle donne “remissive” non so che dire se non questo, che nelle mie famiglie ascendenti, nella mia di origine e nella mia propria, ho conosciuto solo donne “battagliere”, libere, capaci di energia e pensiero e di relazione, come a me piace. Se mia moglie e mia figlia fossero remissive, sarebbe una iattura per me e per la mia libertà. E poi, le persone remissive non di rado sono simulatrici e reazionarie.
Quanto a Marilyn Monroe, di cui ritorna il tormentone (o non è mai cessato), il suo è uno dei “miti” popolari che non sono mai riuscito a capire. Capisco quello di Elvis Presley, dei Beatles ed altri, ma di Marilyn e Kennedy no. E vista l’insistenza con cui si parla della Monroe (che come donna non è il mio ideale) talora ho domandato a chi l’ammirava quale fosse la ragione del suo mito. E’ vero che sul mito non si ragiona, ma non ho mai ricevuto in risposta se non espressioni enfatiche e apodittiche. Uno solo mi rispose: “che dire? Per la “fragilità”. Ed in effetti, non si può negare che quella donna fu fragile assai e che molti ne approfittarono, ma perché mai la fragilità dovrebbe essere oggetto di favoloso entusiasmo?
Marilyn sarà stata anche fragile,ma mai remissiva. Il mito credo sia stato alimentato dal mistero della sua scomparsa, troppo prematura e, appunto, troppo misteriosa.
Le donne di una volta si mostravano remissive in società, ma nella famiglia hanno detto sempre la loro e, spesso, la loro opinione è stata determinante.
Condivido con Giuseppe che la remissività è un attentato alla libertà della relazione.
Mara, le educavano alla remissività, ci hanno provato anche con noi, ma chi l’ha praticata? Altra cosa è il rispetto, di sè stessi, dell’altro, della famiglia, del ruolo, della stessa istituzione del matrimonio. Oggi le famiglie si sfasciano con estrema leggerezza, a mio parere, per mancanza di rispetto e di consapevolezza. Su A della scorsa settimana Vittorio Messori suggerisce un rimedio alla deriva delle famiglie: il matrimonio combinato!
Teorizza addirittura che l’amore-passione non fa bene al matrimonio, per cui per formare una coppia duratura, è meglio affidarsi alla scelta oculata dei familiari.
Ne abbiamo fatta di strada! All’indietro!
Non conosco la signora Anna Maria Tarantola, mi documenterò e la seguirò nell’opera che sta per intraprendere. Al posto di Monti non avrei scelto una persona proveniente dal mondo della finanza. Spero che non sia come la donna in carriera Fornero. Alla “fragilità” di Fornero preferisco la fragilità di Marilyn. Almeno ha fatto danni solo a sè stessa…
Celeste, è curioso: Messori proponendo il matrimonio combinato, è ritornato a prima del Concilio di Trento il quale si battè contro il potere secolare, specie del re di Francia, per superare proprio il matrimonio combinato col solo consenso della famiglia, e basarlo esclusivamente su quello degli sposi. Come poi riuscì a fare, pur con compromessi, istituendo il matrimonio come lo conosciamo ancora oggi.
Appunto Giuseppe, Messori ci riporta indietro di secoli. Ed a supporto della sua teoria, a suo dire infallibile, cita il filosofo svizzero Denis de Rougemont ed il suo “L’amour et l’Occident” in cui criticava la deriva passionale del matrimonio, proponendo il granitico matrimonio combinato.
Il linea con quello che la chiesa va predicando da secoli,- sesso legittimato solo se finalizzato alla procreazione-, famiglia tradizionale composta da uomo e donna sposatissimi- etc. etc., nella più profonda ignoranza dei cambiamenti sociali e sideralmente distante dalle mutate esigenze delle persone. Quanti danni ha fatto e continua a fare la chiesa, miope ed ipocrita. Come i politici.
Ma, Celeste, a mio parere allora la Chiesa fece una battaglia di avanguardia. Noi pensiamo allo stato attuale come nuovissimo; prima del Concilio, il matrimonio aveva aspetti non dissimili dal “fate come vi pare” di oggi. Ci si poteva sposare con promessa (sponsio) “de presenti” o “de futuro”. Quest’ultima scambiandosi un oggetto, facendo un gesto, ma non toccandosi la mano (sennò era fatta) e il de futuro poteva durare anche anni. Non c’era la sanzione del momento, non si sapeva se una promessa iniziata era poi stata definita. Ciò non impediva ad es.la relazione, il giovane poteva andare a vivere dalla giovane, ma sempre sotto il bene placito parentale, basta che non portasse al “rapporto” che risolveva il vincolo in matrimonio. Il marito poteva partire per lavoro e non tornare, la moglie talora si risposava (sempre con la solita manfrina) e se quello dopo anni ritornava, erano complicazioni. E via dicendo. Il Concilio stabilì che il matrimonio era perfetto “nel momento” in cui i due promessi esprimevano la loro volontà e il loro consenso davanti a un sacerdote e testimoni a prescindere dai genitori. E il potere secolare si oppose perché questo interferiva con gli interessi patrimoniali e il controllo degli stessi, finché si giunse al compromesso: il matrimonio era perfetto con il solo consenso degli sposi ed era “auspicabile” (ma non determinante) che ci fosse anche quello dei genitori. Non credo affatto che la Chiesa allora fece una battaglia miope e ipocrita. Nella storia tutto diviene e ci impone la comprensione e l’orientamento civile e la responsabilità nella libertà. Che non è “fate pure come vi pare”, ma coscienza dei vincoli assunti.
Beh, Giuseppe, devo dire che da ottimo conoscitore della Storia e non solo (a me non basterebbero dieci vite per colmare la mia ignoranza e questa che sto vivendo ormai… ) cerchi, giustamente, di raddrizzare il tiro , ma sono convinta che, come un sillogismo aristotelico, sui danni della chiesa, potremmo arrivare alla medesima conclusione. Sul Concilio di Trento e la Chiesa avanguardista(?)meglio di me potrebbe dibattere la Prof. Ornella, se e quando vorrà.
:-)
p.s.
2 faccine, per te e per Ornella
Celeste, il fatto è che in genere non facciamo critica (e conoscenza) storica, ma trasponiamo categorie attuali della polemica politica e abbiamo sotto gli occhi l’istituzione. Ma passando in quell’altro campo, non contingente, ma costitutivo della nostra civiltà e cultura, per me il discorso non “cambia”, ma è tutto diverso. Ad es. tu accusavi i matrimoni combinati, ebbene allora la “combinazione” era fortemente sostenuta proprio dal potere secolare e la Chiesa fece una battaglia per superare quest’uso e connettere la validità del matrimonio al solo consenso degli sposi, che mi sembra anche tu giustamente sostenga. Quindi, allora fu d’avanguardia e non solo per un fatto “d’amore” e di sentimenti, ma anche per l’ordine civile che costruì. La storia va vista in positivo perché è il nostro percorso di continuo superamento dell’errore, del male (in cui non si attingerà mai uno stato perfetto di beatitudine). Nel quale percorso possiamo trovare centomila porcate che l’umanità è capace sempre di fare, e centomila modi per andare oltre, sempre a rischio tuttavia di ricaderci. Se vediamo nella storia solo il negativo, non ci resta che spararci perché quello è dappertutto, anche nella parte che più ci persuade. Quanto alla Chiesa, è sempre stata un grande impulso spirituale e anche di civiltà e al contempo uno Stato con i suoi arcana imperii. Ma se guardiamo la storia a partire dalla caduta della pars occidentis dell’Impero romano, se non ci fossae stata l’opera di evangelizzazione e quindi di civilizzazione e anche quella politica, della Chiesa, non ci sarebbe stata l’Europa. Checché se ne dica. Dette le lettere a interi popoli e li introdusse nella civiltà classica di cui era erede, slavi e germanici, e ne influenzò i costumi tirandoli fuori dalla barbarie. Già dal V secolo, i monaci irlandesi salvarono il latino e gran parte della cultura classica. San Colombano convertì e incivilì i tedeschi. L’immissione nella storia da parte del Cristianesimo dei concetti di persona e di coscienza (non esistenti in tal modo nella cultura classica) fu alla base anche della distinzione fra foro interno e foro esterno nel diritto moderno e del valore della persona umana e del “cogito”. La Chiesa come istituzione compì anche molti errori e fu affetta da corruzione, come tutti i consorzi umani. Ma questo non toglie quello che ancora perdura nella nostra formazione (di cui “siamo fatti”) anche se non ce ne rendiamo più conto. Ma la storia serve a farcene rendere conto. Come liberale e laico, non posso non riconoscere che il principio di libertà, e quindi di giustizia, si fonda su quei presupposti. A prescindere dal fatto che io sia credente o no.