Sei alla ricerca di uno stage? Prima prova a fare il cameriere
Scritto da Maria Latella in A4job, attualità, giovani, tempi moderni, ventesimo secolo | PermalinkCon l’arrivo dell’estate, i genitori di figli neodiplomati cominciano a porsi il problema dello “stage”. Nelle famiglie italiane l’ansia da stage è di recente introduzione e, ovviamente, sfiora per ora una percentuale ridotta di padri e madri, un’avanguardia diciamo, quelli più abituati a usi e costumi anglosassoni. Gli altri, per ora maggioranza, tendono a perpetuare l’italica genitorialità iperprotettiva, pensano che il pupo, tanto affaticato dopo un anno di duro impegno scolastico, abbia soltanto bisogno di riposo. Se poi per il piccino il concetto di riposo coincide con notti in discoteca e giornate passate a letto fino all’ora di pranzo, bisogna essere comprensivi, si sa che si è giovani una volta soltanto.
Per tornare allo stage estivo, nuova forma di ansia parentale: in Gran Bretagna e negli Stati Uniti è abitudine consolidata che, attorno ai sedici anni, i ragazzi si trovino non uno stage ma un lavoretto. Per citare esempi a me vicini: il mio compagno, cresciuto nel Kent, nell’estate dei 17 anni scoprì com’era fare il muratore. Suo figlio ha avuto un’esperienza come barista e così pure i miei cugini che da studenti di ingegneria, ad Atlanta, diventarono esperti miscelatori di cocktail. Anche in Italia conosco più di un ragazzo che d’estate lavora nelle cucine dei ristoranti per poi partire e fare un bel viaggio a settembre.
L’esperienza accomuna famiglie modeste così come agiatissime: a vent’anni Marina Berlusconi ha fatto la commessa in Inghilterra e suo fratello più piccolo, Luigi, il cameriere in un ristorante di Londra.
La novità è che gli anglosassoni si stanno italianizzando e che, almeno tra i genitori upper class, la sana abitudine di lasciare che il figlio si cerchi un lavoretto estivo sarebbe ora soppiantata dall’ansia dello stage. Così almeno racconta Tyler Brulé nella rubrica sul Financial Times, dedicata questa settimana agli amici che, in vista dell’estate, cominciano a inviargli mail, raccomandando la pregiatissima prole. Richiesta standard: uno stage nel marketing o nella comunicazione.
Quest’anno, annuncia Tyler Brulé, ha deciso di introdurre una novità, di tornare all’antico: per ottenere uno stage nel giornale di cui Brulé è editore (Monocle) bisognerà dimostrare di avere già sperimentato un impiego d’estate, possibilmente come cameriere o commesso. In modo da avere assolutamente chiaro cosa significhi un’intera giornata di lavoro.
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Premetto, Maria, che ritengo gli stages gratuiti superiori ai trenta giorni una vera e propria forma di legalizzazione dello sfruttamento lavorativo. Lo stage inteso come esperienza formativa ha senso solo se breve, intenso e specializzante. A scuola, con il sistema dell’alternanza scuola lavoro, ci accade di inviare i ragazzi presso grandi laboratori odontotecnici che li utilizzano …per fare le pulizie e rimettere in ordine i banchi di lavoro. Al contrario i singoli artigiani si rivelano spesso “buoni maestri”, insegnano alcuni procedimenti particolari e permettono ai ragazzi di provarsi e di capire se hanno attitudine per quel lavoro.
A quelli che decidono di andare a lavorare tutta l’estate io raccomando sempre di “esigere” una paghetta quantificata, anche piccola, ma definita in precedenza. Altrimenti, come osservi tu, meglio andare a fare il cameriere o il commesso, ma il lavoro deve essere pagato, è un concetto importante se vogliamo insegnare ai nostri ragazzi che il denaro non cresce da solo nei portafogli dei genitori.
Marina Berlusconi commessa? Ah ah ah…ma per piacere, siamo seri!!!!
Marina Berlusconi commessa? Ah ah ah…ma per piacere, siamo seri!!!!
Cara Maria è vero ,bisogna prima di accedere ad uno stage, aver fatto una esperienza lavorativa preferibilmente estiva, il problema è che con questa crisi di assunzioni non se ne parla neanche quindi il problema permane. Considera poi che il piu’ delle volte il lavoretto è retribuito malamente, ma questo purtroppo è sempre successo e visti i tempi succederà ancora.Mio figlio prima di laurearsi sezionava lo strutto a pezzi di un chilo alla volta per una piadineria, a 25 euro al giono per 8 ore. Sicuramente cominciando con i lavori piu’ umili i giovani imparano a relazionarsi col pubblico ed è già un’ottima scuola poi naturalmente anche dalle esperienze negative si impara tanto.
Queste esperienze di lavoro giovanili sono utilissime per tutti i motivi che sono già stati detti sopra. Però ci sono genitori che preferiscono tenere sotto la campana di vetro le loro piccole gioie e non capiscono che solo così possono cominciare a rendersi conto di ciò che è la vita reale e a capire che non sono al centro di un universo che contempla solo le loro esigenze.
Perchè ridere di Marina B. commessa? Magari la grinta che dimostra è dipende anche da quell’esperienza estiva da studentessa.
vorrei rispondere a m.a.r.a….credo che si possa ridere, badi bene, e non sorridere di Marina perche’ è lecito supporre che il suo “stage” da commessa sia stato fatto presso una famosa griffe e non certo un negozio qualunque..in più con alle spalle il supporto di una ben nota famiglia…solida dal punto di vista finanziario. E, mi permetta, non credo che il datore di lavoro sia stato molto severo con lei e che non l’abbia trattata alla stregua di una dipendente qualsiasi..certo la mia è solo un’opinione…
Mara, sai che ti stimo e che stimo anche Maria ma, secondo me, in tutta franchezza, non si può scrivere una frase come quella che ha scritto Maria “L’esperienza accomuna famiglie modeste così come agiatissime: a vent’anni Marina Berlusconi ha fatto la commessa in Inghilterra e suo fratello più piccolo, Luigi, il cameriere in un ristorante di Londra.”
Proprio non si può…
Be’, penso anch’io, con Graziano, che non si possa in alcun modo proporre questo esempio per sostenere un’esortazione che avrebbe pure la sua parte di vero.
Insomma, Maria, stai esortando i ragazzi di oggi a fare quello che facevano, in gran parte, i ragazzi della mia generazione (over 60) e quelli della generazione delle mie figlie (over 30)che trascorrevano l’estate facendo lavori anche umilissimi per alleggerire il già oneroso carico della famiglia. La differenza tra ieri e oggi è:
1)il lavoretto si trovava con relativa facilità, mentre ora…;
2)il lavoretto era retribuito. Poco, ma era retribuito, mentre il moderno stage, in generale, non professionalizza e spesso diventa “una vera e propria forma di legalizzazione dello sfruttamento lavorativo”, come giustamente osserva Ornella. (Bentornata, Ornella).
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Sui lavoretti estivi di Marina e Luigi preferisco non pronunciarmi, la mia buona educazione me lo impedisce. Dico solo con Graziano e Giuseppe, che non mi sembrano esempi efficaci.
Maria lancia sempre la provocazione! Non ci ha ancora detto dove lei ha fatto la cameriera!. Sarei davvero curiosa di saperlo. Considerata la bella carriera deve aver fatto un’esperienza esaltante che l’ha portata così avanti!. Io ho fatto tanto volontariato, gratis, in parrocchia, in varie associazioni e movimenti, ho fatto esperienza di istruttrice in colonia (per pochi soldi ma ne ero orgogliosa), doposcuola per recuperare teste durissime. Ho imparato diverse cose e so fare di tutto, ma…. carriera niente, pur avendo dato il massimo ed essendo sempre stata lodata e gratificata moralmente e assai poco materialmente. E dire che erano altri tempi (sono over 60 e prossima ad una pensione modesta)e sarebbe dovuto essere più facile!. Deduco, quindi, che le doti necessarie da sempre sono ben altre! Se Maria una volta tanto scendesse dalla cattedra (siamo stanchi di maestrine con la bacchetta in mano che mi ricordano tanto la mia carissima insegnate elementare del dopo fascismo ma ancora fascista) potrebbe guardare davvero dentro di se’, il mondo attuale che la circonda e, allontanadosi dal mondo dorato dove ama cacciarsi,l essere un tantino più obiettiva!!!!!. Saluti a tutti RO.