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10.3.2010

“PRESIDENTE, NON ESAGERI”

scritto da: marinaterragni
in POLITICA

Un uomo autorevole non ha bisogno di dire che tutti lo stimano perchè è anche “un grande tycoon“. Un uomo autorevole non ha bisogno di un suggeritore che lo reindirizza e gli porta le risposte. Che cosa sta capitando al nostro premier? Sembra molto affaticato.

E poi l’arroganza è sempre segno di debolezza.

Ignazio La Russa convince con le cattive il giornalista indisciplinato a piantarla lì. Lui gli dà del “picchiatore fascista”.


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9.3.2010

RIVOLUZIONE WOMENOMICS

scritto da: marinaterragni
in Senza categoria, WOMENOMICS

Women-In-Business

“L’avesse detto Pompeo Magno…” (storico collettivo femminista romano), osserva un’arguta amica. Ma che + donne = ottimi affari, lo garantisce il fior fiore degli osservatori economico-finanziari internazionali, mica quelle adorabili vecchie ragazze in gonnellone. Il genere non è un più un problema delle donne, ma una questione del business. Detto con le parole ultimative di Lars-Peter Harbing, presidente di Johnson & Johnson Europe, “mettere a fuoco la questione del genere non è un’opzione. E’ questione di vita o di morte”. Delle aziende e del business, s’intende.
Vediamo. Le donne lavorano fuori casa sempre di più. 2009, data storica: negli Usa è il sorpasso, le lavoratrici diventano i lavoratori tout court. La crisi fa più male agli uomini che a loro. Che anzi, lavorando di più, guadagnano di più. Sempre di più: si stima, per esempio, che nel giro di una decina d’anni le signore del Regno Unito deterranno il 60 per cento delle ricchezze personali. Ma guadagnando di più, spendono anche di più, decidendo voluttuosamente e in proprio che cosa comprare. Negli Stati Uniti l’80 per cento delle decisioni d’acquisto -non detersivi, pelati e pannolini, ma automobili, computer, telefonini e assicurazioni- è preso dalle donne. Ma nel Giappone tradizionalista le cose non vanno diversamente. Tant’è che per accattivarsi le consumatrici la forza vendita nipponica di American Express è al 70 per cento femminile. Il malloppo, dunque, è in mano loro.
Riusciranno i nostri eroi –pressoché tutti maschi- alla guida di quasi tutte le aziende del mondo a intercettare questo filone d’oro? Sapranno farsi un’idea di che cosa vuole una donna, supremo busillis del marketing contemporaneo? Che cosa vuole comprare, soprattutto? Se nemmeno Freud si diede una risposta, come sperano di riuscirci tutti quegli uomini al top, caparbiamente convinti di poter continuare a fare conti e strategie tra loro, senza dover sopportare la noia della presenza femminile?
Una ricerca condotta sulle 500 aziende top di Fortune ha scoperto che le aziende “bilingui”, ovvero con una buona mixité ai vertici, offrono performance significativamente superiori, sia a livello di rendimento del capitale netto, sia di rendimento per gli azionisti. Ricerche di McKinsey e di altri osservatori confermano. Le aziende con 3 o più direttori donne segnano un aumento pari al +83 per cento del capitale netto, +73 per cento di utili sulle vendite e +112 per cento di rendimento del capitale investito –mica noccioline- rispetto a quelle con “soffitto di cristallo o, a scelta, pavimento adesivo”.
Goldman Sachs ha astutamente creato un paniere azionario, Women 30, con i titoli di azioni capaci di beneficiare del crescente potere d’acquisto femminile: azioni che hanno realizzato performance superiori agli indici globali. Gestori di fondi come il ginevrino Amazone Euro Fund hanno deciso di investire in aziende con un buon numero di donne al top. E così via, in un irresistibile crescendo.
Al Pompeo Magno non se lo sarebbero neanche sognato. Date piuttosto un’occhiata a “Rivoluzione Womenomics – Perché le donne sono il motore dell’economia”, (edizioni Gruppo 24ore), documentatissimo best seller di Avivah Wittenberg-Cox e Alison Maitland. Minaccioso distico in apertura, ripreso da “The Economist”: “Dimenticate la Cina, l’India e Internet: la crescita economica è trascinata dalle donne”. Una lunga serie di prove schiaccianti e inconfutabili del fatto che la “questione femminile” oggi è una “questione di business”.
Senza le donne, a quanto pare, oggi economicamente non si combina più nulla, e la febbre globale rischia di diventare cronica. Eppure nei board le donne continuano a essere mosche bianche. “Raramente la loro invisibilità nei vertici aziendali è stata così visibile”. Fate sparire quelle imbarazzanti foto ufficiali dei Cda tutti in grisaglia, così poco women friendly. Negli Stati Uniti le direttore esecutive sono il 15 su cento, sotto il 10 per cento in Europa, un misero 2 per cento in Asia. Quanto agli organismi di decisione: 16 per cento di presenza femminile in America, 4 per cento in Europa, il solito 2 per cento in Asia. In Italia ci sono 5 consigliere di amministrazione ogni 100 uomini, e il Cda è monosex in 6 aziende su 10.
Pensate a una seduta-tipo di uno qualunque di questi board. Questione “donne” al penultimo punto, appena prima dei gruppi etnici. La prima cosa da fare, dicono Wittenberg-Cox e Maitland, è proprio questa: smetterla di pensare la maggioranza del genere umano come una fra le tante minoranze.
Fosse facile. Anche noi post-emancipate che per un certo tempo siamo state uomini, possiamo benissimo renderci conto della difficoltà. Immaginiamo come ci si possa sentire: dover rinunciare a uno degli ultimi luoghi femmine-esenti di questa terra. Le donne sono strane. Rompono le scatole. Non separano ermeticamente pubblico e privato. Fanno irrompere dappertutto il fastidio della vita, figli e cose simili. Hanno il ciclo. Ragionano in quel modo astruso. Ma il fatto è che, secondo tutti gli indicatori, questa stranezza fa fare affari. La differenza produce valore.
Si tratta di “attraversare una vera e propria rivoluzione culturale per giungere a convincersi che le donne non costituiscono tanto un problema, quanto una gigantesca opportunità”, incoraggiano Avivah e Alison. Che distribuiscono equamente i manager in tre categorie. I progressisti, sensibili alla questione del genere anche per ragioni private -l’esperienza personale è sempre decisiva-: le crisi isteriche di una moglie in carriera, una figlia con 12 master che non viene mai promossa. Ecco poi i temporeggiatori, convinti che basti un po’ di pazienza e la cosa, nel giro di non più di mezzo secolo, finirà per aggiustarsi da sé: “voce fluttuante”, dicono le autrici. “Bisogna convincerli a confluire nel primo gruppo”. E infine i reticenti, apertamente ostili al lavoro e alle carriere femminili, che magari hanno convinto la moglie a starsene a casa e ora non possono permettersi di fare gli splendidi in ufficio.
Lo scoglio principale è il riconoscimento di una differenza di linguaggio, e la presa d’atto che “la variante femminile è parlata da una maggioranza economicamente molto forte”. Ma allora, in tutta franchezza: sono le donne ad avere bisogno di aiuto, di corsi, di supporto, di counseling, di tutoring, di mentoring, di tutto quel complesso apparato pariopportunitario messo in piedi da molte aziende per adattare le signore alla dura realtà del lavoro in terra straniera, come immigrate di seconda generazione? O non si dovrebbe piuttosto pensare a rieducare gli uomini che “inconsciamente perpetuano lo status quo, continuando a beneficiarne”?
La questione è complicata, perché anche ammesso e non concesso che i board aprano alle donne, non è affatto detto che le donne aprano ai board. In Commissione Finanze della Camera è a buon punto una proposta di legge, prima firmataria Lella Golfo, sul riequilibrio di genere nei cda delle società quotate: almeno un terzo andrebbe al genere meno rappresentato. In Norvegia, come si sa, da un paio d’anni è in vigore una legge che impone quote del 40 per cento. Eppure qui, a quanto pare, le performance delle aziende non sono affatto migliorate. Dovendo ottemperare in fretta e furia alla norma, pena severe sanzioni, le donne sarebbero state imbarcate in modo precipitoso, senza far troppo caso a preparazione e know-how.
Ma non è semplicemente questione di essere capaci. Si tratta anche di volerci andare. Qui pesa un’ambiguità del desiderio. Capita che le più brave –e anche le “più donne”-, una volta sulla soglia dell’agognato inferno facciano un passo indietro. Perché preferiscono fare altro. L’economia avrà anche bisogno di loro, ma loro non hanno tutta questa voglia di caricarsela in spalla per rimetterla in carreggiata. Si sa che una volta là dentro ti toccherà la pena più grande che possa toccare a una donna: ragionare, vivere, fare riunioni, attaccarsi al BlackBerry, correre da un aeroporto all’altro esattamente come gli uomini, però molto più infelici di loro. Non è un caso che ogni giorno 240 donne (il doppio degli uomini) aprano una nuova impresa, come nota Margaret Heffernan, autrice di “How She Does It”, guida all’imprenditoria femminile: “Aziende con una crescita, in termini di fatturato, utili e posti di lavoro, assai più rapida del settore privato nel suo complesso”.
Se in proprio funziona, nelle aziende maschili invece “è così faticoso essere se stesse!”, si lamenta la direttora generale di una grande multinazionale americana. “Bisogna resistere continuamente alla tentazione di cambiare i propri comportamenti”. La pioniera Bell Burnell, astrofisica irlandese scopritrice delle pulsar, all’apice della sua carriera in mezzo agli uomini si domandava: “Sono ancora una donna? O un uomo di serie B? Un transessuale? Una virago? Un’amazzone?”.
“Trainare la crescita economica” sarà anche fantastico, ma qual è il prezzo? E poi: cosa si intende precisamente per “crescita economica”? Ed è proprio indispensabile quel linguaggio alienante “zeppo di messaggi e metafore riferiti alla conquista militare… Incoraggiare le truppe, essere pronti per la battaglia”? Perché non si ragiona per obiettivi anziché in termini di orario? Come si fa a restare l’una che si è, senza essere ridotte in cocci da “conciliare”? Si può stare in quei posti a modo proprio, come donne-donne, e non come trans? Perché diversamente “perderemmo proprio ciò che andiamo a cercare” dice Paul Bulcke, Ceo di Nestlè, evidentemente un “progressista”: “vale a dire un’altra prospettiva, un altro modo di vedere le cose”. Ma questo modo di vedere le cose nelle imprese continua a non avere corso. Il gatto si morde la coda. “Di adattamenti alle esigenze delle imprese le donne ne hanno già fatti fin troppi” spiegano Avivah e Alison. “Ora tocca alle aziende cambiare le regole per adattarsi alle esigenze delle loro dipendenti”. E’ questo che serve al business.
Fosse facile. Buttare all’aria tutto, modelli organizzativi, tempi, business plan, stili di leadership: che, “qualora sia consentito alle donne di essere autentiche, noi sospettiamo siano per molti aspetti molto diversi da quelli dei loro colleghi uomini”. Ma c’è un’altra questione, anch’essa cruciale. Perché gli uomini dovrebbero farsi da parte, e in cambio di cosa? Che cosa guadagnerebbero, dal cambiamento (a parte buoni dividendi)? Che cosa potrebbe incentivarli a fare spazio? E’ davvero così strano che continuino a resistere, uno contro una –e al contrattacco, a quanto pare- non avendo ancora ben capito che cosa fare di se stessi e della propria identità?
Il business detta le sue priorità e i suoi tempi: ma quali sono i nostri, di donne e di uomini? Quanto potrebbe costarci, in termini esistenziali, questa rivoluzione copernicana, e come si fa a pagare meno? Domande difficili e scorrette che nell’economia non hanno campo, e nemmeno nella politica. Ma provare a porsele, per i nostri compagni, per i nostri figli, non è anche questo intensamente femminile?

(pubblicato su Il Foglio il 6 marzo 2008)


8.3.2010

GRAZIE RAGAZZE

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI

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Dedico con tutto il cuore questo Ottomarzo a tutte quelle ragazze e signore che vengono qui da paesi lontani per fare “le donne” al posto nostro, che ci aiutano così tanto, che fanno una così grande compagnia a noi, ai nostri bambini e ai nostri vecchi. Con l’auspicio che non devolvano più grande parte del frutto prezioso del loro lavoro, in euro e in dollari, agli uomini che le comandano e le sfruttano, restandosene comodamente in patria a bere, scopare, e ballare il merengue doviziosamente mantenuti dalle loro donne, compagne o sorelle, che sono qui a faticare.

Ragazze, imparate, e siate libere, senza paura. Non dovete nulla agli uomini, ma solo a voi stesse e al vostro coraggio. E ancora grazie.


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7.3.2010

GLI INDIFFERENTI (O DEL GRISSINO)

scritto da: marinaterragni
in POLITICA, TEMPI MODERNI

Gli indifferenti, opera di Leonardo Roperti

Gli indifferenti, opera di Leonardo Roperti

Ero a Ferrara, ieri, e mi sono imbattuta per caso in un comizio di Antonio Di Pietro, proprio poche ore dope il decreto salva-liste. Mi ha stupito che nella sua orazione non abbia fatto ricorso all’espediente retorico del Savonarola, che è ferrarese illustre e terribile, e la cui statua, in postura minacciosa, si ergeva proprio lì, a pochi metri. Quello che pensa Di Pietro lo sapete. La piazza era abbastanza piena, la mattinata splendente e gelida, i ferraresi correvano e sbiciclettavano su e giù per le viuzze medievali.

Qualunque cosa si pensi del decreto, della decisione del presidente Napolitano, della “brutalità” -qualcuno l’ha definita così- del premier Berlusconi nei suoi riguardi, questo è certo: a farci domande siamo in pochi. Per i più quello che è capitato è solo una delle tante cose che capitano nell’iperuranio della politica, così lontana dai problemi della vita, e a cui non vale la pena di prestare troppa attenzione, tanto non ci si può fare nulla (ammesso che qualcosa si voglia fare). Ma anche le reazioni dei più attivi in questa circostanza mi sono sembrate insolitamente flebili, e come spaventate.

Mi sono domandata, passeggiando imbacuccata per Ferrara, che cosa potrebbe scuotere questa mesta indifferenza. Di che cosa ci sarebbe bisogno perché i nostri concittadini, in qualunque modo la pensino, mostrassero anzitutto di pensare “è affar mio”?


5.3.2010

GUERRILLA GARDENING!

scritto da: marinaterragni
in AMARE GLI ALTRI, DONNE E UOMINI

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  • In occasione dell’8 marzo, ActionAid strapperà al cemento di Milano un piccolo fazzoletto di terra. In Piazzale Türr, zona Sempione, a partire dalle ore 21.00, si farà fiorire un’aiuola lasciata incolta piantando un ulivo, erbe aromatiche e primule che verranno poi curati dalle mamme e dai bambini delle scuole vicine. Slogan: “Contro la fame, più terra alle donne”.

Nel mondo una persona su sette soffre la fame e più del 60 per cento delle persone affamate sono donne e bambine. Un paradosso, visto che sono le donne a produrre tra il 60 per cento e l’80 per cento del cibo nel Paesi in via di sviluppo. Ma alle donne non viene garantito l’accesso alla terra. In molti Paesi, infatti, le legislazioni impediscono alle donne di possedere e ereditare la terra e ciò aumenta la loro vulnerabilità alla povertà e le discrimina ulteriormente. Salvaguardare la sicurezza alimentare per le donne e sostenere lo sviluppo delle loro capacità nel settore agricolo è una condizione imprescindibile per il raggiungimento del primo Obiettivo del Millennio, che intende dimezzare la percentuale di coloro che soffrono la fame nel mondo entro il 2015.
Questa è la prima di una serie di azioni che ActionAid porterà avanti. Sconfiggere la fame è possibile dando una mano alle donne.

E voi che programmi avete per l’8 marzo? Qualcosa di gustoso da segnalare? Occhio al caro-mimosa. Troppo freddo, quest’anno.

mimosa


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4.3.2010

IL FASCINO DISCRETO DELLE REGOLE

scritto da: marinaterragni
in POLITICA

Codici-e-Leggi

Dal sito Donneealtri, riproduco questo bell’articolo di Letizia Paolozzi.

D’improvviso, in questo nostro strano Paese, esplode la questione delle regole. Anzi, della conformità alle regole. Una conformità assente. Poco amata, poco praticata. Pur se durissimi con il Sessantotto, molti italiani e italiane sono cresciuti da sessantottini disordinati e bakuniani che le regole se le sentono come un cappio al collo. Sempre dalla parte del padrone. E noi “sior padrone, non vogliamo più obbedir“.
C’è da dire che le regole, perlomeno in questo Paese, spesso sembrano pazzesche. Antiquate, sbagliate. Tuttavia, chi meno conta e meno può, deve comunque rivolgersi alle regole perché gli serve essere difeso dallo Stato. Che poi le regole siano bislacche dipende dalla politica occuparsene. E cambiarle. Se non le cambia, significa che gli stanno bene così come sono congegnate. E allora, la politica, i partiti, i cittadini, le cittadine devono osservarle.
Invece no. Chi può, sempre che possa (perché spesso è troppo povero e indifeso per potere), alza le spalle. Le aggira. Solo i Radicali ci si sono messi d’impegno. Tignosamente. Fino all’eccesso. Giù con gli scioperi della fame e della sete. Ci hanno scritto sopra un libro parlando di “peste dell’illegalità italiana”.
Sembravano esagerati. Anche perché ogni regola contiene, sempre, nel suo seno, delle insensatezze. Chi l’ha detto che alle dodici spaccate si chiudono le porte e chi s’è visto s’è visto? Chi l’ha voluto il timbro mancante come una sorta di reato formale, la carta da bollo come una prova a carico? Ma senza queste norme, pur di difficile lettura e comprensione, non c’è trasparenza. Non c’è giustizia.

Nel Lazio il Pdl ha presentato le proprie liste oltre i termini stabiliti dalla legge. Forse il guasto è dipeso dalla voglia di cambiare all’ultimo momento i nomi delle liste in corridoio, in piedi, su una gamba sola. D’altronde, così fan tutti. Comunque, è esploso un gran pasticcio. E pasticci da altre parti. Perché i partiti piccoli non arrivano a raccogliere le firme nel tempo giusto; perché non ci sono i pubblici ufficiali che si prestino alla bisogna dell’autenticazione; perché i partiti grossi suppongono, nella loro arroganza, di potersi permettere molto (o tutto). E sono i più tartassati dalle pretese fameliche degli aspiranti a un posto politico purchessia.
Adesso, nel guazzabuglio romano-laziale si invoca “clemenza“ (traduci illegalità) da parte dei giudici. La candidata a presidente del centrodestra brontola che la legalità è burocrazia. Vero. Ma anche senza aver letto Carl Schmitt si capisce che burocrazia fa rima con democrazia. Per essere curato, per avere la pensione, lasciare la casa al proprio compagno di una vita, avere diritto alle ferie, ci vuole un mix di burocrazia e democrazia. In caso contrario Vogliamo tutto si traduce in Non avrete niente.

Ora il filo si è rotto, il fatalismo sembra retrocedere. Non saprei dire per quali motivazioni (troppi scandali, immobilismo, tracotanza, crisi, preoccupazioni economiche, perdita di valori, di autorità?), ma l’invocazione solitaria dei Radicali è stata ascoltata. Quasi che il disprezzo delle regole non sia più sopportabile. Nessuno vuole più chiudere un occhio, riaprire una porta. Altro che “cavilli“, queste sono procedure non rispettate. I giudici corrono a verificare la congruità delle liste; le Corti d’Appello di mezza Italia intensificano il proprio dovere (di controllo) e il controllo di legalità viene rivendicato a voce alta.
Adesso, tutti dicono che il difetto è nel manico. I topi si infilano nel formaggio. E le regole sballate sono un formaggio delizioso al quale è difficile per i topi, resistere. Emma Bonino di questa battaglia fondata sul rispetto delle regole è stata paladina. Non è l’unica cosa da chiedere a Bonino, evidentemente. Bisognerà che ci spieghi se la questione (e il gusto) di vivere insieme si appoggia – anche – sulle regole. La presenza nel suo listino di Bia Sarasini, una femminista che lavora con noi a questo sito (e nel nostro gruppo “del mercoledì”), potrebbe essere l’occasione per costruire qualche risposta.


3.3.2010

NIENTE PAPI

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI, TEMPI MODERNI

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Alla clinica Mangiagalli di Milano un bambino su dieci non viene riconosciuto dal padre, ma solo dalla mamma. Donne per metà lasciate sole da partner fuggitivi, specialmente straniere; per metà liberamente madri, che decidono di avere un figlio pur non avendo incontrato Mr Right. Le ragazze madri sono sempre esistite, ma la maternità in proprio è una cosa nuova, in costante aumento nel mondo occidentale, vagheggiata da molte ragazzine, sentite con le mie orecchie, che danno per scontato che l’uomo giusto non lo incontreranno mai, e che i padri sono solo un optional.

L’autonomia economica e la fine del patriarcato rende possibile un matriarcato di ritorno. Ma crescere sole e soli con la mamma non è come crescere da una coppia che si ama. Un conto è essere figli di separati, un altro essere originariamente senza-padre. Le tappe dello sviluppo psicologico del soggetto -Edipo e tutto il resto- sono sostanzialmente diverse.

Nessun giudizio. Purché queste mamme abbiano fatto bene i loro conti. Per se stesse -da sole è dura, psicologicamente soprattutto- e in primis per i bambini. I quali non hanno avuto la possibilità di scegliere. E in bocca al lupo.




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1.3.2010

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO

scritto da: marinaterragni
in POLITICA

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La lista del Pdl a Roma e in provincia, come sapete, non c’è. Complotto o errore umano, sta di fatto che non c’è.  Renata Polverini, la presidente proposta dal centro destra, chiede al presidente Napolitano di intervenire per garantire la competizione elettorale. Emma Bonino e il suo schieramento si oppongono. Quello che è fatto è fatto.

Come la vedete, voi? Ecco il filmato.



28.2.2010

DONNE A PEZZI

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI

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Detesto l’espressione: un po’ di tempo per me. Si dice sempre: ho da fare questo e quest’altro, ma devo trovare anche un po’ di tempo per me. E in genere si pensa -parlo per le donne- a un parrucchiere, un massaggio e così via. Voglio dire questo: che anche il tempo che io do agli altri è per me. Il tempo del lavoro è per me. Non sempre, certo, ma la lotta è perché il più possibile della mia vita sia per me. Ed è l’esatto contario dell’egoismo. E’ solo volerci essere, con tutto il cuore, in ogni luogo.

Bisogna combattere contro chi ci fa a pezzi, cioè smembra la nostra vita in mamme, figlie, mogli, donne al lavoro, amanti, eccetera, e poi parla di conciliazione. Noi siamo una, tutta intera, tutto ci serve per fare quello che siamo, va impedito che ci dividano in tante parti l’una in lotta contro l’altra. Io non potrei scrivere quello che scrivo e cucinare quello che cucino se non fossi la madre, la figlia che sono. E viceversa.

La libertà è poter essere sempre quella che siamo, una intera, in tutte le cose che facciamo, in tuti i posti dove andiamo e non in apnea e piene di sensi di colpa, affaticate come se vivessimo in terra straniera. Questo diminuisce molto lo stress, ci rende efficaci e più serene.


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26.2.2010

QUELLE SFIGATE DELLE MAMME

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI, TEMPI MODERNI

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Avrebbe dovuto vedermi, Elisabeth Badinter, quando poche ore dopo il cesareo mi aggiravo sbandando per la clinica imbastita di punti in cerca della nursery (“Fermatela!”, aveva gridato d’orrore la suora. “E’ la cesarizzata di stanotte!”), dato che non avevo ancora visto il bambino e volevo fare la solita conta delle dita. Istinto materno o possessione diabolica? Qualcosa di irresistibile, questo è certo. Per me, poi, che fino a poche ore prima avevo torturato mia madre: “Non so se lo voglio, questo coso”, e lei: “D’accordo. Dallo a me”.
A Elisabeth Badinter la parola istinto fa impressione? Sono trent’anni che si agita. Ok, troviamone un’altra. Sta di fatto che se milioni di ragazze, contro tutto e contro tutti, la società antimaterna, i datori di lavoro, i partner riottosi, i budget limitati, le polveri sottili, l’effetto serra, gli Ogm, la corruzione, la crisi globale, la cellulite, le smagliature e così via, a un certo punto della loro vita, spesso troppo presto o anche troppo tardi, decidono di attivare (o meglio smettono di inattivare) la scatola magica che si portano in grembo, be’, il miracolo andrà spiegato in qualche modo.
In tutto il saggio della non-saggia Badinter (“Le conflit. La femme et la mère”), è in opera una curiosa inversione, per non dire perversione. Il mondo a testa in giù. Non è la childfree a essere edonista, ma chi insiste tignosamente per portarsi a casa un bambino, o anche due o tre. Non è chi allatta al seno, provvida dotazione, a scegliere la soluzione più comoda, ma chi fa “andare indietro” il latte per arrabattarsi con polverine, biberon, scalda biberon, tettarelle, sterilizzatori, disinfettanti e tutta questa gran rottura di palle. Oltre al fatto che allattare serve all’utero –altra barbarie della natura- per rimettersi in sesto: a ogni ciucciata si contrae. Sono i “morsi uterini” (che belli, e che male).
Libera non è chi si può godere una splendida vacanza dal mondo maschile, tornando a se stessa e facendo la sconvolgente esperienza di un altro tempo, il tempo odoroso e selvaggio della nutrice, così istruttivo per la vita, per il lavoro e per tutto; libera è chi, à la Dati, si scaraventa subito in ufficio a presidiare il posto, tette che esplodono e pancera contenitiva. E si è visto quanto è durata la povera Rachida.
Tutte le teorie sull’attaccamento e sul “bonding”, da John Bowlby a Thomas Berry Brazelton, fatte fuori in un colpo solo. Solo roba ideologica. Chi l’ha detto che il piccolino ha bisogno della prossimità al corpo della mamma che peraltro, nei primi tempi, continua a percepire come il suo stesso corpo? Roba da animali. E chi l’ha detto che il distacco deve avvenire gradualmente, in modo che il bambino possa completare quel processo di individuazione decisivo per la sua salute fisica e mentale? Quello che conta è che non si de-individui la madre, che possa tornare prima possibile a godersi in tutta libertà la mensa, il cartellino, la macchinetta del caffè, le riunioni alle sette di sera, tutte cose di cui, si sa, noi donne andiamo pazze.
Pensate che secondo l’ideologia neomaterna “la buona madre pone naturalmente i bisogni del figlio al di sopra di tutto”. Accidenti. Ma anche quei fasci dell’Onu hanno sancito il superiore interesse del minore: principio al quale, nella nostra società liquida, varrebbe la pena di tenersi saldamente attaccati per non andare del tutto alla deriva.
Non è il mondo a dover fare un esame di coscienza per aver messo ai margini la nascita insieme a tutto quello che conta davvero per noi umani: la relazione, il legame, l’amore. Non è il lavoro a dover essere ripensato –come peraltro stiamo chiedendo tutte, dalle turniste alle top manager- in base a quel principio del “primum vivere” che comincia peraltro a solleticare anche gli uomini. In questione è piuttosto il vizio arcaico della maternità, condizione di “frustrazione, solitudine, alienazione e sensi di colpa”… “Come vivere tutte le tue giornate in compagnia di un incontinente mentalmente deficiente” (il bambino, ndr).
Non è il modo in cui abbiamo organizzato le cose ad allontanarci da quel minimo di libertà e felicità sperimentabili su questa terra. E’ la maternità che ostacola le carriere, infastidisce le aziende, distrugge i ménage (“se la madre allatta per mesi o anche anni, che fine fa l’intimità della coppia e la sua sessualità?”), limita la sacra libertà delle individue. Perfino, nientemeno, la libertà di bere e fumare a piacimento quando si è incinte.
Una certa Gaia, che piacerebbe molto a Badinter, scrive sul mio blog: “Come si fa convivere il desiderio di non avere figli e la paura per un futuro di solitudine? Io non voglio figli e di questo sono sicura al cento per cento, non voglio occuparmi di qualcun altro…”. Come se esistesse una libertà non relata. Come se occuparsi degli altri non contenesse una suggestiva occasione di libertà e felicità.
Il mondo di cui parla Elisabeth Badinter non esiste più. E’ esistito solo come figura provvisoria nella fenomenologia della libertà femminile. E se l’ideologia antimaterna dell’infelice Simone de Beauvoir ha avuto una sua preziosa funzione, quella di Badinter è sospetta. Perché se questo mondo non esiste più, esiste invece una minoranza di non-mère insofferenti in una Francia campione di fecondità, parchi invasi di coppie con carrozzine e boutiques pour enfant sulla Rive Gauche, fra le quali il saggio andrà probabilmente a ruba. Badinter, madre di tre figli, le blandisce in ogni modo e le assume in cielo, a modello della donna nuova: “Anche se il rifiuto della maternità fosse minoritario, la vera rivoluzione sta qui, e chiama una ridefinizione dell’identità femminile”. La childfree, dice, è più donna, più sexy, e anche più tosta della mamma, tanto che, preconizza in un crescendo scellerato “verrà il giorno in cui la maternità sarà appannaggio delle donne culturalmente, socialmente, professionalmente sfavorite”. Una cosa da sfigate, in pratica. Anche se in fondo alla profezia le scappa un punto di domanda. Bontà sua.

(pubblicato su Il Foglio il 26 febbraio 2010)



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