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Archivio categoria ‘DONNE E UOMINI’

12.3.2010

STRISCIA L’IPOCRISIA

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI, tv

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Meritevole campagna di Striscia la notizia la Giustiziera contro un agente pappone che cerca di convincere le aspiranti starlette minorenni a dargliela per fare carriera. Michelle Hunzicker rivela coraggiosamente di essere sfuggita lei stessa dalle sgrinfie del macrò e fa un appello alle ragazze: non serve andare a letto con qualcuno -il famoso sofà del produttore- per entrare nello showbitz.

Be’, questo è falso. Lei sarà riuscita a evitarlo, ma tantissime l’hanno dovuta concedere, da Marilyn in avanti, e continuano a doverlo fare per entrare nel mondo dello spettacolo. A quanto pare dal letto di Procuste, diciamola così, è necessario passare anche per entrare in politica dal portone e non facendosi umilmente le ossa. Il fatto che una abbia 17 anni anziché 18 o 25 non fa la differenza sostanziale.

Quindi: meritevole la campagna di Striscia, ma anche ipocrita e manichea. Bisognerebbe raccontarla tutta, specie avendo delle veline che da anni sballottano i loro sederi e i loro seni lì in piedi sulla scrivania. Tante di quelle ragazze, alla dura lex sed lex del darla via hanno di sicuro dovuto accondiscendere. Siamo famosi nel mondo, per questa specialità, con particolare riferimento ai nostri uomini politici. Il povero agente macrò è solo un dilettante.

O la si dice tutta, la verità, e fino in fondo, o meglio farne a meno.




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8.3.2010

GRAZIE RAGAZZE

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI

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Dedico con tutto il cuore questo Ottomarzo a tutte quelle ragazze e signore che vengono qui da paesi lontani per fare “le donne” al posto nostro, che ci aiutano così tanto, che fanno una così grande compagnia a noi, ai nostri bambini e ai nostri vecchi. Con l’auspicio che non devolvano più grande parte del frutto prezioso del loro lavoro, in euro e in dollari, agli uomini che le comandano e le sfruttano, restandosene comodamente in patria a bere, scopare, e ballare il merengue doviziosamente mantenuti dalle loro donne, compagne o sorelle, che sono qui a faticare.

Ragazze, imparate, e siate libere, senza paura. Non dovete nulla agli uomini, ma solo a voi stesse e al vostro coraggio. E ancora grazie.


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5.3.2010

GUERRILLA GARDENING!

scritto da: marinaterragni
in AMARE GLI ALTRI, DONNE E UOMINI

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  • In occasione dell’8 marzo, ActionAid strapperà al cemento di Milano un piccolo fazzoletto di terra. In Piazzale Türr, zona Sempione, a partire dalle ore 21.00, si farà fiorire un’aiuola lasciata incolta piantando un ulivo, erbe aromatiche e primule che verranno poi curati dalle mamme e dai bambini delle scuole vicine. Slogan: “Contro la fame, più terra alle donne”.

Nel mondo una persona su sette soffre la fame e più del 60 per cento delle persone affamate sono donne e bambine. Un paradosso, visto che sono le donne a produrre tra il 60 per cento e l’80 per cento del cibo nel Paesi in via di sviluppo. Ma alle donne non viene garantito l’accesso alla terra. In molti Paesi, infatti, le legislazioni impediscono alle donne di possedere e ereditare la terra e ciò aumenta la loro vulnerabilità alla povertà e le discrimina ulteriormente. Salvaguardare la sicurezza alimentare per le donne e sostenere lo sviluppo delle loro capacità nel settore agricolo è una condizione imprescindibile per il raggiungimento del primo Obiettivo del Millennio, che intende dimezzare la percentuale di coloro che soffrono la fame nel mondo entro il 2015.
Questa è la prima di una serie di azioni che ActionAid porterà avanti. Sconfiggere la fame è possibile dando una mano alle donne.

E voi che programmi avete per l’8 marzo? Qualcosa di gustoso da segnalare? Occhio al caro-mimosa. Troppo freddo, quest’anno.

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3.3.2010

NIENTE PAPI

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI, TEMPI MODERNI

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Alla clinica Mangiagalli di Milano un bambino su dieci non viene riconosciuto dal padre, ma solo dalla mamma. Donne per metà lasciate sole da partner fuggitivi, specialmente straniere; per metà liberamente madri, che decidono di avere un figlio pur non avendo incontrato Mr Right. Le ragazze madri sono sempre esistite, ma la maternità in proprio è una cosa nuova, in costante aumento nel mondo occidentale, vagheggiata da molte ragazzine, sentite con le mie orecchie, che danno per scontato che l’uomo giusto non lo incontreranno mai, e che i padri sono solo un optional.

L’autonomia economica e la fine del patriarcato rende possibile un matriarcato di ritorno. Ma crescere sole e soli con la mamma non è come crescere da una coppia che si ama. Un conto è essere figli di separati, un altro essere originariamente senza-padre. Le tappe dello sviluppo psicologico del soggetto -Edipo e tutto il resto- sono sostanzialmente diverse.

Nessun giudizio. Purché queste mamme abbiano fatto bene i loro conti. Per se stesse -da sole è dura, psicologicamente soprattutto- e in primis per i bambini. I quali non hanno avuto la possibilità di scegliere. E in bocca al lupo.




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28.2.2010

DONNE A PEZZI

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI

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Detesto l’espressione: un po’ di tempo per me. Si dice sempre: ho da fare questo e quest’altro, ma devo trovare anche un po’ di tempo per me. E in genere si pensa -parlo per le donne- a un parrucchiere, un massaggio e così via. Voglio dire questo: che anche il tempo che io do agli altri è per me. Il tempo del lavoro è per me. Non sempre, certo, ma la lotta è perché il più possibile della mia vita sia per me. Ed è l’esatto contario dell’egoismo. E’ solo volerci essere, con tutto il cuore, in ogni luogo.

Bisogna combattere contro chi ci fa a pezzi, cioè smembra la nostra vita in mamme, figlie, mogli, donne al lavoro, amanti, eccetera, e poi parla di conciliazione. Noi siamo una, tutta intera, tutto ci serve per fare quello che siamo, va impedito che ci dividano in tante parti l’una in lotta contro l’altra. Io non potrei scrivere quello che scrivo e cucinare quello che cucino se non fossi la madre, la figlia che sono. E viceversa.

La libertà è poter essere sempre quella che siamo, una intera, in tutte le cose che facciamo, in tuti i posti dove andiamo e non in apnea e piene di sensi di colpa, affaticate come se vivessimo in terra straniera. Questo diminuisce molto lo stress, ci rende efficaci e più serene.


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26.2.2010

QUELLE SFIGATE DELLE MAMME

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI, TEMPI MODERNI

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Avrebbe dovuto vedermi, Elisabeth Badinter, quando poche ore dopo il cesareo mi aggiravo sbandando per la clinica imbastita di punti in cerca della nursery (“Fermatela!”, aveva gridato d’orrore la suora. “E’ la cesarizzata di stanotte!”), dato che non avevo ancora visto il bambino e volevo fare la solita conta delle dita. Istinto materno o possessione diabolica? Qualcosa di irresistibile, questo è certo. Per me, poi, che fino a poche ore prima avevo torturato mia madre: “Non so se lo voglio, questo coso”, e lei: “D’accordo. Dallo a me”.
A Elisabeth Badinter la parola istinto fa impressione? Sono trent’anni che si agita. Ok, troviamone un’altra. Sta di fatto che se milioni di ragazze, contro tutto e contro tutti, la società antimaterna, i datori di lavoro, i partner riottosi, i budget limitati, le polveri sottili, l’effetto serra, gli Ogm, la corruzione, la crisi globale, la cellulite, le smagliature e così via, a un certo punto della loro vita, spesso troppo presto o anche troppo tardi, decidono di attivare (o meglio smettono di inattivare) la scatola magica che si portano in grembo, be’, il miracolo andrà spiegato in qualche modo.
In tutto il saggio della non-saggia Badinter (“Le conflit. La femme et la mère”), è in opera una curiosa inversione, per non dire perversione. Il mondo a testa in giù. Non è la childfree a essere edonista, ma chi insiste tignosamente per portarsi a casa un bambino, o anche due o tre. Non è chi allatta al seno, provvida dotazione, a scegliere la soluzione più comoda, ma chi fa “andare indietro” il latte per arrabattarsi con polverine, biberon, scalda biberon, tettarelle, sterilizzatori, disinfettanti e tutta questa gran rottura di palle. Oltre al fatto che allattare serve all’utero –altra barbarie della natura- per rimettersi in sesto: a ogni ciucciata si contrae. Sono i “morsi uterini” (che belli, e che male).
Libera non è chi si può godere una splendida vacanza dal mondo maschile, tornando a se stessa e facendo la sconvolgente esperienza di un altro tempo, il tempo odoroso e selvaggio della nutrice, così istruttivo per la vita, per il lavoro e per tutto; libera è chi, à la Dati, si scaraventa subito in ufficio a presidiare il posto, tette che esplodono e pancera contenitiva. E si è visto quanto è durata la povera Rachida.
Tutte le teorie sull’attaccamento e sul “bonding”, da John Bowlby a Thomas Berry Brazelton, fatte fuori in un colpo solo. Solo roba ideologica. Chi l’ha detto che il piccolino ha bisogno della prossimità al corpo della mamma che peraltro, nei primi tempi, continua a percepire come il suo stesso corpo? Roba da animali. E chi l’ha detto che il distacco deve avvenire gradualmente, in modo che il bambino possa completare quel processo di individuazione decisivo per la sua salute fisica e mentale? Quello che conta è che non si de-individui la madre, che possa tornare prima possibile a godersi in tutta libertà la mensa, il cartellino, la macchinetta del caffè, le riunioni alle sette di sera, tutte cose di cui, si sa, noi donne andiamo pazze.
Pensate che secondo l’ideologia neomaterna “la buona madre pone naturalmente i bisogni del figlio al di sopra di tutto”. Accidenti. Ma anche quei fasci dell’Onu hanno sancito il superiore interesse del minore: principio al quale, nella nostra società liquida, varrebbe la pena di tenersi saldamente attaccati per non andare del tutto alla deriva.
Non è il mondo a dover fare un esame di coscienza per aver messo ai margini la nascita insieme a tutto quello che conta davvero per noi umani: la relazione, il legame, l’amore. Non è il lavoro a dover essere ripensato –come peraltro stiamo chiedendo tutte, dalle turniste alle top manager- in base a quel principio del “primum vivere” che comincia peraltro a solleticare anche gli uomini. In questione è piuttosto il vizio arcaico della maternità, condizione di “frustrazione, solitudine, alienazione e sensi di colpa”… “Come vivere tutte le tue giornate in compagnia di un incontinente mentalmente deficiente” (il bambino, ndr).
Non è il modo in cui abbiamo organizzato le cose ad allontanarci da quel minimo di libertà e felicità sperimentabili su questa terra. E’ la maternità che ostacola le carriere, infastidisce le aziende, distrugge i ménage (“se la madre allatta per mesi o anche anni, che fine fa l’intimità della coppia e la sua sessualità?”), limita la sacra libertà delle individue. Perfino, nientemeno, la libertà di bere e fumare a piacimento quando si è incinte.
Una certa Gaia, che piacerebbe molto a Badinter, scrive sul mio blog: “Come si fa convivere il desiderio di non avere figli e la paura per un futuro di solitudine? Io non voglio figli e di questo sono sicura al cento per cento, non voglio occuparmi di qualcun altro…”. Come se esistesse una libertà non relata. Come se occuparsi degli altri non contenesse una suggestiva occasione di libertà e felicità.
Il mondo di cui parla Elisabeth Badinter non esiste più. E’ esistito solo come figura provvisoria nella fenomenologia della libertà femminile. E se l’ideologia antimaterna dell’infelice Simone de Beauvoir ha avuto una sua preziosa funzione, quella di Badinter è sospetta. Perché se questo mondo non esiste più, esiste invece una minoranza di non-mère insofferenti in una Francia campione di fecondità, parchi invasi di coppie con carrozzine e boutiques pour enfant sulla Rive Gauche, fra le quali il saggio andrà probabilmente a ruba. Badinter, madre di tre figli, le blandisce in ogni modo e le assume in cielo, a modello della donna nuova: “Anche se il rifiuto della maternità fosse minoritario, la vera rivoluzione sta qui, e chiama una ridefinizione dell’identità femminile”. La childfree, dice, è più donna, più sexy, e anche più tosta della mamma, tanto che, preconizza in un crescendo scellerato “verrà il giorno in cui la maternità sarà appannaggio delle donne culturalmente, socialmente, professionalmente sfavorite”. Una cosa da sfigate, in pratica. Anche se in fondo alla profezia le scappa un punto di domanda. Bontà sua.

(pubblicato su Il Foglio il 26 febbraio 2010)


20.2.2010

DIRIGENTI DISPERATE

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI, WOMENOMICS

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“Mi sento chiusa in un bozzolo”, dice Sara. “E io a un bivio” risponde Claudia. “Temo che la mia energia interiore si stia esaurendo” dice Paola. E Angela: “Non so se ho lottato per obiettivi miei…”. Non è una seduta di autocoscienza d’antan, ma un coaching per signore manager. “Esperienza” la chiamano gli organizzatori di Edò, società di formazione.
Sono una dozzina, tutte top e middle manager: Fiat, Unilever, Pirelli, Samsonite. Dirigenti disperate (rubo il titolo di un libro di Chiara Lupi, manager anche lei), che per cominciare risvegliano le energie con un po’ di ginnastica nella Spa del resort sul lago di Varese. Poi, guidate dal coach (maschio sensibile e accorto), snocciolano tutte quelle domande per le quali non hanno mai avuto tempo. Perché erano in riunione, o troppo prese dalla mission aziendale, o stavano lottando per non essere fatte fuori. Perché –nel loro mondo duplex- stavano telefonando alla pediatra, trattando con l’idraulico, provando a salvare il loro matrimonio dal logorio della vita multitasking (a differenza dei colleghi maschi, le manager non hanno mogli su cui contare). Con il rischio di confondere i registri, mamme al lavoro e dirigenti a casa: non è strano che tra i manager i divorzi siano aumentati del 60 per cento.
Parlando di sé una scoppia in un pianto improvviso. La sua vicina singhiozza anche lei. Ma come… “Sono piene fin qui” bisbiglia il coach. “Sature. Capita sempre. Non ne possono più”. Signore grintose e super-preparate, altro che hosewives, obiettivi di carriera pianificati e raggiunti, posizioni prestigiose, sulla soglia della stanza dei bottoni. Eppure si disperano.
Per le donne sarebbe un gran momento. Quello del raccolto, se Dio vuole. Negli Usa c’è stato il sorpasso: più donne al lavoro che uomini. In Italia il 2009 ha visto nascere 20 mila nuove imprese femminili. Verificata una volta per tutte l’equazione + donne = + business: le aziende con vertici anche femminili offrono le performance migliori e un +70 per cento in Borsa (McKinsey). La differenza produce valore. Il termine womenomics è ormai entrato a far parte del lessico dell’economia e della finanza. Eppure i Cda restano tenacemente in cravatta e grisaglia: da noi ci sono 5 consigliere ogni 100 uomini, e il Cda di 6 aziende su 10 è tutto maschile (meglio non farle circolare troppo, certe imbarazzanti foto dei board…). I signori manager –l’87 per cento-, resistono all’evidenza. Il profitto avrà le sue ragioni, ma tra uomini si sta più tranquilli: almeno qui, lasciateli in pace! Forse workshop, seminari e danze rituali dovrebbero farli loro, per prepararsi al faticoso ma inevitabile cambio di paradigma: dall’uno all’inedito, vertiginoso due.
Ore 11.00, dopo il coffee break: “Non abbiate paura del vostro femminile!” implora il coach. “Non copiate il modello maschile! Date a noi uomini il tempo per abituarci”. Sembra di sentire Niall Fitzgerald, già ad di Unilever e oggi vicepresidente di Thomson Reuters, colosso dell’informazione economico-finanziaria: “Il mio consiglio è: non cercate di sviluppare qualità maschili proprio nel momento in cui stanno prendendo quota quelle femminili. Rimanete voi stesse e sollecitate gli uomini ad adottare modelli di comportamento diversi”.
Non è un’impresa da poco. Può voler dire un’altra idea del lavoro, della sua organizzazione, dei suoi tempi, con novità stravolgenti tipo flessibilità, house working e postazioni in remoto, altri linguaggi, più relazioni, meno gerarchia e più networking. Può voler dire lavorare per obiettivi chiari in tempi definiti (indicatori di output), e non piegarsi più alla logica della “disponibilità illimitata della risorsa”, come si dice in gergo: ovvero in ufficio ad libitum per fare carriera, magari a far niente ma presidiando la posizione (indicatori di input), ostaggi di quei “ladri di tempo”, come li chiama qualcuna, che ti organizzano riunioni alle sette di sera solo perché “loro a casa non ci andrebbero mai”. Anche i maschi più giovani, del resto, e non solo le donne, non sono più disposti a vivere così.
E ora raccontatemi un vostro obiettivo, invita il coach. “Bere più acqua”. “Basta dolci”. “Per un’ora niente BlackBerry” (wow!). “Non cedere ai persecutori” (aiuto!). Lella Golfo, deputata Pdl e presidente della fondazione Marisa Bellisario, è prima firmataria di una proposta di legge per il riequilibrio dei generi nei cda delle società quotate in borsa (v. box). Dice che in effetti “oggi gli uomini tendono a porsi sulla difensiva. Ci sono segnali di forte dialettica”. Anche Paola Pesatori, HR manager di Pirelli, racconta un clima da contrattacco: “La crisi sta costando più alle dirigenti” dice “che alle lavoratrici in genere. In molte aziende si gioca un po’ subdolamente sul work-life balance: ma perché, si dice alle dirigenti, non te ne vai finalmente un po’ a casa, a fare tranquillamente  le tue cose?”. In soldoni, trattasi di potere: una in più fa uno in meno. Il nodo è al pettine, e non si fa districare. La patata è bollente, e scotta nelle mani delle manager.
Ore 15.00, dopo il lunch: i vostri leader ideali? chiede il coach. Gesù, Giovanni Falcone, mia madre; un mio ex-capo, Giovanni Paolo II e il Dr House, “che alla fine arriva con la sua zampata di genio”. E ora ditemi, continua il coach: assoluto divieto d’accesso a… “Ai capi che entrano nella tua vita privata” dice Mariella; Claudia: “A quelli che non sanno gestire il loro tempo e invadono il tuo”. E un’altra: “Al mio ex-capo che mi ha tolto ogni giorno un pezzetto di autostima”. E’ guerra?
Monica Possa, direttore Risorse umane e organizzazione di Rcs Mediagroup, è indicata dalla Professional Women’s Association tra le 70 manager italiane titolate a entrare nei Cda. Fino a un certo punto della sua carriera ha creduto che le capacità e il merito potessero sbaragliare ogni ostacolo. Ma dopo anni di esperienza sul campo –e un bambino, che per una donna resta la super-esperienza- si è arresa all’evidenza che “senza una scossa al sistema non cambierà mai nulla. Senza azioni positive, con un preciso target numerico, tutto resterà com’è”.
Diamo alle cose il loro nome: senza un po’ di conflitto, un briciolo di sex-war… “Imporre quote” continua Possa “può essere un gesto conflittuale. Ma non è detto che ci sia solo questo. Nelle aziende esistono anche uomini non insicuri, che non si fanno spaventare dall’idea del cambiamento, pur con le fatiche che comporta. Uomini capaci di passare da un rassegnato “c’è bisogno delle donne” a un convinto “ho bisogno che ci siate”. Trovare interlocutori come questi può dare grandi risultati”.

(pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 20 febbraio 2010)


18.2.2010

DONNE DI LOTTA E DI GOVERNO

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI, POLITICA

mara carfagna, ministra per le pari opportunità

mara carfagna, ministra per le pari opportunità


Confidavo proprio qualche giorno fa alle amiche di Via Dogana che ho un’amica di destra, ma proprio di destra-destra: Legionari di Cristo, Dio-patria-famiglia con il Cavaliere in appendice, che lei chiama sensualmente e sicilianamente “il Dottore”. E volendo questa sarebbe già una notizia, nel mondo di noialtre guelfe e ghibelline. Perché io proprio la amo.
Ma la notizia vera è che con lei, casalinga di lusso –già ricca di suo e piuttosto ben maritata- io riesco a esibirmi nelle mie ambizioni più smodate e maniacali. Il fatto è che lei produce su di me un effetto di sfrenamento, di disinibizione, di slatentizzazione dei desideri (politici, s’intende, e professionali) come nessuna e nessuno mai prima.
In altre parole, mi autorizza. E poi subito mi carica, mi gasa, fa piani, costruisce sapienti e mafiose strategie di pr, e mi tocca fermarla, terrorizzata: no, guarda che era tanto per dire, io sto bene così. Ma intanto la osservo, come un bizzarro animale, e provo a capire. Perché a me, autorizzata dal padre a mettere un piede nel mondo –e giammai dalla madre autosessista-, pare di avere già ottenuto così tanto. E lei che invece scuote la testa: “Marinetta, con tutto quello che hai studiato… Proprio non sai fare”.

A me mi ha rovinato la sinistra, diciamo la verità. E a proposito di studi: in quarta ginnasio indimenticabili libri di lettura come “Il Manifesto del Partito Comunista” e “La Persia di Mossadeq”. All’Università Statale di Milano, facoltà di filosofia, come a Tirana: ogni tanto fantastico di fargli causa. Schopenhauer neanche di striscio. Tutto Marx, Engels, Lenin, Rosa Luxemburg, Toni Negri, il rinnegato Kautsky, la scuola di Budapest (ho visto che ora Agnes Heller scrive cose tipo “La bellezza della persona buona”. La rispetto e le sono grata, ma vorrei ammazzarla).
Qualche volta ce lo diciamo con mio marito, che nel Pleistocene ha lavorato all’Unità e manco gli hanno versato i bollini, ci mancherebbe. Sicché povero compagno gli toccherà ammazzarsi di fatica per un’altra ventina d’anni. “Ma a noi chi ce l’ha fatto fare? Ci avessimo guadagnato qualche cosa…”. Perché il guadagno dall’altra parte è ferocemente lampante. Tra l’altro io non ero neanche malaccio, e se questa cosa delle gnocche in lista fosse entrata in vigore prima…

Non mi piace il fatto che essere gnocche costituisca un titolo preferenziale per essere cooptata dagli uomini che comandano la politica. Ci vedo dentro sprezzo e illibertà. Ancora meno apprezzo che una sia ancora più titolata se è passata dal letto del leader o di qualcuno dei suoi scherani raccattabriciole, sistema di cooptazione ancora molto in uso in politica, nello showbitz e nelle professioni, compresa la mia. Lo sappiamo tutti, potremmo fare nomi e snocciolare curricula: quella ha cominciato con Tizio, poi è passata a darla a Caio. Abbracci mortali da cui non ti sciogli più, condannata a essere devota non tanto a quel singolo benefattore, quanto al Fallo che ti sei piegata -diciamo così- a onorare, e il cui potere hai corroborato. E destinata prima o poi a essere rimpiazzata con una “mucca nuova”. Chi di gnocca ferisce, di gnocca perisce. La casistica è ampia, e le cose vanno sempre così.

Il che non significa che io sottovaluti il potere della bellezza, che non può essere ridotta a banale fatto mediatico. La bellezza è in sé un medium potentissimo con cui non è il caso di scherzare. Diffido delle donne che non la onorano, che voltano le spalle alla potenza di Afrodite indebolendosi nella violenta sconnessione, irretite da una retorica della bruttezza che ha avuto la sua ragione d’essere nella fase aurorale della rivoluzione delle donne: liberarsi dallo sguardo maschile come misura unica della propria legittimità a esistere. Ma che poi si è malamente evoluta nella perversa equazione: “bruttina e senza tacchi = brava, seria, intelligente e perbene”, solo un altro modo per dare importanza a quello sguardo e adeguarvisi.
Dice la psicoanalista junghiana Ginette Paris che se “la bambola di lusso cerca di piacere, alla donna afroditica si cerca di piacere perché esercita un grande fascino”. Se ci pensate c’è una bella differenza.

Ma torniamo a terra. E al fatto che, con un certo stupore, e al di là dei mezzi più o meno condivisibili con cui si sono affermate, ho visto circolare nel centrodestra più libere e sfrenate ambizioni femminili di quante ne abbia osservate a sinistra. Libere nel senso di giocate interamente e spregiudicatamente per sé. Sebbene talora dovendo passare nell’amaro letto di Procuste –e non solo nel suo- e giocare il gioco sporco della seduzione. Oltre al rischio di essere a scadenza -consumare preferibilmente entro e non oltre-, il ricorso alla seduzione finisce per rinnovare le ragioni del puro arbitrio maschile, che include o esclude le donne secondo il suo capriccio, e condanna le altre a percorrere la stessa libidinosa strada, ad libitum.
Ma vorrei concentrarmi su questa cosa innegabile che libere ambizioni femminili si sono espresse e hanno avuto campo nel centrodestra. Che un’oscura avvocatina miope di Leno si è autorizzata a progettare per sé una carriera politica di tutto rilievo –io non me la sarei nemmeno sognata-, dandosi orizzonti grandi, e questo a prescindere dal giudizio che si può dare del suo successivo operato di ministra.
A sinistra ci sono state e ci sono tante brave, bravissime, preparatissime e meritevoli, e magari pure belle, e magari anche taccate, che però tanta spregiudicatezza non l’hanno mai mostrata, salvo eccezioni come Rosi Bindi. Che non hanno mai desiderato e giocato davvero per sé, che hanno sempre atteso nell’ombra il placet del loro capocorrente, che non hanno mai rotto il patto di fedeltà, che hanno sempre privilegiato il gioco di squadra: ma la squadra era e resta maschile.
Forse, a ben guardare, anche nella vecchia destra le cose andavano in questo modo, o anche peggio. La novità è stata probabilmente la scesa in campo del “Dottore” e con lui l’irruzione nella politica, con tutto il bene e tutto il male, del mercato, delle sue logiche. E delle sue ragazze. Giovani donne ambiziose nate e cresciute nel libero mercato, non nelle scuole della politica, salvo frettolosi corsi dell’ultim’ora. E il mercato è più accogliente della politica, per noi donne. Nessun dubbio. Date un’occhiata alle cifre impressionanti della womenomics e mi saprete dire.

(pubblicato su Il Foglio il 6 febbraio 2010)


6.2.2010

LE SENZA-BAMBINI

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI, TEMPI MODERNI

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Qualche anno fa, nel suo libro “Creating a Life”, l’economista americana Sylvia Anne Hewlett diede l’allarme: siamo state bellamente imbrogliate, i medici non ci hanno spiegato con sufficiente chiarezza che anche se a 40 anni ne dimostriamo 30, i nostri ovuli ne hanno esattamente 40. Neanche un mese di meno. E da che mondo e mondo un ovulo di 40 anni fa una certa fatica a diventare un bambino. Hewlett gridava per conto un’intera generazione di childless per caso: neanche un figlio ma senza averlo mai scelto davvero.
Bene, l’informazione è passata. Visto quello che è capitato a molte sorelle maggiori –pentite, secondo un sondaggio Gallup, 7 volte su 10- oggi le ragazze aggiustano le cose in modo da non ritrovarsi con l’acqua alla gola. E sui 30 e something, anche prima, partono con le manovre per mettere al mondo il ragazzino. Eventualmente un paio.
Altra faccenda è se sei childless per scelta, cosa sempre possibile. Qui la fatica è un’altra: quella di dover convincere il mondo che stai benissimo così, e che non sei affatto un mostro senza cuore.
Non-madri presenti e a venire potranno trarre ottimi argomenti dal libro di Paola Leonardi e Ferdinanda Vigliani, “Perché non abbiamo avuto figli” (FrancoAngeli): 14 signore, da Natalia Aspesi a Piera Degli Esposti, Margherita Giacobino, Adriana Zarri, che raccontano e motivano articolatamente la loro scelta. “Avere figli è una cosa di cui non solo si può fare a meno, ma che secondo me è un eccesso… Ci terrei a non dire che se non si fanno figli si fa qualcos’altro. No. Semplicemente non si fanno figli” (Aspesi). E Degli Esposti: “Credo che sia di più il fatto che sono molto legata ai miei genitori… Ho voluto per sempre rimanere la loro figlia, anche quando non c’erano più”. Per Adriana Zarri, invece, “l’amicizia è una cosa molto, molto importante, molto più della famiglia”.
E’ singolare che nel catalogo delle molte libertà femminili, questa di non fare figli resti fra le più scandalose. A memoria probabilmente della malevolenza divina con cui la sterilità è stata spiegata per millenni: come si può volersi male da sé? Ma anche del fatto che c’è il “sì” di una donna all’origine di ciascuna delle nostre vite. E quella donna, accidenti, avrebbe anche potuto dire “no”.

(pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 6 febbraio 2010)




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31.1.2010

QUESTIONE MASCHILE

scritto da: marinaterragni
in DONNE E UOMINI, WOMENOMICS

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Boston Globe, editoriale a firma Alex Beam (un uomo, a scanso di equivoci). Beam snocciola i numeri che descrivono la radicale femminilizzazione degli States, onda in arrivo anche da noi.
Il lavoro è delle donne: il sorpasso è avvenuto, ci sono più lavoratrici che lavoratori. E i settori di occupazione che promettono una crescita maggiore, secondo le proiezioni degli economisti, sono proprio quelli in cui le donne sono più forti. La rete è delle donne: 2 anchorwomen per un anchorman. Il pubblico della tv è più femminile che maschile. Le donne comprano più quotidiani, più libri, divorano cultura e sono politicamente più attive: per l’elezione di Barack Obama il voto femminile è stato determinante. Più che di recession sarebbe corretto parlare di he-cession, o di man-cession: il sesso più colpito dalla crisi è stato quello maschile. Secondo il Bureau of Labor Statistics, sono gli uomini a correre il maggior rischio (+ 30 per cento) di restare disoccupati.
Le stanze dei bottoni per ora restano surrealmente for men only, ma anche lì il vento della rivoluzione fa sbattere porte e finestre. Siamo finalmente e brutalmente al nodo del potere, nudo e crudo. Potendolo fare -–fecondazione assistita con predeterminazione del sesso- scelgono femmine 2 coppie americane su 3: il negativo della Cina. Ma anche qui presto cambieranno idea. Il secondo sesso fa carriera e diventa il primo.
L’enormità del cambiamento non trova adeguata rappresentazione: nei media, ancora ampiamente in mani maschili, ma anche nelle coscienze femminili, che restano sintonizzate su vittimismo e recriminazione. L’inconscio è più lento della realtà.
C’è poco da festeggiare, care signore. L’ideale sarebbe restare in due, senza che un sesso mangi in testa all’altro, in un equilibrio dinamico e difficile. Io amo intensamente la mia libertà, ma amo anche gli uomini e li vorrei in forma, e definitivamente liberati dalla tentazione della violenza e del dominio. Cerco e onoro il mio femminile, ma non a scapito del mio inner boy. E’ il caso di prestare tutti molta attenzione alla questione maschile. Anzitutto riconoscendo che esiste.

(pubblicato sui Io donna-Corriere della Sera il 30 gennaio 2010)


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