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Archivio categoria ‘OSPITI’
PERO’ NON AMARLI
scritto da: marinaterragniin AMARE GLI ALTRI, OSPITI, POLITICA

Ricevo e volentieri vi propongo:
Cara Marina Terragni,
le scrivo perché in questi giorni si parla molto – e giustamente- di maltrattamenti ai bambini: mia impressione è che si parli però di casi di maltrattamento, ascrivibili sostanzialmente alla crudeltà di alcune persone, sia che nel mirino ci siano le maestre dell’asilo Cip e Ciop, sia che si tratti delle assistenti sociali dei casi denunciati da Panorama.
Io vorrei attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su un maltrattamento gravissimo che deriva dalla applicazione miope ma diffusissima della legge sull’affidamento: quello per cui un bambino/a che è stato posto in affidamento da piccolissimo (talora appena nato) in una famiglia, e ha sviluppato un normale attaccamento verso chi lo ha cresciuto, quando diviene adottabile, viene costretto a cambiare genitori e fratelli, casa, scuola, città, ecc.
La stupidità adultocentrica insiste sul fatto che gli affidatari non dovrebbero “attaccarsi” al bambino e che dovrebbero fare in modo che lui non si attaccasse, ma è evidente che non si può trattare bene un bambino piccolo senza che gli affetti siano spesi.
Questo avviene perché i due istituti dell’affidamento e dell’adozione sono diversi. Ma i bambini non lo sanno e la legge dice che si possono adottare dei bambini anche se non si è sposati o non si ha l’età “giusta” quando tra gli adottanti e il bambino ci sia un “preesistente rapporto stabile e duraturo”. Quale rapporto più stabile e duraturo di quello per cui si è vissuti insieme per mesi o anni?
Se i politici non chiariranno come la legge deve essere applicata, molti bambini costretti a cambiare crudelmente famiglia continueranno a vivere l’ingiustizia e l’abbandono per legge.
Carla Forcolin (presidente dell’associazione La gabbianella)
ATTRAZIONE FATALE
scritto da: marinaterragniin DONNE E UOMINI, OSPITI

Dal quotidiano Metro, con cui collabora abitualmente, una riflessione della filosofa Luisa Muraro sulle trans, sul femminile e sul maschile.
Brenda era nata 32 anni fa e fu registrata con un nome maschile, perché era di sesso maschile. Dopo la sua tragica morte, ho pensato che bisognava dirlo: chi testimonia di una verità rinnegata o misconosciuta, si espone al martirio, che lo voglia o no. Le transessuali come Brenda sono le testimoni viventi di una verità misconosciuta e rinnegata: l’attrazione biologica che esercita il femminile. La potenza di questa attrazione è tale da manifestarsi nonostante la millenaria affermazione del primato del sesso maschile, da parte delle religioni, della filosofia, delle scienze, del diritto. Una mia alunna raccontò che un giorno trovò il fratello davanti allo specchio, vestito e ornato con le cose sue, di lei. Il ragazzo, sgridato, si difese: “Perché tu sì e io no?” In ogni tempo e luogo sono esistite creature umane di sesso maschile che hanno sognato di essere donne, un sogno che, nel nostro tipo di civiltà, si paga con sacrifici, sofferenze, umiliazioni. Che cosa le muove dentro? Ho parlato di attrazione biologica del femminile, ma non volevo fornire una spiegazione scientifica, volevo solo dare un nome abbastanza forte a un comportamento che sfida le convenzioni più elementari. Ho parlato anche di sogno. Come gli altri sogni, anche questo ha un fondo di verità. Recentemente, la scienza ha scoperto che, in biologia, se di un primato si vuole parlare, andrebbe alle donne, la vita infatti comincia e ricomincia al femminile, il maschile subentra in seconda battuta. Questa scoperta, mi auguro, potrebbe aiutarci a capire quello che le trans vivono in prima persona e a renderci conto che la loro speciale esperienza ci riguarda tutti, in quanto fa luce nell’oscuro percorso del nostro diventare donne/uomini.
LUISA MURARO
LO SPARIGLIO
scritto da: marinaterragniin AMARE GLI ALTRI, OSPITI, POLITICA
Ignazio Marino non sembrerebbe avere molte chances. Dice di correre per vincere, e la sua discesa in campo è molto generosa. I miracoli possono capitare, certo. Dieci anni fa il presidente Barack Obama era un semplice avvocato che rimuginava di scendere in politica: in una divertente intervista ripubblicata dal New Yorker raccontava di come Michelle gli mettesse i bastoni tra le ruote.
Siamo messi a un punto tale che sperare nei miracoli è del tutto ragionevole. Anche se a me pare che Marino non siponga di quello che serve per produrlo. Ma i miracoli li fa solo il Signore, e che Dio gliela mandi buona. Ha tutto quello che serve per sparigliare, però. E per porre all’attenzione del Pd e del suo elettorato alcuni temi inaggirabili, alcune domande decisive a cui si dovrà rispondere in modo netto e non ambiguo.
A cominciare, io credo, dai temi ambientali, a cui oggi si collegano tutti gli altri: l’economia, lo sviluppo, l’idea di paese, il lavoro, la salute, e anche la cittadinanza femminile. A cominciare, quindi, almeno da quel paio di questioni che qui ho posto più volte.
Di chi è l’acqua, e come si intende gestirla? La sinistra può amministrarla come un bene da cui trarre un profitto, o le sue politiche dell’acqua devono essere diverse?
Contro il cemento di destra c’è solo il cemento di sinistra, come parrebbe oggi, o c’è un’idea di sviluppo del territorio -non semplice “salvaguardia”, ma gestione attiva e proficua- che esclude il profitto miope e guarda alla bellezza come straordinaria risorsa?
P.S. Io non sono affatto una notista politica, e poi quella dei partiti non è la mia politica. Sono solo una guarda, pensa, desidera, prova a fare da subito il mondo che vorrebbe che fosse, spera -con assoluto scetticismo- che la macchina antidiluviana dei partiti riesca a cogliere dalla società quel buono che ci capita e a rappresentarlo. E già mentre lo scrivo, non ci credo.
BALLETTI A BALLARO’
scritto da: marinaterragniin OSPITI, POLITICA
Visto ieri sera un pezzo di Ballarò. Poi ceduto alla noia. Il vecchio Pannella mi è sembrato un gigante. Ricevo stamattina questa email, che pubblico come topic. Mi pare molto condivisibile e interessante.
Ai media, fare gossip politico rende sempre di più.
Carissima Marina Terragni, ieri sera a Ballarò ho avuto la conferma a un sospetto che nutrivo da tempo: in Italia il gossip politico fa vendere giornali e salire gli ascolti TV !!!
Da Floris ieri sera i «politici» Bondi e Franceschini hanno fatto da contorno al Direttore di Repubblica Ezio Mauro e Maurizio Belpietro di Panorama che hanno monopolizzato lo spazio di informazione politica
trasformandolo in intrattenimento gossip al quale mancava solo la presenza di Alba Parietti o la ciurma di Amici della De Filippi!
Non fosse stato per la presenza di Marco Pannella, unico vero politico presente a Ballarò, avrebbe potuto essere Porta a Porta!?
Siamo a DIECI giorni dalle ELEZIONI Europee e da un Referendum ma i nostri «POLITICI» al posto di parlare di politica, sociale e campagna elettorale rincorrono inesistenti «cilecche» del Presidente !?!?!?
I quotidiani TUTTI, dedicano intere pagine al gossip del Presidente Silvio Berlusconi che si è così trovato una Campagna Elettorale GRATIS e fuori da qualsiasi controllo di par condicio, che regalerà a Silvio una vagonata di VOTI assolutamente inaspettati!
Se si vuole leggere di politica bisogna sfogliare il Magazine del Corriere o meglio ancora Io Donna, dove la politica-sociale spesso è affrontata con serietà attraverso un dialogo diretto con il pubblico!
La politica VERA, quella delle tribune elettorali RAI, del mitico e rimpianto Jader Jacobelli rappresentano per i cinquantenni un TRISTE ricordo! Per i trentenni di oggi invece, la TRIBUNA ELETTORALE ed il CONFRONTO POLITICO pre-elettorale resterà un MISTERO GAUDIOSO !!!
Ieri sera a Ballarò ho notato nel Vecchio, stanco e rassegnato Marco Pannella, un sottile velo di AMAREZZA mascherato da quel sorriso beffardo, dietro il quale appariva la TRISTE CONSAPEVOLEZZA che la CULTURA politica è MORTA per mancanza di materia prima: VERI UOMINI della POLITICA!
Mi è difficile comprendere perché Silvio Berlusconi e Dario Franceschini e relative «ciurme» da oratorio feriale, si azzannino l’uno contro l’altro!? Entrambi vogliono la IDENTICA cosa: la MORTE della POLITICA!
Fare GOSSIP POLITICO è facile e molto divertente! Per fare POLITICA invece, occorre avere CULTURA!!!”.
Alessandro Consonni
ECCOLE!
scritto da: marinaterragniin OSPITI, POLITICA
Avvistate ieri sera per la prima volta le lucciole. Il mio cane cerca di mangiarle. E allora, ecco una lettura domenicale, al riguardo. Intanto noi continuiamo a discutere di tutto il resto.
Pier Paolo Pasolini Scritti corsari
1975
Il vuoto del potere
ovvero
L’articolo delle lucciole
dal “Corriere della sera” del 1° febbraio 1975
La distinzione tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente meno che al giornale “Il Politecnico”, cioè all’immediato dopoguerra…” Così comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo (”L’Europeo, 26-12-1974): intervento che, come si dice, io sottoscrivo tutto, e pienamente. Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione tra “fascismi” fatta sul “Politecnico” non è né pertinente né attuale. Essa poteva valere ancora fino a circa una decina di anni fa: quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione del regime fascista. Ma una decina di anni fa, è successo “qualcosa”. “Qualcosa” che non c’era e non era prevedibile non solo ai tempi del “Politecnico”, ma nemmeno un anno prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva).
Il confronto reale tra “fascismi” non può essere dunque “cronologicamente”, tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma tra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel “qualcosa” che è successo una decina di anni fa.
Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche meglio).
Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”.
Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma sono diventate addirittura storicamente incommensurabili. La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarlo i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole a oggi. Osserviamole una alla volta.
Prima della scomparsa delle lucciole
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta. Taccio su ciò, che a questo proposito, si diceva anche allora, magari appunto nel “Politecnico”: la mancata epurazione, la continuità dei codici, la violenza poliziesca, il disprezzo per la Costituzione. E mi soffermo su ciò che ha poi contato in una coscienza storica retrospettiva. La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale.
Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano. Tale gestione del Vaticano era possibile solo se fondata su un regime totalmente repressivo. In tale universo i “valori” che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità. Tali “valori” (come del resto durante il fascismo) erano “anche reali”: appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a “valori” nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano. Provincialità, rozzezza e ignoranza sia delle “élites” che, a livello diverso, delle masse, erano uguali sia durante il fascismo sia durante la prima fase del regime democristiano. Paradigmi di questa ignoranza erano il pragmatismo e il formalismo vaticani.
Tutto ciò che risulta chiaro e inequivocabilmente oggi, perché allora si nutrivano, da parte degli intellettuali e degli oppositori, insensate speranze. Si sperava che tutto ciò non fosse completamente vero, e che la democrazia formale contasse in fondo qualcosa. Ora, prima di passare alla seconda fase, dovrò dedicare qualche riga al momento di transizione.
Durante la scomparsa delle lucciole
In questo periodo la distinzione tra fascismo e fascismo operata sul “Politecnico” poteva anche funzionare. Infatti sia il grande paese che si stava formando dentro il paese – cioè la massa operaia e contadina organizzata dal PCI – sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che “le lucciole stavano scomparendo”. Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell’analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l’immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava “benessere” con lo “sviluppo” che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il “genocidio” di cui nel “Manifesto” parlava Marx.
Dopo la scomparsa delle lucciole
I “valori” nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato (anche il MSI in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia essa è del tutto particolare, perché si tratta della prima “unificazione” reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l’”arcaicità” pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell’industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste.
In Italia sta succedendo qualcosa di simile: e con ancora maggiore violenza, poiché l’industrializzazione degli anni Settanta costituisce una “mutazione” decisiva anche rispetto a quella tedesca di cinquant’anni fa. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a “tempi nuovi”, ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l’avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque “coi miei sensi” il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere “totalitario” iterava e reiterava le sue imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I “modelli” fascisti non erano che maschere, da mettere e levare. Quando il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima. Lo si è visto anche in Portogallo: dopo quarant’anni di fascismo, il popolo portoghese ha celebrato il primo maggio come se l’ultimo lo avesse celebrato l’anno prima.
È ridicolo dunque che Fortini retrodati la distinzione tra fascismo e fascismo al primo dopoguerra: la distinzione tra il fascismo fascista e il fascismo di questa seconda fase del potere democristiano non solo non ha confronti nella nostra storia, ma probabilmente nell’intera storia.
Io tuttavia non scrivo il presente articolo solo per polemizzare su questo punto, benché esso mi stia molto a cuore. Scrivo il presente articolo in realtà per una ragione molto diversa. Eccola.
Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. È vero: essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una sincerità incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata luce di buon umore. Quando non si tratti dell’ammiccante luce dell’arguzia e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare, quanto la piena felicità. Inoltre, i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i “flatus vocis” delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono appunto delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d’ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c’è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, “come ci sono giunti gli uomini di potere?”.
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla “fase delle lucciole” alla “fase della scomparsa delle lucciole” senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una “normale” evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura.
Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva a essa cambiamenti radicali nel senso della modernità, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto, senza più limiti (o almeno fino ai limiti consentiti dalla permissività del nuovo potere, peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante).
Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di amministrarselo e soprattutto di manipolarselo. Non si sono accorti che esso era “altro”: incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà. Come sempre (cfr. Gramsci) solo nella lingua si sono avuti dei sintomi. Nella fase di transizione – ossia “durante” la scomparsa delle lucciole – gli uomini di potere democristiani hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino): specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state, organizzate dal ‘69 ad oggi, nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere.
Dico formalmente perché, ripeto, nella realtà, i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient’altro che il luttuoso doppiopetto.
Tuttavia nella storia il “vuoto” non può sussistere: esso può essere predicato solo in astratto e per assurdo. È probabile che in effetti il “vuoto” di cui parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l’intera nazione. Ne è un indice ad esempio l’attesa “morbosa” del colpo di Stato. Quasi che si trattasse soltanto di “sostituire” il gruppo di uomini che ci ha tanto spaventosamente governati per trenta anni, portando l’Italia al disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico.
In realtà la falsa sostituzione di queste “teste di legno” (non meno, anzi più funereamente carnevalesche), attuata attraverso l’artificiale rinforzamento dei vecchi apparati del potere fascista, non servirebbe a niente (e sia chiaro che, in tal caso, la “truppa” sarebbe, già per sua costituzione, nazista). Il potere reale che da una decina di anni le “teste di legno” hanno servito senza accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver già riempito il “vuoto” (vanificando anche la possibile partecipazione al governo del grande paese comunista che è nato nello sfacelo dell’Italia: perché non si tratta di “governare”). Di tale “potere reale” noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali “forme” esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l’hanno preso per una semplice “modernizzazione” di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.
DOMENICA CLASSICA
scritto da: marinaterragniin OSPITI, esperienze
La giornata uggiosa e ancora intrisa d’inverno-il sole dovremmo ottenerlo, com’è tradizione, il primo maggio- è delle più favorevoli per ascoltare musica.
Pensando ieri sera ai brani classici che preferisco, mi sono venuti in mente, al volo e alla rinfusa: un paio di romanze (”Nessun dorma” dalla Turandot, “Oh mio babbino caro” dal Gianni Schicchi: si, lo so, scontate, ma Puccini mi strazia), “La valse” di Ravel, il secondo movimento della Settima sinfonia di Beeethoven, lo Stabat Mater di Pergolesi, la Sarabanda di Haendel, il Trio in E Flat, Op. 100 di Schubert… Poi sono andata a dormire. Qui non cedo alla tentazione di Callas ma vi omaggio di una splendida esecuzione dello Stabat Mater (Ricciarelli e Valentini dirette da Claudio Abbado), un po’ deprimente ma sublime. E resto in attesa di vostri consigli. Buona domenica.
ROBERTA, LA LIBERA
scritto da: marinaterragniin OSPITI, esperienze
E’ morta suicida ieri a Roma Roberta Tatafiore. Era una femminista, e una delle creature più libere che io abbia mai conosciuto. Sul Foglio di stamattina è scritto che “era fatta per la libertà. E’ stata questa, in fondo, la sua unica, vera e convinta militanza”, ed è proprio così. L’ho conosciuta che ero una ragazzina, e lei già una donna, generosissima nel mettere a disposizione quello che della vita aveva capito. E il suo modo di capire e di affrontare la vita mi era parso da subito diverso da quello di quasi tutti.
Il suo è stato un suicidio programmato, a lungo e meticolosamente preparato, a quanto pare all’insaputa di tutti. E’ attesa una sua lettera-memoriale, in cui Roberta verosimilmente dirà di sé e della sua scelta quello che avrà ritenuto essenziale dire. Ma il suo gesto -in un albergo della capitale, non lontano dalla sua casa- si presenta da subito e ancora in una prospettiva di libertà, declinata all’estremo.
Roberta ha lavorato a lungo per Noi donne, ha scritto per Il Manifesto e ultimamente per svariati quotidiani tra cui Il Giornale e Il Foglio, ha diretto Lucciola, mensile del comitato per i diritti civili delle prostitute, e ha lasciato vari saggi, tra cui Sesso al lavoro. Collaborava anche per il sito Donnealtri, e questo sul caso Englaro, intitolato La morte libera tra anarchia e diritto e pubblicato in febbraio -ve ne proponiamo alcuni stralci- è probabilmente l’ultimo tra i suoi interventi.
A corpo freddo (di Eluana) e a mente raggelata (la mia) mi interrogo sulle ragioni dell’esito paradossale del cosiddetto Caso Englaro : il padre di Eluana è riuscito sì a liberare sua figlia da una vita-non vita (e in questo gli va tutta la mia solidarietà), ma a un prezzo molto alto: avremo la legge peggiore che esista al mondo sulle volontà di fine vita, malgrado la grande mobilitazione di tante teste competenti e intelligenti e dei sempre generosi Radicali per far sì che ciò non avvenga. A meno di clamorosi cambiamenti durante l‘iter accelerato della legge, dopo la legge la libertà di donne e uomini farà un passo indietro altrettanto clamoroso. La vittoria del padre di Eluana per sua figlia, sancita dai tribunali, si rovescerà in una sconfitta per tutti – sancita dal parlamento. Una vittoria di Pirro, politicamente parlando.
Anche in altri paesi, quelli ai quali dovremmo somigliare, è aumentata la presa del potere religioso (segnatamente cattolico) che pretende di azzerare il pluralismo etico, insito in qualsiasi società, e di imporre erga omnes una morale confessionale. Ma da noi la Chiesa si incontra con la maggioranza del ceto politico, tanto di governo quanto di opposizione, e riesce a far sì che la sua visione morale venga sussunta nelle leggi emanate da governo e parlamento.
E’ il trionfo della “religione civile”, lanciata dal duo Ratzinger-Pera anni fa che ha inaugurato un nuovo tipo di statalismo: lo statalismo chiesastico. Di conseguenza, nei suddetti altri paesi, il conflitto inevitabile tra i diversi modi di intendere a chi appartiene la propria vita – dalla nascita alla morte – non è così violento e sgangherato come in Italia…
Il fatto è che nelle società in cui viviamo, non ci sono che due modi di morire di propria volontà: ricorrere al suicidio (che, non a caso, in tedesco si chiama Freitod, libera morte) oppure affidarsi alla legge che stabilisce i confini entro i quali uno, alcuni o alcuni altri, possono accelerare la nostra dipartita. La legge ci mette a disposizione il testamento biologico (e chiamiamolo così, per piacere, visto che i parlamentari, tanto di maggioranza quanto di opposizione, hanno cassato la parola testamento perché alluderebbe al fatto che la vita sarebbe “bene disponibile”) in caso diventiamo incoscienti e impossibilitati a decidere, il suicidio assistito e l’eutanasia in caso siamo capaci di decidere.
Ma poiché il morire è cosa spiritualmente e esistenzialmente pregnante, nonché materialmente complicata, se non possiamo o non vogliamo morire di nostra mano, se non possiamo o non vogliamo aspettare che il nostro destino si compia in base alla legge naturale (che di naturale ha ormai ben poco visto che le nuove tecnologie della cura possono prolungare la vita ad libitum) altra scelta non abbiamo che sperare, sperare che pietà umana e perizia medica ci accompagnino nel trapasso in un luogo necessariamente pubblico (una clinica, un ospedale, un hospice) perché regolato da norme pubbliche.
Nella nostra solitudine di morenti saremo comunque creature dolenti e bisognose, aggrappate alla vita e timorose della morte, e – coscienti o non coscienti – delegheremo allo stato la nostra esecuzione. Non è una prospettiva esaltante…
IL CORAGGIO DI FINIRE
scritto da: marinaterragniin DONNE E UOMINI, OSPITI, POLITICA
Per circa un anno, a Roma, un gruppo di signore (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Letizia Paolozzi, Isabella Peretti, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini) si sono viste ogni mercoledì per ragionare sulla crisi della sinistra. Si sono date il tempo per pensarci a fondo, prendendosi la briga di fare questo lavoro per tutte-tutti. Grazie.
Il 19 aprile, alla Casa Internazionale delle Donne, metteranno in comune le loro riflessioni. Ve ne anticipiamo alcuni stralci (il testo integrale lo trovate qui: http://www.donnealtri.it/locale-globale/373-il-coraggio-di-finire-br-riattraversare-la-fine-pu–rivelarsi-un-educazione-sentimentale.html)
Abbiamo cominciato a riunirci prima della caduta del governo Prodi, quando non era ancora del tutto implosa la politica dei partiti della sinistra. Avvertivamo tutte, al di là delle diverse esperienze e del diverso coinvolgimento in quella vicenda, il bisogno di uno scambio su quello che da tempo ci sembrava evidente: una perdita di senso e di funzione della sinistra, all’interno di una più generale crisi della politica. Una perdita forse irrimediabile. Che si manifestava nella ripetizione di tutti i vizi che l’hanno portata allo schianto elettorale, dalle pratiche asfittiche ed autoreferenziali, all’abuso di parole troppo lise per comunicare e convincere . A questa situazione abbiamo guardato con “attenzione amorevole” (…)
Siamo ri-partite da quello che stava accadendo ad alcune di noi: l’ invecchiamento, le malattie, la fine di persone care. Abbiamo tutte esperienza del peso e della sofferenza che può suscitare la fine della vita. E abbiamo bisogno di dare parola a questa esperienza. A cosa accade ai corpi nel morire… anche se la fine non può essere buona, bisogna assumerla comunque. E’ un modo di riconoscere la finitezza, il limite, l’usura del corpo. Restano – non è una consolazione, ma un’eredità – le relazioni. La politica delle donne di questo parla. E’ questo il filo di continuità tra il nostro gruppo e il femminismo. E’ sulla possibilità di mettere le relazioni al centro della politica che vogliamo lavorare, creare incontri e scambi con uomini e donne (…)
Questo ha suscitato in noi un coinvolgimento vivo sulla questione politica della fine della vita. Da mesi presente nelle cronache di giornali e istituzioni sul cosidetto “caso Englaro”. Che abbiamo però sottratto alla complicata e astratta discussione bioetica, su legge o no, su chi decide, su cos’è accanimento terapeutico, cosa terapia, cosa vita, quando si è morti o no, ecc, ecc. La legge ci sembra un modo solo per coprire un vuoto di senso, e, al contempo, esorcizzare la paura della morte (…)
E’ sempre più difficile saper convivere con la morte. E saper quindi compiere quel mutamento esistenziale che ogni fine, a noi vicina, comporta. E sempre meno accettiamo di fare esperienza del lutto, della necessità di prendere congedo. Di attraversare il dolore che ogni cesura, tanto più se inevitabile, comporta. La morte da esperienza individuale si trasforma così in un rimosso della coscienza collettiva. Lavorare su quel rimosso è una parte essenziale della politica, perché è essenziale per la convivenza (…)
Dal bisogno di nominare la fine dei corpi, abbiamo preso consapevolezza del bisogno, altrettanto forte, di nominare la fine nella politica. Il rinvio dal corpo alla politica, dal fine vita alla fine di forme della politica è stato repentino. Ci ha fatto capire perché giravamo a vuoto, senza afferrare il nesso tra la nostra esperienza viva di politica ed il discorso politico e sulla politica. Perché anche noi restavamo incagliate nel “discorso ” pre-costituito che è quello pubblico, dei giornali e delle sedi politiche. Un effluvio di parole che assorda senza riempire il vuoto di senso. Proprio come nel discorso della bioetica, attorno al corpo di Eluana.
La crisi della politica mima le crisi del corpo fisico. Conosce l’alternarsi di bulimia e anoressia: eccesso di parole, di concetti, di invenzioni verbali e disseccamento delle radici sociali, delle pratiche comunicative, degli scambi di senso e di riconoscimento. Cupio dissolvi e vocazione suicidaria nella riproposizione all’infinito dei modi e delle logiche che hanno portato al disastro. Accanimento terapeutico diretto a rinverdire simboli e riferimenti ormai in declino, che hanno dato un giorno forza all’impresa e che si spera possano tornare a essere quello che sono stati. Nel femminismo abbiamo tempestivamente visto e nominato i danni del prometeismo. Di quel peculiare accanimento maschile che li spinge a tenere in vita vegetativa imprese collettive. Le istituzioni, le prassi, i codici di una politica non più viva, non più feconda. Perché non nutre le esperienze, non le cambia, non offre significato.
Gli uomini fanno fatica a prendere le distanze dalle organizzazioni – partiti, gruppi, associazioni- che hanno costruito. Non riescono a separarsene. L’ansia per il declino di un partito si traduce nell’invocare un leader, così come la leadership dovrebbe supplire alla crisi dell’ autorità patriarcale. Nella realtà i gruppi dirigenti maschili, a sinistra soprattutto, non solo non hanno autorità, ma sono un ostacolo per affrontarla: occupano quella funzione, ma non la incarnano. Nell’infinita transizione italiana è tutto un fare e disfare partiti, coalizioni, sistemi elettorali. Un chiudere ed aprire fasi e cicli senza mai fermarsi a prendere atto di ciò che è davvero finito, morto, dentro questo inesausto adoperarsi per dar vita al nuovo. Ed è malamente morto, senza ottenere degna sepoltura, anche a causa di questo accanimento (…)
Si può accettare il vuoto e l’impotenza. Fa soffrire. Ma questo può essere, una condizione attiva, non solo passiva. Patire è radice di passione. Attiva desiderio. Muove dall’impotenza che avvertiamo verso… un bisogno di dare senso a quel patire, prima ancora che verso qualcosa che lo risolve. Ma non bisogna avere fretta di colmare il vuoto, di azzerare la sofferenza con la rimozione. Ignorare la fine ci fa perdere l’opportunità di portare con noi ciò che è importante di questa fine e che probabilmente ci sarebbe utile per ricominciare.
Democrazia è una parola a rischio. Per la sua intrinseca ambivalenza. Come sistema politico ha fatto spazio alle differenze, alla pluralità delle esperienze e dei punti di vista. Come forma del potere politico si è costituita come luogo terzo rispetto alle differenti posizioni, ai partiti, ai conflitti, alle soggettività (…) Anche per i governati, noi singoli e singole, la democrazia è parola ambivalente. A rischio. Per un verso abbiamo potere su noi stessi, è la libertà individuale, garantita come diritti. Per altro verso ognuno deve vedersela da sé, sta per conto suo, ha i fatti suoi. La democrazia insomma, come luogo terzo rende più difficile mettere al centro della politica e della vita le relazioni. Questo produce un ricorso ossessivo alla legge. Ci si appella alla legge per paura delle relazioni, come se la legge potesse colmare il vuoto di legami, l’assenza di una dimensione condivisa nell’ esistenza e nel pensiero.
Vorremmo ripensare la democrazia, non come luogo terzo, non come potere neutro del decisore, ma come convivenza tra differenti, spazio di relazioni e mediazioni, del loro intrecciarsi con l’agire collettivo(…)
Non vi è consapevolezza che anche le istituzioni umane, tutto ciò che è costruito è contingente, finito. La sinistra ha affrontato il suo declino come se fosse, per natura, necessaria, insostituibile. Hanno preso il sopravvento la rimozione e l’ attaccamento. Attaccamento come ripetizione, inconsapevole per lo più, del passato, rappresentazione mitica di ciò che è stato, suo ritorno parodistico, diffuso affidarsi ai meccanismi e ai dispositivi sperimentati. Soprattutto c’è stato un uso del sentimento affettivo diffuso, del senso comune e della tradizione. Rimozione come rito dell’innovazione, ricorso al lifting piuttosto che costruzione di un altro ordine di senso e di esperienza.
Non vediamo modo di ricominciare se non si ha il coraggio di finire. Di nuovo c’è un nesso con la questione del fine vita. Con il modo in cui è stata malamente rappresentata nella vicenda Englaro. In questi anni le donne hanno chiuso diverse esperienze, diversi gruppi, associazioni. Gli uomini invece se chiudono un esperienza, fanno finire un partito o un gruppo e per rifarlo. Magari per moltiplicarlo, dividendosi in due o tre sotto-gruppi. Forse perché il significato della parola “fine” si intreccia troppo con quello di “fallimento”. Forse perché hanno paura di invecchiare – anche noi, ma diversamente da loro – e provano a mantenersi giovani, ripetendo il rito del nuovo inizio. Come nella vita, cambiano partner. Noi vorremo comunicare con loro, su cosa vuol dire avere coraggio di finire. Mantenendo vive, ed allargando, le relazioni che abbiamo.
IL PIU’ GRANDE FEMMINISTA
scritto da: marinaterragniin DONNE E UOMINI, OSPITI
Terminato Il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio di Massimo Lolli, che qui vi avevo segnalato Confermo: eccellente lettura. Vi riporto qui un paio di brani.
“Io sono il più grande femminista nella storia dell’umanità. Sono per l’ascesa al potere delle donne. Nel mio infinitamente piccolo io sono solo contro tutti. Sono niente e combatto i titani. Sono solo contro i politici, le istituzioni nazionali, gli organismi internazionali, gli intellettuali organici che per garantire pari opportunità fra uomini e donne vogliono abolire le differenze tra i sessi. Io sono contro questa aberrazione. Io voglio pari opportunità fra uomini e donne e mantenere le differenze fra i sessi. Io voglio che le donne ascendano al potere, e rimangano differenti dagli uomini”.
“… Ogni donna vuole accanto a sé un uomo speciale. Gli uomini cercano donne qualsiasi, ecco perché cercano qualsiasi donna; Gli uomini sono profondamente democratici, per un uomo le donne sono tutte uguali. Le donne no, le donne non sono democratiche, le donne cercano uomini speciali”.
Io sono sempre molto grata agli uomini quando parlano delle donne senza infingimenti, senza preoccuparsi di blandirle, esponendosi nella loro nuda verità.
UOMINI SULLE DONNE
scritto da: marinaterragniin DONNE E UOMINI, OSPITI
Un lettore, Giulio, mi scrive questa lettera sullo stupro. La pubblico qui.
Cara Marina, Lo stupro è un atto pienamente e sinceramente maschile e il subirlo è pienamente e sinceramente femminile. Non a caso, lo stupro della donna sull’uomo non si dà, ma per motivi che non hanno un piffero a che fare con una presunta (ed inesistente) differenza di livello morale fra maschio e femmina. Nella natura ancestrale dell’uomo, mai comprimibile fino in fondo, c’è l’istinto a oggettualizzare la donna e nel caso della violenza carnale il processo si completa: sei mia come mio oggetto del desiderio e ti faccio ciò che voglio. Ecco, qui sta il nodo della questione. Nella situazione di massima eccitazione sessuale, la donna VUOLE essere oggetto della passione maschile, ma solo se prima questa decisione inconscia è stata negoziata e dunque raggiunta con ogni possibile linguaggio. La conseguenza è che lo stupro è tale solo se condotto contro la volontà della donna e giammai sulla base delle sue caratteristiche pratiche, volontà o nolontà che è esattamente la ratio iuris definitoria del reato, unico in tutto il codice penale, fra l’altro, a poter essere così definito dalla vittima. Nel dibattito pubblico, invece, tutta l’attenzione è concentrata sulla violenza degli uomini (quali?) sulle donne (quali?), con un’ipocrisia tanto spontanea quanto velenosa, perché la sua conseguenza inevitabile è che l’uomo è violento e la donna è una vittima. Ergo tutti gli uomini sono violenti, ergo tutte le donne sono vittime, ergo tutti gli uomini devono sentirsi in colpa. Punto e basta. No. Tutti gli uomini, in maggiore o minore misura, sono violenti se le donne accettano di restare, come è ancora adesso in ogni parte del mondo sviluppato, ESCLUSIVAMENTE enti riceventi lo stimolo del maschio, che neanche tanto segretamente pretendono di tenere a bada sempre però con la necessità di vivere la paura di non riuscirci, atteggiamento ambiguo e masochista che corrisponde all’essenza del femminile. E questo, secondo me, è anche il motivo per cui, Califano, che proprio non è il tipo frustrato e vigliacco da stupro visto che ne ha trombate tantissime a (sua) volontà, viene ricoperto di scandalizzatissimi moralismi d’antan dalla parte più in dell’opinione pubblica dopo aver detto che “le donne, anche le più raffinate, nel momento del sesso amano essere trattate come animali”. Che è un datto di fatto che qualunque uomo eterosessuale può confermare. Qual è la conclusione? Seplice: le donne dovrebbero capire che QUESTO TIPO di condanna della violenza dell’uomo sulla donna è meramente funzionale al conformismo oggi necessario a mostrare a tutti gli spettatori del teatrino che abbiamo l’opinione giusta, ma non scalfisce neppure di un millimetro l’ordine sociale implicito, e cioè che la donna è SEMPRE da proteggere in quanto vittima e a proteggerla ci dev’essere IL forte, vale a dire una forma tanto tanto morbida di maschilismo puro e semplice. Che molte, con non so quanto inconsapevole ipocrisia, accettano o vivono frustratamente in silenzio. Resto in ansiosa attesa di un suo riscontro, però ci pensi: non voglio che mi dia torto o ragione, ma che mi aiuti a capire. Grazie.







