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9.3.2010

RIVOLUZIONE WOMENOMICS

scritto da: marinaterragni
in Senza categoria, WOMENOMICS

Women-In-Business

“L’avesse detto Pompeo Magno…” (storico collettivo femminista romano), osserva un’arguta amica. Ma che + donne = ottimi affari, lo garantisce il fior fiore degli osservatori economico-finanziari internazionali, mica quelle adorabili vecchie ragazze in gonnellone. Il genere non è un più un problema delle donne, ma una questione del business. Detto con le parole ultimative di Lars-Peter Harbing, presidente di Johnson & Johnson Europe, “mettere a fuoco la questione del genere non è un’opzione. E’ questione di vita o di morte”. Delle aziende e del business, s’intende.
Vediamo. Le donne lavorano fuori casa sempre di più. 2009, data storica: negli Usa è il sorpasso, le lavoratrici diventano i lavoratori tout court. La crisi fa più male agli uomini che a loro. Che anzi, lavorando di più, guadagnano di più. Sempre di più: si stima, per esempio, che nel giro di una decina d’anni le signore del Regno Unito deterranno il 60 per cento delle ricchezze personali. Ma guadagnando di più, spendono anche di più, decidendo voluttuosamente e in proprio che cosa comprare. Negli Stati Uniti l’80 per cento delle decisioni d’acquisto -non detersivi, pelati e pannolini, ma automobili, computer, telefonini e assicurazioni- è preso dalle donne. Ma nel Giappone tradizionalista le cose non vanno diversamente. Tant’è che per accattivarsi le consumatrici la forza vendita nipponica di American Express è al 70 per cento femminile. Il malloppo, dunque, è in mano loro.
Riusciranno i nostri eroi –pressoché tutti maschi- alla guida di quasi tutte le aziende del mondo a intercettare questo filone d’oro? Sapranno farsi un’idea di che cosa vuole una donna, supremo busillis del marketing contemporaneo? Che cosa vuole comprare, soprattutto? Se nemmeno Freud si diede una risposta, come sperano di riuscirci tutti quegli uomini al top, caparbiamente convinti di poter continuare a fare conti e strategie tra loro, senza dover sopportare la noia della presenza femminile?
Una ricerca condotta sulle 500 aziende top di Fortune ha scoperto che le aziende “bilingui”, ovvero con una buona mixité ai vertici, offrono performance significativamente superiori, sia a livello di rendimento del capitale netto, sia di rendimento per gli azionisti. Ricerche di McKinsey e di altri osservatori confermano. Le aziende con 3 o più direttori donne segnano un aumento pari al +83 per cento del capitale netto, +73 per cento di utili sulle vendite e +112 per cento di rendimento del capitale investito –mica noccioline- rispetto a quelle con “soffitto di cristallo o, a scelta, pavimento adesivo”.
Goldman Sachs ha astutamente creato un paniere azionario, Women 30, con i titoli di azioni capaci di beneficiare del crescente potere d’acquisto femminile: azioni che hanno realizzato performance superiori agli indici globali. Gestori di fondi come il ginevrino Amazone Euro Fund hanno deciso di investire in aziende con un buon numero di donne al top. E così via, in un irresistibile crescendo.
Al Pompeo Magno non se lo sarebbero neanche sognato. Date piuttosto un’occhiata a “Rivoluzione Womenomics – Perché le donne sono il motore dell’economia”, (edizioni Gruppo 24ore), documentatissimo best seller di Avivah Wittenberg-Cox e Alison Maitland. Minaccioso distico in apertura, ripreso da “The Economist”: “Dimenticate la Cina, l’India e Internet: la crescita economica è trascinata dalle donne”. Una lunga serie di prove schiaccianti e inconfutabili del fatto che la “questione femminile” oggi è una “questione di business”.
Senza le donne, a quanto pare, oggi economicamente non si combina più nulla, e la febbre globale rischia di diventare cronica. Eppure nei board le donne continuano a essere mosche bianche. “Raramente la loro invisibilità nei vertici aziendali è stata così visibile”. Fate sparire quelle imbarazzanti foto ufficiali dei Cda tutti in grisaglia, così poco women friendly. Negli Stati Uniti le direttore esecutive sono il 15 su cento, sotto il 10 per cento in Europa, un misero 2 per cento in Asia. Quanto agli organismi di decisione: 16 per cento di presenza femminile in America, 4 per cento in Europa, il solito 2 per cento in Asia. In Italia ci sono 5 consigliere di amministrazione ogni 100 uomini, e il Cda è monosex in 6 aziende su 10.
Pensate a una seduta-tipo di uno qualunque di questi board. Questione “donne” al penultimo punto, appena prima dei gruppi etnici. La prima cosa da fare, dicono Wittenberg-Cox e Maitland, è proprio questa: smetterla di pensare la maggioranza del genere umano come una fra le tante minoranze.
Fosse facile. Anche noi post-emancipate che per un certo tempo siamo state uomini, possiamo benissimo renderci conto della difficoltà. Immaginiamo come ci si possa sentire: dover rinunciare a uno degli ultimi luoghi femmine-esenti di questa terra. Le donne sono strane. Rompono le scatole. Non separano ermeticamente pubblico e privato. Fanno irrompere dappertutto il fastidio della vita, figli e cose simili. Hanno il ciclo. Ragionano in quel modo astruso. Ma il fatto è che, secondo tutti gli indicatori, questa stranezza fa fare affari. La differenza produce valore.
Si tratta di “attraversare una vera e propria rivoluzione culturale per giungere a convincersi che le donne non costituiscono tanto un problema, quanto una gigantesca opportunità”, incoraggiano Avivah e Alison. Che distribuiscono equamente i manager in tre categorie. I progressisti, sensibili alla questione del genere anche per ragioni private -l’esperienza personale è sempre decisiva-: le crisi isteriche di una moglie in carriera, una figlia con 12 master che non viene mai promossa. Ecco poi i temporeggiatori, convinti che basti un po’ di pazienza e la cosa, nel giro di non più di mezzo secolo, finirà per aggiustarsi da sé: “voce fluttuante”, dicono le autrici. “Bisogna convincerli a confluire nel primo gruppo”. E infine i reticenti, apertamente ostili al lavoro e alle carriere femminili, che magari hanno convinto la moglie a starsene a casa e ora non possono permettersi di fare gli splendidi in ufficio.
Lo scoglio principale è il riconoscimento di una differenza di linguaggio, e la presa d’atto che “la variante femminile è parlata da una maggioranza economicamente molto forte”. Ma allora, in tutta franchezza: sono le donne ad avere bisogno di aiuto, di corsi, di supporto, di counseling, di tutoring, di mentoring, di tutto quel complesso apparato pariopportunitario messo in piedi da molte aziende per adattare le signore alla dura realtà del lavoro in terra straniera, come immigrate di seconda generazione? O non si dovrebbe piuttosto pensare a rieducare gli uomini che “inconsciamente perpetuano lo status quo, continuando a beneficiarne”?
La questione è complicata, perché anche ammesso e non concesso che i board aprano alle donne, non è affatto detto che le donne aprano ai board. In Commissione Finanze della Camera è a buon punto una proposta di legge, prima firmataria Lella Golfo, sul riequilibrio di genere nei cda delle società quotate: almeno un terzo andrebbe al genere meno rappresentato. In Norvegia, come si sa, da un paio d’anni è in vigore una legge che impone quote del 40 per cento. Eppure qui, a quanto pare, le performance delle aziende non sono affatto migliorate. Dovendo ottemperare in fretta e furia alla norma, pena severe sanzioni, le donne sarebbero state imbarcate in modo precipitoso, senza far troppo caso a preparazione e know-how.
Ma non è semplicemente questione di essere capaci. Si tratta anche di volerci andare. Qui pesa un’ambiguità del desiderio. Capita che le più brave –e anche le “più donne”-, una volta sulla soglia dell’agognato inferno facciano un passo indietro. Perché preferiscono fare altro. L’economia avrà anche bisogno di loro, ma loro non hanno tutta questa voglia di caricarsela in spalla per rimetterla in carreggiata. Si sa che una volta là dentro ti toccherà la pena più grande che possa toccare a una donna: ragionare, vivere, fare riunioni, attaccarsi al BlackBerry, correre da un aeroporto all’altro esattamente come gli uomini, però molto più infelici di loro. Non è un caso che ogni giorno 240 donne (il doppio degli uomini) aprano una nuova impresa, come nota Margaret Heffernan, autrice di “How She Does It”, guida all’imprenditoria femminile: “Aziende con una crescita, in termini di fatturato, utili e posti di lavoro, assai più rapida del settore privato nel suo complesso”.
Se in proprio funziona, nelle aziende maschili invece “è così faticoso essere se stesse!”, si lamenta la direttora generale di una grande multinazionale americana. “Bisogna resistere continuamente alla tentazione di cambiare i propri comportamenti”. La pioniera Bell Burnell, astrofisica irlandese scopritrice delle pulsar, all’apice della sua carriera in mezzo agli uomini si domandava: “Sono ancora una donna? O un uomo di serie B? Un transessuale? Una virago? Un’amazzone?”.
“Trainare la crescita economica” sarà anche fantastico, ma qual è il prezzo? E poi: cosa si intende precisamente per “crescita economica”? Ed è proprio indispensabile quel linguaggio alienante “zeppo di messaggi e metafore riferiti alla conquista militare… Incoraggiare le truppe, essere pronti per la battaglia”? Perché non si ragiona per obiettivi anziché in termini di orario? Come si fa a restare l’una che si è, senza essere ridotte in cocci da “conciliare”? Si può stare in quei posti a modo proprio, come donne-donne, e non come trans? Perché diversamente “perderemmo proprio ciò che andiamo a cercare” dice Paul Bulcke, Ceo di Nestlè, evidentemente un “progressista”: “vale a dire un’altra prospettiva, un altro modo di vedere le cose”. Ma questo modo di vedere le cose nelle imprese continua a non avere corso. Il gatto si morde la coda. “Di adattamenti alle esigenze delle imprese le donne ne hanno già fatti fin troppi” spiegano Avivah e Alison. “Ora tocca alle aziende cambiare le regole per adattarsi alle esigenze delle loro dipendenti”. E’ questo che serve al business.
Fosse facile. Buttare all’aria tutto, modelli organizzativi, tempi, business plan, stili di leadership: che, “qualora sia consentito alle donne di essere autentiche, noi sospettiamo siano per molti aspetti molto diversi da quelli dei loro colleghi uomini”. Ma c’è un’altra questione, anch’essa cruciale. Perché gli uomini dovrebbero farsi da parte, e in cambio di cosa? Che cosa guadagnerebbero, dal cambiamento (a parte buoni dividendi)? Che cosa potrebbe incentivarli a fare spazio? E’ davvero così strano che continuino a resistere, uno contro una –e al contrattacco, a quanto pare- non avendo ancora ben capito che cosa fare di se stessi e della propria identità?
Il business detta le sue priorità e i suoi tempi: ma quali sono i nostri, di donne e di uomini? Quanto potrebbe costarci, in termini esistenziali, questa rivoluzione copernicana, e come si fa a pagare meno? Domande difficili e scorrette che nell’economia non hanno campo, e nemmeno nella politica. Ma provare a porsele, per i nostri compagni, per i nostri figli, non è anche questo intensamente femminile?

(pubblicato su Il Foglio il 6 marzo 2008)


14.1.2010

UNA COSINA FINE

scritto da: marinaterragni
in TEMPI MODERNI, economics

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Molto interessante, qualche giorno fa sulla Stampa, un bilancio degli effetti della crisi sull’occupazione a firma dell’economista Luca Ricolfi. Se vi era sfuggito, ve lo ripropongo in sintesi.

La perdita di 400 mila posti in due anni, dice Ricolfi, ha colpito i gruppi sociali più forti: “Per operai e impiegati i nuovi posti di lavoro hanno sostanzialmente eguagliato i posti di lavoro perduti… Per i lavoratori indipendenti, invece, le chiusure di attività hanno largamente superato le aperture, con un saldo negativo di 402 mila unità”. Quindi la crisi non ha colpito le fasce più deboli.

Ma la cosa sorprendente, nota Ricolfi, è questa: gli oltre 400 mila posti di lavoro perduti sono il saldo fra un crollo per gli italiani (quasi 800 mila posti di lavoro in meno) e un sensibile aumento per gli stranieri regolari (quasi 400 mila posti di lavoro in più)”. E  perché la crisi colpisce di più gli italiani? Spiega Ricolfi: “Il nostro sistema economico riesce a creare quasi esclusivamente posti di lavoro poco appetibili, che gli italiani rifiutano e gli stranieri accettano… Non per la ragione che molti immaginano, però, ossia a causa della bassa qualificazione degli stranieri. Il livello di istruzione degli stranieri è analogo a quello degli italiani (10,2 anni di studio contro 10,9). La differenza è che «loro» vivono in un altro tempo, che noi abbiamo dimenticato. Un tempo in cui l’importante era avere un lavoro, non importa quanto adeguato alla nostra immagine di noi stessi, un tempo in cui fare sacrifici era normale, un tempo in cui il benessere non era considerato un diritto”.

Bell’e che smontato l”argomento retorico e xenofobo secondo il quale “gli stranieri ci portano via il lavoro” -ammesso che ci lo usa ci abbia mai creduto davvero-. Quello che “ci portano via” è il lavoro che noi ci rifiutiamo di fare. Ed è su questo che vorrei riflettere con voi: dovremmo sentirci in colpa per le nostre “pretese”? Dovremmo ridimensionarci -downshifting, detto in modo chic- e scalare marcia?

Mi viene in mente la signorina snob di Franca Valeri: “Pronto, mamma? Ho deciso di cercarmi un lavoro. Ma una cosina fine…”.


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24.3.2009

SE FATE PROGRAMMI

scritto da: marinaterragni
in economics

NOSTRADAMUS Quartina VII, 35:

  • La gran borsa sarà in pianto a pensare

  • d’avere scelto persone sbagliate,

  • ben pochi con quelle più vorran stare,

  • crollata sarà per lingue truccate.

Secondo alcuni complesse esegesi, che qui vi risparmio, la crisi economica si protrarrà fino al 2012. Se fate programmi, tenetene conto. E non storcete il naso, per piacere. Lo so da me che ci sarebbe ben altro di cui discutere -per esempio questa brutta storia del papa e dei preservativi-. Ma stamattina vi dovete accontentare. E converrete sul fatto che questa “gran borsa” è sorprendente.


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14.3.2009

PRONTI AD ASTENERVI?

scritto da: marinaterragni
in POLITICA

Può essere che io sbagli, fare di questi conti non è il mio mestiere, ma a meno di sorprese immagino che alle prossime elezioni l’astensionismo di sinistra si farà sentire. E si qualificherà in buona parte come un’astensione amara ma attiva, finalizzata ad accelerare un processo -quello di un ricambio radicale- che continua dolorosamente a segnare il passo.

Si tratta, per quei politici di sinistra che resistono caparbiamente sulle proprie rendite di posizione, di assumersi invece le proprie responsabilità di fronte a una situazione che si configura in questo modo: centrodestra trionfante, disfatta della sinistra, vuoto di opposizione; e nessuna conflittualità sociale di fronte alla più grossa crisi economica che i baby boomers abbiano mai conosciuto. Un silenzio sordo che non promette niente di buono, e che sembra preludere a esiti violenti e a risposte autoritarie.

E’ facile che mi sbagli, ma lo zeitgeist a me pare questo. E chiedo agli elettori di sinistra: sareste pronti ad astenervi?


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12.3.2009

ANCHE I MANAGER PIANGONO

scritto da: marinaterragni
in TEMPI MODERNI

Solo per segnalarvi un libro che sto leggendo, mi sta piacendo molto, e amaramente divertendo: di Massimo Lolli, Il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio, Mondadori. Manager cinquantenne disoccupato -storia di strettissima attualità, avete visto le code degli ex-manager agli uffici collocamento negli States-, gran figo del Nordest, siamo nella zona di Vicenza, che si ritrova improvvisamente sfigato, e si arrabatta tra colloqui di lavoro e storie di sesso, cercando un modo per ricominciare. Non ho idea di come vada a finire, sono a pag.101, e comunque non ve lo direi. Ma la sera vado a letto volentieri, con questo romanzo sul comodino. Un consiglio di tutto cuore…

P.S.: Una notizia drammaticamente in tema, dalla cronaca del Corriere di oggi.

«Licenziati» da un video sul Web. Centocinquanta dipendenti della Metis spa sono diventati «esuberi» dopo aver ascoltato dal computer dell’ufficio un messaggio dell’amministratore delegato pubblicato sulla rete Intranet. L’annuncio, in sintesi, diceva: la crisi è dura, siamo costretti a ridimensionare le forze… Tradotto: il capo vi taglierà con un clic. «Sarà lasciato a casa quasi un quarto dei dipendenti, 150 persone su 550, e sono già in ferie forzate i primi 35-40 dipendenti» denunciano i lavoratori della Metis. Uno choc. Reso ancora più duro dallo strumento scelto dai vertici della spa per comunicare i tagli: non una lettera, non un colloquio, ma un filmino stile YouTube.


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6.3.2009

MERDA IN PIAZZA SCALA

scritto da: marinaterragni
in economics

E voi che che cosa fate? Quei quattro soldi (o quanti ne avete), li lasciate in banca? (della Borsa non parlo nemmeno). Ho sfogliato i giornali, stamattina, e dopo aver visto le prime pagine sull’anno terribilis e sulla stretta creditizia, e i titoli sull’azienda Italia a rischio fallimento, e poi l’opposizione che non c’è, Califano e l’8 marzo, lo stupro nel super di Lambrate, e di conseguenza dopo aver letto il titoletto di Repubblica “Merenda in Piazza Scala” come “Merda in Piazza Scala” -il cervello fa quello che può, l’inconscio fa il suo onesto lavoro, e voi sapete che tra soldi e cacca vi è una certa quale affinità-, sono tornata alla prima pagina e mi sono domandata, per tornare a bomba: che cosa si fa? quei quattro soldi li si lascia in banca? E se no, dove?


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30.1.2009

AGGANCIATI ALLE STELLE

scritto da: marinaterragni
in esperienze

In momenti come questi, nell’attesa di capirci qualcosa, uno riduce, sfronda, sta all’essenziale, rinvia le iniziative, restringe gli orizzonti, si attiene a uno scabro terra-terra. E però, dico io, lo spirito non costa niente e frutta moltissimo.
Chi per lavoro frequenta gli Stati Uniti dice che certo, lì la crisi si sente, eccome. Ma mentre qui annaspiamo nelle sabbie mobili della mediocrità, con l’unica speranza di continuare a galleggiare, magari tirando sotto gli altri, lì si sente che stanno spingendo tutti insieme, e verso l’alto. La verticalità dell’etica protestante, probabilmente. La convinzione che solo con le buone opere ti conquisti la grazia. Un fare ardente e intriso di spirito, che premia il meritevole perché sarà lui a trainare tutti fuori dai guai.
Non vorrei che qui invece la crisi ci radicasse nel triste convincimento che se finora siamo stati fermi –e da quanto!- a questo punto meglio immobili del tutto, acquattati, invisibili, mimetizzati sullo sfondo come quegli animali che prendono il colore della roccia o del muschio. Mentre sarebbe il momento di osare, carichi della propria originalità, finalmente liberi da quel pessimo surrogato dello spirito che è il troppo. Sarebbe il momento di far saltare lo stramaledetto tappo. Di sognare per fare nuova realtà, tenendo l’orizzonte spalancato al possibile, pronti alla muta radicale. E invece: tutti barricati, in difensiva, a raschiare il fondo, abbarbicati alle proprie posizioni, raccomandati e garantiti contro la minaccia del nuovo che spinge per rivelarsi e mettersi al mondo.
Come si fa, a non lasciarsi sommergere dalla mota per riuscire ad ascoltarlo, questo nuovo che arriva? Un po’ di fiducioso silenzio, secondo me. Attrezzare in se stessi un “camerino” in cui potersi ritirare. Yoga, scrittura, lettura. Cucinare, prendersi cura. Non farsi distrarre tropp dalla cronaca politica. La rete, poi, mezzo congeniale allo velocità dello spirito: qui l’exploit deve ancora venire. Respirare. Volere bene agli altri. E poi attardarsi a contemplare certi sogni: come quel cielo africano di qualche notte fa. Fittissimo di stelle, e tutte quante cadenti, neanche una che stesse ferma dov’era. Non una cometa sola, alcuni milioni. Un’esplosione di gioia cosmica, per annunciare chissà che cosa. Tenersi agganciati alle stelle.

(pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 24 gennaio 2009)


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7.12.2008

IN CAMPAGNA

scritto da: marinaterragni
in TEMPI MODERNI

Sono qui, in campagna. Il mare là sotto è piuttosto agitato, ma l’onda delle crisi non sembra ancora arrivata. Forse perché qui, a tutta quella panna che si è catastroficamente smontata, non ci hanno mai creduto più di tanto. La terra è sempre stata solo la terra, il cielo il cielo, la legna legna, la pioggia pioggia. Confortevolmente immutabili. Dopo la neve vengono le gemme, dopo le gemme i fiori, e dopo i fiori i frutti. Garantito. Si tratta di assecondare il processo. Il resto è secondario. L’impressione di “staccare” -noi metropolitani di tanto in tanto “stacchiamo”- stavolta è più netta che in altre occasioni. La sensazione che qui è più facile che vengano buone idee.

Mi sento un po “sfollata”, insomma. Fa bene ogni tanto guardare le cose da altri punti di osservazione.


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6.12.2008

NON RISPARMIARE SUI SOGNI

scritto da: marinaterragni
in TEMPI MODERNI

Si deve lavorare sodo, stare tutti uniti. E non risparmiare sui sogni. Il peggio deve ancora arrivare, dice Barack Obama. Il Censis fotografa un’Italia “impanicata” e abbarbicata all’essenziale, dove ciascuno ha paura per sé. Manca la dimensione collettiva della crisi. E invece il segreto è qui. Uscire dalla cultura del “borgo” e del campanile, aprirci all’altro, anche all’altro più altro, accettare e assecondare il cambiamento.

E io aggiungo, non smettere di sognare. Non cadere nella trappola di un realismo sterile. Moltiplicare le occasioni di sogno, in cui la crosta dura della realtà si crepa e permette allo sguardo di arrivare altrove, tenere aperto ogni spiraglio da cui può passare il bene che può capitare. La realtà non è che un precipitato dei sogni. E’ questo, oggi, il solo realismo che ci serve.

Cercare di capire che cosa ci è indispensabile per non smettere di sognare e stare al cospetto di altro. Che cosa ci serve per tenere acceso il fuoco. E su quello no, non risparmiare. Ditemi la vostra.


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4.12.2008

EX-CONSUMISTI?

scritto da: marinaterragni
in TEMPI MODERNI

Oggi vorrei sapere da voi che cosa provate quando vi sentite dire -da chi produce, dai commercianti, dal governo-: spendete, comprate, consumate! Se credete in questa strategia, e se la praticate (pur nei limiti della busta paga). E che genere di Natale state allestendo? queste feste sono una prova generale, non credete? una premonizione significativa del modo in cui vivremo.

Su che cosa state tagliando, se state tagliando -immagino di sì- e su quali consumi invece tenete duro? La luce? Il riscaldamento? La palestra? La qualità e la quantità del cibo? I viaggi? Le vacanze? L’elettronica? L’abbigliamento? Le spese per la casa? I consumi culturali? Come vi difendete dagli abusi, dai prezzi che restano spesso elevati, dalle richieste folli degli artigiani (idraulico, falegname, elettricista) che continuano caparbiamente a voler vivere in un iperuranio milionario? Che cosa fate dei risparmi, sempre che riusciate a risparmiare? E che cosa state dicendo ai bambini? (non vi hanno mai visti fare tanti conti…)

Vi siete fatti un’idea su che cosa ci aspetta, nel bene e nel male, fuori da questo storico tunnel? Se e come cambieranno i consumi e tutto quello che ci gira intorno, quali saranno i segni indelebili, negativi e positivi, che questa crisi traccerà sulla nostra -occidentale- way of life, e via dicendo. Forza, ditemi tutto, non vedo l’ora di sapere.

P.S. E se avete dei trucchi da suggerire, in cambio tutta la nostra gratitudine! Trucchi, ed energia. Grazie.


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