Polemiche: Chanel e il nazismo
Scritto da Michele Ciavarella in Fashion-zine | PermalinkÈ uscita negli Stati Uniti una nuova biografia di Coco Chanel scritta da tale Hal Vaughan dal titolo A letto con il nemico alla quale tutti i giornali del mondo hanno dato un grande risalto. Ma perché tanto rumore, oggi, per una biografia le cui vantate rivelazioni erano già note da molti anni? Ci assale un dubbio, anzi più di uno: che i giornali siano continuamente a caccia di sensazionalismo da rotocalco; che in un periodo di notizie nefaste su argomenti pesanti (borse a picco, crisi finanziare, fallimenti statali) una notizia nefasta che aggredisca anche la cronaca rosa serva a dire che il nefasto non è una tragedia (tutti colpevoli, nessun colpevole).
Ma andiamo ai fatti di Coco.
Che Coco Chanel si fosse compromessa con il regime nazista non è una notizia: si è sempre detto e saputo. Come lo si è detto, e si sa, di Wallis Simpson, di Herbert von Karajan, di Richard Strauss e di altri ancora. Sebbene intellettuali che, negli anni precedenti alla nascita del nazismo, venivano considerati rivoluzionari e/o simpatizzanti della nascente idea socialista – anche nell’accezione libertina – e fautori dell’onda progressista, una volta affermato il potere di Hitler molti contraddirono le loro stesse vite e le loro dichiarazioni. Chi per puro opportunismo – vedi von Karajan – chi per improvvisa ubriacatura, altri perché altro non erano se non classisti e razzisti mascherati da progressisti e rinnovatori, i peggiori.
Certo, non ci sono scuse per nessuno, tantomeno per Mademoiselle Coco Chanel se è vero, come sembra, che i documenti pubblicati nella biografia A letto con il nemico di Hal Vaughan, dicono la verità. E probabilmente la dicono.
Sarà perché mentre leggo la notizia della nuova biografia dedicata a Mademoiselle passeggio nelle strade eleganti e costeggiate da giardini della Concessione francese di Shanghai, la notizia non mi sconvolge.
Qui, uno dei centri nevralgici degli equilibri internazionali negli Anni 20 del Novecento, è ancora vivo il ricordo delle spie internazionali che arrivavano a compiere i propri misfatti mascherate da qualcos’altro. Wallis Simpson, per esempio, è arrivata come Wallis Spencer (ma era nata a Baltimora come Bessie Wallis Warfield) e la sua professione ufficiale era “accompagnatrice” degli addetti diplomatici e militari, ed è provato che ebbe una relazione con Galeazzo Ciano, inviato a Shanghai da Mussolini.
Negli stessi anni, Gabrielle Chanel partecipava attivamente alla vita culturale parigina, amica e finanziatrice di Igor Stravinskij, Jean Cocteau, Sergei Diagilev (tutti insieme diedero vita alla dirompente opera Oedipus Rex firmata da Stravinskij nel 1927) e del gruppo Le Six, intellettuali che si riunivano nelle stanze del club-ristorante Le boeuf sur le toit per elaborare e sognare la rivoluzione socialista.
Allo stesso tempo, l’ex ragazza orfana diventata Coco Chanel lavorava alla rivoluzione della moda femminile: non più corsetti e crinoline, via libera ai pantaloni e ai tailleur. E qui, le contraddizioni della personalità di Coco affiorano inevitabilmente. Tanto rivoluzionaria, per l’epoca, era l’apparenza, tanto conservatore era il significato della sua moda. Che, in realtà, era lo strumento di una rivoluzione borghese e conservatrice che cambiava tutto per non cambiare nulla. Soprattutto non cambiava nulla della effettiva condizione femminile: la donna, da soggetto/oggetto decorativo vestita con il corsetto al fianco del maschio al comando, passava a soggetto/oggetto con un décor meno strutturato e, vestita con abiti di jersey, rimaneva al fianco dello stesso maschio (per quegli abiti del 1926, Coco fu accusata di voler vestire le Grandes Dames, francesi e non, come delle segretarie).
Chanel non fu mai una versione anticipata di Yves Saint Laurent, di cui lei tardivamente riconobbe il genio. Saint Laurent, in realtà, fu il primo creatore di moda a cambiare sia la percezione della femminilità sia il senso di autodeterminazione della donna stessa. Quello di Chanel, invece, fu un rinnovamento assolutamente formale, per quanto sostanziale nella percezione estetica della moda.
Non meraviglia che durante il nazismo e prima della seconda guerra mondiale Chanel si fosse legata ai tedeschi, né meraviglia che ne uscì indenne e che, nel dopoguerra, continuò a essere osannata come liberatrice del corpo femminile. Nella storia della sua vita, le forme di opportunismo non si contano. E non perché fosse priva di senso morale, ma perché aveva una sua propria, personalissima etica: emergere e riscattarsi da un passato che aveva tanto odiato quanto nascosto, sepolto sotto cumuli di bugie e di false verità.
Nella nuova biografia, Hal Vaughan scrive che “Coco Chanel era fieramente antisemita già prima dell’avvento al potere di Adolf Hitler in Germania. Odiava ebrei, sindacati, socialismo, comunismo e massoneria”, e probabilmente è vero, perché chiuse il suo atelier nel 1939 a causa di uno sciopero delle sue lavoranti. Si sapeva, già prima che arrivasse Vaughan, che in quegli anni Coco intraprese una relazione con un membro del controspionaggio nazista, Hans Günter von Dincklage, detto Spatz, e che poi ebbe una relazione con un giovane capo delle SS, Walter Shellemberg. Si sapeva già, anche, che fu denunciata dalla sua amica Vera Lombardi, che nel 1945 venne arrestata dai francesi, che venne liberata e che fuggì in Svizzera (per raggiungere il suo ex amante Spatz) da dove nel 1953 partì per New York. Ritornò a Parigi l’anno dopo e riaprì il suo atelier per contrastare il successo di Christian Dior, autore del New Look nel 1947 e da allora re incontrastato della moda. Chanel odiava sia Dior sia il suo New Look e, a 71 anni, si mise a difendere come una tigre il suo senso sorpassato della moda.
Non potendo, però, negare a se stessa la propria decadenza, solo poco prima di morire nel 1971 dichiarò la propria ammirazione per Saint Laurent, nominandolo suo erede. Titolo che il “piccolo principe dagli occhi pervinca”, osannato come “salvatore della moda francese” già nel 1958 dopo la morte del suo maestro Dior, né aveva richiesto né aveva bisogno.
Alla luce della sua storia, quindi, è più che plausibile e anche accertato che Coco Chanel abbia intrattenuto rapporti attivi con il nazismo. Alcuni degli amici di Coco furono costretti alla fuga negli Stati Uniti, altri persero le cattedre nelle università, altri ancora sopportarono i campi di concentramento. Lei restò e, con molta probabilità, vide nel nazismo l’occasione per una nuova revanche della sua vita, mentre a Londra Wallis Simpson, nel frattempo diventata amante e confidente del barone Joachim von Ribbentrop, ministro degli Esteri della Germania nazista, regnava indisturbata sulla mente del re Edoardo VIII, costretto poi ad abdicare al trono per sposarla (in realtà, lo costrinsero perché il suo piano per cedere la Gran Bretagna ai nazisti fu scoperto dagli inglesi, il matrimonio fu una copertura plausibile).
Restò a collaborare con i nazisti, per esempio, anche von Karajan, a cui nessuno impedì di essere uno dei più grandi direttori d’orchestra del suo tempo e dei tempi che sono seguiti, così come Coco Chanel viene ricordata come quella che ha liberato la moda femminile. A torto o a ragione e, soprattutto, nonostante il coinvolgimento con uno dei mostri più crudeli prodotti dalla cultura del Novecento.











































coco chanel e stata brava comunque ed in ogni caso!per salvarsi la vita e l^affare voi cosa avreste fatto nel suo caso?http://greatstylesonthestreets.blogspot.com/
Cara Marilena, che Chanel fosse stata brava non lo mette in dubbio nessuno. Altrettanto fuori dubbio che non fosse necessario diventare una spia nazista (o quantomeno una collaborazionista) per salavate i propria vita (mai messa in pericolo o minacciata) e i propri affari (i suoi potevano rimanere floridi anche durantenla guerra, o quantomeno resistere meglio degli altri, visti i fondi che possedeva).
E poi, Marilena, è proprio necessario fare il patto con il diavolo per salvarsi la vita e, soprattutto, gli affari?
Mi sembra che la tua considerazione non tenga in minimo conto la dignità umana.
Coco Chanel era un’ipocrita rabbiosa, ma la cosa peggiore è la assoluta mancanza di un processo a suo carico.Perchè non le è stato chiesto conto delle sue frequentazioni?Forse perchè avrebbe semplicemente risposto:”Ma io non sapevo niente, mi occupavo di moda….” Ed ai suoi accusatori sarebbe andato bene, tanto, le atrocità del nazismo non erano mica capitate a loro….