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13.9.2012

Piove, governo ladro

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Continuo a credere nel valore delle notizie verificate. E sottolineo verificate. Spesso infatti, sulla carta stampata e sul web, leggo affermazioni-titoli-dichiarazioni, il cui scopo immediato -mi sembra- è quello di étonner il lettore: sorprenderlo, scandalizzarlo, impressionarlo. Anche se la notizia è stravolta, o addirittura falsificata. Per esempio. Sono un molto altalenante frequentatore del sito Dagospia, ma talvolta ne scorro i titoli. Ieri,12 settembre, per esempio mi è bastato il titolone di apertura che quasi letteralmente diceva: i giornali vicini alla Fiat, La Stampa e Corriere della Sera, si guardano bene dal chiedersi perchè Marchionne (scritto Marpionne) si prepara a investire miliardi (di dollari? di euro? di yen? Dagospia non precisa) a Detroit.

Capisco il “diverso parere”, ma la disinformazione no. Dagospia (per carità, non isolata, anzi) si vede che consulta poco le fonti -italiane e straniere- perchè altrimenti avrebbe già la risposta in tasca.  Cito  Automotive News, autorevole sito americano ed europeo, anche se la notizia è riportata dalla stampa americana, europea e italiana (non solo Stampa e Corsera, per intenderci). Marchionne ha annunciato un programma di investimenti negli Usa nei prossimi due anni per un motivo molto semplice: Fiat-Chrysler negli Usa da gennaio ad agosto  ha venduto 1,1 milioni di veicoli, con un + 24% sullo stesso periodo del 2011 (superando i dati di GM e Ford) . La Rai (“Presa diretta“) come Dagospia ha ignorato questi dati, e  sorvolato  sui dati UNRAE che registrano, per il gruppo Fiat in Italia da gennaio ad agosto 2012, un calo del 20,20%. Praticamente una debacle.

La domanda “ma perchè Marpionne non investe in Italia?” ha una risposta elementare: i danè il gruppo Fiat-Chrysler li fa negli Usa, in Brasile, in Asia. In Italia perde, e di brutto ( non da sola peraltro). Ha investito centinaia di milioni di euro per  rifare (letteralmente) la vecchia Alfasud di Pomigliano, trasferendo la produzione della Panda dalla Polonia (dove i costi sono molto inferiori, soprattutto il costo del lavoro) a Pomigliano.  Marchionne ha investito in Italia, ma per ora il risultato è il ricorso alla cassa integrazione anche nella nuova Pomigliano: perchè il mercato non tira.

Per carità, ciascuno è libero di esprimere la propria opinione su Marchionne, la Fiat e quant’altro. Ma, per cortesia, non a prescindere dai fatti. Un esempio analogo di questi giorni è la vicenda dell’Alcoa, nel Sulcis. Anche in questo caso la memoria corta (eufemismo) gioca brutti scherzi. Stiamo ai fatti: la data di chiusura della fabbrica di alluminio (di proprietà svizzera, ma con sostegno pubblico italiano per contribuire largamente alla bolletta elettrica) era nota da anni. Ma tutti, a cominciare da operai e sindacati, erano abituati a pensare che, alla fine, interveniva il “pubblico” per risolvere i problemi. Cioè la Regione Sardegna. Che non ha più un soldo in cassa. Discorso analogo vale per le miniere di carbone del Sulcis, riaperte nel 1985 dall’Eni (pezzo forte dell’allora galassia delle Partecipazioni Statali) investendo 712 miliardi di lire. Praticamente inutili, e nel 1993 l’Eni abbandona la partita. Interviene lo Stato, prima con 420 miliardi poi, con la Regione (che ha acquisito le miniere nel 1996 al costo di 600 milioni dieuro), costringendo l’Enel a comprare elettricità da CarboSulcis a un prezzo clamoroso: pari al 222% di quello di mercato (costo riversato sulle bollette di tutti). Oggi siamo a verificare che l’unico fatto certo sono i miliardi dei contribuenti  buttati via.

Bene, questo è il quadro, e resto sbalordito quando l’altro ieri sento la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, proclamare ai microfoni Rai che ci vuole “l’intervento pubblico” (senza mai pronunciare la parola “Confindustria” : non è anche questa  nel pianeta Terra e nel Paese Italia?). Ultima annotazione: a proposito dei giornali filo Monti, ecco il titolo di un articolo sulla vicenda sarda “Basta gettare miliardi in quel buco nero delle miniere del Sucis”. La Repubblica, Affari e Finanza, 10 settembre, pagine 1 e 10.


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