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24.7.2013

Corsa all’oro: la riscoperta del Klondike

Scritto da in ON THE ROAD 2013 | Permalink

La “corsa all’oro” nell’America settentrionale è una memoria dell’Ottocento. Ma è una epopea che porta fino ai nostri giorni ricordi divertenti e terribili, mescola avventura, letteratura, storia e persino Paperon de’ Paperoni. Già, fu Carl Barks, inventore del mitico papero, a raccontare la pepita d’oro “uovo d’anatra” che lo indusse, da quel momento, a rinunciare alla sua fiamma, Doretta Doremi, per dedicarsi all’accumulo di monete d’oro. Ma è stato Jack London, con due capolavori come Il richiamo della foresta e Zanna Bianca (oltre a una straordinaria quantità di racconti brevi) a scolpire nella letteratura quella epopea della storia americana. Ma questa epopea non è solo nella letteratura: Charlie Chaplin, con il suo film The Gold Rush (la corsa all’oro), nel 1925 -quasi un secolo fa- raccontò, nella sua chiave comica e satirica, una saga che coinvolse  -prima a metà Ottocento e poi a fine secolo- centinaia di migliaia di persone per cercare l’oro.

In questo On the Road 2 cerco di ripercorrere gli itinerari che portarono carovane verso la California (nel 1848-1850), e poi soprattutto verso l’Alaska (a fine secolo), masse di persone in cerca di fortuna: onesti, disonesti, desperados, criminali, affaristi e quant’altro. Arrivavano  da tutti di Stati dell’Unione, e addirittura dall’Europa (italiani compresi), dal Cile, dalla Turchia, perfino dall’Australia e dalla Cina.

Da San Francisco al Klondike si tratta di percorrere migliaia di km (oltre cinquemila), risalendo l’Oregon, la British Columbia e lo Yukon canadesi, per poi arrivare al confine con l’Alaska, a Dawson City. Percorso affascinante e ricco di suggestioni, ma anche un ottimo test per mettere alla prova la nuovissima Maserati Quattroporte, che certo potrebbe correre in pista ma vediamo come se la cava su strade asfaltate e non asfaltate. Certo, una vettura alla quale si addice il superlativo (per potenza, qualità degli interni, dotazioni) ma in questa occasione apprezzabile anche per il bagagliaio adeguato al trasporto di bagagli, attrezzature fotografiche, libri, carte geografiche e quant’altro.

L’itinerario del viaggio verso il Klondike segue quello che era uno dei percorsi più battuti allora: l’ Oregon Trail (sul quale convergeva  anche chi veniva dal Bozeman Trail e dal Mormon Trail). E ovviamente quello che cerco di raccontare risente del pendolo continuo tra quanto accadde più di un secolo fa e quello che si vede oggi.  Così si percorre la Highway 101 (che collega gli Stati americani affacciati sull’Oceano Pacifico) che dalla Frisco Bay ci porta sulle tracce di quell’Oregon Trail dei cercatori d’oro. Oregon, uno Stato poco conosciuto dal turismo internazionale ed europeo (a conferma di quello che ricordava Patricia Robinson, l’assistente di Malcolm X: “Tra New York e San Francisco c’è l’America”). Oregon dunque. Verdissimo, prevalentemente montano, con sorprese autentiche. Per esempio  la Mendocino County, dove la strada passa attraverso una straordinaria foresta di alberi giganteschi, con abitazioni ricavate tra le radici e all’interno di tronchi che neppure in sei persone si riesce ad abbracciarli).

                 

Ma soprattutto  la Willamette Valley, dove la vite e…il vino sono diventati IL business. Ma a partire, oltre che dalla passione, dalla autentica qualità del prodotto. Niente a che vedere con le “americanate” che a volte troviamo in questo poliedrico pianeta Usa. Se un signore come Joseph Drouhin -il guru francese del Pinot Noir della Borgogna- anni fa ha deciso di acquistare qui, nella Willamette Valley, una grande tenuta per produrre il Pinot Noir, ci dev’essere un motivo più che valido. I vigneti di Archery Summit Estate (ma anche quelli di Domaine Serene, proprio accanto, una cantina creata nel 1989 da Ken e Grace Evenstad) sono uno spettacolo naturale  alla vista, e il Pinot Noir altrettanto al palato. In quest’area (alla stessa latitudine della Borgogna francese) è il vino la pepita d’oro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma, a fine Ottocento, l’Oregon Trail dei cercatori era un percorso in larga parte montuoso che attraversava il territorio dei nativi americani dell’ area (Umpqua, Walla Walla, Cayuse e altre tribù). Questi sono stati le prime e più importanti vittime della “corsa all’oro”:  spesso ridotti in schiavitù per lavorare nelle miniere. Ma anche chicanos e cinesi (allora chiamavano l’America “Gum Sam”, montagna d’0r0) spesso non ebbero miglior sorte, mentre le donne latinoamericane erano le preferite per costringerle a “lavorare” nell’altro effetto della “corsa all’oro”: bordelli, saloon e case da gioco.

Poche miglia più  a nord la città più importante dell’Oregon è Portland, mezzo milione di abitanti  che quintuplicano se si considera l’area complessiva. Ci sono splendidi quartieri di case eleganti in legno, con giardini spettacolari e pochissimo traffico. Alta qualità anche nella ristorazione, e una menzione speciale va alla pluripremiata internazionalmente Cathy, che anni fa ha aperto “Nostrana”, con una sorprendente e innovativa”rivisitazione” della cucina italiana, fondata soprattutto sulla qualità delle materie prime. Curiosa la panoramica della clientela: dai giovani che mangiano pizza ai signori in giacca e cravatta, e anche noi di On the Road (il sottoscritto,  e il fotografi/videoperatori Renato Zacchia e Gianni Pipoli) in bermuda o jeans pesanti e giacconi (perchè preparati per salire verso l’Alaska), in una atmosfera insolita e gradevole nella sua semplicità coniugata alla raffinatezza, oltre a una carta dei vini (e delle birre) da sogno.

La tappa successiva a Portland è Seattle, internazionalmente già famosa per essere la sede del centro direzionale e degli impianti produttivi dell’industria aeronautica Boeing, ma la sua fama è aumentata parecchio, ma proprio parecchio, grazie a Bill Gates e alla Microsoft (ma a Portland ci sono anche Amazon e Starbucks), anche se sarebbe ingiusto dimenticare che qui, sulle rive del Pacifico, hanno cominciato a suonare e diventare famosi Jimi Hendrix, Kurt Cobain e i Nirvana. Mentre non si capisce perchè una ragazzina come Amanda Knox abbia lasciato Seattle per andare a cacciarsi nei guai a Perugia.

              

Da Seattle si entra in Canada, passando per Vancouver, altra splendida città come queste della costa occidentale americana: sia per la qualità dell’architettura (un mix di edifici ottocenteschi perfettamente conservati e di autentiche sculture rappresentate da grattacieli dal design insolito) sia perchè è probabilmente, in questo trip, l’ultima big city. Inizia il viaggio quasi in solitaria, perchè le strade da percorrere non sono molto frequentate e soprattutto non hanno molto a che spartire con le highways…. Per arrivare a Stagway (l’inizio della Klondike road) bisogna aggirare le montagne della British Columbia canadese con pochissime strade sterrate, difficili anche per Jepp a trazione integrale.

              

Finora la Maserati, che ha dovuto adattarsi alle velocità indicate dalla legge (praticamente non si superano mai i 90-100 all’ora…), ha di certo sofferto meno di chi guida. Ora comincia il difficile, anche perchè non si parla più di highways ma di contorte strade più o neo asfaltate. E andremo a vedere anche cosa ha combinato il coleottero-killer (chiamato scarabeo del pino) nelle foreste (avviate a diventare ex-foreste) della British Columbia.


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