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Testata
18.4.2014

“I giardini dei dissidenti” di Jonathan Lethem

Scritto da in Colpo al cuore

I romanzi del cinquantenne newyorkese Jonathan Lethem (lui pronuncia Lidém, da dire in modo molto rapido) sono come certi palazzi storici, costruiti in epoche successive. C’è un portone principale. Ci sono le stanze di vita quotidiana. E poi, dietro un labirinto di porte secondarie dove entrare e uscire, finestre e ambienti di secoli diversi, avventurandosi nei quali sembra inutile seguire un filo logico. Eppure non ci si perde mai. Il mal di mare che si prova, mentre gli stessi personaggi sono raccontati in vari momenti della loro vita (e con differenti comprimari), passa quasi subito. E mentre il ritmo dei capitoli incalza, non ci si perde. I giardini dei dissidenti è un esempio perfetto di questo grande talento a costruire complessità. Le star sono Rose (fiera comunista che spaventa il suo quartiere nel Queens con la solidità delle certezze) e la figlia Miriam (libertaria convinta, impegnata soprattutto a liberarsi dell’influenza materna). Ma quello che conta è il tempo che passa dagli Anni 30 del secolo scorso fino al fenomeno Occupy Wall Street. Come ne La Fortezza della solitudine (il Saggiatore) – per me è il capolavoro di Lethem – la trama diventa una saga epica dove protagonista è New York e la sua capacità di accogliere differenze: “New York si dispiegava davanti a loro, come un banchetto  cui avevano timore di saziarsi”. In questo romanzo compaiono attivisti, eccentrici, sognatori e pazzi, uniti da tante (spesso contradditorie) parole chiave. Una folla variopinta che insegue ideali e sino all’ultima parola non smette di sorprendere e sedurre con grande ironia.

Jonathan Lethem, I giardini dei dissidenti, traduzione di Andrea Silvestri, Bompiani, pp. 538, € 19,50


16.4.2014

“La montagna dei polpettini” di Marco Giusti

Scritto da in Occhio ai particolari

Questa è una segnalazione partigiana: conosco Marco Giusti da anni e anni, nei quali ho seguito i suoi sogni diventare programmi tv (da Blob a Fuori Orario da Cocktail d’amore a Stracult), libri (dalla biografia di Mel Brooks a quella di Moana), rassegne cinematografiche (Italian kings of B’s alla Mostra di Venezia del 2004 ) o mostre (Carosello a Milano nel 1996). E, anche limitando le citazioni all’essenziale, è evidente l’approccio poliedrico e non banale di un uomo che, forse anche per il lungo periodo trascorso in gioventù a Genova dove De Andrè era nell’aria, sa come raccontare che “dal letame nascono i fior”. Giusti da sempre rende universali in senso kantiano idee, seduzioni e suggestioni del mondo pop. Con ironia e cattiveria (nel senso più nobile del termine). E anche tenerezza, la stessa trovata in questo romanzo che me lo fa sentire ancora più vicino. La montagna dei polpettini è il racconto dal tono fiabesco di una vacanza fatta nei primi anni Sessanta dal bimbo Marco a Seggiano (paese maremmano aggrappato alle propaggini del Monte Amiata). A pochi chilometri di Grosseto, dove Giusti è nato, il mondo è diverso: più magico e più spaventoso. In quella casa di campagna, dove abita la nonna a cui è affidato, il piccolo Marco ha paura a scendere la scala di notte. Nel buio lo salvano il topino Ughetto (vedi copertina qui sotto) e i suoi racconti, i due ciuchini di casa che chiacchierano tra loro e le fate la cui casa è minacciata dai terribili Polpettini che nessuno ha mai visto (anche se lo zio dice che puzzano di carne andata a male), ma sono pronti a rapire pur di avere come riscatto i preziosi tappi che il piccolo colleziona. Un’Italia eterna dove il tempo che avanza è segnato da Carosello, i fumetti di Pecos Bill, i primi soft drink e una modernità che entra in punta di piedi dentro a un mondo in bilico tra passato e futuro. Scrivevo che questo romanzo mi fa sentire l’autore ancora più vicino perché anche io, cresciuto a Genova, sono in parte maremmano e in ambienti simili ho passato diverse vacanze da bambino. Leggendo queste pagine ho ritrovato accenti, odori e un groviglio di sensazioni che devo ancora districare. Ma che mi fanno stare bene. Non c’è nostalgia, la fiaba per essere tale e non troppo stucchevole ha sempre bisogno di qualche sfumatura gotica, ma la capacità di rendere universali elementi pop ancora più antichi.

Marco Giusti, La montagna dei polpettini, Salani, pp. 196, euro 12.90


14.4.2014

“Sartoria Los Milagros” di María Cecilia Barbetta

Scritto da in In breve

A dispetto dell’ambientazione (Buenos Aires) e del titolo ispanico, questo romanzo arriva da Berlino, dove la quarantaduenne argentina María Cecilia Barbetta vive. La storia è piena di calore latino. Ma anche di precisione teutonica. Ruota intorno alla sartoria in cui lavora Mariana, che sogna il ritorno dell’uomo amato che è misteriosamente scomparso. E, in effetti, potrebbe anche accadere in una vicenda che ha il passo delle telenovelas senza dimenticare la seduzione sprigionata a suo tempo dai romanzi del realismo magico (effetti speciali di scrittura resi con talento da Fabio Cremonesi).

María Cecilia Barbetta, Sartoria Los Milagros, traduzione di Fabio Cremonesi, Keller, pp. 352, € 16,90


11.4.2014

“Ovunque, proteggici” di Elisa Ruotolo

Scritto da in In breve

I segreti di famiglia (specie di quella italiana), custoditi con pudore quando non con ipocrisia, sono diventati un genere letterario autonomo. La trentanovenne Elisa Ruotolo, che nel 2010 aveva esordito con la raccolta di racconti Ho rubato la pioggia (nottetempo), in questo nuovo romanzo li fa scavare a Lorenzo, cinquantenne unico superstite di un nucleo che per un secolo si è distinto sopratutto per le vergogne che ha seminato. E siccome il disvelamento delle oscurità in letteratura funziona sempre alla perfezione, questo pagine si leggono tutte di un fiato.

Elisa Ruotolo, Ovunque, proteggici, nottetempo, pp. 318, € 15

 


9.4.2014

“Fratello Kemal” di Jakob Arjouni

Scritto da in In breve

Jakob Arjouni di vero cognome faceva Bothe, era alto, biondo e con gli occhi azzurri: quanto di più tedesco si possa immaginare. Ma scelse di farsi passare per turco inventando Kemal Kayankaya, irresistibile detective privato (un po’ sgangherato) a Francoforte. Un personaggio perfetto per ironizzare sul razzismo dei suoi concittadini: è protagonista anche di un film Happy Birthday, turco! (dal primo romanzo della serie).Negli Anni Novanta quando marcos y marcos lo tradusse in Italia, Jakob veniva volentieri a presentare i suoi libri era simpartico e mai banale. Purtroppo lo devo raccontare all’imperfetto perché è morto, non ancora cinquantenne, poco più di un anno fa, lasciando tante belle storie: come questa nella quale Kayankaya indaga sulla sparizione di una ragazza. E lotta, come sempre, contro i luoghi comuni. Non perdetelo.

Jakob Arjouni, Fratello Kemal, traduzione di Gina Maneri, Marcos y Marcos, pp. 256, € 17


7.4.2014

“Yoshe Kalb” di I. J. Singer

Scritto da in Graditi ritorni

Non è facile fare lo scrittore se tuo fratello è Nobel per la letteratura: devi essere molto motivato. E, per nostra fortuna, Israel Joshua Singer lo era (e, comunque, scriveva anche la sorella maggiore Esther Kreitman). Così, dopo che lo scorso anno, Adelphi lo ha rilanciato riproponendo La famiglia Karnowski (imperdibile), ecco che arriva ora Yoshe Kalb. L’omonimo protagonista (nella prima versione italiana era accompagnato nel titolo da “e le tentazioni”) è al centro di una passione proibita. Timido quindicenne in Galizia (zona tra Polonia e Ucraina), è costretto a sposare la pia (e brutta) figliola di un potente rabbino. Poi però scopre la giovanissima (quarta) moglie del suocero. E, quindi, scompare. Dopo tre lustri torna. O meglio, torna un uomo che dice di essere lui. Il resto scopritelo. Vale la pena.

I. J. Singer, Yoshe Kalb, traduzione di Bruno Fonzi, Adelphi, pp. 281, € 18


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4.4.2014

“Non chiedermi come sei nata” di Annarita Briganti

Scritto da in Occhio ai particolari

L’aspetto che più mi ha colpito di questo libro, la trama ve la racconto dopo, sono le tante citazioni (implicite e in qualche caso nascoste): si comincia presto, a pagina 12 omaggiando Cesare Pavese e il suo celebre passo d’addio “Non fate troppi pettegolezzi” scritto poco prima di suicidarsi. Ma ci sono anche Tiziano Terzani, Emanuele (gli engagé dicono Immanuel) Kant, Catherine Dunne (sovapponibile al cantante Nek) e tanti altri. Penso che Annarita Briganti, giornalista culturale, si sia divertita a cucirle dentro l’ordito della sua storia in cui a parlare in prima persona è una (quasi) quarantenne giornalista culturale: “L’unica protagonista di un romanzo fucsia”. Non mi interrogo sull’autobiografismo, non mi interessa. Gioia Lieve, così si chiama la voce narrante, è un po’ prima della classe e un po’ Cenerentola, si è trasferita da Roma a Milano causa fidanzato, ma in case separate. Vive un’esistenza precaria negli affetti (pessimo il fidanzato di cui prima e discutibili gli amanti: errare humanum est, perservare…) e nel lavoro (collabora comunque con un grande quotidiano e forse, nelle ultime pagine, conquista un contrattino). Il filo della narrazione, che corre per un’anno, parte da un figlio perso a inizio gennaio e arriva al tentativo di inseminazione il 24 dicembre (in Spagna perché l’Italia in materia è un Paese incivile per legge come viene ricordato sovente in queste pagine).  In mezzo c’è tutto il travaglio per corpo e anima su esami, cure e dolori del caso (incrementato dalla solidarietà maschile che tende a rarefarsi). Scorrono incontri, delusioni, momenti forti, scene di sesso e seduzione, mondanità editoriale (illuminante, leggendo mi è stato chiaro perché da anni mi tengo lontano da cene, fiere e festival di cui Gioia si sente un po’ la reginetta). Un flusso, quasi un fiume in piena, messo a fuoco con linguaggio semplice, esplicito e visivo (a tratti sembra una serie tv): non c’è una parola di troppo o un arzigogolo. Il libro corre insieme ai tormenti della protagonista. “La precarietà non concede distrazioni”, ammette quando si rende conto di dover fare i conti, come capita (non solo nei romanzi) alle sue coetanee, con gli uomini un genere attualmente molto più fragile di quanto non fosse programmato a diventarlo.

Annarita Briganti, Non chiedermi come sei nata, Cairo, pp. 200, 13 euro


2.4.2014

“Athos” di Alberto Ongaro

Scritto da in Personaggi

Per me quei quattro (con i quali ho passato ore e ore di lettura concentratissima sin da quando ho potuto capire il significato delle parole) sono come i Beatles. D’Artagnan è il più figo, il più sexy: un po’ Paul McCartney. Aramis, algido ed elegante, perfetto George Harrison. Porthos, il meno sofisticato, come Ringo Starr. Ma la testa pensante, quello che fa marciare tutti è Athos ovvero John Lennon. È afflitto dalla malinconia dell’uomo di genio, duro anche con se stesso e paga in prima persona per gli errori che commette. Per cui mi ha subito emozionato quando il mio amico Luca ha fortemente suggerito di divorare il libro che gli dedica un grande scrittore come Alberto Ongaro (sono cresciuto leggendo i suoi articoli sull’Europeo, le storie che pensava per Hugo Pratt e poi con i suoi romanzi, il mio preferito degli ultimi anni è La taverna del doge Loredan).

Perdonate l’inciso. Ho un debole per i personaggi immaginari che non smettono di vivere con me anche anni dopo che li ho incontrati. Nel 1998 mi sono innamorato di La vera storia del pirata Long John Silver (Iperborea) in cui Björn Larrson racconta la vita del terribile pirata (quello con una gamba sola di L’isola del tesoro). E così è mi è successo con Athos.

Questo romanzo non è un’evoluzione delle storie di Alexandre Dumas (plulare d’obbligo i moschettieri sono protagonisti non solo di quella che prende il titolo da loro ma anche di Vent’anni dopo del grande francese) ma un vero tuffo nella vita del conte de la Fére (Athos all’anagrafe). Lo troviamo a un passo dalla morte, nel palazzo che domina il suo feudo, quando, assistito dal figlio Raoul e altri, riannoda in chiaroscuro i fili della sua vita. Scorrono gli amici del “tutti per uno, uno per tutti”, la moglie ripudiata che diventa Milady (poi spia del cardinale Richelieu) da lui giustiziata, e una missione segreta in a Venezia (omaggio di Ongaro alla sua città) dove per conto del papa deve uccidere Galileo Galilei. Ma anche molto tante, altre sorprese (altrimenti che romanzo di Ongaro sarebbe?). Niente è banale e scontato (nella scrittura ma anche nella trama), soprattutto non il finale (la copertina qui sotto svela troppo). Con un invito finale che recita: à suivre (come nei romanzi di Dumas). Non vedo l’ora che arrivi il seguito.

Alberto Ongaro, Athos, Piemme, pp. 238, 16.50 euro

 


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31.3.2014

“I buoni” di Luca Rastello

Scritto da in Buono il titolo

Un titolo secco, quasi apodditico, che non ammette repliche. E, in apparenza, non contempla sfumature. Invece, per fortuna, questo romanzo di Luca Rastello nè è pieno: è un sapiente gioco chiaroscurale, a tratti intenso e lirico, a tratti affettuoso, molto spesso ironico seguendo un sottile filo di humour che resta in controluce nelle pagine. Comincia nella tenebra, quella delle fogne dove vive in un Paese dell’Est europeo (dopo la fine del mondo sovietico) Azalea detta Aza (nel corso della narrazione c’è anche chi preferirà chiamarla Lea). Da laggiù riesce a fuggire per arrivare in una città italiana (dai riferimenti per il disfacimento industriale e la sbornia olimpica si riconosce una Torino dilatata con la fantasia). Tramite due giovani uomini conosciuti dalle sue parti arriva da Silvano, anzi don Silvano, sacerdote che guida una onlus che si ripromette di combattere le mafie. Un vero leader che nella sua comunità nei discorsi che lo riguardano non viene nominato: una terza persona carismatica è sufficiente quando si parla di lui. Se vi va potete trovarci tutti i riferimenti del caso con la realtà, con i cappellani dell’impegno comunicato ai quattro venti. Quello che a me invece preme sottolineare è la capacità che ha Luca Rastello (già dimostrata nel saggio La guerra in casa, Einaudi, e Piove all’insù, Bollati Boringhieri) di raccontare con laica ferocia come il bene proclamato a tutti i costi non esiste senza il male e quindi I buoni del titolo sono spesso cattivi , magari di nascosto e in modo ipocrita. Aza lo sperimenta, ma sa anche come difendersi quando il mondo di illusioni le crolla addosso. Donne ricche dai tanti cognomi, datori di lavori che si proclamano democratici (sinché i dipendenti non chiedono semplici diritti), comiche simpatiche e moraliste quando sono in onda ma odiose con i giardinieri in privato: ci sono molte figure che ricorrono in queste pagine, tratteggiate con una prosa ricca e seducente che smonta ogni retorica dell’apparire.

Luca Rastello, I buoni, chiarelettere, pp. 204, 14 euro


28.3.2014

“Il corpo non dimentica” di Violetta Bellocchio

Scritto da in Buono il titolo

Inizia così: “Tu dici: non lo dimenticherò mai – e non lo farai. La tua memoria trattiene ogni informazione vitale, ti piaccia o meno”. Violetta Bellocchio, 37 anni, ne ha persi tre “dai 25 ai 28”. Li ha annegati in tante bottiglie: l’alcol, la più legale e la più rimossa delle dipendenze (almeno nel nostro Paese), le ha impedito di vivere. In queste pagine racconta come fa i conti con i suoi fantasmi. Non è un manuale con tutte le mosse per ritornare alla serenità o la ricerca di una rasserenante metafisica interiore. Questo memoir Il corpo non dimentica è molto di più. L’autrice, con maturità stilistica sorprendente, entra nella carnalità del suo dramma e, in modo diretto e consapevole, mette a fuoco. Trova, a distanza di tempo dalla guarigione, grazie all’analisi che diventa un potente meccanismo narrativo, tutte le parole per dirlo. E le affronta con disinvoltura.

Quanto avete letto sino a ora, è più o meno la recensione che ho pubblicato su Amica. Una settimana fa, il giorno in cui è uscito nelle edicole il giornale, e in concomitanza di un’apparizione televisiva di Violetta Bellocchio alle Invasioni barbariche, abbiamo parlato in redazione di questo libro durante il pranzo. C’era da parte di tutte, ero l’unico uomo a tavola, un interesse forte e trasversale (generazioni e attitudini molto diverse). Le domande e le curiosità crescevano e ognuna aveva una storia personale, un’esperienza o un punto di vista (maturato per via di qualche persona di famiglia o amica). E a conferma quanto il tema sia sentito, è successo che molte di loro, delle persone con cui ero a colazione, abbiano cercato Il corpo non dimentica in libreria. Non tutte lo hanno trovato. Esaurito, ma pare che la ristampa sia già arrivata. Chi l’ha letto mi ha detto che è emozionante, ma , soprattutto, ha apprezzato la chiave e la scrittura. Non è solo un libro forte, è un libro bello. E la buona letteratura, per fortuna, è contagiosa.

Violetta Bellocchio, Il corpo non dimentica, Mondadori, pp. 274, € 17


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