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Mascalzone Latino a Boston
scritto da: Giovanni Abbadessain Finestra sul mondo
Post di Giovanni Abbadessa, medical director
all’ArQule Pharmaceuticals Inc, biotech a Boston (Usa)
“PIB – Professionisti Italiani a Boston” è il gruppo non-profit che raccoglie la maggioranza dei ricercatori e dei professionisti italiani a Boston. Il gruppo, ponte tra l’Italia e la comunità internazionale di Boston, organizza anche periodici eventi con eccellenze italiane. Primo invitato del 2010: Vincenzo Onorato, patron del team velico Mascalzone Latino, già sei volte campione del mondo di vela e due volte partecipante all’America’s Cup, di cui è il prossimo Challenger of Record.
Boston, per i ricercatori italiani che ci vivono, stimola interessi non soltanto legati alla vita di laboratorio. Onorato ha suscitato particolare attenzione, oltre che per le sue attività imprenditoriali e sportive, per aver fondato con Roberto De Rosa, amico di una vita, la Fondazione Scuola vela Mascalzone Latino, il cui obiettivo è insegnare sport e mestieri legati al mare a ragazzi dei quartieri più disagiati di Napoli, togliendoli così dalla strada.
Sia i ricercatori che gli imprenditori italiani a Boston sono rimasti colpiti da Onorato e De Rosa per la capacità di trasmettere emozioni, passione, dedizione, per l’impegno nell’inseguire i sogni; per questo motivo PIB, il Courageous Sailing Center (CSC, scuola di vela locale) e il sailing club del Massachusetts Institute of Technology (MIT) hanno avviato una partnership con la Scuola vela Mascalzone Latino. Il prossimo passo sarà organizzare una regata a Boston.
Insomma, i ricercatori italiani a Boston, che costituiscono una buona parte dei membri di PIB, stanno dimostrando non solo di non essere “confinati” in laboratori, ma anche di essere una presenza influente nella vita della città.
Nella foto, Vincenzo Onorato a Boston.
Somalia, un caso di depressione da reserpina
scritto da: Federico Soldaniin Finestra sul mondo
Post di Federico Soldani, ricercatore medico al dipartimento
di psichiatria della Harvard University (Boston)
Nell’estate 1978 uno studente dell’Università Nazionale Somala di Mogadiscio (la cooperazione Italia-Somalia era molto attiva) che frequentava il corso di Farmacologia tenuto da mio padre quell’anno, sapendo che il professore del corso era un medico gli chiese se poteva recarsi a casa sua per visitare il padre. L’uomo infatti da qualche tempo versava in cattive condizioni di salute. In quegli anni la Somalia era in guerra con l’Etiopia, i pochi medici erano impegnati a curare i feriti di guerra ed era quindi difficile disporre di assistenza sanitaria sul territorio.
Recatosi a casa dello studente, mio padre fu subito colpito dall’atteggiamento del paziente che se ne stava rannicchiato in posizione fetale in un angolo di una stanza semibuia e che rispondeva con difficoltà e grande fatica alle domande. Il paziente appariva fortemente depresso, apatico, disidratato con pressione arteriosa massima inferiore a 100 millimetri di mercurio e frequenza cardiaca elevata (90-100 battiti al minuto). Lo studente riferì che l’uomo era affetto da diarrea cronica – condizione clinica frequente nei paesi africani – e da uno stato d’indifferenza affettiva che lo aveva portato a rinunciare a un pellegrinaggio a La Mecca sponsorizzato dall’Arabia Saudita (voli charter partivano regolarmente da Mogadiscio). Il pellegrinaggio a La Mecca è il quinto pilastro dell’Islam e ogni musulmano ha l’obbligo di recarsi a La Mecca almeno una volta nella vita, se i suoi mezzi lo consentono. Il rifiuto del padre aveva particolarmente colpito il ragazzo che per questo aveva richiesto la visita.
Dopo aver escluso un’eventuale familiarità e possibili cause di depressione reattiva, mio padre chiese se il paziente avesse in corso una terapia per altre condizioni patologiche. Dopo poco lo studente entrò nella stanza portando con se un flacone di Serpasil® (reserpina), consigliata da un medico due anni prima in seguito al riscontro di uno stato ipertensivo (il farmaco oggi non è più indicato). Il paziente aveva continuato a prendere questo farmaco senza interruzione e senza ulteriori controlli della pressione arteriosa andando incontro a uno stato di cosiddetta “reserpinizzazione”, di cui la diarrea e la depressione psichica erano gli effetti più marcati.
Questo stato è simile alla reserpinizzazione che viene praticata sperimentalmente in laboratorio per azzerare il tono simpatico del sistema nervoso vegetativo. La reserpina causa un impoverimento di sostanze quali nor-adrenalina, dopamina e serotonina nei granuli sinaptici delle cellule nervose, i neuroni, dove si accumulano le molecole necessarie affinché le cellule nervose siano in grado di comunicare: queste sostanze si chiamano neurotrasmettitori.
La terapia con reserpina venne subito interrotta: il paziente a un mese dalla sospensione era sì migliorato, ma non aveva ancora ripreso un comportamento del tutto normale. Nel frattempo il periodo di insegnamento era finito e mio padre tornò in Italia, ancora con il dubbio se la ripresa fosse poi stata davvero completa.
Foto da Flickr
Chirurgia per dimagrire. Ma ne vale la pena?
scritto da: Marco Marcelliin Finestra sul mondo, Vita da ricercatore

Post di Marco Marcelli, professore di endocrinologia
al Baylor College of Medicine di Houston (Usa)
La chirurgia bariatrica funziona. Vedo giornalmente persone che in pochi mesi perdono oltre 50 chili, con importanti effetti positivi: dalla diminuzione di vari fattori di rischio metabolico, alla normalizzazione della pressione arteriosa, alla guarigione dal diabete.
Studi pubblicati su giornali autorevoli hanno dimostrato che la perdita di peso dopo un intervento di chirurgia bariatrica è associata a una diminuzione della mortalità rispetto a coloro che rimangono obesi. Ci sono quindi degli indubbi vantaggi per quello che nel 2010 sembra che sia il modo più rapido di perdere enormi quantità di peso.
Fra i miei pazienti io ne ho molti con Indice di massa corporea 45 e oltre (l’indice normale è fino a 25). E per questi individui mostruosamente obesi la chirurgia bariatrica è forse l’unico rimedio.
La chirurgia bariatrica funziona, come le varie medicine di cui abbiamo parlato qualche post fa, con meccanismi grossolani. Un tipo di intervento riduce letteralmente le dimensioni dello stomaco. In questo modo, con uno stomaco più piccolo ci si riempie di meno, quindi si perde peso: lo stomaco può essere rimpicciolito con un’operazione irreversibile, oppure usando una banda di silicone. Un’altra forma di chirurgia bariatrica bypassa lo stomaco quasi del tutto, in questa maniera si crea una condizione di malassorbimento del cibo che comporta un’importante perdita di peso.
Credo che prima di sottoporsi a un’operazione del genere – che è irreversibile e che può avere complicazioni severe - uno ci deve pensare bene. Va anche detto che questo è l’unico rimedio quando si è in presenza di forte obesità.
La morale di quel che ho scritto nei miei ultimi quattro post è che dal punto di vista evoluzionistico per il nostro corpo perdere peso è un nonsense biologico da prevenire; da qui la difficoltà nel trovare molecole farmacologiche che funzionino senza importanti effetti collaterali. La chirurgia è efficace, ma comporta la consapevolezza di vivere per il resto della vita con delle modificazioni anatomiche permanenti. Per fare un passo del genere bisogna essere veramente – ripeto, veramente - sovrappeso. E poi è necessario pensarci bene e consultarsi con medici responsabili.
Ricordate che essere fisicamente attivi e mangiare meno è ancora oggi il metodo migliore per perdere peso; richiede volontà e disciplina, ma non ha sgradevoli effetti collaterali.
Il bendaggio che aiuta gli adolescenti obesi
scritto da: Cristina Morganti-Kossmannin Traguardi

Post di Cristina Morganti-Kossmann, professore associato
di neuroscienza alla Monash University di Victoria (Australia)
E’ noto che l’obesità rappresenta un problema sociale non solo nella fascia adulta ma anche negli adolescenti. Del resto, il suo trattamento medico non è esente da incognite ed è poco efficace.
L’aumento crescente di peso nei giovani è allarmante e si associa alla recente comparsa del diabete tipo 2 nei bambini e negli adolescenti; e questa è una patologia che normalmente si riscontra solo nella tarda età. Uno studio importante lo ha condotto il gruppo del professore Paul O’Brien al Centre for Obesity Research and Education della Monash University a Melbourne, e i risultati sono stati recentemente pubblicati sul Journal of the American Medical Association (JAMA). Il professore O’Brien è un pioniere del gastric banding, o bendaggio gastrico.
In un clinical trial chirurgico sono stati reclutati 50 adolescenti tra i 14 e i 18 anni con un Body Mass Index, o Indice di Massa Corporea, oltre 35 (calcolato come rapporto peso- altezza dove l’indice normale è fino a 25) che sono stati seguiti per oltre due anni. A venticinque pazienti è stato effettuato il bendaggio gastrico per ridurre il volume dello stomaco. Gli altri venticinque, come gruppo di riferimento, sono stati invece sottoposti a un programma di controllo dell’obesità tramite cambiamenti dello stile di vita e dell’alimentazione. Come parametri di analisi sono stati presi il peso, l’indice di massa corporea, diverse indicazioni metaboliche, l’insulino-resistenza (parametro per il diabete) e la qualità di vita.
I risultati hanno dimostrato un’efficace perdita di peso nel gruppo del bendaggio gastrico con una media di circa 35 chili, corrispondente ad una perdita del 78% del peso corporeo in eccesso. Al contrario il gruppo sottoposto a dieta e esercizio fisico ha mostrato una perdita di peso di soli 3 chili con riduzione del body mass index del 13%. Inoltre due anni dopo l’intervento chirurgico, i giovani non soffrivano più della cosiddetta Metabolic Syndrome che corrisponde a un’alterazione patologica del metabolismo generale, con aumento della pressione (o ipertensione), del livello di colesterolo, dei trigliceridi, ed elevati valori di glicemia anche durante il digiuno.
Questo studio dimostra che, con un minimo di effetti collaterali, il bendaggio gastrico è una terapia efficace per ridurre in modo duraturo la perdita di peso in un gruppo di adolescenti con evidenti alterazioni metaboliche che predispongono a malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2. Ripristinare una buona qualità di vita negli adolescenti comporta anche un miglioramento della condizione psicologica in un età particolarmente delicata per la crescita e la formazione dell’individuo. Questa terapia deve comunque essere associata ad assistenza nutrizionale, psicologica e fisica ed effettuata solo in casi di obesità grave per prevenire malattie che potrebbero compromettere la salute dell’adolescente.
Foto da internet.
Qui Bruxelles, dove l’euroburocrazia funziona
scritto da: Massimo Pandolfoin Vita da ricercatore

Post di Massimo Pandolfo, direttore del servizio di Neurologia
all’Université Libre de Bruxelles – Hôpital Erasme
Sono neurologo e mi occupo da più di vent’anni di malattie degenerative del sistema nervoso, specialmente di atassie ereditarie, sia dal punto di vista clinico che da quello della ricerca circa le cause e le possibili (si spera vivamente!) terapie. Il mio impegno riguarda in particolare quella che è stata un po’ la “mia “malattia e che si chiama Atassia di Friedreich. Dico la “mia” malattia perché me ne sono sempre occupato, e perché con la mia équipe di allora – era il 1995 ed eravamo a Houston- ho contribuito alla scoperta del gene che, quando è alterato, ne è responsabile.
Ho studiato alla Statale di Milano e ho iniziato il mio lavoro e le mie ricerche all’Istituto Neurologico “C. Besta” della stessa città. Il giorno di San Valentino di quest’anno io e mia moglie abbiamo festeggiato… il sedicesimo anno di “espatrio”. Partimmo alla volta di Houston in un giorno nevoso del 1994, in tre o quasi visto che lei era incinta di sei mesi di Lorenzo, il nostro primogenito. Io ero già stato alcuni anni negli Stati Uniti, ero rientrato al “Besta”, e in vista della fase conclusiva della clonazione del gene dell’Atassia di Friedreich avevo deciso di trasferirmi per un periodo al Texas Medical Center di Houston: laboratori e risorse “Texas size“!
Clonato il gene sarei dovuto tornare, ma come succede a moltissimi di noi, italiani e non solo, che abbiamo lasciato il nostro Paese con l’intenzione di fare un’esperienza o completare un percorso formativo, sono rimasto all’estero. Per tutti quei motivi che tutti quanti conosciamo: migliori opportunità, migliori condizioni di lavoro a fronte di scarse o nulle prospettive nelle nostre università…
Quindi dopo varie esperienze di lavoro negli Stati Uniti e in Canada sono approdato in Belgio, nella capitale degli attuali 27 Paesi dell’Europa Unita dove vivono migliaia di europarlamentari, eurofunzionari, euroimpiegati eccetera. E dove l’atmosfera è certamente stimolante perché, diversamente da quanto a volte si sente raccontare, la nostra euroburocrazia lavora sul serio e qui succedono e si fanno veramente tantissime cose. Tra l’altro, l’Europa sta finanziando nell’ambito del Settimo Programma Quadro un progetto di cui sono il coordinatore responsabile e che coinvolge colleghi di vari Paesi. Obiettivo dichiarato di questo programma di finanziamento è sfruttare al massimo il potenziale di ricerca e le competenze presenti in Europa, per generare conoscenza e tradurla in valore e in crescita sociale ed economica. Senza mai dimenticare che si lavora, tutti insieme, per concorrere ciascuno al benessere dei pazienti affetti dalle malattie oggetto dei nostri studi, e delle loro famiglie.
Foto da internet.
Farmaci dimagranti, una storia di insuccessi
scritto da: Marco Marcelliin Finestra sul mondo, Vita da ricercatore

Post di Marco Marcelli, professore di endocrinologia
al Baylor College of Medicine di Houston (Usa)
Uno dei primi rimedi utilizzati per perdere peso è stato quello di somministrare quantità farmacologiche di estratti di tiroide. Questa medicina faceva perdere peso incrementando il metabolismo basale, ma purtroppo provocava anche gli stessi sintomi dell’ipertiroidismo, alcuni dei quali, come la fibrillazione atriale o le manifestazioni neurologiche, sono veramente pericolosi. In altri periodi si è fatto ricorso alle anfetamine, che aumentavano il metabolismo di base ma causavano pure degli squilibri nella chimica del cervello: sono state proibite per il loro effetto additivo.
Nei primi anni ‘70 la FDA (Food and Drug Administration, l’agenzia federale americana che decide se una medicina può essere approvata dopo una revisione degli effetti terapeutici e degli effetti collaterali) promosse la Fenfluramina e la Fentermina. Stessa cosa accadde nel 1996 con la Dexfenfluramina.
Risultato. La Fentermina venne prescritta da alcuni medici americani assieme alla Fenfluramina (fen-fen) o con la Dexfenfluramina (quest’ultima associazione nota come dex-fen-fen). Queste medicazioni incrementano i livelli di serotonina nel cervello, un neurotrasmettitore che aumenta i livelli di sazietà e il metabolismo di base. Nel 1997 dopo 24 casi di malattie cardiache valvolari in pazienti che erano sottoposti alla combinazione Fen-Fen, la Fenfluramina e la Dexfenfluramina furono ritirate volontariamente dal mercato dopo richiesta della FDA. Successivi studi hanno provato che circa il 30% di pazienti sottoposti a Fenfluramina o alla Dexfenfluramina avevano sviluppato anomalie valvolari di vario tipo.
Più recentemente la Roche ha sviluppato Orlistat, un inibitore dell’assorbimento di grassi nell’intestino. Però anche questa medicina ha un meccanismo d’azione grossolano, perché questi grassi che non vengono assorbiti devono pur andare da qualche parte: infatti vengono eliminati con delle diarree esplosive. L’Orlistat è ancora disponibile, ma secondo me non è molto efficace.
Una storia recente che ci fa capire come sia difficile interferire con i meccanismi dell’appetito viene da un farmaco chiamato Rimonobant. Questa medicina inibisce il recettore per il tetraidrocannabinolo, il principio attivo della marijuana. La marijuana stimolando questo recettore rende le persone felici e stimola l’appetito, al punto che in alcuni stati americani si sta cercando di legalizzarla per coloro che hanno malattie associate con perdita di peso o cachessia. Un antagonista di questo recettore fu studiato a lungo, e si dimostrò che aveva un potente effetto anoressico. In pratica causava una cospicua perdita di peso. Purtroppo questo beneficio era associato a un effetto collaterale: una depressione molto severa. Per questo motivo il farmaco non è stato approvato dalla FDA. Ovviamente la casa farmaceutica che provò a commercializzarlo subì una perdita di svariati milioni di dollari.
Ci sono due altri farmaci che fanno perdere peso. Uno è la sibutramina, un farmaco anoressizante che agisce a livello centrale influendo con i livelli di serotonina e norepinenefrina nel cervello. Questo è il farmaco che ha messo nei guai Mutu e la Fiorentina. A causa dei suoi effetti collaterali nel sistema cardiovascolare e nervoso è stato ritirato dagli scaffali della farmacie in Europa, ed è sotto revisione negli USA.
L’altro farmaco è il Glucagon Like Peptide, un ormone prodotto dall’intestino che ha la capacità di stimolare la produzione di insulina e di far perdere peso diminuendo la velocità di svuotamento dello stomaco dopo un pasto (se dato in quantità farmacologiche). Di questo farmaco ne esistono due formulazioni, una derivata dalla saliva di una lucertola, e un’altra che è una modificazione della molecola umana. Quest’ultima, che si chiama Liraglutide è stata introdotta nel mercato americano la scorsa settimana, dove è stata approvata per il trattamento del diabete di tipo 2. Liraglutide è gia disponibile nel mercato europeo da qualche mese.
L’illustrazione di Botero è tratta da internet.
Perché è più facile ingrassare che dimagrire
scritto da: Marco Marcelliin Vita da ricercatore

Post di Marco Marcelli, professore di endocrinologia
al Baylor College of Medicine di Houston (Usa)
I meccanismi di difesa del nostro corpo dinanzi ai problemi causati da un’alimentazione eccessiva non sono ben sviluppati. Ed è un caso relativamente nuovo per la nostra specie, visto che per millenni abbiamo sofferto del problema opposto.
Poiché la capacità del nostro metabolismo di utilizzare eccessi dietetici è ridotta, diventiamo obesi, sviluppiamo la sindrome metabolica e di resistenza all’insulina, placche aterosclerotiche che predispongono all’ictus, attacchi cardiaci e malattie vascolari. Dal momento che il nostro corpo è invaso da un’eccessiva quantità di calorie, organi interni come il fegato o i muscoli vengono infiltrati dal grasso, e, specialmente nel caso del fegato, cominciano a funzionare male. Alla fine di questo processo, che può durare parecchi anni, il glucosio si eleva al di sopra della soglia di 126 mg/dL, e si diventa diabetici.
La domanda che viene naturale è: perché l’industria farmaceutica non si sveglia e non si dà da fare per sviluppare farmaci che combattono l’obesità? La risposta è che l’industria farmaceutica non sta dormendo affatto, tutti si rendono conto che il brevetto di un efficace rimedio anti-obesità vale miliardi di dollari.
Nel 2005 ho fatto un’intervista per un lavoro alla Merck, e al tempo avevano nella loro pipeline di sviluppo 5 molecole contro l’obesità, ciascuna con diverso meccanismo d’azione. Il problema è che la maggior parte delle medicine che sono state sviluppate per far perdere peso sono legate a drammatici effetti collaterali.
I circuiti genetici associati alla regolazione dell’appetito sono per la maggior parte orexigenici, vale a dire stimolano la fame, mentre quelli che sopprimono l’appetito, o anorexigenici, sono presenti, ma molto meno efficienti. Farmaci capaci di farci perdere peso sono storicamente associati con effetti collaterali molto pronunciati, e per la grande maggioranza hanno meccanismi d’azione grossolani.
In altre parole, poiché perdere peso è uno dei fenomeni meno fisiologici che ci siano (che di solito si manifesta durante malattie assai severe o carestie prolungate) molti dei farmaci che sono stati sviluppati creano condizioni patologiche controllate a cui il nostro corpo risponde perdendo peso, ma anche con effetti collaterali molto spiacevoli.
Foto da internet.
Psichiatria, il catalogo è questo
scritto da: Federico Soldaniin Lavori in corso
Post di Federico Soldani, ricercatore medico al dipartimento
di psichiatria della Harvard University (Boston)
L’associazione degli psichiatri statunitensi (APA, American Psychiatric Association) ha pubblicato da pochi giorni sul proprio sito web le bozze del nuovo catalogo completo dei disturbi psichiatrici che ci si attende sarà pubblicato in forma definitiva nel 2013: il DSM-V, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, quinta edizione.
Il DSM è il catalogo che include le definizioni di tutti i disturbi mentali e comportamentali (che la nuova edizione cercherà di inquadrare quanto più possibile come disturbi primariamente cerebrali) riconosciuti dall’associazione degli psichiatri statunitensi al momento della stesura. Qualcuno potrebbe dire che si tratti della “Bibbia” della psichiatria, anche se quando usai questa espressione di fronte a una classe di studenti ai quali facevo lezione sulla diagnosi psichiatrica a Boston, fui assalito da un certo imbarazzo: la classe infatti includeva asiatici soprattutto di origine cinese, indiani, ebrei, musulmani, cristiani e altri studenti dei quali certamente ignoravo l’esatta provenienza geografica e le convinzioni in fatto di fede religiosa.
A chi volesse sapere di più della storia del DSM, consiglio un bell’articolo in inglese uscito sul settimanale The New Yorker nel 2005.
La nuova edizione cartacea del catalogo USA dei disturbi mentali, il DSM-V, verrà pubblicata a quasi vent’anni dalla precedente, il DSM-IV. Questo testo si affiancherà a quello analogo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ICD-11 (International Classification of Diseases, undicesima revisione, atteso nel 2014 e che prevede una classificazione dei disturbi mentali). L’importanza dell’evento è grande visti i problemi, affrontati anche in post precedenti, nel definire cosa sia di preciso la malattia mentale: enormi sono le implicazioni per tutta la ricerca neuropsichiatrica così come per la pratica clinica che si basa sull’evidenza scientifica. Se da una parte ci si può augurare che le definizioni dei disturbi miglioreranno rispetto alle precedenti, diventando più accurate e aderenti alla realtà biologica, psicologica e sociale dei pazienti, dall’altra parte la comparazione degli studi che saranno effettuati dal 2013 in avanti, rispetto a quelli svolti nei due decenni precedenti usando le “vecchie” definizioni del DSM-IV, sarà decisamente resa più difficile.
Per esempio, come dovremo interpretare un ipotetico nuovo studio, diciamo pubblicato su un giornale scientifico nel 2020, che mostri una epidemia di ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) in corso tra gli adolescenti italiani? Come stabiliremo se ci troviamo di fronte a una epidemia di un vero e proprio disturbo le cui cause sono in forte aumento tra i ragazzi rispetto al passato, piuttosto che a una epidemia artificiale della sola diagnosi, spiegata da una nuova definizione del DSM-V più inclusiva rispetto a quella “vecchia”? Una nuova classificazione potrà quindi portare sia vantaggi che problemi per l’interpretazione dei dati frutto della ricerca neuropsichiatrica.
Le bozze del DSM-V sono adesso on-line e chiunque potrà per i prossimi due mesi registrarsi sul sito dell’APA e lasciare commenti, suggerimenti e proposte sul work-in-progress.
Il cibo, il piacere, le rivoluzioni
scritto da: Marco Marcelliin Vita da ricercatore

Post di Marco Marcelli, professore di endocrinologia
al Baylor College of Medicine di Houston (Usa)
Una domanda che mi viene fatta frequentemente sull’attuale epidemia di diabete e obesità è: perchè è così difficile perdere peso?
Dico subito che nel 2010 perdere peso dipende ancora da un sano equilibrio fra cibo ingerito e attività fisica. D’altra parte vale anche la pena di ammettere che se perdere peso fosse facile, o se avessimo a disposizione un farmaco che ci permettesse di dimagrire senza effetti collaterali – e senza sforzi -, nel mondo ci sarebbero un quarto dei casi di diabete che si registrano attualmente.
La più importante missione giornaliera della specie umana consiste nell’ingerire quantità di cibo sufficienti per permetterne la sopravvivenza. Ai giorni nostri essere affamati ci spinge ad andare al ristorante o supermercato dietro l’angolo, mentre qualche secolo fa era uno stimolo irresistibile per prendere la doppietta (o l’arco e le frecce) e andare nel bosco più vicino per ammazzare qualche animale. Il nostro corpo ha sviluppato meccanismi che percepiscono la fame immediatamente. Avere accesso a quantità sufficienti di cibo è di vitale importanza, e per questo motivo dall’inizio della storia umana una porzione importante della nostra società si è dedicata unicamente al procacciamento del cibo.
Utilizzando le riserve di energia che si sono accumulate durante i periodi abbondanza, il nostro corpo può sopravvivere per qualche tempo in condizioni di digiuno, specialmente se si mantiene un buon livello di idratazione.
E la fame ha un ruolo determinante nella storia dell’uomo: da un lato periodi di digiuno prolungato hanno causato la morte di milioni di persone, dall’altro l’istinto di sopravvivenza ha condizionato i comportamenti a tal punto da spingere alcuni uomini a compiere atti estremi. A questo proposito mi vengono in mente i casi di cannibalismo che si sono verificati durante l’assedio di Leningrado, nella seconda guerra mondiale, o fra i sopravvissuti dell’incidente aereo nelle Ande del 1972.
Avere accesso a fonti di cibo nel nome della sopravvivenza ha condotto i nostri progenitori a guerre e rivoluzioni. Mentre nel XXI secolo le guerre si fanno per (in)seguire ideologie estreme o per il petrolio, nel passato si facevano per garantirsi disponibilità alimentari.
La mia predizione è che nel futuro si faranno per accesso alle scorte di acqua, in risposta al fenomeno del global warming.
Foto da internet.
Il linfonodo “affettato”
scritto da: Luca Quagliatain Lavori in corso

Post di Luca Quagliata, ricercatore in oncologia
all’Università di Heidelberg in Germania.
Un paio di giorni di lavoro, una lista infinita di reagenti e soluzioni, qualche ora al microscopio… ed ecco il risultato: l’immagine che vedete sopra. Si tratta della sezione (un “fettina” sottile circa 7 micrometri) di un linfonodo.
Attraverso una tecnica detta immunofluorescenza è possibile evidenziare diverse strutture di interesse nel campione analizzato: ad esempio in questa immagine i nuclei delle cellule appaiono colorate di blu, in vasi linfatici di rosso e quelli sanguigni di verde.
Lo studio del sistema dei vasi linfatici e sanguigni è importante nell’ambito della ricerca contro il cancro. Nello studio in cui sono coinvolto stiamo cercando di valutare qual è il contributo della formazione di nuovi vasi nel processo di disseminazione metastatica.




