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Testata
17.4.2014

I film del weekend: 17 aprile 2014

Scritto da in Cinema

 

ONIRICA di Lech Majevski, con Michal Tatarek. Sopravvissuto a un incidente d’auto in cui sono morti la sua compagna e il suo miglior amico, Adam stenta a riprendere la vita di prima, da professore universitario. Così abbandona la carriera, ma non riesce a perdere l’ossessione per la Divina Commedia: ogni notte, quando si addormenta, viaggia in un universo parallelo.

Non un horror, ma un elegantissimo e intellettualistico film polacco, di un regista che ama l’arte (era suo il più riuscito I colori della passione, ispirato a La salita al Calvario di Peter Bruegel) e mette in scena tutta la sua monumentale visionarietà.

 

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RIO 2 di Carlos Saldanha. Con lo stesso regista della saga di L’era glaciale (ma era suo anche il primo episodio, Rio), tornano Blu e Jewel che, con i loro tre cuccioli, stavolta lasceranno la metropoli per l’Amazzonia, dopo che è stato scoperto un loro simile (macao blu).

È Pasqua: ecco dove portare i bambini…

 

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GIGOLò PER CASO di John Turturro, con Woody Allen, John Turturro, Vanessa Paradis, Liev Schreiber, Sharon Stone e Sofia Vergara. Fioravante (Turturro) e Murray (Allen) sono due newyorchesi amici per la pelle: il primo è un fiorista in crisi perché senza una compagna, il secondo cresce i figli della donna caraibica con cui vive. All’eterna ricerca di denaro, Wally ha un’idea dopo che la sua dermatologa (Stone) gli confida che sogna un rapporto a tre: lei, un’amica (Vergara) e un gigolò. Wally, puntando tutto sulla prestanza fisica di Fioravante, convince quest’ultimo a prestarsi a mettere su una società in cui lui cerca clienti per l’altro. Oltre alla dottoressa, i due incrociano una vedova ebrea ortodossa (Paradis) da troppo tempo lontana da uomini e sentimenti (sesso compreso)…

Se amate New York, le commedie sui maschi adulti in crisi e l’ebreo newyorchese by Woody Allen (che deve aver aiutato molto lo sceneggiatore Turturro per tutto quanto riguarda l’ebraicità del film) non perdetelo: soprattutto le parti sulla comunità classifica (hanno anche una loro polizia) e ogni scena con WA valgono il biglietto. Si ride.

 

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TI SPOSO MA NON TROPPO di Gabriele Pignotta, con Vanessa Incontrada, Gabriele Pignotta, Chiara Francini e Fabio Avaro. Due single (lei delusa dagli uomini e dall’amore, lui che si finge psicologo per sedurla) e una coppia in crisi pre matrimonio. Si incroceranno e alla fine, mischiate le carte, arriveranno tutti alla stessa conclusione: all’amore vero non si può dire di no.

Ennesima commedia degli equivoci all’italiana, con trentenni dalle mille manie/paure/paranoie. Pignotta esordisce come regista, ma ha scritto l’ultimo Verdone, quello con Cortellesi (Sotto una buona stella).

 

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TRANSCENDENCE di Wally Pfister, con Johnny Depp, Paul Bettany, Rebecca Hall, Morgan Freeman, Kate Mara e Cillian Murphy. Will Caster (Depp), esperto in Intelligenza Artificiale, lavora sul prototipo di una macchiana che riunisca tutto il sapere umano e i sentimenti: per qualcuno è un Dio, altri vogliono fermarlo a tutti i costi. Mentre è minacciato di morte da un gruppo antitecnologico, Caster, che porta avanti il suo progetto con la moglie (Hall) e il suo miglior amico (Bettany), decide di andare oltre: entrare nella macchina, diventare parte della sua trascendenza, essere onnipotente.

Thriller fantascientifico dell’esordiente direttore della fotografica dei Batman di Christopher Nolan: uno di quei film che Depp incastra ormai da anni tra un Jack Sparrow e un film di Tim Burton e l’altro. Come La Nona porta, La moglie dell’astronauta, Secret Windows: piccoli film non d’autore, in cui la star può dimostrare la sua passione per il (suo) lato oscuro.

 

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SONG’E NAPULE dei Manetti Brothers, con Alessandro Roja, Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Peppe Servillo, Carlo Buccirosso. A Napoli, un pianista neo diplomato e disoccupato, si fa convincere dalla madre a entrare, via raccomandazione, nella Polizia. Qui finisce a fare il guardiano in un deposito giudiziario, finché un commissario decide di infiltrarlo come pianista a un matrimonio della Camorra, con lo scopo di catturare O’ Fantasma. Dal jazz alla musica neo-melodica da matrimonio: un inferno.

Un po’ Seventies style, molto Serie B, in equilibrio tra la sceneggiata e la parodia, il musicarello e il poliziottesco. Per fan dei fratelli, di una certa idea di Napoli e di Roja & Morelli.

 

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ALLA RICERCA DI VIVIAN MAIER di John Maloof e Charlie Siskel. Chi era Vivian Maier? Sopratutto, perché nascose per tutta la vita oltre 100.000 negativi fotografici (e fotografie, rullini, macchine fotografiche) facendo giurare che nessuno avrebbe mai aperto la porta del nascondiglio, neppure dopo la sua morte? Vivian Maier era un ordinari nunny, una tata di quelle che nel Novecento seguivano le famiglie alto borghesi americane in giro per il mondo, accudendone i bambini. Nata a New York nel 1926, cresciuta tra la Francia e gli Usa, quando iniziò a lavorare iniziò anche a scattare fotografie con la sua Rolleiflex per le strade delle città dove viveva, mentre portava i bambini al parco o a scuola (“Ci portava nei quartieri malfamati e fotografava, raccomandandoci di non dire nulla a nessuno”), durante i giorni di libertà. E poi, portate a stampare le foto sotto falso nome, le inscatolava tutte. Fino a che dopo la sua morte (2009) le sue foto sono andar all’asta e John Maloof ne ha, conquistato, acquistate una parte mettendosi poi subito sulle tracce delle altre e di chi fosse l’autrice.

Un documentario da non perdere, e non sol se siete appassionati di immagine e di fotografia. Questa è la storia di un mistero, di quello che una donna può nascondere per una vita intera (“Lei cercava di avvicinarsi il più possibile ai volti: perché poi nascondersi?”), interrogando amici e testimoni, compresi quei bambini cresciuti che erano la sua “copertura”. Ora Vivian Maier è considerata tra i più grandi street photographer della storia, le dedicano mostre ed è esposta in tutto il mondo. Scopritela con questo docu…

 

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15.4.2014

Bando per aspiranti musicisti: Salvatores cerca una canzone

Scritto da in Cinema

Avete tra 18 e i 25 anni? Risiedete in Italia? Soprattutto, avete una passione sfrenata per la musica e sognate, un giorno, di partecipare alla colonna sonora di un film, magari di Gabriele Salvatores?

 

Allora questo è il bando che fa per voi. Si intitola “Una canzone per Il ragazzo invisibile“, dove Il ragazzo invisibile è il nuovo film del regista di Mediterraneo, Nirvana ed Educazione siberiana (per non citare tutti gli altri), notoriamente grande appassionato di musica, che vedremo a fine anno: Salvatores e Radio DEEJAY, suo partner per l’occasione, danno ai giovani musicisti la possibilità di proporre una canzone che, valutata da una giuria d’eccellenza, entrerà poi nel soundtrack. Vi basta ricordare le date di scadenza del bando (da oggi 15 aprile fino al 30 giugno 2014), seguire le indicazioni di Salvatores in persona (“Cerco una canzone per il mio nuovo film, dove racconto di un ragazzo di 13 anni, Michele, che scopre di avere il superpotere di diventare invisibile; all’inizio è sconcertato, preoccupato e quasi spaventato, ma poi capirà che può essere un dono, anche se difficile da gestire. Dentro ci sono tutte le emozioni dell’essere adolescenti: libertà/paura, intraprendenza/incoscienza, desiderio di essere riconosciuti insieme al desiderio di scomparire. E c’è la scoperta incredibile dell’avere un superpotere. Della canzone per ora so solo il titolo: Il ragazzo invisibile/The invisibile boy”) e andare su www.ilragazzoinvisibile.it/unacanzoneper dove trovate tutte le info e potrete dare un’occhiata a due clip del film, per farvene un’idea e trovare spunti doc. Fondamentale è che non siate legati a nessuna casa discografica. La demo della canzone, che potrà essere in inglese o in italiano, dovrà arrivare a destinazione entro il 30 giugno. In bocca al lupo!


10.4.2014

I film del weekend: 10 aprile 2014

Scritto da in Cinema

THE GRAND BUDAPEST HOTEL di Wes Anderson, con Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Tony Revolori, Saoirse Ronan, Jude Law, Bill Murray, Owen Wilson, Adrien Brody, Léa Seydoux, Edward Norton, Willem Dafoe, F. Murray Abrahams, Harvey Keitel, Tom Wilkinson, Mathieu Amalric, Jeff Godblum, Jason Schwartzman. Anni Trenta. Nell’immaginario stato mitteleuropeo di Zubrowka, nell’Europa centrale, ogni anno ospiti illustri tornano al Grand Hotel Budapest gestito dal concierge Monsieur Gustave (Fiennes) che soddisfa tutti i desideri e le necessità dei suoi clienti, a partire da quelli delle ricche, bionde e anziane ospiti. Quando una di queste muore (Swinton) lasciandogli in eredità i suoi averi più preziosi tra cui un quadro “Il ragazzo con mela”, figlio (Brody) e parenti lo accusano di averla uccisa e gli scatenano contro un serial killer (Dafoe), mentre la polizia (Norton) lo insegue, lo incarcera e lo insegue di nuovo dopo la sua fuga. Riuscirà Gustave e il suo piccolo garzoncello/assistente (Revolari) a dimostrare la sua innocenza e a ritrovare la pace? Tutto ci viene raccontato da uno scrittore (Wilkinson) che oggi ricorda di quando 40 anni prima, sotto il regime comunista, era arrivato al Grand Budapest Hotel e un signore misterioso (Murray Abrahams) gli aveva raccontato quella storia di cui era stato testimone da ragazzino…

 

Non perdete uno dei più bei film dell’anno: un racconto sofisticato, divertentissimo, politico, intelligente, cinico. Wes Anderson (I Tenenbaum) lascia la sua America per viaggiare nel tempo e nello spazio, ricostruendo ossessivamente fin nei (bellissimi) dettagli un mondo che nella realtà non è mai esistito (anche se a Zubrowka vedrete passare la storia d’Europa del Novecento): come Chaplin in Il grande dittatore, Lubitsch e Max Ophuls (che, scappati dall’inferno europeo, erano sbarcati a Hollywood: Anderson fa il viaggio opposto), le comiche mute e, perfino, Kubrick. Una commedia storica e degli equivoci, con il cast che vedete sopra e un susseguirsi di personaggi/icone, lo stile del fumetto (niente si muove nelle inquadrature, ma le scene si susseguono freneticamente), costumi e scenografie uniche, un quadro protagonista (e il messaggio d’umiltà da parte dell’autore: non conta né l’opera né la tua firma, ma l’amore che risvegli nel pubblico. Così una crosta vale più di uno Schiele, vedrete) e la dedica finale a Stefan Zweig, il cantore del Mondo di ieri (la sua autobiografia) e della fine della Mitteleuropa, ebreo inseguito fino al suicidio finale dalla Storia (la fine della sua Austria Felix, il nazismo), uno dei primi pacifisti… Anderson si conferma grande e complementare a Tarantino, nell’Olimpo hollywoodiano contemporaneo, anche regalando al “rivale” una citazione da Pulp Fiction nel ventennale del film (la sparatoria in hotel, con sardonica battuta/commento di Edward Norton: “Insomma, chi spara a chi?”). Portateci chi volete: all’uscita sarà un po’ più felice.

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PICCOLA PATRIA di Alessandro Rossetto, con Maria Roveran, Roberta Da Soller, Vladimir Doda. Un paese del Nordest, oggi. Due amiche lavorano in un grande albergo, per raccogliere i soldi necessari ad andarsene.  Lucia è fidanzata con Bilal, albanese, con cui, senza che lui lo sappia, fa sesso mentre un uomo con cui Lucia ha una tresca li osserva a pagamento.

il vuoto del nostra oggi, secondo un regista all’esordio: un non luogo geografico (potremmo essere ovunque), le rovine del passato (la grande industria), il degrado culturale (un coro alpino che denuncia il presente e non canta più la nostalgia del passato), il vuoto personale (il denaro come unico fine, l’incapacità di amare), gli scontri razzisti e razziali (l’albanese e la comunità locale). Un ritratto in nero che ci fa vedere quello che la cronaca ogni tanto fa emergere sui giornali. Che documentaristica tristezza…

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NESSUNO MI PETTINA BENE COME IL VENTO di Peter Del Monte, con Laura Morante, Andreea Denisa Savi, Jacopo Olmo Antinori. Arianna (Morante), scrittrice, si è isolata dopo la separazione dal marito. Vive in ua casa isolata sul mare e qui la raggiunge una giornalista per un’intervista: la donna ha con sé la figlia adolescente Gea che, quando si tratta di andarsene, si rifiuta. Arianna si offre di ospitarla, nell’attesa che il padre venga a prenderla.

Del Monte usa spesso titoli fascinosi (questo che è un verso di Alda Merini, in passato Tracce di vita amorosa, Piccoli fuochi, La ballata dei lavavetri) per raccontare con il suo stile asciutto e rigoroso (ha studiato con Rossellini e ultimamente l’hanno avvicinato a Bellocchio, ma in chiave minimalista) solitudini che si incontrano e si sconvolgono. Qui c’è l’intellettuale e la ragazzina, la donna che non ha figli e la figlia che si sente respinta, la persona che ha vissuto/amato e quella che inizia a farlo. Il tutto in riva al mare d’inverno, col vento… Tra amiche, prima di un tè, tornando poi da mariti e figli, in città…

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OCULUS di Mike Flanagan, con Karen Gillan, Katee Sackhoff e Brenton Thwaites. Due fratelli decidono di tornare nella casa della loro infanzia, dove i genitori furono massacrati: il figlio maschio fu accusato e adesso, uscito dal carcere, vuole cercare con la sorella il vero colpevole. Lei intanto ha scoperto che altre persone sono state massacrate in quella casa, che una legenda parla di un demone e di uno specchio…

Il solito horror? Sì, ma più elegante del solito e centrato sugli incubi dell’infanzia, quelli che il nostro inconscio per un po’ aveva tenuto solo per sé…

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UN MATRIMONIO DA FAVOLA di Carlo Vanzina, con Ricky Memphis, Adriano Giannini, Emilio Solfrizzi, Giorgio Pasotti, Stefania Rocca. Cinque ex compagni del liceo, si ritrovano dopo 20 anni in occasione del matrimonio di uno di loro, a Zurigo, con la figlia del banchiere per cui lavora.

I compagni di scuola dei Vanzina hanno le stesse malinconie, sconfitte, insoddisfazioni, miserie di quelli di Verdone. Ma sono vanziani e quindi ecco le note ridanciane/romanesche, gli equivoci sessual/farseschi, “le palle” al posto delle paranoie malincomiche… Per fan dei fratelli.

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MISTER MORGAN di Sandra Nettelbeck, con Michael Caine, Clémence Poésy, Gillian Anderson, Jane Alexander e Justin Kirk. L’incontro, a Parigi, tra un anziano professore americano (Caine) e una giovane insegnante di danza (Poésy): si inizia sull’autobus e si finisce con lui che diventa suo studente. Si fanno compagnia, passeggiano ai giardini del Lussemburgo, lei gli ricorda tanto la moglie morta. Poi arrivano i figli di lui…

La giovinezza e la vecchiaia. La bellezza e la morte. La solitudine che non conosce età e sesso. Pensate a una versione meno tragica di Amour, a una commedia deliziosa e delicata e parigina su temi forti come la decadenza, la perdita, la solitudine che accomuna due personaggi lontanissimi in tutto e vicinissimi perché l’uno l’ancora di salvezza dell’altro (la crepa che fa entrare la luce del mondo…). Con due attori, Caine e Poésy, tenerissimi nella loro diversità/complementarietà. Perfetto per un pomeriggio tra amiche.

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NOAH di Darren Aronofsky, con Russel Crowe, Jennifer Connelly, Emma Watson, Ray Winstone, Anthony Hopkins. Noah (Crowe), sua moglie (Connelly) e i tre figli maschi più la figlia adottiva (Watson) salvata da bambina dai malvagi, sono gli unici esseri a cui Dio permette di salvarsi quando, per purificare l’umanità dalla barbarie, manda il diluvio universale: Noah deve costruire l’arca, farci salire le coppie di animali, la sua famiglia e condannare alla morte il resto dell’umanità.

Che spettacolo! Aronofsky è il regista di P greco, Requiem for a Dream, L’albero della vita. Ha una passione per il cinema, l’epica, un certo misticismo simil new age, l’ebraismo in cui è cresciuto e certe sue leggende/interpretazioni (la cabala e altro ancora), la visionarietà onirica di certi fumettisti “sotto acido”: e gli piace mischiare tutto. Questo Noah onirico/psicadelico/post-atomico (la preistoria nella terra desolata…)/biblico nel senso di immaginifico (con anche “assemblaggi”/citazioni di altri episodi/personaggi, ma comunque presenti nel libro della Genesi) era il film che inseguiva fin da ragazzino. Alla fine ce l’ha fatta, mettendo un grande Russell Crowe (e un’altrettanto bravissima Jennifer Connelly) nei panni di un patriarca dell’Antico Testamento che vive tutti i dilemmi dell’uomo moderno, coerente (quasi talebano, come Adamo con Isacco) quando si tratta di mantenere la parola data a Dio, responsabile fino al parossismo del proprio ruolo di braccio del giudizio di Dio, action quando si tratta di combattere il male, che sia un serpente (il sogno) o un “cattivo” (Winstone) che, invece di servire, si crede Dio. E se i giganti di roccia un po’ troppo Signore degli anelli vi faranno ridere, pensate che la Bibbia parla davvero di “angeli di energia” e di leoni messi a proteggere Noe e l’arca dalle orde di malvagi: come davvero Cam compì il peccato e Noe provò l’ebrezza del vino… “Davvero” in senso biblico, ossia metaforico e di fabula insieme: in senso, ci dice Aronofsky, cinematografico. Del resto Noe aveva 600 anni quando il diluvio si abbatté sulla Terra (Genesi, 7,6): già un effetto speciale…

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7.4.2014

È morta Peaches Geldof

Scritto da in Personaggi

È morta all’età di 25 anni Peaches Geldof, figlia di Bob Geldof e Paula Yates. La ragazza, come riferiscono i media britannici, è stata trovata morta poche ore fa nella sua casa nel Kent, nel Sud est dell’Inghilterra. Ancora sconosciute le cause del decesso. Classe 1989, la Geldof aveva iniziato la carriera come giornalista  – a 15 anni scriveva già per Elle – per poi proseguire come presentatrice e modella. Lascia il marito, il musicista Thomas Cohen, e i due figli piccoli.  A ieri risale il suo ultimo tweet: una foto da bambina in braccio alla madre, con la scritta “Me and my mum”.
Sara Bovi

Scopri Peaches dalle gallery di Leiweb


7.4.2014

Pulp Fiction compie 20 anni e torna al cinema

Scritto da in Cinema

Pulp Fiction compie vent’anni e alzi la mano chi, anche tra quelli che non erano ancora nati, non ne ha mai sentito parlare o non ne ha visto una clip su YouTube. Magari però intero e sul grande schermo non l’avete visto mai. Da oggi al 9 aprile, avete tre giorni per recuperare. Pulp Fiction di Quentin Tarantino, il 7mo miglior gangster movie di tutti tempi secondo l’American Film Institute, torna nelle sale. Per festeggiare, appunto, i suoi vent’anni.

Credetemi. Vedere in formato grande schermo Vincent & Mia twistare scatenati su You Never Can Tell di Chuck Berry, nel loro elegantissimo e fashionissimo look b/w (quanti servizi di moda abbiamo visto ispirarsi a loro, in questi 20 anni?), non è la stessa cosa che in tv, al computer o sul cellulare, come usa oggi. Io c’ero, quando Pulp Fiction fece la sua prima comparsa al cinema. Sala Debussy del Palais du Cinema, Festival di Cannes, fine maggio 1994: se non era venerdì era giovedì, ancora due giorni e sarebbe finito tutto, Tre colori: film rosso di Kieslowski era in testa ai pronostici, qualcuno era già tornato a casa, i giochi sembravano fatti. Erano le 19 e c’era il sole, ricordo… Quando uscimmo c’era chi gridava al capolavoro e chi urlava contro l’overdose di violenza. Io ricordo ancora i capelli lunghi e unti di Travolta, il look b/w, Bruce Willis pugile suonato, Mia che inala eroina e a cui viene siringata adrenalina, Uma Thurman in parrucca nera, Zucchino & Coniglietta, la sparatoria incrociata e così folle da essere poi, lei che era già parodia, parodiata da Aldo, Giovanni e Giacomo. E il tostapane che fa partire un massacro, Mr Wolf che risolve problemi… Tutto mischiato, come nel film che ha un intreccio ma che non lo rispetta cronologicamente, e ti fa andare avanti e tornare indietro continuamente. Anche solo per l’ottimo, intelligentissimo, esercizio per la mente dello spettatore, Clint Eastwood, presidente della giuria, fece benissimo a dare al film la Palma d’oro: da allora, al di là della nascita di un nuovo aggettivo (tarantiniano), il cinema non è più stato lo stesso.

Con tutto il suo contorno da leggenda: cosa sarebbe stato se al posto di John Travolta fosse rimasto Daniel Day Lewis, prima scelta della produzione? Se Meg Ryan avesse accettato la parte di Mia, probabilmente ci saremmo persi i più bei piedi della storia del cinema, quelli della Thurman esaltati dal regista in tutti i film girati insieme. E se Tarantino non avesse voluto interpretare Jimmie Dimmick, citando Hitchcock e i cammei nei suoi film (ma in verità l’apparizione del regista qui è molto più sostanziosa), probabilmente non avremmo Robert Rodriguez che dirigeva mentre Quentin recitava. Non vi resta che andare al cinema: in questi tre giorni non c’è film che regga il confronto.

Ps: Ricordo anche Tarantino che, con il suo tipico ghigno da cartoon sdentato, tra Eastwood in smoking bianco e Catherine Deneuve coi capelli corti, alza con una mano la Palma d’Oro e con l’altra il dito medio contro i suoi detrattori/fischiatori.

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3.4.2014

I film del weekend: 3 aprile 2014

Scritto da in Cinema

FATHER AND SON di Hirokazu Koreeda. Una coppia di successo, una casa bella e modernamente accessorista, un bambino legatissimo alla madre e trascurato dal padre, troppo preso a inseguire la fama accademica (è un professore). Un “normale” famiglia ricca, nella Giappone contemporaneo. Poi la chiamata: sei anni prima, nell’ospedale dove nacque il figlio, furono fatti degli scambi. Il bambino che hanno creduto il loro, è quello di un’altra coppia e il loro vive in una casetta in provincia, con due genitori post hippy e altri due fratellini, in una specie di comune dove i rapporti padre/figlio sono guidati dal cuore e non dalla ragione. Per legge, i genitori devono riavere il figlio naturale: i bambini vengono scambiati per la seconda volta, le famiglie si distruggono per ricostituirsi come avrebbero dovuto essere.

Secondo alcuni è il film che, allo scorso Festival di Cannes, ha “rubato” il premio (quello della giuria) a La grande bellezza: il presidente di giuria Steven Spielberg, così ossessionato dal tema padri/figli, del resto non poteva dimenticare un film che molto probabilmente sarebbe piaciuto a lui girare. Comunque Father and Son è bello e straziante, stilisticamente classico ma con una storia/tema che è un pugno nello stomaco: chi sono padri e chi sono i figli, quelli che ci fanno nascere o quelli che ci crescono e quanto i bambini possono cambiare gli adulti, quanto il cuore può vincere sulla ragione… In più aggiungeteci l’elemento culturalmente esotico di una società in cui i genitori/individui/cittadini sottostanno alla legge che impone loro la giustizia della restituzione dell” “oggetto figlio” al legittimo proprietario….

 

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DIVERGENT di Neil Burger, con Shailene Woodley, Theo James, Ashley Judd e Kate Winslet. Nel futuro una guerra ha distrutto città e civiltà. La società è strutturata in 5 caste il cue accesso non è per nascita ma per attitudine, visto che è decisa alla maggiore età, post test psicologico. Così ci sono i candidi, i pacifici, gli eruditi, gli abnegati, gli intrepidi, ognuno con il loro compito/ruolo. Il problema nasce con i divergenti, quelli che non risultano adatti a nessuna delle categorie: come Beatrice Purr che, a questo punto, secondo la legge deve essere eliminata: ma lei si ribella e si nasconde tra gli interpidi.

Nuovi Hunger Games cercasi… Niente di più dell’ennesima saga letteraria per teen lettori (questa volta la trilogia è di Veronica Roth, edita da noi da De Agostini), tendenzialmente femminili: una ragazza che, in piena educazione sentimentale/esistenziale, diventa una minaccia per al struttura sociale. Come in Hunger Games, appunto, ma anche in Twilight, etc etc. Il film è già tutto nel primo romanzo. E Shailene Woodley (era, bravissima, la figlia maggiore di George Clooney in Paradiso amaro) difficilmente farà boom come Jennifer Lawrence e Kristen Stewart.

 

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NYMPHOMANIAC VOL 1 di Lars von Trier, con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgard, Stacy Martina, Shia LaBeouf, Uma Thurman, Christian Slater. Joe (Charlotte Gainsbourg) viene trovata in un vicolo, picchiata e violentata, da un uomo (Stellan Skarsgard) che la porta a casa, la medica, la fa riposare. Lei gli racconta la sua storia di ninfomane bambina, ragazzina (Stacy Martin), adulta. I suoi incontri con gli uomini più diversi, cercati e consumati (in treno, a casa sua), le loro nudità e la sua passività. Ma anche il suo rapporto col padre (Christian Slater) amato e poi malato, la madre che le voltava le spalle anche mentre giocava a solitario, il primo amore (Shia LaBeouf) e le storie degli altri amanti, da cui pare non farsi toccare neanche quando interviene la moglie di uno di loro (Uma Thurman, grandissima!). Fino all’ultimo incontro (di questo primo volume) e all’urlo di Joe “Non provo nulla”.

Il mistero femminile secondo Lars von Trier, accusato di misogenia che però nelle sue donne si riflette più che negli uomini. Metaforicamente, Joe c’est lui (come in tutti i suoi film precedenti, cambiando il nome della protagonista) e l’odissea di lei è la loro. Il sesso non come fine pornografico, ma come strumento con cui racconta una storia umanissima e disperata, con il corpo di Joe nascosto e gli organi sessuali maschili mostrati in carrellata, uno dopo l’altro, puri oggetti di carne in mostra, mentre l’anima di lei resta pudicamente nascosta. Tra videoarte (le gallery, appunto) e romanzo per immagini (il volume, i capitoli…), il geniale danese è come sempre da amaro o odiare, ma il suo non scivola (non può) via come un qualsiasi film… E non solo perché il 24 aprile esce il VOL 2, su Joe adulta.

 

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TIM HETHERINGTON: DALLA LINEA DEL FRONTE di Sebastian Junger. Tim Hetherington era tanto bello che avrebbe potuto fare il  modello. Invece faceva il fotografo di guerra: è morto in Libia, nel 2011, a Misurata. Ma prima era stato su tutti i fronti caldi del pianeta, armato della sua reflex automatica, con cui non ha bisogno neppure di inquadrare, cosa che lo faceva il fotoreporter più veloce sulla piazza. Con Sebastian Junger (giornalista, tra l’altro ispiratore della storia poi diventata il film La tempesta perfetta, con George Clooney) si conobbero in Afghanistan, per un reportage tra i soldati americani.

Cosa spinge un uomo a voler essere là dove c’è la morte, dove rischi di incontrarla in nome di uno scatto fotografico, dove potresti essere tu a prossima vittima della guerra del cui orrore sei testimone? Il documentario, nato da un’amicizia e dalla sua perdita, racconta l’uomo (le interviste ai genitori, agli amici, ai colleghi) perché la passione per la professione (e i suoi rischi, il suo voler arrivare fino al cuore della tenebra e magari rimanerne vittima tu stesso) vengono sempre da lì, dal privato, dal passato, da quello che si è dentro e si era da bambini.

 

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ROMA CITTà APERTA di Roberto Rossellini, con Anna Magnani, Aldo Fabrizi. Storie che si incrociano nella Roma occupata dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. La vedova Pina (Magnani) che sta per risposarsi ma i nazisti le portano via il suo Francesco e la falciano col mitra. Don Pietro (Fabrizi) che conosce tutti e cerca di rendere più sopportabile l’orrore. Il partigiano cercato dalla Gestapo, tradito e poi catturato e torturato.

Per tutto aprile, è nei cinema la versione restaurata del capolavoro di Roberto Rossellini del 1945. Non perdetelo, anche se l’avete già visto o se vi sembra che vi basti averne letto sui libri di storia. In fondo fu il primo film “con Roma” a conquistare Hollywood e il mondo: l’Oscar a La grande bellezza è arrivato “solo” 68 anni dopo.

 

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TI RICORDI DI ME? di Rolando Ravello, con Ambra Angiolini, Edoardo Leo. Dalla piece teatrale di Massimiliano Bruno, l’incontro tra la narcolettica e il cleptomane.

Le psicosi altrui come cura per la propria? Variante clinica della più recente commedia italiana, tutta caratteri e nessuna new entry a livello di storia e ambientazione.

 

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CORPI ESTRANEI di Mirko Locatelli, con Filippo Timi e Jaouher Brahim. In ospedale, a Milano, un padre del Sud arrivato col proprio figlio malato senza speranza. E un fuggiasco africano di quella che doveva essere la primavera araba, che ha portato un suo amico.

Le proprie malattie (quelle di chi ami che diventano tue) come antitido alla legge fisica che allontana corpi che dovrebbero essere estranei per storia e geografia? Variante sanitaria del personale è politico.

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NOTTETEMPO di Francesco Prisco, con Giorgio Pasotti e Nina Torrisi. Tutto in una notte: un incidente e la sua unica sopravvissuta; un cabarettista che ha perso la capacità di far ridere e si aggira con una pistola; un poliziotto che arriva sul luogo dell’incidente ma vorrebbe essere altrove.

I guai altrui come cura per i propri? Variante drammatica e molto amara del post-post neorealismo italiano contemporaneo.

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IL PRETORE di Giulio Base, con Francesco Pannofino e Sarah Maestri. Dal romanzo di Piero Chiara Il pretore di Cuvio, la storia, ambientata nel ventennio fascista nella provincia lombarda da cui veniva l’autore, di un italico seduttore.

La passione di Sarah Maestri per la sua Luino e il suo concittadino Piero Chiara è incontenibile e irrefrenabile: questo è un omaggio, per i cento anni dalla nascita (il 23 marzo 2013, ma la distribuzione cinematografica in Italia ha i suoi tempi…).

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27.3.2014

I film del weekend: 27 marzo 2014

Scritto da in Cinema

CAPTAIN AMERICA. THE WINTER SOLDIER di Anthony e Joe Russo, con Chris Evans, Scarlett Johansson, Samuel L. Jackson, Robert Redford e Anthony Mackie. Capitan America/Steve Rogers (Evans), definitivamente nel presente, è ormai entrato nella super agenzia SHIELD: in teoria, al soldo di Fury (Jackson) e con l’aiuto della Vedova Nera (Johansson: sexy con humor, si “mangia” i supermachi e non solo per ragioni di sceneggiatura) e del nuovo super alleato Angel (Mackie), deve far fuori i nemici del suo Paese. Ci si mettono “il soldato d’inverno”, e il suo passato, perché forse Hydra non è morto. In più: chi è il capo di Fury, e c’è da fidarsi? E la verità? Sicuri che Captain America sappia tutto quello che c’è da sapere?

Che bello quando il nemico erano il Teschio Rosso, Hitler e le sue SS, o anche “solo” certi sovietici nazisticizzati… Qui al di là del super-rumorosissimo-velocissimo spettacolo (3D+action+esplosioni+scudi più veloci a tornare di boomerang, o del martello di Thor+dolby a manetta), è la sceneggiatura a fare acqua: ok la teoria del complotto e di chi controlla il controllore, ok che il mondo oggi è quello di Edward Snowden e delle intercettazioni e della guerra/controllo preventivi, e non più quello delle spie venute dal freddo delle spy story di un tempo, e ok anche la citazione de I tre giorni del condor per via di Redford… ma allora erano molto meglio i preveggenti Nemico pubblico con Will Smith e Spy Games con Brad Pitt (e Redford): lì, oltre all’astion, c’era l’intelligenza e ci davano il tempo di mettere insieme i tasselli. Ma lì c’era Tony Scott alla regia, qui due fratelli mestieranti della tv. Però se volete fare una bella figura, mandateci i vostri figli adolescenti: a loro piacerà un casino e capiranno tutto e vi ringrazieranno pure. Dopo qualche giorno, facendo finta di nulla, potrete anche chiedere loro qualche spiegazione…

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QUANDO C’ERA BERLINGUER di Walter Veltroni. Un documentario sul leader del PCI (quando c’era il PCI…) raccontato da uno che lo conosceva bene e, soprattutto, è conosciuto bene dagli intervistati che lo raccontano. Si parte con l’ignoranza dei ragazzi, intervistati nelle università di mezza Italia (Berlinguer? Un cantante. O un politico di destra) e si approda alla sua morte, nel giugno 1984, con il coma sopraggiunto “sul campo” di quel comizio a Padova che lui volle concludere a ogni costo e, soprattutto, Roma “occupata” dalla gente per i suoi funerali.

Più che un documentario su Berlinguer & i suoi tempi (così lontani, anche solo per la dittatura della moralità), un diario molto autoreferenziale di Veltroni, celeb della politica nostrana molto post berlingueriana. Certi documentari di La storia siamo noi su Rai3 (molte immagini sono, ovviamente in comune, essendo all’epoca la Rai la tenutaria dell’informazione) fanno meglio il loro dovere: qui non sai se commuoverti per Berlinguer o per la commozione dell’autore (che c’era…).

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STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI di Brian Percival, con Geoffrey Rush, Emily Watson e Sophie Nélisse. Germania, 1938: una ragazzina, perso il fratello e con la madre costretta a lasciare il paese, viene adottata da una coppia, lui artigiano e lei casalinga, nazisti più che altro per quieto vivere. Mentre la ragazzina impara a leggere in cantina e a salvare testi vietati dal regime, oltre che nascondervi un ebreo (con la “copertura” dei genitori), la guerra passa dalle vittorie alle sconfitte, gli uomini vengono spediti in guerra, i bombardamenti aumentano, i compagni di scuola/giochi diventano abbastanza grandi per essere mandati al fronte…

Alla base c’è un bestseller mondiale (La bambina che salvava i libri, di Markus Zusak) che racconta un’educazione sentimental/culturale in uno dei periodi più drammatici della storia, ma il film punta solo sulla commozione “facile”, quella che già conosciamo dai libri di scuola. Però per un pubblico di ragazzini, nonostante la sua semplicità quasi televisiva, potrebbe essere istruttivo: proiezioni scolastiche, alle medie, ecco la sua destinazione ideale.

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IN GRAZIA DI DIO di Edoardo Winspeare, con Celeste Casciaro, Laura Lichhetta. Una famiglia di donne, dopo il fallimento della propria attività causa crisi, torna a “casa”, in campagna. Lavorare la terra (letteralmente) le unirà, separerà, le farà ritrovare.

Dopo il passaggio al Festival di Berlino, arriva al cinema il film che il suo regista ci aveva raccontato l’estate scorsa, a riprese ultimate e uscita ancora molto incerta e lontana. Invece adesso In grazia di Dio ha trovato un distributore e vi consigliamo di non lasciarvelo scappare: al di là dell’unicità (Winsperare fa film “unici” e questo, per la sua storia, lo è ancora di più), è una bella spinta all’ottimismo e alla fiducia nelle donne. Diciamocelo.

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YVES SAINT LAURENT di Jalil Lespert, con Pierre Niney, Guillaume Gallienne, Charlotte Le Bon, Laura Smet e Marie de Villepin. Vent’anni nella vita di Yves Saint Laurent: dal 1956 (ventenne, viene nominato da Dior suo erede, cosa che lo fa proclamare nuovo re dell’Alta Moda) al 1976, ovvero la presentazione della collezione dedicata ai Balletti russi. In mezzo, il genio irrefrenabile (non smette mai di disegnare ed è felice solo due volte l’anno, in occasione delle sfilate) di YSL, ma anche la sua complessità sessuale (il rapporto con la madre, le sue muse/modelle, soprattutto con Pierre Bergé compagno di affari e vita, tra tradimenti e riavvicinamenti, fino alla fine) e la sua insanità mentale  (era maniaco depressivo).

Un biopic su un genio contemporaneo e le sue creazioni (i mitici capi mostrati sono tutti originali, conservati presso la Fondazione Bergé-Saint Laurent, come anche le location sono proprio quelle in cui visse e lavorò la coppia), sulla moda come creatività e in fondo anche arte (minore, come si dice nel film, ma forse no), su un uomo dalle mille complessità e sulla difficoltà di stargli accanto. Ma anche una storia d’amore che il “vero” Bergé ha voluto raccontare, dando il consenso al film (cosa che non ha concesso all’altro biopic su YSL in arrivo nei prossimi mesi) e non censurandolo neppure sui momenti più intimi e disperati (la droga, i tradimenti reciproci). Non lasciatevelo sfuggire, soprattutto se non siete fashion addicted.

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CUCCIOLI. IL PAESE DEL VENTO di Sergio Manfio. I Cuccioli contro Maga Cornacchia che vuole impossessarsi della “giraventola”, strumento che assicura il vento e la vita a Soffio, paese dove tutto funziona solo tramite quello.

Il cartoon all’italiana segue il nuovo trend: sempre più eco (qui si parla di energia eolica, in fondo). Divertente e, per i più piccoli, istruttivo.

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20.3.2014

I film del weekend: 20 marzo 2014

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NON BUTTIAMOCI Giù di Paschal Chaumeil, con Pierce Brosnan, Imogen Poots, Toni Collette, Sam Neil e Aaron Paul. Capodanno: quattro sconosciuti si ritrovano, accomunati dall’obiettivo, sul tetto di un grattacielo di Londra. Vogliono buttarsi giù, ma se la raccontano e decidono di rimandare a San Valentino. Basteranno sei settimane per dare un’altra chance alla vita, magari sorreggendosi a vicenda, andando insieme ai Caraibi e usando i media? Intanto ci provano: poi, di nuovo tutti sullo stesso tetto, decideranno.

Lo spirito è quello delle commedie stile Nick Hornby (il romanzo originario è suo, edito da Guanda), come About a Boy e Alta fedeltà. Gli ingredienti: l’amicizia come unica arma contro la solitudine contemporanea, belle location londinesi, humor Brit post moderno, personaggi simpatici e attori che si immedesimano completamente nella scrittura. Il titolo ovviamente è reale e metaforico: e se lo facessimo valere anche per noi?

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IL RICATTO di Eugenio Mira, con Elijah Wood e John Cusack. Variante sul tema “artista in crisi creativa”: dallo scrittore (inflazionato) al pianista che torna a suonare dopo anni di attacchi di panico. Già è in ansia quando, acclamato dal pubblico in sala, si mette al pianoforte: figuratevi quando vede scritto sullo spartito “se sbagli una nota ti uccido”. Da qui, il crescendo, più che musicale, è reale: le minacce si estendono alla moglie in sala…

Tutto al chiuso di una sala da concerti, il thriller parte adrenalinico, giocando sull’ingenuità/fragilità dell’ex elfo Elijah Wood, contrapposto al fantasma della galleria che lo minaccia. Come nel finale di L’uomo che sapeva troppo di Hitchcock, la caccia si svolge tutta in una sala da concerto (gli autori sono gli stessi di Buried, ambientato tutto in una bara) e funziona finché la minaccia non ha volto/corpo: poi compare Cusack e la paranoia mette ko il mistero.

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JIMMY P di Arnaud Desplechin, con Benicio del Toro, Mathieu Amalric e Gina McKee. Stress post trauma bellico negli Usa di fine anni Quaranta: un nativo americano che ha combattuto in Francia, dopo una serie di attacchi in cui perde la memoria e il contatto con la realtà, viene ricoverato per schizofrenia e curato con elettroshock. Finché il suo caso non attira l’attenzione di un francese, antropologo e psiconalista studioso della tribù a cui appartiene l’ex soldato che aveva combattuto e salvato la sua patria: adesso tocca all’europeo ricambiare, all’inizio per ambizione professionale, poi per amicizia.

Se non conoscete Arnaud Desplechin, Jimmy P è un ottimo inizio. Il regista francese, un quarantenne biondo e aristocratico, si allontana per questa volta dal suo mondo (la sua generazione, la sua epoca, la sua alta borghesia francese, il suo clan di attori di cui qui c’è solo il fidato Amalric) e approda in America, per raccontare una storia vera: con una star hollywoodiana e alle prese con la Storia, incanta col viaggio psicoanalitico nel passato del protagonista e commuove raccontando un’amicizia sulla carta impossibile, oltre che regalandoci immagini bellissime.

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NOI 4 di Francesco Bruni, con Fabrizio Giffuni, Ksenia Rappoport. Il 13/6/2013 di due ex coniugi che si erano tanto amati e dei due figli, la femmina ormai post adolescente e il maschietto nel giorno del suo esame di terza media.

La famiglia romana di oggi, genitori di sinistra separati ma non allargatisi, lei superdonna e lui artista inaffidabile, i figli e la loro età. Bruni è lo sceneggiatore di Virzì, Calopresti (ma anche Ficarra & Picone) e il regista di Scialla!, che qui si allarga includendo il 50 % femminile della famiglia: diciamo che raccontare lo Yang (il maschile) gli riesce meglio che fare lo stesso con lo Yin (il femminile) e comunque la sua resta una commedia di caratteri/personaggi più che di storia/azione.

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AMICI COME NOI di Enrico Lando, con Pio & Amedeo, Alessandra Mastronardi. Due amici pugliesi. con business in comune nelle pompe funebri, scappano dal paese quando Pio, alla vigilia delle nozze con Rosa (Mastronardi) scopre che sul web gira un video porno di lei (ma sarà lei?). Inizia così, per i due amici, un road movie tra Roma, Milano, Amsterdam.

Da Le iene al cinema, ma i foggiani Pio & Amedeo più che Pif ricordano altri passaggi: Ale & Franz, Ficarra e Picone, etc etc… Citano e ricitano come portafortuna, ovviamente, Checco Zalone, ma giocando/completandosi/spalleggiandosi come tutte le strane coppie. Per fan.

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AMAZZONIA 3D di Thierry Ragobert, voce di Alessandro Preziosi. Il documentario che celebra la Giornata internazionale delle foreste indetta dall’ONU il primo giorno di primavera (esce infatti il 23 marzo) e racconta la storia di sai, scimmia cappuccino che finisce in mezzo alla foresta fluviale.

Portateci i bambini: forse impareranno ad amare la natura e farle molto meno male di noi.

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13.3.2014

I film del weekend: 13 marzo 2013

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LEI di Spike Jonze, con Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Rooney Mara, Olivia Wilde, Amy Adams. Los Angeles, futuro prossimo venturo. Theodore (Phoenix) vive in un grattacielo, ha una ex moglie che l’ha lasciato e non riesce a dimenticare, qualche flirt, un’amica/vicina di casa anche lei con qualche problema esistenzial/sentimentale (che però, da donna, nasconde meglio di lui), un unico “compagno di giochi” (il protagonista di un videogioco) e un lavoro doc: scrive biglietti d’amore personalizzati sul Web, per tutti quelli che non sanno più esprimere i propri sentimenti. Una sera si imbatte in un nuovo sistema operativo: puoi sceglierlo come lo vuoi tu (o è esso a scegliere te?) e Theodore lo sceglie donna, la chiama Samantha, la mette in un computer tascabile con le fattezze di un portasigarette d’antiquariato. Da qui all’amore (quello “vero”, umano, con tutte le sue tappe) il passo è breve. Anche se ovviamente sorprendente.

Da vedere perché è la love story più contemporanea e umana dei nostri tempi. Lasciate perdere il fatto che lei sia un OS, il suo corpo inesistente: il discorso è cosa ne è delle nostre relazioni (fine compresa probabilmente, buona o cattiva che sia), in un’epoca in cui le macchine/la tecnologia ci fanno stare sempre più connessi tra noi, ma anche sempre più lontani. Lo spazio comune, il contatto dei corpi, il corpo stesso dell’altro? Quanto ancora conta se puoi vederti/sentirti su uno schermo, quando lui è là e tu sei qua? Che conseguenze ha tutto questo sul nostro bisogno di “toccare” l’altro e farsi toccare? I sentimenti sono sempre gli stessi, i mezzi no… Il tutto con immagini, attori (la Johansson solo voce – nella versione doppiata è la Ramazzotti – è straordinaria, tanto che al Festival di Roma l’hanno premiata), battute (“L’amore è l’unica follia socialmente accettata”), la psicologia dei personaggi (uomini e donne vere, sia in pixel che in carne), location (lo skyline di Shanghai mixato a quello californiano, perché il regista/sceneggiatore premio Oscar non ha potuto girare tutto in Cina), costumi (il vintage dei pantaloni di fustagno a vita alta etc), musiche straordinarie. Non perdetevelo.

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SUPERCONDRIACO di Dany Boon, con Dany Boon, Kad Merad e Alice Pol. Romain (Boon) è ipocondriaco: fotografo di un dizionario medico online, è in cura dal Dott Zvenka (Merad) il quale a un certo punto, non sopportando più il suo paziente/malato immaginario, decide di costruirgli una vita sociale, per trovare una donna a cui passare la palla…

Evoluzione della commedia alla francese: Boon è quello di Giù al Nord e stavolta passa dal pubblico/sociale al privato, anche se l’immersione nel nostro mondo sempre più Web addicted è totale. In epoca di selfie, l’uomo che crede di avere tutte le malattie ci sta, soprattutto perché “lievitato” dai media imperanti, che ci fanno sapere tutto e sembrare di avere tutto. Con una nota russo/ gogoliana nel look e nel nome del medico curante (Zvenka)…

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PROSSIMA FERMATA: FRUITVALE STATION di Ryan Coogler, con Michael B Jordan e Melonie Diaz. 31/12/2008, dall’alba alla notte, l’ultima giornata di Oscar Grant III, 22 anni californiano del Nord (Bay Area, intorno a San Francisco) con già famiglia a carico. Un giovane nero come tanti, nel giorno del compleanno della madre. La fine, soprattutto in America dove il caso è stato tra i più bollenti del decennio, è nota: fermato dalla polizia bianca, Oscar Grant III verrà ucciso. Ingiustamente.

Dopo il bigino sulla storia del movimento di liberazione afro-americano (The butler). Dopo il ricordo di fantasmi/ingiustizie che possono sempre tornare (12 anni schiavo), tocca alla storia vera recente. Diretto e interpretato da due 27enni, è il terzo black movie dell’anno in arrivo da Hollywood. Come se l’America volesse riflettere sullo stato dell’integrazione più antica, quella bianchi/neri, con un presidente afro-americano al secondo mandato e gli ispanici che ormai li hanno superati, tra le “minoranze”. Piccolo, indipendente, molto premiato (ma non dall’Oscar, nonostante il “tifoso” Obama), arrabbiato.

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MR PEABODY & SHERMAN di Rob Menkoff. La storia del cane genio (anche Premio Nobel) e del ragazzino che ha adottato: grazie a un’invenzione del “padre”, i due possono viaggiare nel tempo. Ovviamente sarà l’umano, in vena di conquiste, a combinare un guaio: al padre/cane toccherà rimettere a posto le carte della Storia.

Discorso sulla diversità e sull’uguaglianza della genialità, in questo caso rovesciata, con un’animazione splendida. Gli animali provano emozioni come noi, si è scoperto: il film del co-regista di Il re leone, paradossalmente, l’aveva anticipato. Molto divertente.

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NEED FOR SPEED di Scott Vaughn, con Aaron Paul, Dominic Cooper, Imogen Poots, Michael Keaton e Dakota Johnson. Mix tra videogioco & eredi di Fast and Furious cercasi: qui c’è il protagonista del serial tv di culto Breaking Bad alle prese con le corse clandestine. Il suo miglior amico muore durante una gara e lui viene ingiustamente accusato.

Rigorosamente per videogioco e velocità dipendenti.

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IDA di Pawel Pawlikowski, con Agata Trzebuchowska e Agata Kulesza. Polonia 1962, una giovane suora cattolica, prima di prendere i voti, raggiunge una zia che non sapeva neppure di avere: lei le ha rivelato che sono ebree, e che i genitori di lei sono stati traditi e uccisi durante la guerra. La zia, ex funzionaria di partito in crisi, e la suorina si mettono in viaggio per la campagna, alla ricerca della fossa dove furono sepolti i parenti: chi li tradì?

Pensate a un bianco e nero luminosissimo, a due donne in viaggio su una vecchia vettura comunista, tra luoghi e persone che sono ferme a 20 anni prima, e a ragazzi che nella musica occidentale (il jazz, il twist, 24.000 baci cantata con un perfetto accento italiano) cercano un modo per sentirsi liberi e diversi da chi li ha preceduti. È un film d’essai, serio e da non perdere, commovente nelle storie e ipnotico nelle immagini, che lascia una domanda: anche se glielo lasciamo fare, la vita può o no cambiare i nostri piani?

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47 RONIN di Carl Rinsch, con Keanu Reeves, Hiroyuki Sanada e Rinko Kikuchi. Da una leggenda/racconto epico giapponese del XVIII secolo, la storia del mezzosangue cresciuto dai locali, che si unisce agli ultimi 47 ronin sopravvissuti dopo che un signore della guerra ha distrutto la loro casta, ucciso il loro maestro e tolto loro il potere. Sarà marziale vendetta.

Torna Keanu Reeves, ormai platealmente in versione Far East: se Matrix riecheggiava l’Oriente citandolo dall’Occidente, qui l’attore si è completamente immerso in una produzione giapponese (la storia ispiratrice, l’ambientazione, il resto del cast), nell’attesa di dirigere il suo primo film da regista… in Cina (il prossimo  The Master of Tai Chi). Se L’ultimo samurai era l’Est raccontato dall’Ovest, qui è l’Ovest che si mette al servizio dell’Est (dato i rapporti di forza geopolitici ed economici attuali, non si sa quanto liberamente). Guarda la videointervista esclusiva a Keanu Reeves.

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LA MOSSA DEL PINGUINO di Claudio Amendola con Ricky Memphis, Edoardo Leo, Antonello Fassari, Ennio Fantastichini e Francesca Inaudi. Storia tutta di complicità maschile, su un gruppo di amici che dal bar passano a fondare una squadra di curling per gareggiare alle Olimpiadi invernali di Torino 2006.

Commedia maschile, sull’amicizia che, tra mediani della vita e dello sport (parliamo di curling, non di calcio e golf), ti salva la vita. Primo film da regista di Amendola, sincero.

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MALDAMORE di Angelo Longoni, con Ambra Angiolini, Luisa Ranieri, Alessio Boni, Luca Zingaretti, Claudia Gerini. L’equivoco nasce dal fatto che uno stupido incidente può rovinarti la vita: lascia acceso l’interfono per bambini e chi non dovrebbe sentire sente… Così due coppie si “suicidano”, pensando che l’altro non abbia sentito: le mogli scoprono i tradimenti dei mariti e cercano vendetta.

Ennesima commedia nostrana sull’infedeltà, molto urlata, tutta tinello e motorino. Zingaretti non è il compagno della Ranieri (lo è Boni), ma quello di Ambra: arguzie di casting…

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6.3.2014

I film del weekend: 6 marzo 2014

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300. L’ALBA DI UN IMPERO di Noam Murro, con Eva Green e Rodrigo Santoro. Sequel ma anche un po’ prequel di 300, il digilital movie tratto dalla graphic novel di Frank Miller, all’urlo di battaglia “Arriveranno morte e distruzione”. Se là si raccontavano le Termopili e il sacrificio degli spartani, qui ci si concentra su Temistocle, sui suoi tentativi di unire i greci contro i persiani invasori. Le novità, oltre il cambio di campo di battaglia? Ci viene spiegato il perché & il percome Serse da uomo è stato trasformato in semidio pressoché nudo, e soprattutto da chi: occhio infatti al personaggio più bello e sorprendente, la guerriera Artemisia (in versione umana e non digitalizzata, Eva Green), comandante della marina persiana. Una Amelia, la strega che ammalia (in contrapposizione alla vedova di Leonida, non casalinga ma anche lei vendicatrice), in versione epico/femminista: in nome della civiltà occidentale a cui apparteniamo (salvata dalla sua, inevitabile, sconfitta) non dovremmo tifare per lei, ma…

Cosa ne dite di festeggiare in  modo alternativo l’8 marzo? Prendete le vostre amiche e, invece del solito ristorante, scegliete una visione collettiva non tanto del film (l’effetto sorpresa del gran giugno storico/digitale, essendo la seconda puntata, non c’è più) quanto di Artemisia…

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ALLACCIATE LE CINTURE di Ferzan Ozpetek, con Kasia Smutniak, Francesco Arca, Francesco Scianna, Carolina Crescentini e Filippo Scicchitano. Camminando all’indietro… Tredici anni prima Smutniak, bella & borghese, sta con Scianna ma incontra Arca (tanti tatuaggi originali e niente di più lontano) , boy friend della sua amica Crescentini. È passione incontrollabile. Tredici anni dopo, la seduzione fatale tra opposti ha vinto e dato i suoi frutti. Ma reggerà ancora? Intorno, parenti, amici, giovani, anziani, sani e malati.

Se vie è piaciuto Cuore sacro – melò, “pesante”, ma purtroppo, qui, senza lacrime liberatorie – allora non sarete delusi. Se avete preferito la leggerezza “ricca” di Le mine vaganti, ne sentirete la mancanza. Restano la Puglia e, a proposito di corpi belli, la bilancia che scende con Arca e sale con Smutniak (la prima, vera donna bella usata per la sua bellezza dal regista).

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FELICE CHI è DIVERSO di Gianni Amelio. Il documentario con cui il regista ha partecipato all’ultimo Festival di Berlino, il suo coming out per immagini, accompagnato a quello vocale. Un “trattato” sull’omosessualità e anti l’omofobia, cercata/trovata/denunciata nell’arte, nella storia, nei media, nel passato e nel presente dell’Italia, dal fascismo a oggi.

Strano mix tra confessione personale e saggio per immagini.

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TARZAN 3D di Reinhard Klooss, con Kellan Lutz. Ovvero un eco/Tarzan contemporaneo (tra i gorilla si ritrova quando l’elicottero dei suoi genitori cade nella foresta), che lotta per difendere la sua terra e una fonte di energia misteriosa (un meteorite, che il padre stava studiando) dai predatori che un tempo avrebbero cacciato gli elefanti per via delle zanne. Un po’ di aggiornamenti, ma Jane comunque c’è.

Per ragazzini che magari non conoscono Johnny Weismuller & Lex Barker, ma sono intruppati con l’animazione digitale dei corpi umani.

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UN RAGIONEVOLE DUBBIO di Peter P Croudins, com Dominic Cooper, Samuel L Jackson ed Erin Karpluck. Procuratore distrettuale molto consapevole delle sue tante belle speranza, si mette da solo nei guai quando investe un uomo e invece di soccorrerlo scappa nella notte. È la fine dei sogni di vana gloria, con la famigliola messa ko e la bella casa nei sobborghi  che diventa un inferno: perché qualcuno ha visto e ricatta.

Ideale per una serata infrasettimanale seduti sul divano di casa: per la serie, non vale il biglietto. Un filmare la tv dove nulla è nuovo, neanche l’animo & il volto ormai sempre più da psicopatico di Samuel Jackson, qui nei panni del ricattatore che vuol a fare al procuratore quello che fu fatto a lui.

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REGISTE di Diana Dell’Erba, con Maria de Medeiros, Eugenio Allegri e Toni Pandolfo. Esce l’8 marzo il film/documentario sulla professione di regista, ma visto al femminile. Il sottotitolo è il messaggio: dialogando su una lametta, metafora di una condizione sempre a rischio di prevaricazione maschile. Ma, ecco il messaggio, aspiranti registe del futuro sappiate che prima di voi altre ce ne sono state, e hanno combattuto per loro e per voi. Così, mentre la parte fiction racconta la prima regista donna italiana Elvira Notari (1875/1946) interpretata dalla de Medeiros,  Lina Wertmuller, Francesca Archibugi, Maria Sole Tognazzi, Alina Marazzi, Roberta Torre, Francesca Comencini Susanna Nicchiarelli & le altre si inseriscono narrando la loro esperienza, come in un documentario.

Un altro modo per festeggiare l’8 marzo: sempre con le amiche e in comunione post-femminista, ma se siete un po’ cinofile è meglio. Se poi sognate di diventare registe, segnatevi consigli e  strategie.

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