Scritto da Antonella Catena in Cinema
È proprio vero: tutto ha una fine. Anche i divieti conseguenza di traumi collettivi. Il post 11/9 è finito definitivamente, scrive il New York Times, la scorsa settimana, con l’uscita in America di L’uomo d’acciaio, il nuovo Superman che da noi arriva giovedì. Perché lo vedi, assisti alla distruzione in diretta di Metropolis (lunghissima, anche troppo) e torni a quel 11 settembre del 2001: i grattacieli crollano, la polvere e i vetri invadono le strade, la gente scappa (in 3D, volendo) e tu ti senti di nuovo di fronte a tutto ciò che quel giorno cambiò il mondo. E Hollywood. Tempo una settimana, a metà settembre 2001, a tutti gli studios arrivò una direttiva firmata Cia e Casa Bianca, di quelle che non ammettono repliche o eccezioni: niente più bombe sugli aerei civili, niente più palazzi che crollano su stessi, niente più gente che fugge con lo sguardo terrorizzato. Cosa che decretò la morte dei film stile Armageddon o Die Hard, e degli action heroes alla Bruce Willis, Sly Stallone e Schwarzenegger: non a caso Will Smith passò da Independence Day al nostro Gabriele Muccino. Far rivedere (rivivere) quelle immagini era vietato nell’America scioccata, delle libertà individuali limitate in nome della sicurezza nazionale dal Patriot Act e di Guantanamo. Poi però Bush è stato sostituito da Obama, il vuoto di Ground Zero dall’occupazione, da parte dei ragazzi di Occupy Wall Street, del vicinissimo Zuccotti Park. E Hollwood? Se prima evocava paure e paranoie reali ma generiche (tutti i Batman di Christopher Nolan, La guerra dei mondi di Spielberg) o ricostruiva l’evento (World Trade Center di Oliver Stone), poi ha cominciato timidamente a mostrare di nuovo palazzi che crollavano e attacchi aerei a metropoli in Transformers 3 (del 2011, l’anno del decimo anniversario), The Amazing Spider-Man, The Avengers, Iron Man 3 dove, soprattutto, si metteva ko la minaccia del terrorismo attraverso la figura sarcastica del Mandarino.
Fino a questo Superman che riemerge dall’acciaio delle lamiere e dai vetri e dagli scheletri dei palazzi di Metropolis/Manhattan: la differenza con gli altri recenti comic movie è che qui dietro c’è Christopher Nolan (la storia è sua) e che tutto è molto più “umano” perché la depressione e il grigiore esistenziale del film sono quelli che viviamo. Quindi la partecipazione è quadruplicata. Sappiatelo giovedì, quando entrerete in sala. Un’amica, all’uscita dall’anteprima, mi ha detto: “E se fosse ancora troppo presto?”. Magari lo penserete anche voi. O forse no.
Ps. Per quanto riguarda le bombe sugli aerei civili, ci pensa Brad Pitt in World War Z (gioiello di ironia, geopolitica hollywoodiana e saggio sul panico da contagio di massa contemporaneo) a far saltare, letteralmente, il tabù.
Scritto da Antonella Catena in Cinema
È sincera perché vera, la dichiarazione di Gaetano Savattieri, giornalista e direttore artistico di Trame.3: “Ci sono sfide affascinanti. Affascinanti perché difficili. Trame è una di queste: perché fare un festival di libri sulle mafie a Lamezia Terme, in terra di Calabria, è operazione ardita e complessa”. E quindi, appunto, affascinante. Soprattutto meritevole di essere seguita, anche raggiunta se si è da quelle parti. E allora, se potete, cercate di non perdervi gli appuntamenti di Trame.3, festival che inizia domani 19 giugno e si conclude il 23 e che parla, spiega, racconta la mafia negli stessi luoghi dove questa agisce e fa le sue vittime. La manifestazione quest’anno si allarga e alla letteratura aggiunge il cinema, l’arte, la musica: senza dimenticare, anzi dando loro sempre più spazio, le donne che sindache, giornaliste, madri, mogli sono le vere combattenti di una guerra sempre più quotidiana. Anche con loro parlerà Massimo Bray, ministro della cultura atteso a Lamezia per parlare (e dimostrare) che la cultura può diventare l’arma più efficace per realizzare ciò che Paolo Borsellino disse a Rosaria Schifani, vedova di uno degli agenti uccisi a Capaci: “questa terra diventerà bellissima”.

Viva la libertà
Il programma è fittissimo, con libri e film (La seconda volta, Placido Rizzotto, Viva la libertà)e tanto altro che diventano argomento di dibattito. E con ospiti come il sociologo Nando dalla Chiesa; i registi Pasquale Scimeca, Roberto Andò, PIF e Mimmo Calopresti; i Francesco Merlo, Pietrangelo Buttafuoco, Attilio Bolzoni, Carlo Bonini, tantissimi scrittori tra cui Gianrico Carofliglio, Marcello Fois e Giuseppe Di Piazza. E poi magistrati e le donne sindaco Elisabetta Tripodi (Rosarno) e Maria Carmela Lanzetta (Monasterace) e tanti altri ancora. Info: www.tramefestival.it
Scritto da Antonella Catena in Cinema
A Hollywood le 40enni sono finalmente al potere e si stanno vendicando di uomini e starlette, più o meno brave ma comunque più giovani di loro? Per rispondere a Cristina e capire/scoprire come si sta da quarantenni e cinematografare (attrici, registe, produttrici, etc etc) in Italia, eccovi un doppio consiglio:
1) fate un salto a Castiglioncello (Livorno) dove, dal 18 al 22 giugno si svolge “Parlare di cinema”, manifestazione diretta dal critico del Corriere della Sera Paolo Mereghetti
2) non perdete Tra cinque minuti in scena di Laura Chiossone, nei cinema dal 27 giugno.

Monica Bellucci sul set di Ricordati di me. Foto di Angelo Turetta
A Castiglioncello le donne del cinema italiano saranno molto presenti: un po’ perché quest’anno l’omaggio è a Lina Wertmuller (“la” regista del cinema italiano), un po’ perché si parla di professioniste del cinema di Hollywood (e magari si ragionerà proprio sull’articolo dell’Hollywood Reporter che Leiweb ha lanciato per prima), un po’ perché grande spazio verrà dato agli esordi femminili migliori degli ultimi anni: ma, soprattutto, perché tra il 21 e il 22 molte delle donne che fanno il cinema italiano di oggi saranno presenti per parlare proprio della loro situazione (Laura Morante, Cristiana Capotondi, Sabrina Impacciatore e altre ancora). In particolare il 22 è previsto l’incontro “Viaggiare Sole. Il cinema italiano non è un paese per donne? Dietro le quinte di un’avventura al femminile”: Piera Detassis direttore di Ciak condurrà la conversazione tra Margherita Buy, Maria Sole Tognazzi e la produttrice Donatella Botti. In ultimo, da visitare è la mostra “Anima Gemella. Ritratti di attrici sul set”, autori fotografi come Philippe Antonello a Marina Alessi.
E poi, dal 27, andate al cinema a vedete Tra cinque minuti in scena, la storia del rapporto giorno dopo giorno tra una figlia e una madre, unite dal sempre dal teatro. Gianna fa l’attrice perché la madre fin da piccola ha voluto che sapesse recitare, cantare, suonare. E adesso, tra le prove di uno spettacolo che sta mettendo in scena e la casa e il tempo divisi con la madre anziana e malata, è come se le parti si fossero invertite: è la figlia a fare da madre alla mamma, mentre il palcoscenico si mixa con la vita (e il contrario)… Il tutto con tanta verità e, soprattutto (credeteci!) con estrema ironia: riderete e vi commuoverete, farete da spettatrici e vi vedrete sullo schermo, perché tutto quello che Laura Chiossone mette in scena è, semplicemente, vero. Gianna è Gianna Coletti (ha lavorato con Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Gino Bramieri, Adriano Celentano e Mario Monicelli), la madre (Anna Coletti) è la sua vera madre…

Gianna Coletti in Tra cinque minuti in scena
È lei a dire, di sé: «Ho studiato filosofia, suonato in una pop band, fatto teatro, scritto pagine su pagine di romanzi mancati. Nessuna cosa mi è riuscita benissimo finché non sono stata sul set di un film (…) Mi sono autoprodotta, dai primi cortometraggi. (…). Da lì la pubblicità (…). Questa è la mia opera prima che nasce da una storia vera (…) E penso che alla fine niente ci sia di casuale nella vita». Adesso sapete chi è Laura: spero che la sua vita vi incuriosisca. E, per restare nella vita di tutte noi, sappiate che il film è linkato al blog “Mamma a carico”, luogo internettiano dove condividere storie ed esperienze, problemi e scoperte, paure e piccole strategie di sopravvivenza, dalla ricerca della badante all’ironia che non deve mai mancare. L’indirizzo è www.mammaacarico.com
Scritto da Antonella Catena in Cinema
Adesso posso dirlo: ho visto nascere una stella. La “mia” ha gli occhi a mandorla (sembrano, ma da vicino non è vero) sui capelli biondi, sembra ancora più alta del suo metro e 83, l’accento è più Brit di quanto uno possa credere possibile. Si chiama Benedict Cumberbatch e al Festival di Venezia di due anni fa, arrivato per La talpa, rubò la scena ai ben più noti Colin Firth (neo premio Oscar, tra l’altro) e Gary Oldman. Bastava sentire/vedere le fan osannanti sul red carpet per intuire che era nata una nuova star. Che, lo riconosco, non ha il più facile dei cognomi: ma il mio consiglio è di sforzarvi a impararlo fin da ora, perché sarà una presenza fissa nei cartelloni cinematografici dei prossimi anni. Insomma, lo citerete parecchio.
Figlio d’arte, londinese, classe 1976, a un certo punto si prese un anno sabbatico e andò a insegnare inglese in un monastero tibetano: tornato, decise che recitare era la sua strada. E non l’ha più lasciata Intanto potete godervelo in Into Darkness, ultimo capitolo di Star Trek nei cinema da oggi: col suo Khan mette ko Chris Pine (Kirk), si “mangia” il film e alla fine non puoi non fare il tifo per lui, anche se sai che è un cattivo formato galattico.

Into Darkness
Del resto già come Sherlock Holmes in tv (è appena partita la produzione della terza stagione), aveva dimostrato di essere ad altezza di Robert Downey jr (i due Sherlock contemporanei non perdono intervista per dichiararsi uno fan dell’altro). Che sia nata una stella, lo conferma il fatto che BC ha “soffiato” a Leo DiCaprio uno dei ruoli più hot dell’anno: in The Imitation Game sarà Alan Turing, matematico geniale che prima aiutò l’Inghilterra a vincere la seconda guerra mondiale (il decifratore di codici Enigma fu anche opera sua) e poi fu perseguitato per la sua omosessualità (fu condannato alla castrazione chimica, dopo essere stato sorpreso durante un rapporto sessuale con un uomo), cosa che lo spinse al suicidio. Ma prima preparatevi a vederlo in Twelve Years of a Slave di Steve McQueen (Shame) al fianco di Brad Pitt e Michael Fassbender;

Twelve Years of a Slave
nei panni di Julian Assange in The Fifth Estate; con Julia Roberts, Meryl Streep, Juliette Lewis in August: Osage County (l’altro maschio del gruppo è Ewan McGregor); in Crimson Peak di Guillermo del Toro con Jessica Chastain. È nata una stella, appunto…

In The Fifth Estate nei panni di Julian Assange (quello vero è a destra)
Scritto da Giovanni Maggioni in Cinema

Nell’Italia del dibattito sullo ius solis aperto dal ministro per l’integrazione Cécile Kyenge arriverà il prossimo autunno una pellicola che parla di integrazione, Italy amore mio. Ultimo lavoro di colui che viene considerato il padre italiano delle riprese in digitale, Ettore Pasculli, il film, tratto da dal testo teatrale di Anna Kuliscioff Il monopolio dell’Uomo, riprende le tematiche dell’immigrazione e in particolare di quella femminile, fondendo il tema della discriminazione sessuale con quello razziale. La storia è quella di Alina (Eleonora Giovanardi), una giovane ragazza rumena, immigrata di seconda generazione, che si trova a fronteggiare lo scontro fra due culture: quella orientata alla chiusura, impressa dalla famiglia fra le mura domestiche e sul lavoro, e quella assimilata nella società in cui è cresciuta, animata da principi di libertà e uguaglianza. Sfogo della pressione dovuta alle sue due culture d’origine è la danza, altro grande protagonista della pellicola, con ben 150 ballerini, fra allievi e professionisti che lo scorso 20 febbraio hanno inaugurato col primo ciak l’inizio delle riprese.
Un lungometraggio questo che, insieme ad altri lavori più o meno indipendenti come Alì ha gli occhi azzurri o Sta per piovere, vuole far riflettere sull’inesperienza del nostro Paese, nonostante si trovi nel cuore del Mediterraneo, nei confronti del tema dell’immigrazione. Proprio per l’attualità di queste tematiche, Bayer, multinazionale tedesca leader nel settore farmaceutico da sempre attenta ai temi sociali, ha realizzato in questi mesi una video inchiesta per analizzare le diversità culturali in Italia. Il progetto ha visto 60 giovani stranieri di seconda generazione under 35, con origini diverse ma tutti nati in Italia, rispondere alle domande su argomenti come le pari opportunità per le donne, l’integrazione e le differenze multietniche.
Scritto da Giovanni Maggioni in Cinema

Paulette vive in un anonimo complesso delle banlieu parigine, è anziana, burbera, razzista e ha un grosso problema, con la sua pensione non riesce ad arrivare a fine mese. Cosa c’è di meglio allora che sfruttare il proprio pallino degli affari per mettersi in proprio? Così, ispirata da un gruppo di spacciatori visti sotto casa, e unendo le sue abilità da pasticcera Paulette e le sue tre amiche avviano una fiorente attività da spacciatrici di dolci “farciti”. Uscita giovedì 6 giugno nelle sale italiane, Paulette è una commedia diretta da Jérôme Enrico, con protagoniste Bernadette Lafont e Carmen Maura, che ha ottenuto un grande successo di pubblico in Francia con oltre 1 milione di spettatori. Il fatto curioso, però, è che questa storia scanzonata di nonnine che, loro malgrado, si trasformano in loschi trafficanti è stata ispirata da un fatto di cronaca vera, segno tangibile che ormai, per uscire dalla crisi, non si guarda più in faccia nessuno. Altro punto interessante è che non si tratta del solito film con un happy end prevedibile del tipo “sbandamento e redenzione”, cioè con la protagonista che prima spaccia e poi si pente, ma nonostante il film sia un commedia senza troppa pretese, ha un finale (che ovviamente non posso svelare) abbastanza sorprendente .
Si vede che molta acqua è passata sotto i ponti da quel 2000 in cui usciva nelle sale L’erba di Grace che nonostante il suo tema controverso incassò 26 milioni di dollari nelle sale di tutto il mondo, perché è evidente che negli ultimi anni le posizioni sulla marijuana utilizzata a scopo ricreativo e come rientro economico (tutti aspetti considerati ancora un piccolo tabù alla fine dello scorso millennio) ma anche nei confronti di droghe pesanti,si sono piuttosto ammorbidite come dimostra tra l’altro il successo di serie televisive come Breaking Bad e Weeds, entrambe trasmesse in chiaro dalla Rai.
Se sia la realtà che influenza la fiction o viceversa non si sa, è un fatto però che negli ultimi anni stiamo assistendo ad un generale ammorbidimento culturale e istituzionale nei confronti delle sostanze stupefacenti, soprattutto dopo che la stessa commissione sullo stato della guerra alle droghe dell’ONU ha ratificato un documento dove dichiara che questa guerra è stata persa, e nel peggiore dei modi, finendo per favorire le mafie internazionali e costando ai soli Stati Uniti (giusto per fare un esempio) quasi 8 miliardi di dollari l’anno. Sono segnali piccoli ma espliciti di un cambiamento nella mentalità che forse è anche indotto dalla crisi economica attraverso cui stiamo passando. Un economista della Sorbona parigina ha dichiarato nel 2011 che se si legalizzasse la cannabis in Francia gli introiti ottenuti sulla tassazione permetterebbero un generale riassestamento dei bilanci pubblici. Mentre nel paese che ha “creato” il proibizionismo della cannabis, gli USA, a novembre 2012, gli stati di Washington e del Colorado hanno reso legale l’uso ricreativo della marijuana attraverso un referendum, business che è già stato quantificato in 1,5 miliardi di dollari l’anno e che ha già fatto drizzare le antenne a molti investitori come l’ex manager Microsoft Jamen Shively. Pochi mesi dopo il referendum americano, in Italia, un giudice del tribunale di Ferrara ha assolto due giovani trovati in casa con quattro piante di marijuana e considerati addirittura “meritevoli” dal loro avvocato per non aver alimentato gli introiti della mafie comprando dagli spacciatori.
Tutte queste aperture hanno creato forse qualche entusiasmo di troppo per chi, seguendo l’esempio della signora Grace del film, ha deciso di combattere la crisi con la coltivazione casalinga, come il ragazzo milanese che ha lasciato il suo lavoro part-time ed è stato trovato dai carabinieri con 240 piante in casa. E chissà che la simpatica vecchina che abita sotto casa vostra non sia in realtà un’altra Paulette.

Scritto da Antonella Catena in Cinema
Da una parte ci sono loro, “i maschietti”: arrivano ai 40 e vanno in crisi, finendo col dissanguarsi in macchine da corsa e ventenni gonfiabili per dimenticare l’anagrafe (questa l’immagine tipica, dalle barzellette a Carlo Verdone). L’ultima versione della crisi del maschio alla boa degli “anta” è Questi sono i 40, commedia demenzial-contemporanea firmata da Judd Apatow e sequel del suo Molto incinta: la coppia protagonista è la stessa (Paul Rudd e Leslie Mann), lui però compie gli anni e, tra le altre cose, perde la testa per una sexy-commessa (Megan Fox, e chi altro se no?). Questi sono i 40 arriva in Italia il 4 luglio, ma il dibattito si apre oggi.
Perché dall’altra parte del ventaglio sessuale (pianeta donna, insomma) accade esattamente il contrario: per le “femminucce” i 40 sono esattamente il contrario. Niente crisi per panico da tempo che passa, per loro: ma una vera e propria rinascita. Anzi, una vendetta: almeno a Hollywood (dove i maschi realizzano auto-ritratti tipo Questi sono i 40), dove l’Hollywood Reporter lancia un’inchiesta titolata “La vendetta delle over-40″ e mette in copertina un tacco 15 che frantuma senza pietà un orologio. L’analisi è tutta un’esaltazione del nuovo women power: non quello di Jennifer Lawrence, Kristin Stewart & C (tutte le ventenni delle saghe a base di teenager più o meno umani), ma, per esempio, di Melissa McCarthy, la quarantenne (con tra l’altro qualche chilo in più) che negli Usa ha sconfitto al box office Tom Cruise: faccia simpatica e mole orgogliosamente mostrata, con Io sono tu (da noi arriva il 25 luglio) ha incassato più di Oblivion.

Questi sono i 40
E poi c’è Sandra Bullock (49 anni), che con McCarthy interpreta Corpi da reato (lo vedremo ad agosto), action comedy con le due nei panni di un’agente Fbi e di una poliziotta di Boston. In pratica, un film tradizionalmente maschile virato al femminile (con il sequel già annunciato), ma non solo: all’inizio si era pensato a due ventenni d’assalto, poi si è puntato sulle over 40.

Il manifesto americano di Corpi da reato
Nicole Kidman (46 anni) esce il 20 giugno con Stoker (è la madre molto inquietante dell’altrettanto pericolosa Mia Wasikowska): ora che ha ridotto le dosi di Botox (a Cannes le era finalmente tornata una naturale espressività facciale), ha cinque film in arrivo da qui al 2014.

Nicole Kidman in Stoker
Anche Cameron Diaz (41) non conosce la parola crisi: per lei si parla di un cachet record per il prossimo Sex Tape, storia di una coppia che deve eliminare un video porno girato in passato. Quest’anno poi ben due candidate all’Oscar come protagoniste appartenevano al decennio in questione: Naomi Watts (44) ed Helen Hunt (49). Halle Berry (46 e incinta per la seconda volta) ha trascinato in testa al box office il thriller The Call, con il 48 % del pubblico che ha dichiarato di aver pagato il biglietto solo per vedere lei (e non erano maschi sedotti dal suo corpo perfetto: il 60 per cento del pubblico è stato infatti femminile).

Jennifer Aniston in Come ti spaccio la famiglia
Infine, Jennifer Aniston e Penelope Cruz: se la prima starebbe per sposarsi e per tornare alla grande (Come ti spaccio la famiglia, una specie di Una famiglia perfetta versione Usa, esce da noi a settembre, ma negli Usa è considerato tra i grossi film dell’estate. E aggiungete altri 4 film già annunciati), la spagnola, arrivata quasi al termine della seconda gravidanza, sta per entrare nel Guinness dei primati come la prima Bond Girl over 40 della storia: se tutto andrà come è stato annunciato, Cruz inizierà a girare Bond 24 ad “anta” appena compiuti.
E se la prima battaglia vinta dalle donne, fosse proprio quella di aver lasciato ai maschi la crisi degli “anta”? E se tutto questo non accadesse solo a Hollywood e nei suoi film, ma anche nella vita?
Scritto da Antonella Catena in Cinema
Mai come quest’anno gli organizzatori hanno fatto il miracolo. Tutti i fan che come Sara D avevano chiesto notizie delle rassegne (seguitissime, da sempre) stiano tranquilli: Cannes a Milano e Roma si faranno. “Cannes e dintorni” si svolge nel capoluogo lombardo dal 12 al 18 maggio, mentre “Cannes a Roma” inizia il 14 giugno per concludersi il 20. Magari si presenteranno in versione ridotta (niente ospiti, ma critici e giornalisti alle proiezioni), ma ci saranno: a Milano con l’appoggio istituzionale dell’Agis Lombarda (tra i promotori c’è anche il Corriere della Sera), a Roma grazie al coraggio di 4 esercenti che, senza la minima copertura pubblica (il comune, tramite l’assessorato alla cultura, ha dichiarato di non avere i fondi dopo 17 anni) e a proprio “rischio e pericolo” mettono a disposizione i loro cinema (gli sponsor sono due e coprono le spese per il sottotitolaggio). Quali film ci saranno? Altissima la percentuale dei premiati: La vie d’Adéle (la prima Palma d’Oro lesbica, ma soprattutto la prima a essere condivisa da regista e attrici), Nebraska (on the road in bianco e nero, con Bruce Dern miglior attore), il giapponese strappalacrime Like Father, Like Son (Premio della giuria), il ritratto violentissimo della Cina contemporanea Touch of Sin (Miglior sceneggiatura), il franco-iraniano Le Passè con Berenice Bejo (miglior attrice). E poi non perdete Jeune & Jolie di Ozon (per scoprire la bellissima Marine Vacht e decidere se per voi le polemiche sul cliché delle “donne tutte prostitute” scatenate in Francia siano giuste o no), il lessico famigliare di Valeria Bruni Tedeschi (Un chateau en Italie), The Immigrant con Joaquin Phoenix e Marion Cotillard, The Congress di Ari Folman (il regista israeliano di Valzer con Bashir, questa volta trasforma in cartoon Robin Wright)… Per info, programmi completi e prezzi (biglietti e tessere): www.nottolasera.it/ifilmdicannesaroma (Roma) e www.lombardiaspettacolo.com (Milano: qui le cinecard sono in vendita da oggi).
Scritto da Giovanni Maggioni in Star agli esordi
Era una sera del 1985 quando Jeffrey Towney un DJ di Philadelphia, stava suonando ad un party in attesa del rapper con cui collaborava regolarmente. Ad un certo punto, visto che il cantante non ne voleva sapere di arrivare, un sedicenne e sconosciuto afroamericano della zona salì sul palco improvvisando al momento con Jeffrey che gli metteva le basi su cui cantare. Lo sconosciuto si chiamava Willard Christopher Smith Jr., in seguito noto più semplicemente come Will Smith, e l’alchimia tra i due fu tale che iniziarono immediatamente una collaborazione. Figli della East Coast, la costa est degli Stati Uniti, considerata la culla del rap, e complice l’esplosione di quella che viene definita l’”epoca d’oro del rap”, fatta risalire ufficialmente al primo gennaio 1986 con l’album Rising Hell dei Run DMC, i due (a cui si aggiunse un terzo elemento) diventarono in men che non si dica “DJ Jeffrey Jazz & The Fresh Prince”. Un mese prima della maturità di Will il loro primo singolo, Girls Ain’t Nothing but Trouble (Le ragazze non sono altro che problemi), divenne una hit facendo guadagnare alla coppia il primo contratto con la Jive Record.

Tre album fece uscire il trio in quegli anni, fra dischi di platino e un grammy, e Will dimostrava di essere, oltre che ad un ottimo rapper mainstream, anche un discreto attore, come dimostra lo spassoso video I Think I can Beat Mike Tyson, in cui partecipano come comparse anche Alfonso Ribeiro e James Avery (rispettivamente il cugino Carlton e lo zio Phill di Willy il principe di Bel-Air). Ma il successo, come a molti giovani, monta la testa al ventenne Smith che inizia a spendere molto liberamente i suoi soldi e a non pagare le tasse, portandolo sull’orlo della bancarotta. Ma a salvarlo dal tracollo finanziario ci pensò un progetto foraggiato dal network NBC che decise di sfruttare il suo successo come rapper inventando una sit-com incentrata su di lui. Il 10 settembre 1990 (in Italia dovremo aspettare il 1992), veniva proiettato per la prima volta Willy il principe di Bel-Air (The Fresh Prince of Bel-Air in originale). Con ben 6 stagioni e 148 episodi, Willy il principe di Bel-Air fu una delle serie più amate e di successo di quel decennio, ma Smith non si sedette sugli allori. Il suo debutto sul grande schermo avvenne nel 1992 con il ruolo di Manny ne I dannati di Hollywood, pellicola semi sconosciuta in cui Smith interpreta un ragazzo senza gambe.

Da qui in avanti Will Smith procedette a grandi passi nel firmamento hollywoodiano. Da Sei gradi di separazione, passando per Indipendence Day, Men in Black, la sfortunata scelta di recitare in Wild Wild West rifiutando per questo il ruolo di Neo in Matrix, e altre 14 pellicole fra cui Alì e La ricerca della felicità che gli regalarono due nomination agli Oscar, Willard Christopher Smith è riuscito persino ad ottenere (e senza averlo chiesto) il permesso dal Presidente Barack Obama di impersonarlo qual’ora facessero un film su di lui perché Smith “ha le orecchie giuste”, disse Obama nel 2008. Oggi arriva sui nostri schermi l’ultima fatica di Willy, il film di fantascienza After Earth, in cui recita ancora una volta al fianco del figlio Jayden.
Scritto da Antonella Catena in Cinema
E se World War Z fosse il migliore degli zombie movies dall’epoca del politicamente scorrettissimo George Romero? Fino a ieri il film con Brad Pitt e diretto da Marc Foster (era suo Neverland, con Johnny Depp nei panni di James M. Barrie, l’autore di Peter Pan: strane combinazioni…), era finito sui media mondiali perché Angelina Jolie aveva scelto la sua première londinese per riapparire in pubblico, la prima volta dopo l’intervento di mastectomia: era bastata la sua apparizione a fianco di Brad, perché le attenzioni fossero solo per lei.

Angelina Jolie e Brad Pitt a Londra
Adesso che, invece, sono uscite le prime recensioni, il film sembra davvero un gioiello di humor, intelligenza e paura. In Italia arriverà il 27 giugno, ma intanto tutti ne esaltano dettagli come, per esempio, il fatto che gli unici due paesi al mondo esclusi dall’epidemia di zombie sono Israele e la Corea del Nord: il primo per via di un muro eretto contro l’entrata dell’invasore e l’altro perché il governo decide di togliere i denti a tutti i suoi abitanti (niente morsi, niente zombie). I paralleli con la realtà sono inequivocabili, tra citazioni del muro che separa sul serio Israele dalla Striscia di Gaza, e i riferimenti al governo dittatoriale di Pyongyang. Per il resto la storia è quella di Brad Pitt che deve salvare famiglia e più che può del mondo, mentre un’epidemia trasforma sempre più gli umani in zombie assatanati. Il contagio è scientificamente raccontato (Variety cita Contagion e Sindrome cinese, come modelli), i richiami politici sono a cosa succederebbe se in un momento di instabilità come quello che stiamo attraversando i governi dovessero affrontare una crisi mondiale (“Il film perfetto per la generazione passata dai fumetti a Occupy Wall Street”, sempre Variety). Tutto come in World War Z di Max Brooks, libro rivelazione del 2007 che in Italia ha pubblicato Cooper: un gioiello, che racconta l’epidemia partendo da interviste ai sopravvissuti (tutti?). La curiosità è che Max 1) è figlio di Mel, il genio di Frankenstein jr, 2) per gli zombie ha una vera passione, avendo scritto anche Manuale per sopravvivere agli zombie (Einaudi) e Zombie story e altri racconti (Cooper).
