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4.5.2012

Hunger

Scritto da in Schermi invisibili | Permalink

Ci sono voluti quattro anni perché Hunger di Steve McQueen (Shame) venisse proiettato in Italia. Nonostante avesse vinto la prestigiosa Caméra d’Or a Cannes, premio che viene assegnato al più promettente fra gli esordienti, i distributori dello stivale avevano snobbato questa pellicola, forse più per la sua crudezza che non per vero disinteresse, ma dopo il successo ottenuto da Shame, grazie al quale Michael Fassbender ha vinto la Coppa Volpi al festival di Venezia del 2011 come miglior attore protagonista, l’interesse commerciale verso la coppia McQueen/Fassbender è cresciuto a dismisura.

Ed è una fortuna per noi perché finalmente ci possiamo godere questa pellicola che porta in Italia una storia probabilmente sconosciuta ai più, quella di Bobby Sands (Fassbender), volontario nel gruppo paramilitare per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord, l’IRA, e recluso del tristemente noto carcere di Maze, costruito nel 1971 per volere del governo britannico proprio con l’inasprirsi dei conflitti fra irlandesi e inglesi, il periodo dei cosiddetti “Troubles“, i “Disordini”. Il racconto di McQueen non parte però da Bobby, ma con l’inizio della giornata tipo di Raymond Lohan, uno dei secondini, sveglia, colazione, controllo sotto l’auto che non ci siano bombe, poi il lavoro e le pause coi colleghi, unico momento di svago insieme alle sigarette solitarie, a intervallare i pestaggi dei carcerati, perché questa era la linea inglese: intransigenza. Poi si passa a loro, quei detenuti che da quasi 5 anni ormai protestano in condizioni disumane, è dal 1976, momento in cui hanno perduto lo status di prigionieri politici, che non indossano altro che una coperta (per distinguere la loro lotta dai crimini ordinari) ed è dal 1978 che spalmano i loro liquami sui muri delle celle e versano l’urina sotto le porte, per i pestaggi delle guardie quando si recavano al bagno. Adesso è il 1981 e il governo britannico continua ad essere sordo alle richieste dei detenuti di Maze, anche dopo lo sciopero della fame durato 53 giorni. E’ qui che entra in scena Bobby Sands e il suo sciopero della fame, questa volta radicale, perché, nel caso non si fosse capito, anche la linea irlandese era quella dell’intransigenza. Bobby Sands morì in carcere dopo 66 giorni di sciopero, il 5 maggio 1981.

Come in Shame, McQueen da la sensazione di non raccontare, ma di limitarsi a descrivere attraverso le immagini una situazione, ovviamente questa sensazione rimane tale perché è evidente, nonostante lui sia di origini inglesi, da che parte stia ma, quasi fosse un documentario, la camera da presa passa per i blocchi a forma di H della prigione e registra cosa succede. I detenuti ormai più simili a eremiti o asceti a causa delle rinunce, abituati ai propri escrementi tanto da far diventare addirittura artistica la “protesta dello sporco”, le mille e una maniere (di solito legate agli orifizi) per ottenere e far uscire informazioni e come il loro rapporto con i secondini sia ormai la sola resistenza nervosa dei loro corpi magri contro scudi e manganelli, anche questi però branditi per oggettivo senso del dovere che non per sadismo. Questo scontro psico-fisico non necessita di parole, e infatti nel film sono pochissime, l’unico momento in cui questa assenza di voci si interrompe è quel piano sequenza di 17 minuti in cui Fassbender incontra il prete (Liam Cunningham) e inizia un fittissimo, teso e sempre intransigente scontro verbale su due posizioni diverse, quella di un padre cattolico che ritiene la morte uno spreco e quella di un soldato che ha deciso di morire e far morire perché dopo averle tentate tutte non rimane altro da fare. Da li non c’è altro che deperimento e la consunzione di Bobby in 66 giorni, Fassbender ha perso 30 chili per questa parte, e l’impietosa descrizione delle problematiche fisiche legate al digiuno, mostrate impietosamente non tanto a noi, quanto a chi c’entra, agli inglesi di ieri e di oggi, per raccontare a cosa ha portato dividere in due un Paese.

Hunger di Steve Rodney McQueen. Con Michael Fassbender e Liam Cunningham.

Al cinema dal 27 aprile.

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