Corso rapido 2: do you speak bambinese?
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Cos’hanno in comune una conference call internazionale e una sessione di gioco con un bebè? In entrambi i casi, bisogna parlare una lingua straniera. E in entrambi i casi, averla imparata “sul campo” fa la differenza. A cambiare semmai è la grammatica: mentre quella di un lessico nazionale è standardizzata e condivisa, quella di un cucciolo d’uomo (e di donna) è assolutamente personale. E irripetibile.
Nemmeno la mamma è immune da questo processo: nell’ottica di un bambino di pochi mesi, ma-ma serve a chiamare lei ma spesso anche il gatto, la palla, il biberon. Meraviglie della lallazione. Solo un orecchio attento e presente può riuscire a decifrare il bambinese locale, e quindi a parlarlo. Vincendo tra l’altro la stessa timidezza che prende quando ci si trova a parlare una lingua straniera di fronte ad un “mothertongue”.
La sequenza di “ba-baaaaaaaaaaa-ba-ghhhh-ghhhh-ma-ma-ma”, intervallata da vari “bravo amore mio!” richiede una mimica facciale accurata e il più possibile espressiva. Le mamme sono maestre in questo, anche perché sanno che riduce le rughe. E che innesca una catena di tentativi esilaranti.
Mai provato ad andare in posta con il piccolo nel passeggino e trovarsi ad assistere ad una conversazione tra lui e l’ingioiellata signora in coda? Di solito esordisce con un “ma che bei versetti!”. Poi si adegua al linguaggio e via di “ci-ci-ci-baucetti!”: meglio del cabaret.
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se devo essere sincera, se c’è una cosa che trovo umiliante sia per l’adulto sia per il pupo, è quel linguaggio fatto di diminutivi, faccette e toni striduli che spesso “i grandi” usano per comunicare con i bambini: sono solo piccoli, mica stupidi!!!