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13.7.2012

Uno più uno non fa due. E se fossero meglio tre?

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Nessuno ha ancora scoperto chi è stato il primo a dare il via alla consuetudine, ma ormai è un dato di fatto: pochi mesi dopo aver partorito il primo figlio, tutti si sentono autorizzati a chiedere “a quando il secondo?”. Le prime volte, in risposta, ci si limita a sorridere, ma più la frequenza delle domande aumenta (e lo fa di sicuro), più la voglia di ridere passa. Alla fine viene da urlare: non lo vedi che sto ancora allattando questo, di figlio?
Le motivazioni dei suggeritori di prole numerosa, rigorosamente altrui, sono le stesse di sempre: i figli vicini d’età crescono insieme, attraversi la fase faticosa una volta sola e ne esci prima, e via dicendo. Volente o nolente il dubbio si insinua: vuoi vedere che hanno ragione? Se poi scappa la malaugurata voglia a chiedere consigli a chi di figli ne ha già più d’uno, ci si sente dire la fatidica frase: uno più uno non fa due, ovvero la fatica di crescere due figli non è il doppia ma molto di più.
A questo punto – e solo a questo punto – si comincia a maturare la consapevolezza di non dover ascoltare proprio nessuno: prole numerosa o figlio unico sono solo, appunto, affari di famiglia. A meno che non si decida di fare il botto e averne undici come ai tempi delle nostre bisnonne: a quel punto la famiglia diventa una società, magari calcistica. Ma questa è un’altra storia…
Ps: esiste solo una domanda più irritante e indiscreta di “a quando il secondo?” ed è questa: “sei di nuovo incinta?”. Pronunciata quando hai un neonato in braccio e i chili della gravidanza ancora da smaltire, è quasi un invito a fare a botte.

 

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