Scritto da Valentina Crepax in amore, io&lui, stile di vita, uomini&donne

Ce l’hai il pin? Mezzo pin te lo danno al call center, anche in cinese se vuoi. L’altro mezzo pin te lo mandano per posta. Bisogna essere laureati in pin per avere il pin. Ce l’hai il pin. Sì ce l’ho il pin. Ma non serve. Bisogna recarsi sul posto di persona personalmente. L’Inps è come la Gestapo, brontola la vittima. Bè, già che c’hai il pin portatelo dietro, magari fai più bella figura.
Consulto frenetica il sito, mica ci devo andare io all’Inps, ci va la mia metà. Quindi è come se ci andassi io.
Io, se devo andare alla posta vado in corso Venezia, davanti ai giardini pubblici, a due passi dal quadrilatero della moda. È più chic. I numerini escono più veloci dalla macchinetta, ci sono le sedie per l’attesa e sono comode, gli impiegati sono più gentili, gli utenti più eleganti, le signore accompagnate dai badanti cingalesi in divisa, le colf sono anche un po’ segretarie. C’è la metropolitana, la pista ciclabile, il parcheggio per le moto, il bar è a due passi. Forte di questa mia scelta suggerisco: vai all’Inps di piazza Missori, dietro il Duomo, accanto a Galli, quello dei marron glacé, ne approfitti per fare una puntatina da Peck. Vedrai troverai dei… (non posso pronunciare la parola pensionati) degli altri come te, azzardo sapendo che non ce ne sono altri come lui.
Il nervosismo sale, la mia metà si attrezza con cravatta Marinella, tailleur fumo di Londra, scarpe adeguate. Sembra Poirot ma non ha le ghette. Ti chiamo un taxi, è più consono.
Presto, all’Inps di piazza Missori
Ma ce l’ha il pin?
Sì ce l’ho il pin
E il cap? Ogni pin ha il suo cap, dice il tassista che se ne intende. Con quel cap lì deve andare in via Pola.
Sudorazione a mille… via Pola? Dietro la stazione Centrale? Che cap chip!
Finalmente mi metto in contatto con l’infelice, deluso e amareggiato aspirante pensionato (scusate la parola).
Com’è andata?
C’era l’assemblea sindacale. Funcool. (domani si ricomincia).
Scritto da Valentina Crepax in bambini, facebook, TREND

Sono le pignolerie a dare gusto e senso alla vita. Ho trovato su Facebook, nella bacheca di un’amica, lo stralcio di un libro che avrei voluto scrivere io. Non il libro che non ho letto. Ma queste righe sì. Le ha scritte Massimo Piccaluga nel suo primo romanzo La Famosa Società Morimbene
“Oggi i bimbi sono vezzeggiati, coccolati, esauditi in qualsiasi capriccio. Per fortuna invece i bambini no: loro sono amati (e non vezzeggiati); tenuti nella giusta considerazione (e non coccolati a ogni pié sospinto) e vengono educati anche a rinunciare a qualcosa per il proprio bene.
I bimbi strillano forte dovunque si trovino, tanto i genitori li giustificano: «È solo un bimbo…» Molte bimbe sanno ballare le danze moderne – Bachada, Slinguada, Inchappada – e imitano le soubrettine della tv ancheggiando, aprendo la bocca, roteando gli occhi tutt’attorno e dimenando il culetto con consumata malizia sotto lo sguardo ammirato dei genitori. Le bambine no, loro non sono capaci. A loro piace ancora giocare a nascondino e a bandiera con le amichette.
I bimbi mangiano di tutto e a tutte le ore del giorno; hanno la moto tutta colorata di plastica e col motore vero, a batterie, e vanno a letto tardi. I bambini invece fanno ancora merenda alle quattro e mezzo di pomeriggio con pane e marmellata (ogni tanto con pane e nutella); a pranzo devono mangiare anche l’insalata senza fare troppe storie; tutt’al più hanno una bicicletta alla cui forcella applicare una cartolina con una molletta per fare il rumore del motore e al massimo alle dieci di sera, bello o brutto tempo, mare città o montagna, vanno a letto e buonanotte.
Sembra sottile il discrimine tra bimbi e bambini visto alla luce di simili piccolezze, invece questi dettagli, più avanti nella vita, novanta su cento faranno la differenza. Infatti se al bambino subentrerà l’uomo, ovvero una figura pensante e dunque imperfetta per necessità biologica, il bimbo crescendo si trasformerà nel perfetto consumatore: poco spessore intellettuale, affascinato da tecnologie e ultime mode, sempre pronto a farsi valere in nome del dio denaro, pieno di incrollabili certezze quindi più facilitato a raggiungere le somme vette dell’arte di esistere.
Sono considerazioni che devono far riflettere chiunque abbia a cuore le sorti dell’umanità: se il bimbo, in quanto tale, nasce come sottoprodotto del bambino, una volta adulti i ruoli sono destinati a capovolgersi se non altro per la prevalenza numerica di ex bimbi”
Forse ci avrei messo un po’ più di… stronzaggine (milanese), i bimbi hanno i calzoni al ginocchio a volte addirittura col risvolto e le scarpe con le stringhe ai bambini si dà il velcro e le braghe smesse da altri con l’orlo ripiegato mille volte, le bimbe hanno due codini con gli elastici uguali (rosa) le bambine hanno tanti codini quanti ne vogliono e i cernecchi che scappano da tutte le parti. Ai bimbi la cartella gliela porta la mamma/nonna/colf, i bambini corrono con lo zaino che gli sbatacchia sulle chiappe. Le mamme dei bimbi si siedono in pizzo sulla panchina e non vedono l’ora di tornare a casa, quelle dei bambini allungano le gambe, allargano le braccia e sperano che non venga mai l’ora di cena. Le mamme dei bambini usano espressioni del tipo “cosa vuoi che sia, non è niente”, “ se non ce la fai da solo ti aiuto io”, le altre masticano chewingum e giocano col telefonino così non dicono niente tranne che “attento a non sporcarti”.
I bimbi fanno i capricci e la cacca, i bambini fanno i dispetti e la pupù. I bimbi stanno attenti a non sudare, ai bambini gli puzzano un pochino i capelli impastati.
Poi ci sono le bambe (e i bambi) ma questa è un’altra storia.
(il libro è in vedita online o da Feltrinelli)
Scritto da Valentina Crepax in donne, sigarette, TREND

Il senso di colpa che attanaglia il fumatore quando risucchia avido una sigaretta rubata, un tiro dopo l’altro in rapidissima successione, è in perpetua lotta con la pienezza di quelle boccate aspirate senza la smania del perseguitato ma con la golosità consapevole di poter gestire la propria libertà. Suicida o no che sia canto insieme a Mina .
Fumare in fretta, nascosti sul balcone, esposti al pubblico ludibrio della piazza, con uno scialletto sulle spalle e una mano aggrappata alle ante della finestra che devono restare ben chiuse per evitare che i mortali effluvi intacchino l’aria salubre dell’appartamento milanese (affacciato su un garage) non è umiliante, ma fa riflettere. In quei brevi frenetici istanti in cui tenti si soddisfare la tua bramosia calcoli rapidamente quante monete da 50 centesimi bruci inutilmente e siccome anche il tempo è denaro immagini una sequenza veloce: tu che apri la finestra, butti un euro di sotto, chiudi e ti rimetti a sognare di alimentare il tuo piacere in assoluta autonomia, scevro da pregiudizi, critiche e rimproveri. Non è più come una volta quando un pacchetto di Gauloises costava 180 lire, adesso a smettere si risparmierebbe davvero tanto da permettersi una vacanza di una settimana alle Maldive, in mezzo agli italiani grassi e rossi ustionati dal sole che si abboffano al selfservice straripante di spaghetti scotti e si soffiano il naso nel tovagliolo.
Io sto qui. E fumo. E lotto insieme ai tabaccai che ieri a Roma protestavano contro l’immonda sigaretta elettronica che dilaga senza regole a prezzi stracciati. “Provala, io dopo una settimana ho smesso con il tabacco”, dice mia cognata che ha addirittura aperto uno Zio Smoke dietro via Fiamma. “Puoi fumare dove vuoi perché non puzza”, dicono le mamme fuori di scuola mentre si aiutano con due mani a sorreggere l’aggeggio all’aroma di vaniglia (!) che pesa più di una cerbottana cherokee e ha pure un pulsante che scandisce ogni boccata, nemmeno un dardo infuocato! Ha la ricarica, la chiavetta, la luce intermittente, il cappuccio, il ricambio. Non si aspira si succhia e non ti permette di percepire il malefico-benefico fumo che entra in circolo. No, resta lì, in bocca finché come un drago che non fa nemmeno le fiamme non lo sputi fuori. E soprattutto non sa di sigaretta. Infatti non si dice fumare, no, le oltre cinquecentomila vittime della sigaretta elettronica svapano… emettono vapore. Ma che parola è? Ancora non si sa se fa male o bene alla salute, ma una cosa è certa, fa malissimo al buon gusto, all’eleganza, al fascino e ahimé anche alla coscienza di chi imperterrito aspira voluttuose boccate di tabacco scuro francese!
Scritto da Valentina Crepax in Italiani, stile di vita, TREND

A usarla così sono capaci tutti. Il bello, infatti non è relegarla alla sua primaria destinazione d’uso, ma saper approfittare delle sue innumerevoli potenzialità. E ci si stupisce a scoprire che non siano solo i bambini a adoperarla per esprimere creatività e fantasia, grazie alla sua versatilità si presta anche e soprattutto a soddisfare perversioni che soltanto la mente adulta può elaborare . Il capitano della capitaneria di porto di Calvi in Corsica, nei mesi più afosi, considerando insufficiente il ventilatore, la usa per assorbire il sudore di collo e nuca foderando con innumerevoli strati di morbidezza la camicia grigia d’ordinanza, forse sintetica. La signora Giannini del civico 8 ne ripiega con cura un paio di metri e ne fa un elegante cuscinetto che ammortizza l’impatto del casco da moto con l’orecchio indebolito da una leggera infezione causata da un pendente non anallergico ma molto trendy. Ernesto con due miseri foglietti ha salvato un prezioso manico di bambù che non c’era più verso di incastrare all’ombrello. La Emma non ne fa mistero, sommariamente inumidita la sfrutta per una rapida e, diciamolo, alquanto sommaria pulizia della mensola di marmo rosso di Verona, sostenendo che calamita pelucchi e capelli. A struccarsi e a soffiarsi il naso ci vuole poco. Ma l’ingegner De Stefani caduto in miseria non grazie alla crisi ma a causa di azzardati investimenti ha raggiunto il top ripiegandone alcuni foglietti e inserendoli in una confezione vuota di fazzoletti di carta per ingannare più che altri se stesso. Mia cugina Caterina, dice Google, la ricicla (ricicla?) per farne abiti da sposa!
Insomma, ci sarebbe da scrivere un romanzo, per non parlare delle preferenze nell’acquisto e dell’offerta di mercato: pacchi singoli, doppi e multipli, veli e controveli, illustrazioni e ornamenti, aromatizzazioni e profumi francesi, c’è quella di Louis Vuitton e quella di Hallo Kitty, c’è a sudoku e a cruciverba. Ma solo l’ufficio acquisti di alcune case editrici di mia conoscenza, dove il flussometro è ancora legale, sono in grado di procurarsene rotoloni grigi di una qualità speciale, indistruttibile e galleggiante. Per quanto ci si impegni non va giù.
Scritto da Valentina Crepax in casalinghe, donne, madri&figlie

Credevo che fosse un cerimoniale antico e molto personale. Femminile soprattutto. A parte il mio amico Lanfranco Vaccari, infatti, non ho mai conosciuto nessun un altro uomo che ci si dedicasse con passione. Che ne traesse piacere. Che ne avesse fatto, non dico una ragione di vita, ma sicuramente un cult, un must. Molto più che un hobby, non di certo un passatempo, ma un esercizio per la mente e anche per lo spirito.
Per me, e credo per moltissime altre donne, è sempre stato un rito molto intimo, finché mia figlia, ormai quasi quarantenne non è venuta a riabitare sotto il mio stesso tetto per un breve periodo, sconvolgendo le mie certezze. Alcune cose, anche nelle famiglie più aperte al dialogo, dovrebbero rimanere segrete, non dovrebbero mai essere argomento di conversazione. Ognuno ha i suoi tabù che esigono rispetto. E invece no. È stato come uno schiaffo quando l’Alice, con l’insolenza tipica di chi ha ormai guadagnato una totale autonomia dalla famiglia e dalla mamma, ha sentenziato senza protervia, ma con tono di scherno: “Per te la biancheria, siccome si chiama bianche-ria, va trattata come se fosse bianca anche quando non lo è”.
Eccomi violata nella mia privacy. A nulla è valso che abbia adibito alla lavatrice uno stanzino appartato e tranquillo. Non serve che sia io e solo io a gestirne il cestello, il cassettino e lo sportello. Non importa che io tenti di passare inosservata mentre stipo in lei, secondo i miei criteri attentamente studiati e ormai consolidati dal tempo e dal successo, la tanto bistrattata biancheria: sono controllata, giudicata e criticata.
Eppure lo giuro, mai che un rosso abbia ceduto parte della sua enfasi a un bianco, mai che un filo si sia ritorto più del necessario, mai che una spugna abbia perso sofficità. E soprattutto, lo dico con orgoglio, mai che io abbia dovuto cedere agli immondi espedienti salva-colore. Fino all’altro ieri potevo dichiarare che il mio era davvero un bucato da esposizione. Adesso si è spezzato qualcosa, sento aleggiare intorno a me una compassionevole aria di sfiducia, ho perso parte della mia baldanza. Mi scopro incerta sui giri della centrifuga, il tasto “stira meno”, che non avevo mai preso in considerazione lampeggia come un punto interrogativo nel mio cervello. E mentre mio padre teme che non gli rinnovino la patente per superati limiti di età, mi domando: fino a quanti anni si può esercitare l’arte della washing machine senza che ti affianchino una badante?
Scritto da Valentina Crepax in bambini, cucina, nonne, vegetariani

È un po’ come il bicchiere mezzo pieno. C’è chi lo vede mezzo vuoto. Lo stesso è per il marroncino/beige color carta da pacchi. C’è chi lo vede dorato, spiga di grano, sabbia del deserto. È uguale per il pallore/giallognolo della pelle in primavera, appena uscita dall’inverno. Per molti è un incarnato opalescente, porcellanato, bambolesco. Insomma, io al supermercato bio mi sento un pesce fuor d’acqua. Mi perdo tra la frutta ammaccata nella vana ricerca di una mela rossa, l’insalata non è arzilla, i pomodori sono sbiaditi e i limoni infreddoliti. Le fragole non ci sono e il sedano piange a testa in giù.
I biopackagin dal design minimal sono tutti ton-sur-ton. Il couscous, l’avena, il bourgur, la quinoa e il miglio nel cellophane trasparente danno al corridoio delle granaglie un’atmosfera soporifera e si mimetizzano con le facce della gente. I bioacquirenti, quasi tutti accompagnati da un cane spelacchiato non sono mai stati baciati dal sole e portano con sé il sacchetto in tinta (marroncino) di carta di riso integrale. Ho in mano la lista: mortadella finta! Eccola, dietro il vetro ecoilluminato, ce n’è di tre tipi: tutta marrone scatola da imballo, marrone a chiazze beige e marrone con striature verde marcio. Mi passa davanti un compratore in dolcevita a zip di lana caprina che agguanta famelico un wurstel grigio, scelgo l’affettato maculato e spero che almeno lo yogurt mi sorrida. Io ce la metto tutta, ho le vegebambine a pranzo!
Ma mentre rimpiango l’Esselunga sbatto contro il reparto libri, ecco, leggo e mi informo, imparo e mi adeguo, studio e mi bioizzo. Scorro con lo sguardo perso tra i titoli e incerta tra Ripulire i propri organi di Pierre Pellizzari e Il nuovo libro dei bagni derivativi di France Guillain, mi fiondo su Entusiasmologia di Fabio Paolo Marchesi, piena di… entusiasmo!
Scritto da Valentina Crepax in cucina, pasqua, tradizioni, uomini&animali

Belano gli infelici agnellini destinati a rallegrare gli stomaci famelici e crudeli, agitano nell’aria le loro zampette i capretti ignari del forno arroventato che li aspetta. Le mammine solerti coprono con la mano gli occhi innocenti dei bimbi che passano davanti alle macellerie insanguinate: che non vedano lo scempio. Perfino le patate sembrano pentite d’essere l’ambito contorno all’arrosto pasquale, per non parlare dei carciofi che si sacrificano alla frittura sperando d’essere degni sostituti del tradizionale animaletto. E su Facebook impazzano le immagini delle bestiole che implorano una temporanea sopravvivenza. Pietà per l’abbacchietto, morbidamente adagiato tra le margherite, col candido vello infiocchettato di celeste. Pietà per il musino del capretto che scuote il capo per far tintinnare la campanella. Invocano pietà quegli stessi umani che fino a due giorni fa offrivano agli “amici” succulente foto delle loro prodezze culinarie: sella alla ‘orloff, spinacino al tartufo nero, kobe al pepe verde, ascé di chianina speziata, lepre in salmì, pork en croute, filetto alla wellington, chili chicken. E così via fino alla merenda con i bambini a base di pane e salame, mortadella e culatello. Nel feuilletton dell’ipocrisia pasquale si rallegrano i maiali che si allontanano zoppicando su tre zampe, dopo aver regalato la quarta al classico panino. E intere batterie di galline ringraziano d’aver salve le penne, e covano a cottimo aspettando il loro turno allo spiedo. Buona Pasqua!
Scritto da Valentina Crepax in bambini, cafoni, padri&figli, video

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Il mio no, il mio va a piedi.
Questo spot che rende arrogante e insopportabile una povera piccola attrice mi ha fatto venire in mente un bambino antipatico che si chiamava Marco. Girava per il giardinetto pubblico con una mantellina rossa, una spada e una corona di cartone sbraitando: “Io sono il re e comando tutti”. I suoi coetanei, ovviamente, lo evitavano come la peste. La sua mamma Sabrina detta Sabry lo guardava come la regina Elisabetta, giustamente, non ha mai guardato quel pirlone di Carlo. Marco aveva i giocattoli più belli e quando li rompeva, perché oltre a tutto era un po’ maldestro, la Sabry glieli ricomprava immediatamente. Un giorno il papà di Marco è arrivato ai giardini con una bicicletta nuova fiammante, ha gonfiato il petto, si è guardato in giro tronfio, ha additato un bimbetto con la bici ruggine, passata dai fratelli maggiori, e gli ha detto: “Hai visto? È molto più bella della tua!”.
Ora Marco è un uomo inutile che inutilmente cerca di far ruotare il mondo intorno a se stesso e, forse, ha una bambina stronza e una Toyota Verso.
Scritto da Valentina Crepax in cucina, Italiani, stile di vita, TREND

Alberto Fezzi di Corsicorsari
Il cibo consola. In un Paese dove il Banana non è commestibile. Dove quasi il 30 per cento dei giovani laureati non trova lavoro. Dove ogni mese aumenta la percentuale dei disoccupati e un lavoro in nero è diventata una meta ambita. In questo Paese che sta andando a fondo i giovani (ma anche i meno giovani) si tengono a galla con quello che ancora hanno: la fantasia e la cucina. Che tra l’altro davanti ai fornelli e, meglio ancora davanti a un buon piatto di pasta, si discute e si fanno progetti. Mica solo pizza e fichi.
E, dal crudele Cracco, Crozzato a meraviglia, si passa alla dolcezza dei blog appassionati, come Labna di Jasmine e Manuel che in un delicato mix di ricette ebraiche e vegetariane, di Mcarons e mousse al cioccolato, segnalano oltre un centinaio di altri blog omologhi utili e divertenti. Ma anche alle lezioni di Corsicorsari, quella sui tortellini è stata un successo tra i ventenni, gli over 60 hanno mollato al primo raviolo da chiudere!!!!!.
I ragazzi, con molto tempo libero fanno da mangiare e, giustamente fieri delle loro nuove esperienze, le fotografano e le mettono in rete. Su Facebook crescono i gruppi che si scambiano manicaretti, suggerimenti per una spesa senza sprechi, ecologically correct. E anche le “vecchie” mamme, nonne e zie rivalutate, si giovano di questo nuovo passatempo, i telefoni squillano di continuo: le zucchine si buttano nell’acqua calda o fredda? per il ragù rosolo prima la carne o le carote? la pasta non lievita, la scaldo con il phon?
Star dietro ai nuovi chef è quasi un lavoro. Il vecchio nonno di un cervello in fuga emerge dalla sua rincitrullaggine in perpetua attesa di un segnale via mail dal nipote emigrato e si predispone all’uso delle nuove tecnologie: occhialini sul naso, tazza di tè, sigarettina e portacenere, pronto a ripulire il computer con il panno di lana per non perdere una parola della nuova vita del suo protetto. Dling, è arrivata la posta, si chiama la famiglia a raccolta: massima luminosità dello schermo. Vi riporto il testo completo: ho fatto l’ossobuco.
Scritto da Valentina Crepax in 8 marzo, amore, bambini, donne

Care bambine che dovete diventare donne sappiate che l’otto marzo è una giornata speciale che in Italia si chiama “festa della donna” anche se non c’è molto da festeggiare. In altri paesi si chiama più logicamente “giornata internazionale della donna”. Ha più senso. Ma chiamatela come volete, è una giornata che serve a ribadire un concetto che vi sembrerà vecchio ma che purtroppo ha ancora una sua forte e crudele attualità: le donne hanno gli stessi diritti degli uomini e meritano lo stesso rispetto.
Dovete sapere che ci sono uomini orchi, uomini medi o mediocri e uomini normali e/o buoni, eccellenti, “unici”. Dovete sapere che avete verso voi stesse il dovere di imparare a discernere per rispetto dell’integrità del vostro corpo, del vostro cervello, dei vostri pensieri.
Gli uomini orchi sono furbissimi, sanno mascherare la loro malvagità e si insinuano sotto la pelle con mille sotterfugi non solo nel tentativo di placare le proprie frustrazioni, anche al solo scopo di esercitare un potere che eccita e esalta il loro istinto di sopraffazione. Non tollerano ostacoli né contrattempi e usano il linguaggio della coercizione per instillare sensi di colpa che giustifichino la loro ferocia. Con l’uomo orco non si può parlare, né ragionare, ma si può credere che ciò accada. E lì è il pericolo.
Gli uomini medi o mediocri ostentano mitezza per mascherare la loro natura pusillanime. Sono un pericolo intellettuale, che non è cosa da poco, ma almeno non fanno della violenza un’arma. Se gli parlate vi ascoltano, ma non hanno risposte personali, nel migliore dei casi elaborano soluzioni di altri che individuano come guru, maestri, leader.
Gli uomini normali sono quelli con cui si viaggia anche da fermi, si gioca, si balla e ci si confronta, sono quelli che chiedono una mano e te la danno, quelli con cui si ride ma ci si tiene anche il muso. Quelli che glielo leggi nello sguardo. Sono alleati, compagni, sodali, fratelli. Sono quelli con cui si conversa e ci si giova delle loro parole, dei loro gesti. Ce ne sono tanti.
Care bambine date retta alla nonna, fate di tutto per essere libere da stereotipi, pregiudizi e convenzioni, rispettate la vostra natura, le vostre necessità, il vostro carattere. Difendete la vostra autonomia fisica, psichica e intellettuale e cascherete in piedi.