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28.5.2012

Valentina non sono io

Scritto da in io, strettamente personale | Permalink

Se potessi dirglielo si pizzicherebbe subito sotto il mento, con il pollice e l’indice, come faceva sempre quando era in difficoltà. Ma la verità è che io non esisto. E la colpa è tutta sua. E di Google. Ma lui è morto senza avere il tempo di chiedersi se Internet fosse un sotterraneo o un extraterrestre degno di interesse. Fatto sta che se digito il mio nome e cognome sul grande motore di ricerca saltano fuori 60.400 risultati, se restringo la ricerca costringendo le due parole tra le virgolette si scende a 3.090. Ma della mia esistenza non c’è traccia. Eppure sulla mia carta d’identita c’è scritto: Valentina Crepax nata a Milano il 17.06.1952. Tredici anni esatti prima della comparsa di quella finta (nata per dispetto nel 1942), che però esiste davvero e che di cognome fa Rosselli, ma tutti se ne fregano. È Crepax e basta.

io e mio zio

Eppure, il fantasma di me stessa, è venuto al mondo sotto lo stesso tetto di Guido, che aveva 19 anni, in via Settala 20 a Milano, primo piano. Mia nonna, sua mamma, ne aveva 45 e mio padre 24. Nei miei ricordi, forse immaginari, di quegli anni, Guido giocava tutto il giorno a calciobalilla caracollando da un piede all’altro e progettava di iscriversi a architettura, ascoltando jazz a un volume pazzesco. Per fortuna non poteva fare il servizio militare perché aveva qualcosa che non andava a un occhio, ma ci vedeva abbastanza bene per piegare un foglietto e fisarmonica e con due colpi di forbici inventare un girotondo di soldatini, ballerine o gatti minuscoli. Adesso sua figlia Caterina e anche suo nipote Thomas fanno delle magie di carta. Nei lunghi corridoi delle case di allora le automobiline di ferro pesante sfrecciavano da un capo all’altro sbattendo contro i battiscopa e Guido con Claudio e Gabriele Abbado urlavano: “Togliete la bambina dalla pista, passa Nuvolari”. La bambina ero io. La stessa bambina che dagli stessi giocatori, a Canazei, veniva fissata con delle corde alla carrozzina e sostituiva egregiamente le automobiline che sul prato non scorrevano bene: mi lanciavano giù dalla collina, vinceva chi mi acchiappava prima che mia madre si affacciasse urlando alla finestra.  

Nella casa di via Zezon, io non vivevo più con loro. Guido, nella stanza dove mio nonno suonava il violoncello, disegnava su un tavolino piccolo perché l’ingegner Gino, conte Macola di Gomostò e Mortesa, nonno di Guido e di mio padre (cugino di quel Macola che per un fatale errore uccise Cavallotti in duello), non si era ancora lasciato morire “nutrendosi” solo di bitter Campari, quindi non gli aveva lasciato in eredità il bel tavolo grande in mostra alla Triennale. Ma più spesso stava chino su quello che mia nonna (detta “nonna Macola” per distinguerla da sua madre che si chiamava anche lei Maria) definiva il “tavolo da stiro” e ritagliava ciclisti, pugili e soldatini per quei suoi giochi che poi facevano con Emilio Tadini, gli Abbado e mio padre, tirando dadi e urlando a più non posso, ma almeno io non ero più coinvolta. E avevo ancora la mia identità.

Sul “tavolo da stiro” mia nonna ritagliava stoffa, con la stessa ostinazione e con altrettanta perizia faceva straordinarie copie di quadri famosi (quei Kandinskij che ricompaiono nelle storie di Valentina) con invisibili cuciture, paralumi con infinite pieghettature o cose utili e più noiose come risvoltare un cappotto da sera per mio nonno Gilberto che doveva suonare alla Scala e ci teneva da pazzi all’eleganza. Lui, figlio di un ciabattino con la mania della musica, è diventato professore al Conservatorio di Parma a 20 anni, a 31 primo violoncello nell’orchestra di Toscanini per la tourné in America e poi nell’orchestra del Teatro alla Scala, non ha mai indossato un paio di scarpe fatte in serie, nemmeno quando suonava in casa con il padre degli Abbado. Era bellissimo, molto più bello di Franco e Guido, che pure si sono sempre ritenuti entrambi mica male! Non c’era paragone, ma piacevano alle ragazze. Guido ne aveva una tanto procace, che durante una gita all’Idroscalo, lui sulla sua bici da corsa, lei su quella imprestatagli da mio padre, erano dovuti tornare indietro in tutta fretta per evitare l’assalto dei gitanti ai lombi di lei, messi ancora più in evidenza dall’inevitabile postura alla Coppi-Bartali. Guido, però, quando andava a casa sua si portava carta e matita e poi diceva: “Chissà perché quando mi metto a disegnare lei non è contenta affatto”. Non sapeva che sarebbe ricomparsa in varie gloriose immagini… vista da dietro. Poi è arrivata Luisa, la figlia del generale dei carabinieri Mandelli, che invece è stata contenta tutta la vita.

Fino a metà degli anni Sessanta la vita se ne è andata avanti tra le solite cose di una famiglia più o meno normale. Dico più o meno perché che Guido fosse chiuso nel suo mondo fantastico venne a galla abbastanza presto, in una nuvola di fumo nero che usciva da sotto la porta del bagno mentre lui era nella vasca. Tutta la famiglia allarmata e intossicata urlava dal corridoio: “Al fuoco, al fuoco!” e lui da dentro, accecato dagli asciugamani in fiamme (gli aveva messi scaldare sulla stufetta elettrica), ma immerso nei suoi pensieri rispondeva: “Qui niente brucia”. I pompieri rimisero tutti coi piedi per terra.

Guido ascoltava jazz jazz e jazz e mettendosi le mani sulla bocca riusciva a imitare perfettamente una tromba con cui faceva una sorta di karaoke sulle musiche di Armstrong. Infatti la sua cariera è cominciata disegnando copertine di dischi di jazz. L’architetto non l’ha mai fatto, ha firmato solo il progetto di amici non ancora laureati per una casa della nonna (copiata da una di Frank Lloyd Wright) in Versilia, ma non si è accorto che il disegno era capovolto rispetto alla realtà e quando si è trattato di vendere ci sono state diverse difficoltà, al catasto non erano contenti. Quella casa, però, è stata il centro della nostra vita estiva per anni. Troppo piccola per accoglierci tutti, era comunque il punto d’incontro dei suoi tre figli, degli amici, dei miei fratelli e soprattutto delle battaglie. D’estate andavano tantissimo il gioco del ciclismo e quello del pugilato, perché il giro d’Itala e il piccolo ring di cartone fatti da Guido erano più adatti al tavolo da pranzo della nonna che non le grandi mappe delle battaglie di Waterloo o di Trafalgar. A Guido non piaceva perdere e a suo figlio Antonio, il maggiore, ancora meno, erano urla, dadi che volavano e pugni battuti sul tavolo. Allora la nonna, golosissima come lui, mi diceva: “Valentina vai a prendere un bel gelato così la smettono”. Ma poi ricominciavano, finché Guido non sgombrava il tavolo e tirava fuori i suoi immacolati cartoni bianchi e si metteva a disegnare. Forse ha sempre adoperato il cartoncino dopo quella volta che, in via Settala, aprendo la finestra tutto il suo lavoro, su fogli di carta leggera, è volato in strada. Allora, anche se il rumore gracchiante della lametta da barba (ne teneva tante appiccicate a una calamita rossa) che usava sempre per alleggerire il nero era più fastidioso delle grida nessuno protestava più. Graffiava la china, cancellava con grosse gomme bianche e spolverava le tavole con un’enorme spazzola morbida, anche quella ereditata dal nonno Gino. Oppure con la manica del golf, tenendola tesa con le dita ripiegate sul polso. Golf che gli faceva la Luisa (ma lui lo diceva senza articolo), sempre seduta sulla poltrona di Eams al di là del tavolo, a lavorare a maglia. Mi ricordo interminabili discussioni sui calati o gli aumenti del collo a scialle o dello “scalfo manica” che nel lessico famigliare si è sempre chiamato “buco del braccio”, punto riso o costa inglese? Guido disegnava in casa e in casa si parlava di tutto, come in una casa qualsiasi. Ma nelle case qualsiasi non c’è, in mezzo, un uomo che lavora. Questo era strano e ancora più strano era che Guido tra un’Hisoire d’O e un’Emmanuelle, intingendo il pennino nel calamaio partecipasse alla scelta di un gomitolo blu o grigio e soppesasse un campioncino fatto con i ferri del 3 da confrontare con un altro fatto con quelli del 4, succhiando una caramella Menta-Fernet. Non smetteva di disegnare, si infilava nel discorso senza quasi voler essere ascoltato. Non ho mai visto la porta del suo studio chiusa e non l’ho mai visto solo nella sua stanza.

Quando ho compiuto 18 anni l’altra Valentina esisteva già da cinque anni, ma non era ancora chiaro che sarebbe diventata quello che è. Guido mi ha invitato in via Spiga e mi ha comprato un tailleur pantalone bianco, impunturato di giallo, con la miglior zampa d’elefante che avessi mai potuto desiderare, nella boutique di Dorothée Bis (allora la moda vera era francese). Forse voleva scusarsi d’aver inconsapevolmente sfruttato il mio nome, aveva speso un sacco di soldi, cosa che non faceva mai volentieri. Da allora sono cominciati i miei guai. In casa non si dava peso al suo genio e al suo successo. Né tanto meno ci si preoccupava che io mi chiamassi come un’eroina dei fumetti, diciamolo, un po’ stramba. Ma in banca, alla posta, a scuola, dal medico e dal parrucchiere, perfino dal meccanico mi presentavo come Valentina Crepax. E la gente ridacchiava o mi trapassava con lo sguardo come se fossi stata trasparente. Così ho cominciato anch’io a fare sogni strani. Ma I sotterranei mi facevano paura e non ero sicura di viaggiare volentieri su Il treno di Trotskij. Certo, avevo un televisore Brionvega, quello disegnato da Zanuso, ma pur apprezzandolo sotto ogni punto di vista non ci ho mai trovato niente di erotico. Forse perché non ho mai assomigliato a Louise Brooks. Così ho lasciato perdere e ho continuato a fingere di esistere diversamente.

Ora sono contenta che Guido sia morto in tempo per avere un posto nel Famedio del Monumentale accanto a Antonio Maspes, almeno può continuare a giocare ai ciclisti. Speriamo che abbia i dadi.

 

 


COMMENTI: 20, lascia il tuo!   |   Permalink   
    Commenti dell'articolo (20)
    • marchiscianella | 28 maggio 2012 alle 10:35

      Ma non mi sei sfuggita, sul giornalino del macellaio. Milioni di link e io ho beccato quello della Valentina di carne, non di carta.

    • casalingarurale | 28 maggio 2012 alle 11:45

      Poi quella Valentina lì lo sa fare il curry? E si veste di arancione? E mette una scarpa in modo e l’altra in un altro? Noooo? Allora non ci interessa, preferiamo una cretina autentica

    • serena | 28 maggio 2012 alle 11:46

      bello, bello e ancora bello. Direi bello.

    • Manzella | 28 maggio 2012 alle 12:19

      io sono più affezionata a lei che a quella lì. lei mi fa sempre divertire

    • giovanna | 28 maggio 2012 alle 12:39

      non ho dubbi sulla scelta. io con te mi diverto e persino, come nel leggere questa storia di famiglia, mi commuovo un po’

    • melmel | 28 maggio 2012 alle 14:07

      ma quanto ti voglio bene…. assai assai

    • giulio | 28 maggio 2012 alle 14:32

      bello il registro, bella la densità e la leggerezza, insieme, del sentimento. Ancora, ancora!

    • ZuppadeZuppis | 28 maggio 2012 alle 14:49

      Quella Valentina lì nelle intenzioni di Guido doveva invecchiare ma in realtà, a parer mio, non lo fece mai; quei fili lasciati bianchi fra la china nera che le costruiva la geometria dei capelli, quella ragnatela leggera di segni attorno agli occhi, quei cedimenti dei lombi che si scorgevano appena nelle tavole degli ultimi anni non bastavano a fingere quel che lei non seppe mai fare: rinunciare a cotanta figaggine per diventare una “nonna” come diventiamo tutte.
      Tu invece ne sei stata capacissima e questo, ai miei occhi, ti rende un sacco più simpatica. Ma, sopratutto, ti rende infinitamente più libera della spregiudicata Rosselli costretta a rimanere prigioniera nel sogno erotico di milioni di italiani.

    • lia | 28 maggio 2012 alle 15:17

      Ogni persona è unica, lo sei anche tu..Ogni Valentina è diversa da un’altra..Bello così!!!

    • Valentina Crepax | 28 maggio 2012 alle 15:35

      Zuppadezuppis dove hai visto i miei lombi cedere?!!!!!

    • ZuppadeZuppis | 29 maggio 2012 alle 23:04

      ahahahhahah oddio Vale mai oserei dire questo!

    • Petunia | 30 maggio 2012 alle 23:23

      Phewww!! Abbiamo sfiorato il Zuppicidio!!! :)

    • carla de bernardi | 31 maggio 2012 alle 21:38

      Dal mio romanzo “Qualche lontano amore”, un omaggio a Valentina e alla sua stramba famiglia, piena di intelligente follia….

      “Valentina, la sua amica del cuore, che abitava al quarto piano nel tetro plazzo di fronte dove una testa in marmo di Wildt la terrorizzava da quando era piccola, era tornata da Londra con una notizia esplosiva della quale erano sempre state tenute colpevolmente all’oscuro.
      Esistevano i Tampax!
      Questo l’aveva liberata per sempre dalla schiavitù di quegli orripilanti involti di cotone spesso e ruvido che sua madre costringeva lei e sua sorella Elisabetta a portare in quei giorni, legati ai piccoli anelli di una sottile fascia di tessuto lucido che si spostava in tutte le direzioni, con il rischio continuo che succedesse una catastrofe.
      Era una vera liberazione, anche se erano costrette a acrobazie e sotterfugi per non farsi scoprire.
      Valentina, più fortunata di loro, non aveva bisogno di nascondere nulla a sua madre che non si sognava nemmeno di pensare che la figlia adolescente corresse il rischio con quei diabolici attrezzi di infrangere la preziosa membrana che testimoniava la sua verginità.
      Nata pochi giorni prima di Clara, Valentina era una fulgida bellezza con seni e glutei magnifici, gambe lunghissime e forti, denti sporgenti come quelli di un giovane castoro e corti capelli a caschetto rossocastano. Il naso, leggermente aquilino, era quello di una principessa.
      La prima volta che Clara era andata a casa sua era rimasta perplessa e incantata.
      Era diversa da tutte le altre che aveva visto. Tutto era in stile liberty, di cui Clara, ancora bambina, ignorava l’esistenza.
      Le porte con i vetri decorati, le finestre simili a quelle di una cattedrale, il grande bow-window, le maniglie in ottone massiccio, i pavimenti intarsiati.
      Perfino le piastrelle dei bagni e della cucina.
      I divani erano foderati di tessuti di Morris sui toni del verde salvia e dell’avorio, forse fiori di cardo, coordinati alle tappezzerie.
      Le sedie erano in legno incurvato di Thonet, così come una magnifica chaise-longue impagliata, il tavolo da pranzo in legno intagliato con motivi floreali era maestoso e così le credenze e gli armadi.
      Alle pareti quadri e stampe degli anni venti, alcuni preziosi e tutti molto belli.
      Le lampade erano di Gallé o di Daum, in pasta di vetro dalle mille sfumature.
      Era una casa che rispecchiava lo stile di vita di una agiata e colta famiglia borghese degli inizi del secolo. Invece era abitata da un gruppo di persone bizzarre, intelligenti, anticonformiste e stravaganti.
      Al centro del salotto, e questa era la cosa che aveva lasciato Clara veramente a bocca aperta, troneggiava un enorme biliardo antico, con il panno verde intatto e una rastrelliera a muro con le stecche e un pallottoliere.
      Valentina un giorno avrebbe scritto un esilarante libro Gli uomini, istruzioni per l’uso. Decine e decine di ritratti di tipi maschili che sosteneva di aver incontrato almeno una volta nella vita e che inchiodava alle loro miserie con brevi frasi acuminate.

    • valentina | 31 maggio 2012 alle 23:57

      Grazie Carla di avermi immortalato nel tuo bel libro, ci siamo divertite!il biliardo c’è ancora e anche i quadri di fortunino matania, uno zio di mia madre. Anche le tappezzerie di william morris ci sono, tutto in un’altra casa. Sono io che non so se ci sono, o meglio ci sono ma non so chi sono…. ahahahahah!

    • casalingarurale | 1 giugno 2012 alle 13:34

      Ci sei, ci sei, eccome se ci sei. Lo so io, che reagii con indifferenza al macellaio che mi informò della tua esistenza sussurrandomi: “Sa, quella è Valentina Crepax!” . Nemmeno un “apperò” uscì dalla mia bocca, ché la Valentina piaceva troppo ai miei fidanzati per poter piacere anche a me. Ma il mondo è piccolo, e prima o poi ci si vede tutti al Roxi Bar, così ci siamo incontrate lo stesso, e per la prima volta ho cambiato idea su un fumetto.

    • federica | 1 giugno 2012 alle 13:39

      bello, bello, bello…

    • stella | 1 giugno 2012 alle 14:59

      Pezzo molto coinvolgente,sognante,pieno di immagini…sembra un fumetto, my sweet Valentina.

    • Elli | 1 giugno 2012 alle 17:09

      Dorothee Bis ……. Amarcord …… Un bacione Vale …..

    • Fraser | 14 giugno 2012 alle 00:10

      bellissimo. forse (ma solo forse) il mio blog preferito.

    • Anna | 14 novembre 2013 alle 14:42

      Mi sono imbattuta su questo articolo nel corso di ricerche su Ferruccio Macola. Mi risulta che Gino Macola fosse fratello e non cugino di Ferrucio, ciò risulterebbe da un articolo scritto da Gino macola stesso. Vedi blog villafrida.wordpress.com Mi piacerebbe capire questi rapporti di parentela.

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