Scritto da Valentina Crepax in amore, facebook

Facebook è terapeutico. Somministrato a piccole dosi fa bene a quelli che alle feste fanno da tappezzeria; mettono una loro foto dopo aver frugato per mesi nel mucchio del passato e trovano subito qualcuno che li invita a ballare. Fa bene agli indecisi e ai fifoni che si presentano agli “amici” con nomi d’arte e immagini rubate ai grandi del fumetto e poi credono davvero di essere Superpippo o Valentina. Facebook è indispensabile ai sedicenti scrittori che altrimenti non li leggerebbe nessuno, ai promoter di se stessi che svendono perle di saggezza spicciola di cui si vergognerebbe perfino una zia. Fa bene alle zie consultate dalle nipoti che non sanno dove mettere la salsa avanzata. Fa bene ai cani che non saranno mai più abbandonati e ai topi che non saranno mai più vivisezionati. Fa bene alle topine in cerca d’amore, di farfalle e di panorami suggestivi, fa bene alle zitelle imperiture che secernono malignità.
Non occorre starci delle ore, basta un’occhiata e trovi la ricetta giusta per le zeppole con la crema, l’amica che ti svende sei bomboniere Limoges al prezzo di una e il gruppo dove finalmente puoi scambiare le tue scarpe strette con il suo cappello largo. Ce n’è per tutti, se fai uno sternuto arriva il medico che litiga col farmacista e, via etere, ti misurano la pressione. Se le tue rose hanno i pidocchi ti saltano addosso in cinquecentotre perché a marzo non gli hai messo la poltiglia bordolese. E se i pidocchi li hai in testa nessuno ti scansa con disgusto.
Facebook è il regno del saputellismo e dei gatti di consolazione, del cuoramento a chilate e della boria gratis. Tutti trovano soddisfazione, amore, consensi e perfino anime gemelle. Facebook è terapeutico per l’ego e perfino per le elezioni. Ma non sempre si guarisce.
Scritto da Valentina Crepax in amore, bambini, strettamente personale
Se non li vuoi non li vuoi. Non c’è niente di male. Basta che poi non arrivi a una certa età e cela-tela meni che non ce li hai. Se li vuoi, più o meno riesci a averli, che sia un prodotto personale o che sia manipolato o acquisito non ha molta importanza: ti appartiene e tu, prima di tutto, gli appartieni. Ma non c’è proprietà, c’è solo appartenenza. Ce l’hai lì, nel migliore dei casi tra le braccia, e lo guardi perplessa, commossa, orgogliosa. Non è tanto la nuova vita che ti inquieta, quanto la tua nuova vita che ti turba, a dir poco. Poi va da sé.
E, al di là della mela grattugiata, tutto si supera. Tranne la pupù che resta un problema eterno sia per consistenza che per colore e frequenza. Tranne quelli che piangono tutta la notte e tu lo sai che devi interpretare il messaggio ma non ci riesci. Frustrazione. Tranne quelli che dormono 24 ore su 24 e devi cronometrare i risvegli se no sono tonti. Angoscia.
Il resto fila liscio e vai, vai fino al basket, alla danza, alla piscina e al pianoforte. Ci si prova sempre, più che altro per mettersi a posto la coscienza, non sia mai che si tarpino le ali a un talento. Non fa abbastanza moto, non fa abbastanza congiuntivi. Mangia la cotoletta rosicchiandola dalla forchetta. E se non la mangia? L’inappetente provoca ansia, il mangione tormenti. Poi, in un baleno si arriva all’età spietata, ingrata, quella dell’innocenza, della demenza. Ci sono giorni tristi in cui temi che si butti di sotto, ci sono giorni tristissimi in cui lo butteresti di sotto. E quel futuro che ti immaginavi tanto radioso da poterlo addirittura toccare, vacilla. L’esserino manipolabile che condivi via con due scemate diventa dall’oggi al domani un criticone peloso, spesso puzzolente oppure una pin-up che ti artiglia con dieci unghie finte decalcomanizzate e scuote la criniera piastrata come gatti a nove code. Tu li guardi perdersi in cazzate e li riempiresti di schiaffi ma invece li capisci, perché l’adolescenza è l’unica cosa che ti ricordi del tuo passato. Vai col motorino, sei antica, si dice scuter! Torna col motorino (pheww). Avevi detto alle due e sono le tre. Butta le scarpe, il millepiedi. E si addormenta sul divano, con una brioche sotto il sedere che la marmellata si spalmi bene sul velluto. E tu lo guardi e lo adori. Si vuole più bene ai figli quando dormono.
Poi, neanche te ne accorgi, che piegano il giornale dopo averlo letto, dicono grazie al caffè e mettono il rotolo nuovo quando finiscono la carta igienica. È ora che vadano.
Non fai in tempo a chiudergli la porta alle spalle che tornano con i loro figli e finalmente puoi amarli di un amore nuovo così rilassato, leggiadro e spensierato che rasenta l’indifferenza. O è solo gratitudine?
Scritto da Valentina Crepax in buone maniere, cafoni, donne, Mlano

Il buonismo della giunta Pisapia a Milano è l’argomento principe della Lega Nord. “Il sindaco ha dato accoglienza ai rom, facilita la vita agli stranieri irregolari, aumentano gli accattoni ai semafori, la città è sempre più violenta, la vita dei lombardi non è sicura”. Ai “padani” tremebondi dà manforte il console statunitense che mette in guardia i suoi connazionali residenti in città. Sarà.
Al mercato in piazza Guardi una signora permanentata in mogano, con il cappotto di cammello, dopo essersi rivolta al rivenditore di finto cachemire con un “ Te ghé l’è no in blè?” ha cacciato la mano guantata nella mia borsa e se n’è andata veloce con il mio portafoglio, mimetizzandosi nella folla.
Anche domenica ho avuto a che fare con le stravaganti reazioni dei milanesi minacciati dalla delinquenza che dilaga.
Abito in una piazza dove da sette anni scavano box sotterranei, reminiscenze morattiane. Il progetto, parzialmente terminato, prevede aiuole, pista ciclabile e marciapiede profondi tanto da poter accogliere un Pellizza da Volpedo con tutto suo Quarto Stato, nonostante la zona residenziale non preveda un massiccio traffico di pedoni in transito. Non ci sono posteggi per le auto. Nella quiete totale del pomeriggio di festa mio padre è venuto a casa mia a ritirare un pacco, inopinatamente e abusivamente ha parcheggiato la sua utilitaria scalcagnata sull’ampio marciapiede davanti al portone. Mentre io tenevo d’occhio l’auto dalla finestra è sopraggiunta la signora del portone accanto, una biondatinta sui 50 portati così così: capelli (non pulitissimi) sciolti sulle spalle, sacchetti dello shopping domenicale, cappotto aperto con falde svolazzanti, stivali trendy, chiavi in mano. La bionda si accosta guardinga all’auto, quasi si appoggia alla fiancata nonostante lo spazio rimasto sul marciapiede le consentisse ampi giri di valzer, si guarda intorno con fare circospetto e… zacchete, riga con le chiavi le due portiere e il parafango della macchinetta. Non aveva guardato in su. Mi metto a gridare come un’ossessa: “Ma lei è pazza?!”. Niente, tira dritto oltre il portone di casa sua. Scendo e mi piazzo lì, prima o poi tornerà. Eccola di nuovo, l’aria spavalda.
Io: “Lei è un vandalo, una teppista non si vergogna?”.
Lei: “È la sua parola contro la mia, io non ho fatto niente”.
Io: “Non solo l’ho vista rigare la macchina di mio padre ma ho addirittura sentito il crash della chiave, che ha ancora in mano, sulla lamiera”.
Lei: “Ma stai zitta, pezzo di merda”.
Io: “Sarò anche un pezzo di merda, ma non nuoccio a nessuno se non mi si calpesta”.
E così, merdosa come sono, calpestata senza recare danno, mi sono voltata per andarmene nella città violenta, mentre lei, con le “e” larghe e sguaiate della milanese che teme l’invasione degli ultracorpi rom, mi urlava dietro, tirandosi la zappa sui piedi: “Ma lei lo sa cosa mi fanno alla mia di auto?”.
Scritto da Valentina Crepax in casalinghe, Uomini, uomini&donne

Dunque, amore mio, grazie mille. Ora ti spiego come si fa.
Metti la mano nel portaoggetti dell’auto e trovi l’euro per il carrello. Le borse te le ho date, la tessera Fidaty anche.
Con l’ascensore di destra arrivi giusto davanti al coso dei trombini, passa il codice a barre della tessera sotto la lucina verde e prendi il trombino che si illumina, controlla che ci sia scritto “Buongiorno signora Crepax”, oggi tu sei me. Via, sei pronto per la spesa! Passa veloce davanti alla frutta e alla verdura a peso che se no fai notte. Sul lato sinistro del corridoio “insalate lavate” troverai il cicorino tagliato fine fine, prendilo e frena bruscamente; di fronte ci sono i limoni di Sicilia (2 retine) e le patate gialle. Mi raccomando leggi: gialle! Vedi se ci sono le zucchine, non quelle verde scuro e nemmeno quelle enormi, devono essere un po’ costolute non più lunghe di 20 centimetri e con un diametro tipo un dito grosso, come i tuoi. Prima di mettere le cose nel carrello ricordati di trombinarle tutte… non vorremmo fare la figura dei ladri!
Riprendi velocità passando con indifferenza davanti alla cartoleria (oddio se vedi una bella cartelletta rigida di un colore vivace, magari in offerta…), ignora il giardinaggio, gli insetticidi e la frutta secca. Svolta a sinistra ed eccoti nel magico centro delle offerte: ostenta superiorità davanti al 3×2 che altrimenti fai casino e buttati a destra sullo stracchino e i caprini. Con una breve retromarcia raggiungi il parmigiano: solo se c’è quello nella carta marrone! Prosegui fino alla fine del corridoio, a sinistra troverai il pesce: niente, lascialo lì. A destra le uova, prendi le Bio, sono difficili da trombinare per via del codice a barre sull’ecocartone ma puoi farcela. Imbocca il corridoio di destra e fingi di non vedere: gnocchi, ravioli, burro (bè, burro un pacchetto… vedi se c’è l’offerta), paste per dolci, pizze e focacce. In un battibaleno sei agli yogurt. Rallenta, rallenta… quasi alla fine del banco, prima di quelli tutti colorati per bambini vedrai delle bottiglie tozze di vetro col tappo a vite, prendine due con l’etichetta verde… o blu, non mi ricordo, leggi: magro. Salta il corridoio, tonno, sottaceti, riso e farina. Via veloce fino al corridoio 4 e sbizzarrisciti come vuoi con la pasta che in casa non ce n’è, però prendi la Garofalo o la Voiello, non ti lasciar tentare da altre marche che poi lo sai si resta sempre delusi. Venti passi e sei alla carne: un pollo, cosa dici? Ti supplico prendilo già pulito. Lo so che vorrai il filetto, ma non mi contare: prendilo per te che a me mi fa impressione.
Dietrofront. Sbatterai il naso sui fazzoletti di carta: due pacchi da 30 pacchetti, attento che non siano aromatizzati alla menta! Più avanti c’è la c.i. prendine quanta ne puoi portare, non basta mai! Ho dimenticato i biscotti per le bambe, torna indietro di un corridoio, vai, vai, vai verso le casse, quasi in fondo, a sinistra, Mikado al ciocclato bianco (lo so, non inorridire, a loro piacciono tanto) e prendi i soliti Bahlsen Chocostick 4 pacchetti, che i bambini sono abitudinari. Volta a sinistra, cammina fino al reparto beauty e pensa: ti manca lo shampoo, la schiuma da barba? No, le lamette le devi chiedere alla cassa. Prosegui dritto e sei nel profumato mondo della gastronomia-salumeria, so di non poterti frenare, ma contieniti: bresaola sì, mortadella no… per intenderci. Giù le mani dal gorgonzola! E anche dalla fontina. Dai, la ricotta va bene, ma sarà buona? Vola via, lontano dai superalcolici, patatine, piadine e affini. Spingi veloce il carrello che sei a buon punto. Vabbuò fermati al vino, lo sai meglio tu di me, una bottiglia di morellino, una di grignolino? Hai finito, ce l’hai fatta. Percorri a ritroso il corridoio grande fino alle casse veloci, consegna la tessera e il trombino e spera che non ti capiti la rilettura random.
Se ci andavo io facevo prima.
Scritto da Valentina Crepax in io, padri&figli

Franco Crepax detto Franchestìn
Quando eravamo piccoli mio padre (che si chiama Franco e non Guido) diceva a ciascuno di noi: “Io preferisco te, ma non dirlo ai tuoi fratelli”.
Eppure non si sarebbe detto. Da quando sono nata ha messo a repentaglio la mia vita.
Quando avevo sei mesi mi ha riempito le narici di grani di pepe. Perché? Perché aveva provato su se stesso e non era successo niente… fino al primo sternuto. Quella stessa estate, dopo avermi saldamente legato alla carrozzina lui e quel cretino di suo fratello Guido mi lanciavano a tutta velocità giù da un’erbosa collina. Uno stava sul cucuzzolo e l’altro a valle. Appena nati i miei fratelli ha comprato un natante, il primo di una lunga serie di strumenti di morte. Si chiamava Sportiak due metri per uno, capacità due persone. Con questo coso e un motore da tagliaerba senza elica per non mozzarci le testoline ci portava dall’isola di Panarea allo scoglio di Basiluzzo: due adulti e tre bambini. Tre chilometri e mezzo. L’estate successiva, in vacanza con il suo datore di lavoro che pescava beato da un ricco motoscafo, mi costringeva a interminabili apnee perché, precursore di Fantozzi, intendeva che spingessi i pesci all’amo del capo. L’anno dopo, a Ponza, mi ha tirato dalla finestra del secondo piano un gommone Zodiac (senza chiglia rigida) accuratamente piegato e imborotalcato nella sua custodia. Pretendeva che lo prendessi al volo.
Scendendo a valle da Monte Marcello guidava con gli occhi chiusi forte del fatto che io, secondo pilota, lo avvisassi in tempo di curve e tornanti. E quella volta che, temerariamente, intendevo mettere al mondo la mia unica figlia Alice mi ha ricacciato a letto sbraitando: “Fidati di me che di figli ne ho avuti tre, quando si rompono le acque se ne perdono litri e litri” (aveva visto su Hara Kiri un’immagine della madonna in piedi su un lago e la didascalia recitava più o meno così: La Stante Vierge ayant perdu ses eaux).
Oggi siamo ancora vivi entrambi, lui compie 85 anni e non c’è da stupirsi se le mie nipoti, le sue pronipoti, lo chimano Franchestìn
Scritto da Valentina Crepax in amore, scuola

A scuola non l’ho mai fatto, almeno mi pare. E sì che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta a scuola si faceva di tutto. Ma quello no, io no. E non certo per rispetto delle istituzioni, né a causa della location scomoda e poco accogliente, a quell’età non ci si bada. Più probabilmente non ce n’è stata l’occasione.
Adesso pare, invece, che diventi indispensabile piazzare nei licei pratici dispenser di preservativi. Se ne discute a Milano nei corridoi del liceo Parini, nelle riunioni del Consiglio di Istituto e anche in quelle del Consiglio Provinciale. Dai dati di cronaca non è dato sapere se ci sia anche un’indicazione specifica sulla qualità, sul gusto o sulla marca dell’oggetto in questione; che sia edibile o che ci si possa scrivere con pennarelli indelebili o cancellabili a secco non si sa. Si sa soltanto che il preside del Parini è contrario, quello del Berchet favorevole, è titubante la preside del Vittorio Veneto che teme per gli iscritti al primo anno, forse perché, ancora sessualmente impreparati, potrebbero in alternativa usarli come gavettoni provocando ben più gravi danni di una scopatina. Il preside dell’Agnesi piuttosto che il dispenser si dichiara disposto a dispensare lezioni di educazione sessuale.
Gli studenti, che adoro, stimo e ammiro, uniti nella lotta, dichiarano: “Per noi sarebbe importante anche solo dal punto di vista culturale”. Si vede che adesso si dice così. Capisco che farlo a scuola possa essere una di quelle sfide che restano imperiture nella memoria e mi rammarico, per quanto mi sforzi, di non ricordare altro che simulacri “culturali”, ma perché, nell’attesa che il Provveditorato provveda, non servirsi del dispenser della farmacia a 50 passi dal liceo? E perché non portarsi da casa gli strumenti utili a far “cultura” nella scuola?
Scritto da Valentina Crepax in amore, stile di vita, uomini&donne

Se non è per piacere è per forza. Ma dev’essere. E se non è, meglio non chiedersi perché. Questa è la filosofia dei senza partner, dei clochard dell’amore. Scrivono alla Aspesi, telefonano a Barbara Alberti, vanno perfino da Maria De Filippi. Attaccano interminabili bottoni alle amiche, lanciano malcelati appelli su Facebook, si confidano col parrucchiere. E non c’è genere che tenga: uomini e donne affrontano la questione con la stessa testa struzzante nella sabbia. E a volte riescono anche a agitare le zampette.
“Sono una ragazza di 40 anni”… a che età si diventa donna? “Sono un uomo di 50 anni, onesto e di ottimo aspetto”, mandami una foto, fammiti vedere, lascia che sia io a giudicare! “Dopo otto fallimenti mi sono resa conto che gli uomini sono tutti egoisti”. “Le donne non mi capiscono”. “Gli uomini vogliono solo quella cosa lì”. “Sono un’inguaribile romantica”. “Cerco una donna comprensiva e paziente ma non la trovo”.
Tutti e tutte, santi e sante, belli e belle dentro e fuori, sinceri, desiderosi di ricevere amore, un mazzo di rose, un libro di poesie con dedica, una pacca sul culo data con spensieratezza e allegria, un giro di tango, una candela anche tremula, ma ardente. Nessuno disposto alla tolleranza, alla pazienza, alla perseveranza e alla comprensione; nessuno che si pieghi alla banale e a volte faticosa routine. Che si rassegni al fatto che ogni tanto la vita di coppia è senza sorprese.
L’esercito di quelli a caccia dell’amore con la A più maiuscola che c’è è inarrestabile e tutti voglio la stessa cosa, tutti sono convinti di meritare la stessa cosa: il meglio, nei limiti più banali del termine. Una persona seria ma che sappia ridere, affettuosa ma non appiccicosa, folgorante ma non sconvolgente, voluttuosa ma non libidinosa, rigorosa ma non esigente, sexy ma non porca. Ma soprattutto, i senza partner, cercano qualcuno che se li prenda così come sono, convinti di essere appetibilissimi, senza mai chiedersi perché nessuno mordicchi le loro carni consacrate all’amore. Dio dei partner dagliene uno, uno qualsiasi, almeno per San Valentino.
Scritto da Valentina Crepax in buone maniere, cafoni, TREND

Per un attimo mi era parso che fosse tornato di moda. Ma no, mi ero sbagliata. Il garbo è stato spazzato via. Lui, il garbo, con i suoi sorrisi, con le porte tenute aperte, con i saluti cordiali, con le parole sussurrate, con le scuse non dovute, con la quiete di un tempo che vale la pena di essere vissuto e condiviso. È sparito, insieme al suo nome, sostituito, quando va bene, da un’allegra sguaiatezza, dall’arroganza del “ci sono prima io” anche quando non c’è gara, quando va male.
Intimamente, al primo “ciao” della commessa mi sono commossa. “Meglio dell’ossequio riservato agli anziani”, mi sono detta. Al decimo “ciao” ho pensato che un muto sorriso sarebbe stato meglio. C’è sempre una via di mezzo. A casa mia siamo garbati. Mio padre è garbato, sorride, apre la porta alle signore, aiuta chi ha un pacco pesante, cede il passo, sorride ai bambini e qualche volta li accarezza sulla testa mentre la mamma li mette in salvo strattonadoli via dalla mano indelicata. Mia nonna mi diceva “Saluta con garbo” e così io, come un’ebete, ripeto alle mie nipoti: “Quando qualcuno vi saluta per la strada alzate lo sguardo e rispondete con garbo”, ma la loro madre, garbatamente cresciuta e avveduta ha detto decisa: “No, non si dà retta agli estranei”.
Allora è così: il garbo è stato soppiantato dal sospetto che intimorisce e agguerrisce? Ora, capisco che le mamme di oggi stiano sul chivalà, che neanche dei preti ci può più fidare, ma perché i signori del sesto piano non salutano il custode quando passano davanti alla guardiola? Perché il padrone del cane lupo “giocherellone” che ti spintona a musate giù dal marciapiede, invece di accorciare il guinzaglio a molla, si giustifica dicendo: “È una cane e fa il cane”? Perché alla signora che faticosamente sale sull’autobus con la figlia in passeggino un signore in loden dice: “E chiudilo quell’affare, rincoglionita”? Perché il padre del ragazzo sospeso ha dato un pugno al professore che il figlio aveva mandato affanculo? Io un sospetto ce l’ho e voi?
Scritto da Valentina Crepax in donne, gay, persone, stile di vita

Nietta Aprà e Fluffy Mella Mazzuccato (a destra).
Io sono nata in una famiglia con due genitori: un maschio e una femmina. Per la maggior parte del tempo ho visto, incontrato e frequentato famiglie composte più o meno come la mia. Dico più o meno perché, anche se erano altri tempi, è successo che qualche genitore di miei copagni di scuola lasciasse la famiglia per amore di un suo consessuale. A casa mia non ci si faceva caso perché avevamo una buffa zia piccolina e leggera soprannominata Fluffy (lanuginosa), sempre con le unghie laccate di rosso, che dopo due matrimoni, si era fidanzata con una signorina piemontese, non molto femminile ma coltissima, spiritosa, gentile e antifascista che la chiamava Fla. Vivevano in una bella casa dove curavano un roseto meraviglioso. Da loro si mangiavano cosette squisite servite con garbo, si beveva il tè in soggiorno sui divani a fiori e a noi bambini, prima di andare in visita, venivano fatte un mucchio di raccomandazioni perché le zie non tolleravano la maleducazione, il chiasso, le sedie che dondolavano a tavola e le parolacce. Insieme, Fluffy e Nietta, hanno fondato una biblioteca in un piccolo paese vicino a Torino. Hanno vissuto amandosi pazzamente per 40 anni e aiutando i ragazzi a cavarsela con i libri e la scuola. Quando Fla è morta Nietta ha chiamato la manicure per seppellirla con il suo smalto perfetto, in un loculo che poteva guardare dalla finestra, stando nel letto dove è morta anni dopo leggendo. Al funerale di Fluffy ero incinta dell’Alice e mi ricordo che ho pensato: peccato che le zie non abbiano avuto figli.
(Sulla vita delle mie zie la documentarista Gabriella Romano ha girato il cortometraggio Pazza d’azzurro (Nietta’s Diary) non commercializzato ma disponibile presso gli archivi dell’Arcigay di Bologna e del circolo di cultura gay Maurice di Torino).
Scritto da Valentina Crepax in persone, uomini&animali

disegno di Stefano Navarrini
I peggiori sono quelli che ti inchiodano con le prodezze del loro canepicchio e guai se non rispondi a tono.
Poi ci sono quelli che gli fanno “cicicici” come fosse un neonato: vieni bellino, prendi il biscottino, vieni da mamma e/o da papà. Ci sono anche quelli che lo trattano come fosse l’atleta da tenere in forma: corri belloBolt, ce la puoi fare, ancora uno sforzo, dai, e gli lisciano la muscolatura stenta. Altri gli vogliono bene nonostante sia chiaro che lo considerano un deficiente: no, lascia stare quella robaccia, lo sai che non mi piace quando fai così. Molti rispondono a domande mai fatte: sì lo so che hai freddo, tra poco andiamo a casa, non è ancora ora di pranzo, tranquillo torno subito.
Qualcuno finge di avere a che fare con un altro spirito, più adeguato ai suoi sogni e, immaginando di avere al guinzaglio una muta di cani da slitta finge di vivere al traino. L’animale gli trotterella stanco e fedele accanto, come gli si addice, e loro: fermo, non tirare, buono e poi a squarciagola: fianco, fianco! Perché hanno fatto il corso di addestramento.
Pochi sfogano su di lui la loro propensione al comando: se-du-to, qua-la-zam-pa, ri-por-ta-la-pal-li-na.
Certi delirano (mia madre): “Va bene tutto Ciccio, ma le bugie no”. Le padrone di pulci alla Paris Hilton minacciano rappresaglie: morde, ha il suo caratterino. Quelli col bue ringhiante al guinzaglio: non fa male a una mosca. I più curiosi sono quelli in perpetua attesa di una risposta: vuoi andare al parchetto o facciamo due passi qui? Sei già stanco o ti fai l’ultima corsa?
Molti dividono col proprio amico a quattro zampe i loro crucci e, tenendogli il muso tra le mani, lo fissano negli occhi raccontandogli la rava e la fava: finalmente, umanamente, il cane sbadiglia.