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	<title>Valentina Crepax &#187; privatamente</title>
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		<title>Valentina non sono io</title>
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		<pubDate>Mon, 28 May 2012 08:22:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Crepax</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2012/05/579983_362876810441370_100001571614461_1001320_1616906293_n-1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-885" title="" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2012/05/579983_362876810441370_100001571614461_1001320_1616906293_n-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Se potessi dirglielo si pizzicherebbe subito sotto il mento, con il pollice e l’indice, come faceva sempre quando era in difficoltà. Ma la verità è che io non esisto. E la colpa è tutta sua. E di Google. Ma lui è morto senza avere il tempo di chiedersi se Internet fosse un sotterraneo o un extraterrestre degno di interesse. Fatto sta che se digito il mio nome e cognome sul grande motore di ricerca saltano fuori 60.400 risultati, se restringo la ricerca costringendo le due parole tra le virgolette si scende a 3.090. Ma della mia esistenza non c’è traccia. Eppure sulla mia carta d’identita c’è scritto: Valentina Crepax nata a Milano il 17.06.1952. Tredici anni esatti prima della comparsa di quella finta (nata per dispetto nel 1942), che però esiste davvero e che di cognome fa Rosselli, ma tutti se ne fregano. È Crepax e basta.</p>
<div id="attachment_887" class="wp-caption alignleft" style="width: 207px"><a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2012/05/154367_118592914869762_100001571614461_131868_4425112_n.jpg"><img class="size-medium wp-image-887" title="" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2012/05/154367_118592914869762_100001571614461_131868_4425112_n-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">io e mio zio</p></div>
<p>Eppure, il fantasma di me stessa, è venuto al mondo sotto lo stesso tetto di Guido, che aveva 19 anni, in via Settala 20 a Milano, primo piano. Mia nonna, sua mamma, ne aveva 45 e mio padre 24. Nei miei ricordi, forse immaginari, di quegli anni, Guido giocava tutto il giorno a calciobalilla caracollando da un piede all’altro e progettava di iscriversi a architettura, ascoltando jazz a un volume pazzesco. Per fortuna non poteva fare il servizio militare perché aveva qualcosa che non andava a un occhio, ma ci vedeva abbastanza bene per piegare un foglietto e fisarmonica e con due colpi di forbici inventare un girotondo di soldatini, ballerine o gatti minuscoli. Adesso sua figlia Caterina e anche suo nipote Thomas fanno delle magie di carta. Nei lunghi corridoi delle case di allora le automobiline di ferro pesante sfrecciavano da un capo all’altro sbattendo contro i battiscopa e Guido con Claudio e Gabriele Abbado urlavano: “Togliete la bambina dalla pista, passa Nuvolari”. La bambina ero io. La stessa bambina che dagli stessi giocatori, a Canazei, veniva fissata con delle corde alla carrozzina e sostituiva egregiamente le automobiline che sul prato non scorrevano bene: mi lanciavano giù dalla collina, vinceva chi mi acchiappava prima che mia madre si affacciasse urlando alla finestra.   <a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2012/05/valentina-111.gif"><img class="alignright size-medium wp-image-886" title="" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2012/05/valentina-111.gif" alt="" width="170" height="229" /></a></p>
<p>Nella casa di via Zezon, io non vivevo più con loro. Guido, nella stanza dove mio nonno suonava il violoncello, disegnava su un tavolino piccolo perché l’ingegner Gino, conte Macola di Gomostò e Mortesa, nonno di Guido e di mio padre (cugino di quel Macola che per un fatale errore uccise Cavallotti in duello), non si era ancora lasciato morire “nutrendosi” solo di bitter Campari, quindi non gli aveva lasciato in eredità il bel tavolo grande in mostra alla Triennale. Ma più spesso stava chino su quello che mia nonna (detta “nonna Macola” per distinguerla da sua madre che si chiamava anche lei Maria) definiva il “tavolo da stiro” e ritagliava ciclisti, pugili e soldatini per quei suoi giochi che poi facevano con Emilio Tadini, gli Abbado e mio padre, tirando dadi e urlando a più non posso, ma almeno io non ero più coinvolta. E avevo ancora la mia identità.</p>
<p>Sul “tavolo da stiro” mia nonna ritagliava stoffa, con la stessa ostinazione e con altrettanta perizia faceva straordinarie copie di quadri famosi (quei Kandinskij che ricompaiono nelle storie di Valentina) con invisibili cuciture, paralumi con infinite pieghettature o cose utili e più noiose come risvoltare un cappotto da sera per mio nonno Gilberto che doveva suonare alla Scala e ci teneva da pazzi all’eleganza. Lui, figlio di un ciabattino con la mania della musica, è diventato professore al Conservatorio di Parma a 20 anni, a 31 primo violoncello nell’orchestra di Toscanini per la tourné in America e poi nell’orchestra del Teatro alla Scala, non ha mai indossato un paio di scarpe fatte in serie, nemmeno quando suonava in casa con il padre degli Abbado. Era bellissimo, molto più bello di Franco e Guido, che pure si sono sempre ritenuti entrambi mica male! Non c’era paragone, ma piacevano alle ragazze. Guido ne aveva una tanto procace, che durante una gita all’Idroscalo, lui sulla sua bici da corsa, lei su quella imprestatagli da mio padre, erano dovuti tornare indietro in tutta fretta per evitare l’assalto dei gitanti ai lombi di lei, messi ancora più in evidenza dall’inevitabile postura alla Coppi-Bartali. Guido, però, quando andava a casa sua si portava carta e matita e poi diceva: “Chissà perché quando mi metto a disegnare lei non è contenta affatto”. Non sapeva che sarebbe ricomparsa in varie gloriose immagini… vista da dietro. Poi è arrivata Luisa, la figlia del generale dei carabinieri Mandelli, che invece è stata contenta tutta la vita.</p>
<p>Fino a metà degli anni Sessanta la vita se ne è andata avanti tra le solite cose di una famiglia più o meno normale. Dico più o meno perché che Guido fosse chiuso nel suo mondo fantastico venne a galla abbastanza presto, in una nuvola di fumo nero che usciva da sotto la porta del bagno mentre lui era nella vasca. Tutta la famiglia allarmata e intossicata urlava dal corridoio: “Al fuoco, al fuoco!” e lui da dentro, accecato dagli asciugamani in fiamme (gli aveva messi scaldare sulla stufetta elettrica), ma immerso nei suoi pensieri rispondeva: “Qui niente brucia”. I pompieri rimisero tutti coi piedi per terra.</p>
<p>Guido ascoltava jazz jazz e jazz e mettendosi le mani sulla bocca riusciva a imitare perfettamente una tromba con cui faceva una sorta di karaoke sulle musiche di Armstrong. Infatti la sua cariera è cominciata disegnando copertine di dischi di jazz. L’architetto non l’ha mai fatto, ha firmato solo il progetto di amici non ancora laureati per una casa della nonna (copiata da una di Frank Lloyd Wright) in Versilia, ma non si è accorto che il disegno era capovolto rispetto alla realtà e quando si è trattato di vendere ci sono state diverse difficoltà, al catasto non erano contenti. Quella casa, però, è stata il centro della nostra vita estiva per anni. Troppo piccola per accoglierci tutti, era comunque il punto d’incontro dei suoi tre figli, degli amici, dei miei fratelli e soprattutto delle battaglie. D’estate andavano tantissimo il gioco del ciclismo e quello del pugilato, perché il giro d’Itala e il piccolo ring di cartone fatti da Guido erano più adatti al tavolo da pranzo della nonna che non le grandi mappe delle battaglie di Waterloo o di Trafalgar. A Guido non piaceva perdere e a suo figlio Antonio, il maggiore, ancora meno, erano urla, dadi che volavano e pugni battuti sul tavolo. Allora la nonna, golosissima come lui, mi diceva: “Valentina vai a prendere un bel gelato così la smettono”. Ma poi ricominciavano, finché Guido non sgombrava il tavolo e tirava fuori i suoi immacolati cartoni bianchi e si metteva a disegnare. Forse ha sempre adoperato il cartoncino dopo quella volta che, in via Settala, aprendo la finestra tutto il suo lavoro, su fogli di carta leggera, è volato in strada. Allora, anche se il rumore gracchiante della lametta da barba (ne teneva tante appiccicate a una calamita rossa) che usava sempre per alleggerire il nero era più fastidioso delle grida nessuno protestava più. Graffiava la china, cancellava con grosse gomme bianche e spolverava le tavole con un’enorme spazzola morbida, anche quella ereditata dal nonno Gino. Oppure con la manica del golf, tenendola tesa con le dita ripiegate sul polso. Golf che gli faceva la Luisa (ma lui lo diceva senza articolo), sempre seduta sulla poltrona di Eams al di là del tavolo, a lavorare a maglia. Mi ricordo interminabili discussioni sui calati o gli aumenti del collo a scialle o dello “scalfo manica” che nel lessico famigliare si è sempre chiamato “buco del braccio”, punto riso o costa inglese? Guido disegnava in casa e in casa si parlava di tutto, come in una casa qualsiasi. Ma nelle case qualsiasi non c’è, in mezzo, un uomo che lavora. Questo era strano e ancora più strano era che Guido tra un’Hisoire d’O e un’Emmanuelle, intingendo il pennino nel calamaio partecipasse alla scelta di un gomitolo blu o grigio e soppesasse un campioncino fatto con i ferri del 3 da confrontare con un altro fatto con quelli del 4, succhiando una caramella Menta-Fernet. Non smetteva di disegnare, si infilava nel discorso senza quasi voler essere ascoltato. Non ho mai visto la porta del suo studio chiusa e non l’ho mai visto solo nella sua stanza.</p>
<p>Quando ho compiuto 18 anni l’altra Valentina esisteva già da cinque anni, ma non era ancora chiaro che sarebbe diventata quello che è. Guido mi ha invitato in via Spiga e mi ha comprato un tailleur pantalone bianco, impunturato di giallo, con la miglior zampa d’elefante che avessi mai potuto desiderare, nella boutique di Dorothée Bis (allora la moda vera era francese). Forse voleva scusarsi d’aver inconsapevolmente sfruttato il mio nome, aveva speso un sacco di soldi, cosa che non faceva mai volentieri. Da allora sono cominciati i miei guai. In casa non si dava peso al suo genio e al suo successo. Né tanto meno ci si preoccupava che io mi chiamassi come un’eroina dei fumetti, diciamolo, un po’ stramba. Ma in banca, alla posta, a scuola, dal medico e dal parrucchiere, perfino dal meccanico mi presentavo come Valentina Crepax. E la gente ridacchiava o mi trapassava con lo sguardo come se fossi stata trasparente. Così ho cominciato anch’io a fare sogni strani. Ma I sotterranei mi facevano paura e non ero sicura di viaggiare volentieri su Il treno di Trotskij. Certo, avevo un televisore Brionvega, quello disegnato da Zanuso, ma pur apprezzandolo sotto ogni punto di vista non ci ho mai trovato niente di erotico. Forse perché non ho mai assomigliato a Louise Brooks. Così ho lasciato perdere e ho continuato a fingere di esistere diversamente.</p>
<p>Ora sono contenta che Guido sia morto in tempo per avere un posto nel Famedio del Monumentale accanto a Antonio Maspes, almeno può continuare a giocare ai ciclisti. Speriamo che abbia i dadi.</p>
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		<title>Gli uomini non sono tutti uguali</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 16:49:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Crepax</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono anche uomini buoni. Ci sono uomini che sanno fare dell’ironia sguaiata con eleganza. Ci sono uomini che si possono amare. Addirittura che non si può resistere: bisogna amarli come si deve respirare, mangiare, camminare, dormire. Io ne conosco uno, con la esse difettosa, senza tanti capelli. Una testa lucida dentro e fuori. Una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono anche uomini buoni. Ci sono uomini che sanno fare dell’ironia sguaiata con eleganza. Ci sono uomini che si possono amare. Addirittura che non si può resistere: bisogna amarli come si deve respirare, mangiare, camminare, dormire. Io ne conosco uno, con la esse difettosa, senza tanti capelli. Una testa lucida dentro e fuori. Una vita riempita a più non posso di cose fantastiche, di ideali, di sentimenti profondi e puri, di cazzeggio limpido e schietto, di erbe medicinali, di Negroni e di salame. E anche di dolore. Un uomo morbido come un cuscino di velluto. Onesto, con se stesso prima di tutto, e capace di spianare con leggerezza le asperità della vita perché gli altri possano scivolare su una strada più accogliente e più sicura.</p>
<p>Un uomo timido e forte con un’intelligenza roboante ma non disordinata né dispersiva: frenetica e concreta. Uno che ama suo figlio con gli slanci forsennati di un sentimento irrefrenabile e la sobrietà, il rispetto e la stima che merita un piccolo uomo che è già grande.</p>
<p>Un uomo che quando ti dà una pacca sul culo, e te la dà sempre, ti fa sentire che in quella pacca c’è tutto quello che di meglio ci può essere nell’amicizia.</p>
<p>Un uomo che lascia in eredità l’esempio più bello e più folle, quello dell’integrità morale.</p>
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		<title>Ah che partenza amara&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Aug 2011 15:02:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Crepax</dc:creator>
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		<description><![CDATA[36 gradi. La città è deserta e immobile. Sto facendo le valigie. Vado al mare. Penso con bramosia alla spiaggia del Pero, al suo candore, alla quiete di un ombrellone apparentemente piazzato a caso che invece è stato sistemato da uno stratega della logistica. Abbastanza vicino all’acqua per svariati tuffi rigeneranti, ma non così tanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/08/chiuni1p-1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-602" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/08/chiuni1p-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>36 gradi. La città è deserta e immobile. Sto facendo le valigie. Vado al mare. Penso con bramosia alla spiaggia del Pero, al suo candore, alla quiete di un ombrellone apparentemente piazzato a caso che invece è stato sistemato da uno stratega della logistica. Abbastanza vicino all’acqua per svariati tuffi rigeneranti, ma non così tanto da essere disturbati da chi passeggia sulla riva (pochi); non troppo a destra dove la spiaggia ha uno sfacciato dosso disturba pisolino; non troppo a sinistra dove il sole crea ombre lunghe e invadenti; sufficientemente lontano da una rete che nessuno degna d’uno sguardo, ma che potrebbe diventare meta di pallavolisti indiscreti. Insomma lì, al riparo dal vento ma non dalla brezza. Il posto ideale. Penso che ho aspettato tanto questa vacanza e che me la merito. Mi affaccio alla finestra per fumare una sigaretta. E lui è lì, sul marciapiede che si squaglia per il caldo: dorme. E anche nel sonno manifesta la sua disperazione.</p>
<p><a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/08/IMG_3383.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-603" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/08/IMG_3383-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>Al cine vacci tu&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 13:44:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Crepax</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; In onore al Tour de France sfodero un vecchio raccontino che mi piace tanto. Ce l’avevano tutti. Li vedevo sfrecciare felici e sorridenti, alcuni portavano un cappellino di tela con la visiera girata all’indietro, altri avevano strani guanti senza le dita e pieni di buchi per far passare l’aria; cedo che le mani non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/07/CoppiNuda.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-580" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/07/CoppiNuda-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>In onore al Tour de France sfodero un vecchio raccontino che mi piace tanto.</em></p>
<p>Ce l’avevano tutti. Li vedevo sfrecciare felici e sorridenti, alcuni portavano un cappellino di tela con la visiera girata all’indietro, altri avevano strani guanti senza le dita e pieni di buchi per far passare l’aria; cedo che le mani non dovessero sudare a nessun patto.</p>
<p>In quegli anni il mio passatempo preferito era stare alla finestra a vederli passare. La domenica erano in tanti, certi stavano in fila, certi in gruppo, ma tutti avevano le maglie colorate. Un giorno ne ho visto uno che ne urtava un altro fino a farlo cadere nel fossato, ma non aveva fatto apposta, spingeva così, per sbaglio, o per divertimento. La gente ammassata ai bordi della strada urlava: “Forza, coraggio che ce la fai!” Ma certi non ce la facevano perché c’era la salita; altri, più giovani, prendevano la salita come se fosse stata la discesa e io pensavo che per me sarebbe stata la stessa cosa e mi guardavo le gambe magre senza muscoli e  non mi rendevo conto.</p>
<p>Cominciai a correre per la casa con la testa bassa e ritagliai un paio di guanti di gomma, quelli per lavare i piatti, e mia zia diceva che ero scemo. La notte pedalavo nel letto con le gambe in aria e la mattina mi radevo i peli perché avevo sentito che si faceva così per fendere l’aria come la lama di un coltello.</p>
<p>Certi giorni feriali, a essere fortunati, se ne vedevano un paio che andavano calmi, guardavano sempre l’orologio e si parlavano da buoni amici; però la domenica non si parlavano più e una domenica, che li ho visti anche in televisione, uno che sembrava l’amico dell’altro invece gli ha fatto le corna mentre lo superava. Io pensavo che gliele poteva pure fare.</p>
<p>Mio papà era in pensiero perché diceva che ero troppo magro per quell’arnese lì, che non ci avevo il fiato. Ma quando mio nonno me l’ha comprata non ho neanche guardato di che colore era, non ho neanche pensato che non ci aveva i freni. Era da professionista.</p>
<p>Tutti urlavano, anche quelli che mi facevano le corna dietro: “Forza Fausto, pedala!”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Happy birthday</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 09:20:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Crepax</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; (dedicato ai divieti) Non sono ancora abbastanza vecchia per progettare la mia morte. Ma lo farò, non mi lascerò cogliere di sorpresa. Voglio lasciare tutto in ordine per non disturbare chi resta e lasciare così un buon ricordo. Toglierò la polvere dai soprammobili, butterò le bollette accumulate e porterò nell’apposito contenitore i farmaci scaduti. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/06/ugly-evil-old-woman-smoking-thumb2848705.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-521" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/06/ugly-evil-old-woman-smoking-thumb2848705-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p><span style="color: #ff0000"><strong>(dedicato ai divieti)</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff00ff">Non sono ancora abbastanza vecchia per progettare la mia morte. Ma lo farò, non mi lascerò cogliere di sorpresa. Voglio lasciare tutto in ordine per non disturbare chi resta e lasciare così un buon ricordo. Toglierò la polvere dai soprammobili, butterò le bollette accumulate e porterò nell’apposito contenitore i farmaci scaduti. Non lascerò l’armadio pieno di vecchi vestiti che vi dispiacerà buttare via. Cancellerò dal frigorifero e dalla dispensa tutti quei cibi, bibite e cose cattive che forse avranno accelerato il mio trapasso. Darò fuoco in un portacenere a quei segreti che ho saputo tenervi segreti. Andrò dal parrucchiere, mi farò la manicure e se servirà anche la ceretta. Mi metterò comoda sul divano e, senza cantare, senza dire parolacce né sciocchezze, fumerò l’ultima sigaretta, quella che mi ucciderà. Anche se sarà inverno terrò le finestre aperte così quando arriverete non sarete vittime del fumo passivo. Ma come dicevo, è ancora presto. Perciò, per ora lasciatemi vivere in pace.</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Cosa metto in valigia?</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jun 2011 08:41:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Crepax</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un’enorme voragine. Il vuoto. Con aggiunta di scomparti vuotissimi. Mi guarda con il suo unico occhio a scatto con combinazione numerica. La mia valigia è bipolare. Con il suo lato esuberante e positivo mi dice: riempimi. Con il suo coté pessimista depresso-deprimente, mi dice: no questo no, mi sta stretto. Se non fosse indistruttibile la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/06/suitcase-full-with-summer-clothes-thumb5515368.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-488" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/06/suitcase-full-with-summer-clothes-thumb5515368.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><span style="color: #ff6600;">Un’enorme voragine. Il vuoto. Con aggiunta di scomparti vuotissimi. Mi guarda con il suo unico occhio a scatto con combinazione numerica. La mia valigia è bipolare. Con il suo lato esuberante e positivo mi dice: riempimi. Con il suo coté pessimista depresso-deprimente, mi dice: no questo no, mi sta stretto. Se non fosse indistruttibile la riempirei di ceffoni. Sull’invito c’è scritto “un capo smart casual” (?)… bah ci penserò dopo.</span></p>
<p><span style="color: #ff6600;">Parto dall’indispensabile:</span></p>
<p><span style="color: #ff6600;">il phon, l’intimo, 6 pile stilo, un cacciavite a stella e una brugola, ago e filo, forbicine e pinzetta, crema anti un po’ di tutto, zampironi. L’ultimo di Patricia Cornwell, due romanzetti di un amico con velleità da scrittore, carta e penna, maschera e boccaglio, momendol, cerotti e ghiaccio istantaneo, occhiali di scorta, due gomitoli di cotone e un uncinetto, lo scotch, costume da bagno e pareo (parei), tre sandali e un cappello, un riduttore schuko, un flaconcione di BiancoBirichino, mentine, una foto di Palazzo Marino</span></p>
<p><span style="color: #ff6600;">Scarto il superfluo:</span></p>
<p><span style="color: #ff6600;">scialli, golfetti, tubi(o)ne nero passepartout, ombrello, guanti, bijoux, il filo di perle e l’anello di fidanzamento.</span></p>
<p><span style="color: #ff6600;">Passo agli optional:</span></p>
<p><span style="color: #ff6600;">tre pantaloni e tre magliette, due robe da spiaggia, telefono e macchina fotografica, il manuale Scarsdale e sto “capo smart cazual” che non capisco… blu con la cravatta, a fiori come Formigons, con la piega o senza piega, con il risvolto o no? Arancione Prada o arancione Pisapia?</span></p>
<p><span style="color: #ff00ff;"> </span></p>
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		<title>Due tette di troppo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 13:48:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Crepax</dc:creator>
				<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[io]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono dimagrita ma non è cambiato niente: le tette sono sempre tette! Un incubo. Ecco la loro storia. Ti svegli una mattina e ti rendi conto che la parte davanti del tuo corpo, quella che normalmente offri per prima come immagine di te al pubblico, ha subito un mutamento nel corso della notte. Due piccole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/03/world-largest-bra-450x316.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-362" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/03/world-largest-bra-450x316-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a></p>
<p>Sono dimagrita ma non è cambiato niente: le tette sono sempre tette! Un incubo. Ecco la loro storia.</p>
<p>Ti svegli una mattina e ti rendi conto che la parte davanti del tuo corpo, quella che normalmente offri per prima come immagine di te al pubblico, ha subito un mutamento nel corso della notte. Due piccole protuberanze simmetriche e parallele, sotto il collo e sopra l’ombelico, un bel po’ sopra l’ombelico, che da quel momento in poi creeranno ufficialmente la differenza non solo tra te e i maschi, anche tra te e le altre femmine.</p>
<p>Con pochissimo tatto la gente non ti dà nemmeno il tempo di rendertene conto. Da subito tutti ti dicono: “Ora che sei diventata grande”, “Ora che non sei più una bambina” o peggio “Adesso sei una signorina”, affermazioni destabilizzanti che ti buttano nello sconcerto.</p>
<p>Il peggio arriva nei giorni immediatamente successivi. Dopo una settimana hai due vere tette, un po’ rosse per lo sforzo. Pomp-pomp. Le mie, poi, nel giro di un attimo sono diventate due tette grandi, anzi, direi grosse. Sotto lo sguardo perplesso di mia sorella, la quale sostiene che la distribuzione del volume delle tette tra i memebri femmina di una stessa famiglia è l’esemplificazione concreta dell’ingiustizia nel mondo.</p>
<p>Com’è e come non è, da anni io e le mie tettone viviamo insieme e sempre abbiamo cercato modi di convivenza pacifici, ma non sempre ci siamo riuscite. Il primo litigio lo abbiamo avuto quando ho cercato di costringerle in un reggipetto. Va precisato che secondo me il reggiseno è un vezzo, mente il reggipetto, anche quando non deve ancora combattere contro la forza di gravità, ha una funzione contenitiva e stabilizzante, quindi ritengo che il reggiseno arrivi fino alla terza misura, oltre si chiama reggipetto. E basta. Dicevo, se il reggipetto si allaccia ben saldo dietro la schiena vuol dire che non è della taglia giusta a contenere anche le tette e che le poverette sono costrette a schiacciarsi contro il costato il che potrebbe indurle a frenare la loro esuberante voglia di crescere e comunque favorisce uno straordinario “effetto piatto”. Le ho compresse per anni, senza risultati. C’è voluto un sacco prima che gli americani e poi i francesi e molto dopo gli italiani si rendessero conto che anche una magra e filiforme adolescente potesse avere grosse tette e inventassero le taglie a coppa B, C, D e perfino E, detto tra noi quelle della E mi fanno davvero pena.</p>
<p>Chi non ha provato, poi, a seguire anche timidamente e da lontano la moda non può capire. Vietate le camicette sciancrate i cui bottoni, al primo tentativo, schizzano via come proiettili impazziti, vietatissimi i vestiti a vita alta… a me quel taglio che dovrebbe stare sotto il “seno” mi arriva giusto giusto a metà petto conferendo al modello un indesiderato effetto premaman. Per non parlare delle cinture che, invece, fanno l’effetto “a vita alta”. Un paio di jeans aderenti? Dalla vita salta fuori una cornucopia. Al mio personalissimo rapporto con le mie tettone coppa D vanno aggiunte le difficoltà che arrivano dall’esterno che ribadisco, da oltre quarant’anni, classifico tra le esternazioni del pubblico. Sì perché di pubblico si tratta… o come volete chiamare quelli e anche quelle che vi guardano, vi osservano, vi scrutano e commentano. Le mie tette sono diventate: davanzale, balconata, senato. Colte al volo per la strada: “Che tette te le mangerei”, “C’è di che rendere pazzo un onest’uomo”, “Dai, fammele toccare” e così via. E intanto che le amiche facevano la prova con la coppa di champagne, inserendo comodamente i loro senini ricoperti di pizzo io cercavo invano un’insalatiera per i miei senoni calzati di tessuto elastico nero (l’unico in grado di non segarli a metà quadruplicandoli), sorseggiando dubbiosa un Supervixen (tettona), cocktail a base di rum bianco, creato da mio marito in mio onore. È facile intuire cosa penso delle protesi al silicone!</p>
<p>Finché un bel giorno da Milano parto per il sud e scopro di non essere più completamente sola e di reggere a meraviglia il confronto! Anche se perfino sotto Roma le ragazze coppa D vanno scemando e ce lo spiega bene l’ultima pubblicità di Intimissimi che invita alla “scoperta” della coppa C… come se invitassero me che ho il 40 a “scoprire” delle scarpe 37! Ma torniamo a Napoli, che ho eletto a mia seconda patria, fermo un taxi, mi chino al finestrino del conducente e gli chiedo quanto mi costa andare da un capo all’altro della città, lui sfodera il suo sguardo più lieto che appoggia sognante sul mio davanzale e dice: “A vui ve port pè senza nènt”.</p>
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		<title>La casalinga è quieta</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 17:22:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Crepax</dc:creator>
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		<category><![CDATA[pensieri&parole]]></category>
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		<description><![CDATA[In un periodo cruciale della mia vita, privata del conforto di una colf a causa di strani eventi, e con un marito che con passione sincera riordina piatti e pentole lerce dentro la lavapiatti prima di premere il tasto di avvio rendendomi isterica, ricevo da Adalgisa una sorta di decalogo della casalinga “ravveduta” che mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/03/housekeeper.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-340" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2011/03/housekeeper-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" /></a></p>
<p>In un periodo cruciale della mia vita, privata del conforto di una <strong>colf</strong> a causa di strani eventi, e con un marito che con passione sincera <strong>riordina </strong>piatti e pentole lerce dentro la lavapiatti prima di premere il tasto di avvio rendendomi isterica, ricevo da Adalgisa una sorta di <strong>decalogo della casalinga</strong> “ravveduta” che mi fa riflettere.</p>
<p>Sono partita con una veloce analisi del pensiero dell’Adalgisa che si può riassumere in 7 parole: “Uno strato di polvere protegge i mobili” e come prima mossa, tenendo tesa la manica del golf con la mano, ho passato veloce l’avambraccio sul tavolo per togliere l’orma di un libro dimenticato. Poi ho speso i <strong>40 euro</strong> che avevo risparmiato per un’eventuale e sporadico aiuto domestico per sottopormi a un <strong>massaggio rigenerante</strong> agli olii essenziali e, nonostante l’irritante colonna sonora newage, ne ho tratto vantaggi concreti. Ah, ho aggiunto ai miei pensieri anche una breve riflessione sul libro di Ritanna Armeni di cui si parla tanto in questi giorni: <em>Le 100 parole che hanno cambiato la vita delle donne</em>. Tutto vero, per carità, ma quando si tratta di lavare un pavimento o un cesso <strong>la vita delle donne</strong> è sempre la stessa, mai nessuno che si faccia avanti. Perciò, ispirandomi al decalogo dell’Adalgisa, scrivo con il dito sul vetro sporco della finestra della cucina: “sono uscita”. Vorrei aggiungere “non so quando torno”, ma il vetro non è abbastanza sporco.</p>
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		<title>Amici: a Natale si tirano le somme!</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 10:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Crepax</dc:creator>
				<category><![CDATA[strettamente personale]]></category>
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		<description><![CDATA[A Natale siamo tutti più buoni. Il che significa che rimandiamo l’omicidio di nostra madre anche se a fin di bene, la piantiamo di tendere fili di nylon tra le scrivanie per far inciampare i colleghi stronzi, non andiamo più quatti quatti a sgonfiare le gomme della bici a quello del piano di sopra che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2010/12/AM-129-0140.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-236" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2010/12/AM-129-0140-300x198.jpg" alt="" width="330" height="198" /></a></p>
<p><strong>A Natale siamo tutti più buoni</strong>. Il che significa che rimandiamo l’omicidio di nostra madre anche se a fin di bene, la piantiamo di tendere fili di nylon tra le scrivanie per far inciampare i colleghi stronzi, non andiamo più quatti quatti a sgonfiare le gomme della bici a quello del piano di sopra che szoccola sulla nostra testa anche d’inverno, non abbandoniamo il cane in autostrada e non facciamo il gesto dell’ombrello ai mendicanti.</p>
<p>Ma a Natale, è inevitabile, si tirano anche le somme. <strong>Fino a Capodanno</strong>, quando finalmente si fa un programma interiore per l’anno successivo che si smonta alla Befana e tutto torna come prima.</p>
<p>C’è chi tira<strong> le somme economiche</strong>, ma quest’anno si fa in frettissima, anzi è inutile. C’è chi tira le somme del cuore e si arrabbia da pazzi perchè <strong>piangere su se stessi </strong>non è in tema con l’atmosfera di buonismo e serenità. C’è chi tira le somme sociali e gli viene mal di fegato prima ancora d’aver mangiato il consueto torrone. C’è chi fa una somma generica, incompleta ma non parziale, tra il bene e il male, il bello e il brutto e punta a un risultato tutto a suo vantaggio <strong>per non stare a rompersi le palle</strong> più del necessario. Io faccio così. E quest’anno tiro le somme sull’amicizia e l’inimicizia, ma faccio velocissima perché mi piacciono solo i sentimentalismi cattivi e, quindi, fuori tema. Anche se l’aver visto cadere con rumorosi tonfi le teste di alcuni amici/amiche mi ha procurato l’agognata soddisfazione che riequilibra i piatti della bilancia (ma ne aspetto altre, ah se ne aspetto altre). Penso che facebook debba farci rivedere il vecchio concetto d’amicizia, <strong>ovviamente a nostro vantaggio</strong>.</p>
<p>Dagli <strong>amici veri</strong>, quelli che ti baciano di qua e di là e ti dicono “come stai bene oggi” o più spesso “hai la faccia stanca”, ti aspetti troppe volte inutilmente qualche cosa, se non altro uno scambio pari di gentilezza, attenzione, <strong>affetto</strong>, rispetto, educazione, <strong>risposte alle domande</strong>, domande a cui rispondere. Dagli amici virtuali, che sfiori con aspettative assai più caute, non sai cosa aspettarti perché è ancora una novità e, quindi, tutto quello che becchi è guadagnato. <strong>E becchi molto</strong>, molto di più di quello che immaginavi. Molti meno baci sulle guance (il che è un vantaggio) e più concretezza. Beviamoci su!</p>
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		<title>L&#8217;amante o il motorino? (una scelta difficile)</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 08:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Crepax</dc:creator>
				<category><![CDATA[io]]></category>
		<category><![CDATA[privatamente]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1952 Fausto Coppi ha vinto per la seconda volta sia il Tour de France sia il Giro d’Italia. Il 18 giugno di quell’anno sono nate le gemelle Isotta e Isabella Rossellini. Un giorno dopo di me. Il 6 febbraio la regina Elisabetta è salita al trono e non è ancora scesa, ventiquattr’ore più tardi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_139" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-139" src="http://blog.leiweb.it/valentina-crepax/files/2010/07/1264449002255_f-300x207.jpg" alt="Brigitte Bardot (1971)" width="300" height="207" /><p class="wp-caption-text">Brigitte Bardot (1971)</p></div>
<p>Nel 1952 Fausto Coppi ha vinto per la seconda volta sia il Tour de France sia il Giro d’Italia. Il 18 giugno di quell’anno sono nate le gemelle <strong>Isotta e Isabella Rossellini</strong>. Un giorno dopo di me. Il 6 febbraio la regina Elisabetta è salita al trono e non è ancora scesa, ventiquattr’ore più tardi <strong>Vasco Rossi</strong> ha cominciato la sua vita spericolata. Al festival di Sanremo ha vinto Vola colomba. <strong>Hemingway</strong> ha scritto Il vecchio e il mare e Calvino <strong>Il visconte dimezzato</strong>. Una magnum di Chateau Petrus del ’52 costa quattromilacinquecentotrenta euro. Fatti che restano o che sfuggono, che hanno un valore economico e non (che emozionano?). Io ci sono, ma <strong>quanto valgo?</strong></p>
<p>Porco cane! Ho sempre creduto di essere esente da bilanci, valutazioni, rimuginamenti. Ho sempre sperato di poter dare ragione a quella maestra che non ha potuto più tener fede al <strong>patto montessoriano</strong> e, mollando il colpo, ha sentenziato: alunna ribelle a qualsiasi forma di disciplina, rifiuta ogni stimolo alla <strong>riflessione</strong>. Macché, a quasi sessant’anni la vita ti corre avanti e indietro nella mente costringendoti, non dico a riflettere, ma almeno a pensarci.</p>
<p>E così è successo, circa quttro anni fa. Per principio non metto niente <strong>sul piatto della bilancia</strong>, anche perché l’oggetto è stato bandito da casa già nello scorso millennio: qui non si pesano né i corpi  né i carboidrati. E mi aggrappo alle Lezioni Americane di <strong>Italo Calvino</strong> e faccio mie, con estrema superficialità, le sue parole: «La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso». Non mi butto a capofitto nell’Insostenibile leggerezza dell’essere che per <strong>Milan Kundera</strong> è l’insopportabile peso della vita, di ogni sua forma di costrizione, ma me ne servo per filosofeggiare alla buona mentre mi lavo con, invece, estrema cura e attenzione i denti che mi sono costati una fortuna. Ogni mossa mi porta al <strong>tempo che passa</strong>, non sono ancora abbastanza vecchia da soffermarmi sul tempo passato, osservo e mi compiaccio di quello che è ancora in movimento. E dal movimento al moto il passo è breve. Più breve ancora la mossa che mi avvicina al <strong>vecchio gioco</strong> delle associazioni che si faceva da bambini. Leggerezza, peso, vita, passaggi, ineluttabilità, destino, inerzia, dinamica, movimento, bicicletta, Fausto Coppi, Valentino Rossi<strong>, uomo</strong>, <strong>corsa</strong>, <strong>motore</strong>. Stop. E finalmente mi riconosco, altro che bilanci! Bisogna dare una svolta alla propria vita, ho due strade da percorrere. Mi trovo <strong>un amante</strong> o mi compro <strong>un motorino</strong>? Data la mia natura tutt’altro che fedele avrei benissimo potuto dare la priorità all’amante. Mi ha fatto tentennare <strong>il timore della banalità</strong> prima di tutto: quante alla mia età vorrebbero un uomo o un uomo diverso? Tutte, quelle che non ce l’anno perché non ce l’hanno e quelle che ce l’hanno perché sono pentite, <strong>annoiate</strong>, schifate, <strong>rassegnate</strong>. Io no, lo sceglierei solo per divertimento. Ma dovrei andare dal parrucchiere, inerpicarmi su un paio di tacchi, capire la differenza che c’è tra fard e fondo tinta, fasciarmi in un tubino nero e <strong>sorseggiare champagne</strong> fingendo con malizia che mi dia un po’ alla testa. No. Dovrei passar sopra nuovi odori e altri sapori, interessarmi ad <strong>altri ardori</strong>. E se poi lui volesse andare a sciare? Orrore. E se non avesse una moglie e volesse dedicarsi tutto a me? E se subito dopo mi guardasse male perché mi accendo una sigaretta? Se gli piacessero i gatti, l’ossobuco, il jogging? Se chiamasse slip le mutande? E se mi mandasse dei fiori con il <strong>gambo troppo lungo</strong> che non ho neanche il vaso? No, meglio il motorino. Hai lo stesso il senso dell’avventura, l’adrenalina sale a mille quando “<strong>sgasi sul posto</strong>” e già gli occhi ti lacrimano per il gran freddo (o per l’emozione) e rifletti… meglio, io rifletto a modo mio. Un pensiero veloce che attraversa la mente: se, invece, fossi qui con un lui-l’altro dovrei prima di tutto trovare un argomento di conversazione, potrei raccontargli delle mie emozioni di nonna? Potrei chiedergli di aiutarmi con le rime per una filastrocca da comporre per la mia nipotina? <strong>Pollaio-guaio</strong>, salamstro-disastro, gioia-noia. No, no e no. Torno con i piedi per terra, anzi <strong>sulla pedivella</strong>. Lo so che essere corteggiata e desiderata ti regala un magico stato di ebrezza, lo so che un <strong>amante-intrigante</strong> ti mette le ali (almeno temporaneamente), altrimenti non ci avrei nemmeno pensato. Certo, sullo scooter mi sento meno donna e più nonna (Papera?), perdo il gusto della <strong>menzogna</strong> e del <strong>sotterfugio</strong>, ma sono io che comando e lui mi parla con la sua voce roca e roboante, portandomi dove voglio e suggerendomi rime molto più suggestive. Senza contare che il casco toglie l’inebriante piacere del <strong>vento tra i capelli</strong> (equiparabile a una carezza data con sapienza) ma, nascondendoti ti regala vent’anni di vita: tutti mi danno del tu… e non si sa mai. Insomma, tutto il comfort e il fascino del <strong>cavallo bianco</strong> senza la scocciatura del principe.</p>
<p>Un cinquantino mi è parso modesto per una signora e soprattutto scarso dal punto di vista della <strong>competizione con un uomo</strong>. Un centocinquanta troppo impegnativo. Ho optato per un cento di seconda mano, del resto anche l’amante non sarebbe stato nuovo di zecca. E via! <strong>Su e giù dai bastioni</strong>, lungo i Navigli, tutto in tondo sulla circonvallazione (dal punto di vista scenografico è bello come una cena a lume di candela, ma dopo i cinquanta la fiammella non basta più, <strong>ci vuole anche il panorama</strong>). Lascio a casa il volto pallido di mio marito che sa, sa tutto di me. Anche quello che non dico. Ma prima di tutto sa che ogni prontosoccorso della città ha la mia <strong>scheda compiuterizzata</strong>; abitualmente taglio burro, carote e dita, ho difficoltà a scendere due rampe di scale senza dovermi aggrappare in extremis alla ringhiera, <strong>cado dal letto</strong>, dal marciapiede, dalla sedia. Sotto sotto, credo che, fosse stato per lui, avrebbe scelto, per me, un bell’uomo, a salvaguardia della mia incolumità. L’uomo saggio e baffuto che sta al mio fianco, <strong>ex pluritradito</strong>, sarebbe disposto a rifare appello al suo proverbiale pragmatismo nella gestione amante, piuttosto che immaginarmi spiattellata sull’asfalto. <strong>Mia madre</strong>, che per anni ha contato i miei lividi e i miei fidanzati con la stessa solerzia, è preoccupata solo che il motorino sia a due posti, è sicura di dover ricominciare la conta. Mia figlia, ormai coscienziosa mammina, mi vieta di spingere il passeggino perfino sul marciapiede e siccome mi sono cresciuta una serpe in seno, <strong>sarebbe per un plaid</strong> e una sedia a dondolo. Pazienza, Gigi e i suoi sponsor (tutta la mia famiglia, nipotina compresa) scuotono la testa sconsolati, consapevoli che le raccomandazioni sono inutili. <strong>Infatti io corro</strong>. E resta indimenticabile l’ebrezza della prima corsa in tangenziale, di fianco alle enormi ruote dei tir. È insuperabile il piacere che si prova a sgusciare nel traffico, altro che una notte di sesso in un motel o in un superattico: arrivi al semaforo <strong>in prima fila</strong>, tu e quattro pony express, loro non lo sanno ma io mi metto in gara e con <strong>un colpo di gas</strong> ben assestato li brucio tutti (si dice così tra noi motard). In un letto con un semiestraneo sarei afflitta dai sensi di colpa e anche di <strong>inadeguatezza</strong>, diciamolo, con gli anni ho perso l’abitudine a fregarmene del giudizio altrui. Ho rinunciato <strong>alle orecchie di mucca</strong> e al casco integrale, ho uno stile più easy, più consono alla mia generazione. Invece della copertina zabrata, una <strong>vecchia pashmina lagata in vita</strong>. E poi, benvenga il Voltaren in cerotto transdermico, in confezione da cinque che, dopo i 50, è senz’altro utile anche a chi volesse scegliere l’altra opzione.</p>
<p><em>(Finito di scrivere questo raccontino mi hanno costretto a vendere il motorino, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare!))</em></p>
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